Sottoriva Colfondo per tradizione, Glera colli Trevigiani, Malibràn, 11 gradi.

La prima volta che assaggiai i vini di Malibràn ero alla Raw Wine Fair di Londra con un gruppetto dei miei compagni di corso del WSET; saranno passati tre o quattro anni ormai.
Mi ero preso con gusto l’incarico di far assaggiare loro qualche buon vino italiano, che fosse soprattutto diverso e più autentico rispetto a quelli un po’ stereotipati che ci facevano assaggiare allora (eravamo al terzo livello, io credo): ci tenevo che il mio Paese facesse bella figura e sapevo di poterli stupire.
Mi attirava l’idea che conoscessero qualche spumante rifermentato in bottiglia e col fondo, cioè ancora con i lieviti e le fecce fini all’interno (sur lie come si dice talvolta), riproponendo così le antiche usanze popolari, quando il vino era spesso prodotto per autoconsumo e non esisteva l’autoclave: persino nella mia Valdinievole i contadini sigillavano le bottiglie dopo aver aggiunto un po’ di zucchero e qualche chicco d’orzo o di grano nel bianco da trebbiano locale per averlo frizzante; figuriamoci nelle terre del Lambrusco e del Prosecco.  Questo stile, che si trovava allora nella capitale britannica con difficoltà,  avevo incominciato ad apprezzarlo qualche anno prima di lasciare l’Italia per il Regno Unito, ma con riserva: questi spumanti col fondo erano pieni di carattere ed entusiasmanti nei casi migliori; ma rustici e talvolta sciancrati tra acidità citrine e un odor di lieviti – non profumo- che ne copriva parecchio l’identità varietale. Vidi il banchetto di questo produttore  di Prosecco che non avevo mai sentito e mi attrasse per il nome, che mi ricordava quello di Maria Malibràn, la leggendaria cantante lirica della prima metà dell’Ottocento.  Ricordo che i miei amici gustando i loro vini rimasero di sasso e strabuzzarono gli occhi, mentre io sorridevo sotto i baffi divertito e sornione. E però ero anch’io  stupito dalla qualità dei vini di Malibràn: la complessità e la piacevolezza che avevo nel calice superavano quella di parecchi metodo classico dal prezzo 5 o 6 volte superiore assaggiati quel giorno, Champagne inclusi.
Io non avevo allora una gran familiarità col Prosecco e non ne ho molta ora, ma insomma, almeno qualche punto fermo nella testa me lo sono messo e qualche assaggio istruttivo c’è stato. Bene, ora che ritrovo i vini di Malibràn al Mercato della Fivi e li riassaggio, mi riconfermo dell’idea di eccellenza che me ne ero fatta: tutti molto, molto buoni.
Piglio questo Glera dei Colli Trevigiani proprio perché mi sembra esemplare di come dovrebbe essere un sur lie e mi permetto di tradurlo in Prosecco, e che Prosecco; sebbene non sia particolarmente rappresentativo della sua tipologia, così secco e deciso nell’acidità. Bada però, amica o amico che mi leggi: ho sentito spumanti sur lie con acidità così selvatiche da essere sul filo dell’imbevibilità, mentre qui tutto si ricompone in una misura piacevole e appropriata. Considerazioni simili circa la presenza del fondo: le note di lievito sono ben percettibili, ma pulite, perfettamente calibrate e con un tocco di distinzione: aggiungono complessità sapida e saporita, ma l’eleganza è preservata. Infatti, a versarlo, è piuttosto simile ad un convenzionale Prosecco: è di un bel limone tendente al verdino, pressoché limpido sulle prime, poi via via più torbido, fino a velarsi un po’. Non forma gocciole.  Più frizzante che spumante, verrebbe da dire, con bolle finissime, verticali e disciolte, delicate, solo un velo in dispersione, una spuma che per delicatezza non sfigura di fronte ad un ambizioso metodo classico. Similmente  i profumi, che sono precisi, curati, di media intensità, richiamando i fiori di ginestra e di mimosa, e la frutta: la pesca, il melone, l’albicocca e il limone.  Ad essi si sommano i ricordi di lievito, le note affumicate, lattee, di crosta di pane, cerealicole (orzo, specialmente), qualche traccia di salvia, di alloro; infine una mineralità solare e salina. Già lo dicevo: relativamente secco al sorso, energico, cremoso, di corpo medio, conferma sul palato quella salinità già percepita nelle nari, ed è il suo bello: permane lungamente come una scia, accompagnando il vino nella sua corsa  verso il finale, molto lungo. Il suo gusto è un accordo perfetto con l’olfatto: ritornano i lieviti, la frutta, i fiori. Pur mantenendo una dimensione di rotonda piacevolezza, con quell’acidità che pulisce e rinfresca risulta saldo, reattivo e guizzante e chiama con decisione la tavola ed un sorso dietro l’altro: non è un vino che lasci volentieri nel bicchiere mentre sei preso da una chiacchiera distratta e nemmeno l’useresti per un cocktail,  perché ha una ricchezza armonica che lo accosta a metodi classici senza perdere il carattere di Prosecco, instaurando con te un dialogo attivo. Magari non è per tutte le bocche, ma se tu vuoi un vino di carattere, eccolo. Potrai anche giocarci un po’ col suo fondo, decidendo se lasciarti andare al godimento dei suoi più torbidi versanti o preferire, come me stasera, di mantenerlo sul limpido per apprezzare la parte più pura degli aromi. Da averne sempre in casa, di spumanti così. L’ho trovato eccellente su un sushi.

