Monthelie 1er Cru Le Duresses 2007, Coche-Bizuard, 13,5 gradi.

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Di sicuro peccherò sia di ignoranza che di arroganza, però quando vedo gli appassionati e taluni professionisti andare in visibilio per il Pinot Nero e per la Borgogna storco un po’ il naso, perché anche l’affidabilità e la costanza sono un valore. Mi spiego. Certamente il Pinot Nero dà vita in certe mani e più ancora in certe vigne a vini sublimi, ma si sa quanto questa varietà sia esigente e bizzosa e la realtà è che origina anche molti prodotti piuttosto scialbi; né il clima della regione francese aiuta in tutte le annate. Dunque a bere rossi borgognoni la delusione secondo me è sempre dietro l’angolo, soprattutto quando ci si orienti su prodotti di prezzo abbordabile, come questo Monthelie 1er Cru Le Duresses 2007 di Coche-Bizuard; ma il negozio dove l’ho reperito difficilmente tiene vini men che buoni e mi sono fidato.
Un po’ di anagrafica: Monthelie è un villaggio della Cote de Beaune, Le Duresses è forse il suo vigneto più prestigioso: poco più di sei ettari e mezzo, esposto ad est ed estremamente ripido.
Per fortuna si può andare oltre ai freddi dati e, mano alla bottiglia, cavarne il tappo. È maggiore il piacere puramente sensoriale o quello tutto intellettuale della scoperta? Di color granato assai trasparente, con riflessi rubini, forma gocciole rade e lente, un po’ evanescenti. Nasce vicino a Vougeot e ricorda un po’ i vini di Vougeot: all’olfatto risulta in divenire, è complesso ed intensità superiore alla media, piacevolissimo: di frutti di bosco selvatici rossi e neri, non però in quantità; e poi sopratutto sta un tappeto a fitta trama di spezie fini, tritate,dolci e piccanti: pepe bianco e nero, noce moscata, chiodi di garofano, cannella, zenzero e rafano. Ha una balsamicita’ segnata da glicine  e incenso, con un fondo appena mentolato; ed, ancora più lontano, tabacco giovane. Ciò che più intriga però è il richiamo alla polvere da sparo , ad una mineralità ferrosa ed ematica. Sul palato è fresco, apparentemente sottile, ma in realtà strutturato, con aciditá notevole (non saettante), un tannino ben presente e tuttavia proporzionato: di grana piuttosto fine inoltre, ma rustico e forse un po’ verde, più che setoso. Molto secco: e mi piace. Il sapore piacevolmente intenso, non prevaricante ma assai definito, quasi tutto giocato sulle note minerale ed estremamente salino. Acidità e profumo: sembra uno di quei vecchi vinelli di pianura che usavano una volta, che quando il contadino era coscienzioso e sapeva il suo mestiere arrivavano sulla tavola imbandita così invitanti, come una corona di fiori sul capo delle bimbe alla prima comunione. È un vino dalla vocina sottile che però arriva dappertutto, tipo quella di  Licia Albanese, per chi ha ricordi da melomane. Ed infatti è lungamente persistente: parecchie decine di secondi, e soprattutto si dissolve in equilibrio. Il suo alcol è giusto quel tanto che basta a scaldare un po’ un vino altrimenti quasi austero al sorso. Soprattutto l’ho trovato eccellente in tavola, accostandosi bene persino col mallegato con uvetta del salumificio Lenzi di Ponte Buggianese: abbinamento sempre ostico per la complessità e la consistenza di questo antico insaccato. Rispolverando un po’ i miei ricordi del liceo – amico o amica che mi leggi- direi che sta come Ettore ad Achille, perché gli manca quella sontuosità setosa e carezzevole dei grandi Pinot Nero, quel fascino ricercato e stordente che distingue una femme fatale da una bella contadina, chi è baciato dagli dei da un comune mortale; ma io spesso a scuola parteggiavo per Ettore.

Chassagne Montrachet 1er Cru “Morgeot” 2008, Gagnard Delagrange, 13 gradi.


