Un infiltrato alla corte del Brunello: cronaca sentimentale da Benvenuto Brunello 2014.

Preludio: Come l’autore si mette in viaggio verso il prestigioso vino, armato di naso pinocchiesco per meglio degustare; ma invece del Paese dei Balocchi troverà il ventre del Pescecane – l’incontro col suo Virgilio.

Scendere in auto dal nord per andare a Montalcino, se la conosci e hai imparato ad amarla, può assumere i contorni di un viaggio di formazione e più ancora di un pellegrinaggio dell’anima: lasciare la metropoli ancor buia e assonnata nell’alba, calarsi tra le nebbie padane e oltrepadane col mistero del Grande Fiume a far da spartiacque tra i campi e i capannoni; le balze piovose dell’Appennino da valicare, ogni curva dell’Autosole come una penitenza assolta; scivolare lasciando Firenze alla sinistra, accarezzando prima le colline e penetrando poi i boschi chiantigiani; le torri di San Gimignano sentinelle rocciose del tuo passo e il luccichio di Siena ed il verde abbagliante delle Crete come lo vedi solo a febbraio. Poi, lasciata Buonconvento, si comincia a salire. Inizi allora a denudarti della vita di tutti i giorni, del cosiddetto moderno, per farti immagine della natura che ti circonda: diversa da quella estiva che sei abituato a vedere, spoglia invece, essenziale, come smagrita e svuotata dalle fatiche dell’inverno, ma in realtà con un fremito nascosto di vita pronto ad esplodere appena il primo sole di un cielo terso ne porga l’occasione. Grigio, marrone, cobalto e tutte le sfumature di verde sono i colori che ti circondano, e contorni lindi, netti: le pietre, le piante, le zolle, le vigne ischeletrite e torte; e intanto guidi, una svolta dopo l’altra, l’occhio che spazia sempre più in basso e lontano, verso le colline morbide, pezzate di colture, sfumando verso il verde dell’Amiata; e ti prende un misto di tristezza e di gioia nel cuore, che cresce finché la vedi lassù, Montalcino, sdraiata come un gatto al sole, colle sue vecchie pietre; o, piuttosto, ti appare come una Venere? Ecco i campanili, la torre del palazzo e la Fortezza che sfavillano al sole; ecco laggiù la strada per Sant’Angelo e quella per Sant’Antimo; la lunga riga di cipressi scuri che portano al Greppo, col ritmo stesso di una preghiera. E’ la seconda giornata di Benvenuto Brunello 2014, si presentano le nuove annate: lasci l’auto e i bagagli in fretta a Palazzo Saloni e corri le vie selciate che si arrampicano fra le case, che ti guardano mute e dubbiose dall’alto dei loro secoli, per raggiungere in fretta Palazzo Pieri, dove si svolge la manifestazione. Giungi in tempo per vedere la folla che entra la Chiesa di Sant’Agostino, dove si tiene la conferenza stampa, si consegna il Leccio d’oro, si svela la formella dell’annata che si murerà sul Palazzo dei Priori. Poliziotti, telecamere, autorità, volti noti e non. Tralascio: troppa la mia curiosità di assaggiare, di poter finalmente affrontare il vino di Montalcino nelle sue sfaccettature. Ecco che all’ingresso mi attende il mio Virgilio: Luciano Ciolfi sarà il mio lasciapassare e la mia guida; e, invero, molto di più. Ecco sulla sinistra il chiostro elegante della chiesa, superbamente apparecchiato, imbevuto di una luce candida, che sembra -riguardato dallo spiraglio degli stipiti della porta di travertino- un magico ritrovo di fate, principi e saggi: ma sono solo i giornalisti ed i sommelier che li servono con distinzione. Rosso 2012 e 2011, Brunello 2009, Brunello Riserva 2008. Rinuncio anche qui, pur curioso, a dar la caccia alle celebrità della carta stampata e di internet, seppure a qualcosa potrebbe valermi: oggi mi interessa di più conoscere che essere conosciuto, oggi e’ il vino al centro dei miei pensieri. Quanta ingenuità: cambierò ben presto prospettiva nel corso di questa giornata!

Cominciano gli assaggi – perché l’autore non darà i punti (ma forse darà i numeri) – Ode al Sangiovese – la bontà del Rosso – un umile parere sul 2009- quella cert’aria di Borgogna.