Schegge di Vinitaly

Io che non ci volevo andare: “No, quest’anno no, tutta quella bolgia”. Io che poi mi son pentito di essere rimasto solo un giorno tanto mi sono divertito, tanti gli assaggi interessanti. E che me ne son andato col dispiacere di non essere stato abbastanza con gli amici che stanno “”dietro i banchetti” e  di non averne salutati tanti; col rimpianto di non aver assaggiato tanti interessanti e grandi vini.

Intanto però:

L’equilibrio e la purezza del Bianco Infinito di Maeli, che continuerò a sognare a lungo con un sushi. E poi la freschezza appena speziata del Rosso Infinito 2011; la cremosa ricchezza del Moscato Fior d’Arancio 2013, così dolcemente sensuale, così salino. Brava Elisa Dilavanzo!  

Le bolle fini e delicate del Moscato Fior d’Arancio 2013 di Ca’ Bianca, così vicino, così diverso, stilizzato nell’’eleganza fresca e nervosa delle mele.

Il Moscato Fior d’Arancio Passito di Gambalonga: ecco la gioia ambrata di zuccheri e sale, di avvolgenza alcolica ed acidita’ ficcante, ma più ancora la profondità dell’ossidazione, che non ti butta il frutto passito sul muso, no, ma ha le tante gradazioni sottili che solo il tempo regala, quasi fosse un Palo Cortado di Jerez ma moderatamente dolce, voce quasi delicata e segreta della viola da gamba. 

I Prosecco di diletto e ricerca di Desiderio e Gianluca Bisol: il Metodo Classico loro, che cerca strade trasversali, tensioni nuove, piacere e pensiero. Poi il sorriso del Cartizze.

Vedi di contro, l’intensita’ sontuosa, avvolgente e pura, patrizia e dogale del Prosecco di Valdobbiadene Extradry de Il Follo. Ricchezza inaudita, sensualità tizianesca nell’estasi dell’espressione dei toni del bianco. Li’ forse l’estremo charmat. 

La Valpolicella di Corte Archi, dagli aromi precisi e puliti, anno dopo anno toccando a ritroso dal 2014, fino alla vetta dell’ Amarone Riserva: dove opulenza e freschezza trovano un loro equilibrio tenero e delicato, come i petali di viole che accarezza il vento.

Venissa 2011, dal colore dell’oro. Per me, oro da re. Acqua e cielo di laguna nel suo sorso. Non re, allora, ma lo sguardo del doge che si perde sulle acque della sera.

Eppoi si va in Toscana. 

Ecco la Rufina verde, ecco il Chianti Rufina scintillante de I Veroni e il Chianti Rufina Riserva nobilmente elegante e comunicativo; ma poi solo silenzio di fronte al Vinsanto 2006: ecco l’oro antico, la storia, la dolcezza, le battaglie (l’arme e gli amori), condensati in un ambrato liquore già parte di me e del mio desio: così dolce, così salino, così consolante e cosi’ teso, acidita’ corda di violino, balestra tesa per scoccare. Ecco il Vinsanto, come io l’aspetto. 