Si può essere snob su tante cose, ma non sui bianchi di Borgogna: la fusione di forza, finezza, complessità, grazia, facilità e piacevolezza che lo Chardonnay vi sa esprimere ha davvero pochi uguali (si può dire – senza lesa maestà- che i rossi locali hanno più concorrenza?). Si prenda questo bel vino di Gagnard Delagrange (un vero e proprio clan: Gagnard e’ in Borgogna cognome frequente come Conterno o Mascarello nelle Langhe). Viene dal comune più meridionale della Cote de Beaune, dalla vigna Morgeot, quasi più famosa per i rossi che per i bianchi: anzi, solo dopo gli attacchi mortali della fillossera si è cominciato a impiantarvi in quantità uve bianche e più che altro perché lo chiedeva il mercato. Bene: in quel suo ancor giovanile color limone piuttosto tenue, dove ancora trovi accenti verdolini di giovinezza e che ondeggia magro nel tuo calice senza lasciare archetti, trovi una straordinaria energia: tensione e struttura per una beva indiavolata, che quasi nemmeno sospetteresti in uno Chardonnay di 6 anni. Certo, immergendovi il naso nei suoi aromi e’ tutto al posto giusto: non prevaricano, ma son ben presenti, alternando agrumi maturi ma freschi (i limoni, mi ricordo, di Amalfi: enormi, golosi al solo vedersi, con le foglie appuntite, così aromatiche), le susine verdi, tocchi di pesca e di frutta tropicale, accennati appena con grazia infinita (ecco la banana, l’ananasso, il mango); e, com’è tradizione, il vino passa legno piccolo e malolattica, ma le note che ne derivano, di vaniglia e di burro, le troverai solo con la ricerca, ben integrate, nascoste, per lasciar parlare l’uva nella sua splendida nudità, nel declinarsi un poco alla nocciola segnando il principio di un virtuoso invecchiamento. Ed ecco che allora sul palato li ritroverai codesti aromi, ma sarà il suo sorso a conquistarti per l’alta acidità ficcante, per una salinità che parla di terra, quasi a formare la struttura di un vino rosso, per un’intensità concentrata e decisa nel suo essere non muscolare, ma nervosa, per una persistenza, questa si’, lunga e che non si spenge, ma giocata su toni dolci, come a ravvivare un amoroso ricordo. L’ho goduto su un morbido risotto bianco ravvivato da un tocco sottile di maggiorana, ma più ancora su un piatto di delicatezza francescana: patate, carote e cipolla bollite, condite con l’olio extravergine di Poggio Antico, Montalcino. Puoi berlo ora, amico, amica mia; ma se mi dai retta tienine da conto per qualche anno: ha il tempo dalla sua.

Puligny Montrachet Premier Cru Les Folatieres 2008, Jean Luis Chavy, 13,5 gradi.

Che la Borgogna sia patria di grandi bianchi è cosa nota e risaputa: vaddasé che vivrai l’apertura di ogni bottiglia come un’epifania, specie se si tratta di un Premier Cru. Les Folatieres, in quel di  Puligny-Montrachet: poco meno di 18 ettari nella capitale mondiale del vino bianco, se ce n’è una. Qui – ça va sans dire- lo Chardonnay “dominat et imperat”: vitigno internazionale per eccellenza, è l’autoctono di casa, fin dal tempo dei Romani; lo immagini -nello spasmo dell’attesa- il modello perfetto, quasi un David liquido anziché marmoreo. E cavato il  tappo (lunghissimo sughero compatto, e tanto di cappello ai francesi che nella confezione ci san proprio fare), al solo accostar del naso alla bottiglia non puoi che lasciarti scappare un’esclamazione di gioia e piacere, tanto è ampio e complesso l’aroma che ti invade le nari e la mente di soddisfazione. Se lo versi, suvvia: non si resta insensibili a quel paglierino non troppo carico, ma con sfumature da dar quasi sull’oro; però -aspetta- si ferma, di un sol passo, appen prima. Puoi tu resistere ad odorarlo, adorarlo ancora, e piuttosto vibrarlo nel calice, per vederne gli archetti? Fitti sì, ma evanescenti, da vino più magro e scattante che altro.  Sia: non si può attender oltre a tuffarvi il naso, abbandonandosi al piacere, che si fa più intenso con i minuti e con l’ossigeno, in un romantico abbandono. Epperò, qui si istilla il dubbio, se appena un poco di spirito critico sai mantenere. Perché, vedi, senza tanto intorno girarci, è il legno che domina: vaniglia e cocco, dolcissime e meravigliose, ma che si sovrappongono senza ancor trovare vera integrazione ad agrumi freschi e possenti (limone e cedro su tutti, sfumando appena nel chinotto); a frutta tropicale (ananas, sì; banana anche, ma in forma di glorioso, goloso gelato); a orlature di sambuca biancospino; a un certo piccantino di peperoni verdi, più deciso al salir della temperatura; ed, appena, a un che di latteo: burro fresco e più ancora yoghurt. In bocca apre corposo, quasi carnoso, con suplesse nobiliare; continua salato, chiamando altra beva; poi chiude piccante ed altamente acido, solleticando il palato, quasi scherzosamente ribelle, a ribadire la sua originalità; con intensità vibrante di gusto, lunga; ed un retronasale di perfetta rispondenza con le sensazioni precedenti, non fosse per un nonsoché aggiuntivo di candito, che ha il sapore di un ultimo, compiacente regalo; ma senza alcuna pesantezza, stupendo alla luce dei suoi 5 anni. Vino omogeneo, quello no; non è nella rotonda armonia che hai da coglierne il privilegio; anzi, pare a tratti vino a due marce, come certi scattanti ciclomotori Garelli d’antan, con i quali ronzavamo le campagne; caldo e fresco insieme, giovine e vecchio. Eppure, non ne puoi negare il fascino: che nasce dai contrasti, da un’opposizione di forze, da un incrociarsi di linee sghembe in un’unica via di fuga, nella tensione di un equilibrio non mai risolta, ma capace di una sua compiutezza statica; quasi fosse una cattedrale gotica, vivida opponendo vetro e roccia, verticali pinnacoli e le spinte possenti degli archi rampanti. E col tempo, è sicuro, sapranno le pietre assestarsi. Abbinamenti: una trota di fiume cotta nel burro; ed in genere preparazioni dove siano attori il burro stesso e le uova. Poi- perché no? – una cotoletta di pollo e finanche  un cordon bleu. Io, amante del rischio, me ne serbo qualche sorso su una fette sottili come ostia di porchetta cotta a legna.