Comincio senza indugio con gli assaggi ed alla fine del viaggio ne avrò fatti tanti: ora vi potrei raccontare le mie impressioni sull’annata 2009 o descrivere minuziosamente i singoli vini, attribuendo a ciascuno un punteggio in centesimi perché quello vogliono la moda, il business e la nevrosi contemporanea; ma non sarà così. Chiaramente, un’idea me la sono creata, ma lascio ai professionisti quell’esercizio: non ho l’autorità e l’esperienza per dare giudizi tranchant su un essere mutevole come il vino, con assaggi giocoforza affrettati e effettuati in piedi; poi, c’è dell’altro oltre la degustazione, che si svelerà sempre più di ora in ora, e che più mi preme raccontare. Anzitutto: sangiovese nel bicchiere, gioiosamente ritrovato in maniera diffusa nei suoi colori scarichi, nel rubino più o meno tendente al granato, nella leggiadria che lo contraddistingue e che riesce oggi compiutamente ad emergere grazie al lavoro serio di tanti produttori anche in annate calde come la 2011 e la 2012 (che bevibilita’ gustosa i rossi, altro che DOC di ricaduta! Qui c’è straordinaria qualità e versatilità a prezzi convenientissimi); che nella stessa annata 2009 sa affiancare a vini potenti, ancora scontrosi e sicuramente longevi, altri elegantissimi, con la freschezza da vini di montagna, ed altri ancora (son forse la maggioranza) profumati, rotondi, forti ma godibilissimi fin d’ora: tanta e’ la sua capacità di leggere il territorio, la sua sensibilità da poeta nell’ascoltare il vento, nel far l’amore col sole. Al punto che in testa mi ricorreva sempre il pensiero del Pinot Noir e della Borgogna, dei Gran Cru e dei Premier Cru, dei Clos e dei Domaine, anche se alcuni vini ilcinesi mi potevano piuttosto quasi richiamare certi evoluti Rioja o luminosi Ribera del Duero, con il loro tempranillo; e dico che potresti passare la vita a bere Brunello di Montalcino e a perderti nelle singole individualità che il paesaggio e le mani dell’uomo riescono a esprimere. Ma poi, evocare certi confronti che cosa conta? La personalità’ dei vini di Montalcino e’ unica al mondo ed il loro livello medio veramente alto. Vogliamo cercare il pelo nell’uovo? Allora forse ho avuto l’impressione che l’annata 2009 abbia dato vita a vini talvolta non ricchissimi di struttura: di acidità in particolare, ma anche di tannino, qui e la’ con qualche sbuffo d’alcool che finisce col comprimere un po’ la loro complessità, mortificandola. Tuttava, se questo profilo e’ magari all’origine di alcuni vini che sembrano un po’ evoluti, lo è certamente invece anche di tanti altri ben aggraziati e già godibilissimi: forse non sfideranno i decenni, ma a berli presto doneranno piacere.
L’autore armato di naso pinocchiesco sorseggia sotto lo sguardo dei produttori, ma non dirà bugie – passerella d’onore – Le mille anime del Brunello- Se tenori e soprani valgono meno di un canto corale – Tutti i volti in un bicchiere.