La sorpresa di Bagno a Ripoli: i vini di Fattoria le Sorgenti. Perfino un Malbec riescono a far sentire toscano. Perfino il taglio bordolese poco invidia a quelli di zone più famose, anche non italiane, vincendo per eleganza; seppur, bada, non disdegna un mediterraneo abbraccio. Perfino con un Metodo Classico da uve Chardonnay stupiscono, che dopo più di 30 mesi sui lieviti e’ cosi’ piacevolmente in equilibrio tra frutto mediterraneo, gessosita’, e le note dell’’autolisi, che vorresti aver subito con lui tutta la varietà dell’antipasto toscano, i salumi e i crostini. Batte pero’ il cuore per il Chianti dei Colli Fiorentini Respiro, così giovanile, fruttato, pieno, sapido, sbarazzino, passante. Un bel Sangiovese, da bersi a garganella, da farsi scaldare il cuore mentre rinfresca la gola, da farsi regalare la gioia. Vadano altri a Beaune, io sto a Bagno a Ripoli. Specie se poi c’e’ anche il Gaiaccia, più complesso, con un 2009 in equilibrio ed il 2008 di struttura ed evoluzione, più scuro d’aroma, più serrato di struttura, quasi guardasse amoroso alle Langhe. 

Poi ancora e per sempre Montalcino. La gioia di farla conoscere agli amici Veneti, sotto il mio punto di vista parziale e innamorato. La gioia di condividere la voce del Sangiovese. 

I vini di Luciano Ciolfi, Sanlorenzo, che dirne ancora? La delicatezza del Rosso 2013, l’armonia del Brunello 2009, la potenza del Brunello 2010 che ancora morde il freno cavallo bizzoso di razza, la controllata evoluzione e il mistero della 2003, col fungo, il bosco, la macchia, lo splendore autunnale in evidenza. Vini di classe, ma veri. Vini del caldo abbraccio. Vini della sera, con quelle vigne alte e volte a sud ovest a far l’amore con la luce del tramonto – e devo capire se ciò non dia al sangiovese una sua specifica dimensione. Ne avrei approfittato del suo nuovo coravin per godermi tutte le annate, ma mi vergognavo e più ho vergogna ora di essermi vergognato. 

Tiezzi: il sorriso e  l’eleganza e la discrezione . Così i vini, cosi la famiglia. La cordialità del Brunello Poggio Cerrino, che già si apre alle complessità evolutive conservando freschezza slancio immediatezza. Poi il Brunello Vigna Soccorso 2010 e si fa il salto in un iperuranio universo parallelo di sole e di luce purissima. Le sabbie di quella vigna benedette dal Cielo per tanta forza e grazia e armonia. Vini del mezzogiorno, dello zenith, della bellezza piena. 

Il Brunello de La Lecciaia, cosi’ ammattonato, trasparente, vecchio stile, etereo perfino, ma con una verità lampante: la stessa dei volti di Cimabue, immortali e immoti sui fondi oro dugenteschi. Ha un po’ il sapore delle fiabe raccontate a te bambino al crepitare del fuoco, che rimangono indelebili nella mente con la forza del simbolo e dell’archetipo. 

La scoperta dei vini di Stella di Campalto – meglio, la conferma di una fama meritata. Il Brunello 2005 (si’, 2005) oggi armonioso e perfetto, persino ancora giovane, complesso e impalpabile, tutto in levare, giovanile, quasi ancora del tutto rubino, e pensi sia una vetta estrema di Sangiovese. La materia rarefatta e impalpabile, come i canti che salgono da Sant’Antimo: forse questa la verità  dei vini di Castelnuovo dell’Abate se la ritrovi nei confinanti filari di Poggio  di Sotto? 

E Federica, Tommaso, Olimpia, Manuela, Paolo, Gianpaolo, Chiara, Raffaella, Paola, Alberto, Olalla, Dino, Sergio…e tanti altri che ora scordo? 

Il tempo e’ amico e giova al vino – noi non siamo vino. 

Prosecco Extra Dry Treviso DOC, Salatin, L 146.14, 11 gradi.