Beaune Premier Cru Cent Vignes 2007 Albert Morot, 13 gradi.


Nel 1395 un editto proibì in Borgogna la coltivazione dell’uva gamay in favore del più nobile pinot noir e fu l’inizio della fortuna: tutte le attenzioni concentrate su quella sola uva nera e sulla classificazione dei territori a lei più adatti; l’unicità a favorire il commercio.L’Europa si riprendeva allora lentamente dalla strage e dai lutti della peste, la Morte Nera. “Tintinnabula non sano lacrimæ non clamans. Tan nos did eram expectant mortem” (“Le campane non suonavano più e nessuno piangeva. L’unica cosa che si faceva era aspettare la morte”): quasi la metà della popolazione finita a riempire le fosse, forse 25 milioni di persone. La città di Beaune era un luogo di passaggio obbligato da nord a sud, da est a ovest. Mercanti, nobili, faccendieri, pellegrini, studenti, dame e prostitute: la vita riprendeva il suo corso, con fame rabbiosa di piacere, di dimenticare gli incubi, con la consapevolezza che tutto sarebbe stato diverso. “In taberna quando sumus, non curamus quid sit humus”: “quando siamo all’osteria, non ci curiamo se siamo cenere”, e brindisi e gozzoviglie e baci e risa. Questo Cent Vignes di Albert Morot, così gioioso, diretto, spigliato lieve e succoso; vino per trovar calore da un viaggio nel gelido inverno o per ristorar la sete, o per sciogliervi la malinconia, per cercarvi compagni, per brindare all’amore. Perché, se appena aperto e’ appesantito dagli odori dei legni di affinamento, presto se ne libera, come da un’inflessione provinciale cui tu più non badi. Ne amerai il rosso rubino di media intensità, luminoso, che rilascia sul vetro archetti irregolari che subito si sciolgono in gocciole che scorrono veloci come dopo il piacere. L’odorerai, e saran subito tuoi intensi i lamponi, il ribes, le selvatiche fragoline, scorza di mela rossa red delicious ed un che di incenso, di noce moscata e di cannella, di chiodo di garofano, di liquerizia, perfino di tavola ben liscia, oleosa, opra fina d’un falegname, per una volta non spiacendoti, ma regalandoti un senso benvenuto di solidità, di tranquillo approdo ai piaceri e soprattutto al conforto del desco. Soave nel tannino sottile, elegante ma con una punta di piacevole rusticità terragna, leggero di corpo e gustoso, in bocca ti stuzzicherà con un’acidità ben schietta che è come uno scherzo ingenuo o piuttosto una schermaglia amorosa. Vino questo che è femmina, si’, ma spiritosa, arguta, fisico piacente e scattante ma soprattutto sorriso, sguardo brillante. Vino questo per brindare alla vita. Te lo dico sul pollame in tutte le maniere, o su certe formaggette vaccine semi stagionate o a crosta fiorita, delle quali son maestri gli amici francesi.