Percio’, come non dimenticare del tutto queste piccole ombre del quadro generale dell’annata e non pensare al pinot noir e alla Borgogna affascinati di fronte ai vini di Gianni Brunelli – Le Chiuse di sotto? Anzi, io dico per leggiadria e profumi e finezza di dettaglio: Chambolle Musigny! Che bontà beverina il Rosso 2012 così ricco di frutto e tanto diverso dal più minerale 2011, e che potenza e grazia la Riserva 2007. Certo bocca e spessore sono latinissimi, anzi toscani: diamine, sangiovese! Com’e’ bello poi, e istruttivo, sentirne parlare la signora Vacca Brunelli, coglierne le peculiarità dalle sue labbra. E su un registro simile trovare poi Tenuta di Sesta: meno giocati sulle sottigliezze forse, ma più salini, col Brunello 2009 intenso e compatto, minerale e con la lucentezza di una lama. E poi, come scorrendo quadri da una esposizione, cambiare completamente stile con i vini di SanLorenzo, ricchi come dipinti a olio secenteschi: se prima avevamo Chambolle Musigny, qui allora abbiamo Vougeot; e come si arricchiranno col tempo, diventando ancor più balsamici, odorosi di cera, di essenze e d’incensi, se il Rosso 2011 (una presentazione ritardata) e’ già così cambiato da quest’estate quando l’assaggiai in cantina; ed al frutto maturo, finanche all’uvetta sultanina, aggiunge ora in armonia note terrose e di olive nere. Il Brunello 2009: ancora più intenso, armonioso, vellutato, energico. Sembra incredibile che vini così monumentali e caldi come un abbraccio possano mantenere non solo equilibrio, ma anche una scorta di benvenuta freschezza. Passare poi ai vini della Fattoria dei Barbi e’ ricercare il contrasto tra un produttore piccolo e giovane ed un’azienda secolare, capace di centinaia di migliaia di bottiglie; eppure, un filo conduttore si ritrova nella cura artigiana e nel profilo autentico che ancora innervano queste bottiglie. Però qui decisamente si vira all’affresco storico: sono vini lenti, spaziosi, disegnati a grandi campate, anche un po’ austeri, ma dal passo sicuro, dal nitido senso di direzione. Buoni il Brunello 2009 etichetta blu (classicissimo, granato, tannico, fine e polposo, serio; 200.000 bottiglie, non un gioco) ed il Brunello Vigna del Fiore ( più morbido e femminile), ma di fronte all’equilibrio, alla lunghezza ed alla forza classica del Brunello Riserva 2007 ci si può solo levare il cappello: acidità, struttura tannica, aromi terziari terrosi e animali che già ne svelano l’eccezionale profondità che gli regaleranno gli anni. Dalla pittura alla scultura: assaggio i vini di Poggio Antico e penso ad un artista moderno che ami modellare diversi materiali: la terracotta per il Rosso 2012, in forme solari, rotonde, morbide, ariose; il marmo carrarese per il Brunello Altero, scolpito in una figura monumentale, vigorosa, nerboruta: che potenza questo vino, che struttura tannica! Una garanzia di longevità. Strano non l’abbia trovato evidenziato nelle note di degustazione di molti professionisti questo aspetto, mi consolo però che subito lo abbia notato un tecnico di primissimo piano. Ed io che lo immaginavo vino accomodante…somaro che ero. Col loro Brunello 2009, invece, siamo di fronte al lavoro di bulino di un orafo, tanto e’ ricco di dettagli preziosi, tanto fine e’ la trama tannica e strutturale, i sottili rimandi aromatici: perfettamente definito e godibile ora, rotondo, e, come l’oro, tanto malleabile quanto incorruttibile. Su un registro simile di misuratissima e sorvegliata modernità i vini di Collemattoni: fruttati e croccanti, piacevolissimi eppure profondi, ho trovato in loro un che di internazionale non sgradevole, seppur non del tutto nelle mie corde, come una certa, se così posso dire, patinatura lucente ma per nulla prevaricante di legni che ricorda in sedicesimo la maniera bordolese, ed un residuo zuccherino un po’ più alto della media; ma siccome mantengono evidente l’appartenenza ilcinese ed un’energia verace, a molti potranno piacere ed anch’io li potrei favorire talvolta, a seconda del mio umore. Con Pietroso, invece, rientriamo nell’alveo della grande tradizione: vini dal disegno antico, che giocano sul filo di una controllata evoluzione; declinata in affascinanti leggerezze e trasparenze anche visive nel caso del Rosso, mentre il Brunello e’ più ampiamente strutturato, potente, affascinante: non cercarvi qui quel frutto in primo piano dei vini moderni e internazionali, perché anzitutto qui avrai un tuffo negli umori