Stasera a tavola ho voluto fare l’arcitaliano, o meglio, l’arcitaliano all’estero, combinando in cucina trenette Voiello, ricotta salata, pomodori ciliegini, basilico tritato, olio extravergine di Poggibonsi (Ormanni, fattoria benemerita) secondo una filosofia che se da un lato e’ quella dei nonni ( ho usato ciò che avevo in casa), dall’altra sta a metà con quel certo fusion che i cuochi alla Jamie Oliver spacciano per autenticamente nostrale. Allora la dico tutta: i pomodori erano del Kent ed anche il basilico era inglesissimo (e, l’ammetto, profumatissimo). Per concludere l’opera ho messo in tavola una bottiglia di Prosecco comprato da Majestic: non sono mai stato tanto vicino ad un luogo comune. Il Prosecco sta conoscendo una splendida primavera di vendite, in UK, in USA, in ogni dove. E questo di Salatin? Bene, e’ migliore di tanti che ho assaggiato e che si trovano correntemente sia in Italia che fuori, malgrado lo produca una azienda che sento nominare solo oggi per la prima volta. Bianco carta, con una spuma cremosissima, profumi delicati ma puliti di uva bianca, limone, fiori di sambuca, melone, pesca, tocchi appena di salvia e basilico, e’ il ritratto di ciò che un buon prosecco – non uno eccezionale – dovrebbe garantire. Si aggiunga una bocca piacevolissima, di discreta persistenza ma soprattutto di trama morbida, rara, carezzevole e bellissima: l’acidità e’ rinfrescante e abbondante, ma tutt’altro che aggressiva anche se ti fa salivare per parecchi minuti, perché il residuo zuccherino l’avvolge di una benvenuta morbidezza, che sa stare sul filo come un’equilibrista senza cadere e sa non esser, mai, stucchevole; l’aiuta una spinta salina che ti stuzzica i lati e il lato inferiore della lingua…ma può essere diversamente, se il produttore si chiama Salatin?
Ecco che allora, a te che mi leggi, lo consiglio certo per l’aperitivo, o per un antipasto o un primo di pesce; ma, perché no, sulle verdurine fritte croccanti, o su salumi non troppo stagionati e un po’ grassini; meglio se codeste vivande le godrai su una spiaggia, alla luce della luna o di una pallida candela o dell’ultimo tramonto, con gli amici o con una donna con la quale non devi curarti di insistere, ma solo di amarla.

Colli Euganei Serprino Vino Frizzante Giacomo Salmaso nm

Non è un vino nobile e passi se un po’ s’aduggia di una nota troppo insistente di solforosa e di ossidazione: che cosa c’è sotto! C’è un vino leggero (soli 11 gradi), armonico, che sa di frutta, di uva spremuta, di pompelmo. C’è un vino sorridente nel suo tenue color paglierino, nel suo perlage -sì, perché il Serprino frizza- disordinato forse un poco, ma sottile, sottile, sottile la bollicina, mille e mille sorelle che ti solleticano il palato con una bocca morbida, carezzevole, gioviale, eppur tonica. Appena abboccata sulle prime, poi finisce amarognola e sapida; come la chiacchiera sul fare dell’uscio a metà mattina, quando il sole l’inonda e le ceste traboccano d’ova e di insalate; come quella sottovoce delle cameriere nei salotti dorati delle ville a metà pomeriggio, di risolini maliziosi inframmezzata, mentre la marchesa di là riposa; come la battuta che suggella -lei e una salda stretta di mano- un affare fra gentiluomini, sul far della sera. Sì, perché la dimensione di questo Serprino, che nasce dall’omonimo vitigno autoctono parente della Glera con cui si vinifica il Prosecco, trova la sua dimensione più vera e garbata fuori pasto, nella gioia dell’attimo, del breve volo di farfalla; con una fetta sapida della veneta soppressa; o anche da solo, guardando il tramonto sui Colli: sarà lui a tenervi compagnia. Quanto ci piacerebbe che chi lo fa nascere lo amasse di amore filiale, con vinificazioni ancora più attente, selezioni rabbiose per svelare e portare alla luce, con fare di levatrice, tutta la qualità che ancora è nascosta nel ciacolare allegro di questo vino.