dei boschi e delle macchie agostane, quando il timo, l’origano, la menta selvatica invadono l’immobilità silente dell’aria pomeridiana; e tu potresti perderti nel folto di quegli aromi, nella loro oscurità misteriosa solcata da quelle lame di luce che sono le note più fruttate e giovani, sottostanti ma ben presenti. Vino di splendida e rifinita fattura, emblematico di un certo stile di Brunello. Parlando di stile e di classicità mi sento di fare un nome, Lisini: impressionante come dal Rosso ai vini più impegnativi il disegno fondamentale – direi “l’impianto”- resti il medesimo, con una sorta di caldo e signorile velluto apposto come firma e sigillo su tutti; ma via via ogni vino aggiunge una quota di complessità e profondità. Naturalmente le vette di questa scalata sono il Brunello Ugolaia 2008 ed il Brunello Riserva 2008: il primo bilanciatissimo, in mirabile avvolgente equilibrio, con una controllata sensualità nascosta e pertanto ancor più fremente; ma la Riserva, pura, potente, imperiosa e solida di tannino e acidità come una colonna dorica, e’ vino da eroi e indimenticabile. Mocali e’ un’altra azienda di dimensioni importanti nel panorama ilcinese ed anche qui il Brunello 2009 ha un profilo piacevolmente antico, grande, struggente come una Madonna di Duccio: salino, acido, complesso, sembra far vibrare i suoi aromi e la sua struttura nella luce di un fondo d’oro medievale; che grande Brunello! Ed è un po’ la quadratura del cerchio, tra un Rosso 2012 diretto, succoso ed energico e il Brunello Vigna delle Raunate 2009 che, pur buonissimo e più polposo, perde un po’ in freschezza al confronto: ma qui, a questi livelli, e’ più una questione di gusto personale e di occasione: magari lo privilegerai per un amoroso conversare nella penombra odorosa di un camino acceso. Il terzo pannello di un ideale polittico di aziende simili per dimensioni lo compongo con Mastrojanni; e mi piace aggiungervela perché così, pur nell’aderenza ad uno stile che mi sentirei di definire classico, ogni firma porta una sua peculiarità. I Brunello di Mastrojanni mi sembrano i più costruiti per limatura di spigoli di questa triade e fors’anche i più pronti, con la selezione Vigna Loreto decisamente dotata di una marcia in più per spessore tra gli altri di questa cantina. Passando al banco di Le Chiuse ritroviamo una azienda piccola nei numeri (22.000 bottiglie tra Rosso e Brunello annata), ma grande nei risultati. E’ noto che dai terreni de Le Chiuse, che si trovano nel quadrante nordest del territorio di Montalcino, Biondi Santi ricavava le uve per le riserve; e qualcosa dello stile Biondi Santi, a mio avviso, ancora in questi vini si ritrova. Grande classicità, calore alcolico, un carattere ferroso e grafitico che oggi risalta all’olfatto e al palato in maniera educata, ma ferma, e che lo rende personalissimo. Di struttura poderosa, e’ compattissimo e resistente come un’armatura pronta a sfidare gli assalti del tempo; e proprio di tempo avrà bisogno, per intaccare quell’austerità apparentemente distaccata, rendendola più comunicativa e avvolgente. Sorprenditi, se puoi, accostando questi vini a quelli dell’ancora più piccola Le Macioche: siamo qui a sud est di Montalcino, in direzione di Sant’Antimo, dove i paesaggi si fanno più morbidi e la luce conosce gradazioni diverse, più mediterranee. Vini anche qui diremmo classici, se non addirittura vecchio stile, con quei loro colori aranciati, ma certamente più aperti e comunicativi. Il Rosso 2011 e’ un’uscita ritardata e si capisce il perché: ha una struttura da Brunello, altro che storie; e se pur non ancora del tutto a fuoco nei profumi, pure sono cangianti, non banali ed intrigano. Con queste premesse, il Brunello 2009 non scherza davvero: ancor più giocato sul filo dell’evoluzione, ancor più aranciato, e’ caldo ed energico in bocca, forte di alcol e di tannino, grintoso, ma sa blandirti come una tentatrice con il fascino dai mille tentacoli di una aromaticità peculiare, dove spiccano a momenti accordi vegetali, ma dove in realtà trovi di tutto, ogni registro che può offrire all’olfatto un vino. A questo punto, fossi stato tra le vigne e non nel candido tendone a Palazzo Pieri, avrei preso l’auto, avrei guidato fino al paese per arrivare da Tiezzi e li’ la freccia di un cupido mi avrebbe colto al cuore. Perché se buoni e tipici e tradizionalissimi sono il Brunello 2009 e il Rosso 2012 che i Tiezzi ricavano dai poderi Cerrino e Cigaleta, il Brunello Vigna Soccorso e’ un’altra storia: la sua storia, e com’è bella a farsela raccontare dalla bocca e dagli occhi di chi quella terra e quelle piante vive ogni giorno. La Vigna Soccorso e’ un Cru antichissimo ilcinese, posto appena fuori il paese proprio sotto la chiesa della Madonna del Soccorso, che dava vini premiati già a fine Ottocento perfino a Bordeaux: li produceva il professor Paccagnini. Quando lo presero in mano i Tiezzi era un podere in abbandono e vi reimpiantarono il sangiovese alla maniera antica: allevato a alberello. Vuoi l’estetica, vuoi la nostalgia, il puro gusto di crearsi una sorta di giardino di pampini: fatto sta che quelle viti, a oltre 500 metri d’altezza, in quell’anfiteatro breve orientato a sud ovest danno un vino di eleganza assoluta, diritto, lunghissimo, una delizia in abito da sera. Inutile parlare di tannini, di acidità…basti dire che c’è tutto quel che serve per creare un vino commovente, indimenticabile, longevo; un sangiovese d’altura che ha punti di contatto con i migliori esempi della Rufina e del Chianti Classico, ma che ha in se’ la luce e il vento inconfondibili di Montalcino. Questo il Brunello Vigna Soccorso 2009. Ma se vi dico che ho assaggiato anche la Riserva 2008 del Vigna Soccorso? Solo 860 bottiglie, ma di bellezza abbagliante: come trovarsi nel candore della neve un giorno di sole col vento fresco che ti sussurra intorno “Kyrie”, l’incipit della Missa Solemnis di Beethoven. Altro tuffo nella storia con i vini de Il Paradiso di Manfredi. Vini di fascino antico, caratteriali, financo un po’ scomposti, ma complessi e cangianti: mutano nel bicchiere di momento in momento, tra velature e lampi aromatici. Il Rosso 2012 e’ evidentemente ancora molto giovane, perfino un po’ verde, con ricordi olfattivi di succo di pomodoro. Cambia l’annata col Brunello 2009 e cambia completamente anche il vino, qui complessissimo, ricco di forza motrice, autunnale per gli aromi di terra e di bosco, instabili e mutevoli: un gigante di tormento ed estasi, che meriterebbe un assaggio più calmo e meditato, nell’intimità domestica, lontano dal frastuono della manifestazione. Vini magari non per tutti e certamente bisognosi di tempo, per farci all’amore. Assaggiando a seguire i rossi de Le Potazzine e’ come passare dall’ombra alla luce: qui finezza e profondità si fondono in una solarità diffusa e lieve, carezzevole e vivida; la gentilezza dell’estrazione tannica, matura e rotonda; l’acidità vivida ma educata. Altro gioco di contrasti, che oppone voci e verità diverse: finezza e godibilita’, che nei vini di Luca Brunelli trovano la via della leggerezza, del dissetare, quasi accompagnandoti in un’estate ideale, con una cura meticolosa, studiata ed aggiornata, e che nei vini di Fattoi, invece, trovano la rotta dell’equilibrio tra freschezza e forza, tra polposita’ e complessità strutturale ed aromatica, con un’impronta artigianale che può risultare in un residuo zuccherino appena un po’ più alto della norma, ma che non spiace e ci sta tutto. Il Brunello Riserva 2008, poi, ha un fiato così grande da evocare l’ampiezza marina ed ha un che all’olfatto, appunto, da ricordare la voce del mare. Un simile fare artigiano lo puoi felicemente ritrovare nei vini de il Colle della vignaiola Caterina Carli: non sono questi di quelli che intimidiscono, ma hanno la stessa accoglienza schietta e sincera di una vecchia cucina dopo un lungo viaggio, con due chiacchiere amiche che accompagnano una fetta di pane. Se al naso il Rosso 2012 non e’ pulitissimo, tuttavia è vivido, giocato sia su aromi fruttati che su più ricercate note animali, con una bocca energica e calda, pure se l’alcol è tenuto ben domo: e’ più che altro un tratto del suo carattere vero. Anche il Brunello 2009, vedi, e’ come una persona: devi saperlo prendere, attendere, capire. Se ci tuffi il naso, questo si’ lo trovi pulito e fine e complesso, lui già ti esprime un’anima calda e appassionata. Pero’ in bocca sulle prime ti sembra vuoto; mentre invece è solo lento: perché poi esplode lasciando nel ricordo una lunga traccia di se’, una eleganza un po’ timida da scoprire con calma sotto la scorza. E’ un vino di carattere, che bisogna ascoltare per saperlo amare. Una grazia spigliata, diretta e solare abbonda invece nei vini de La Gerla, forse i più immediati e gioiosi che mi sia dato assaggiare alla manifestazione, sonori e squillanti come il riso dell’amante, luminosi come una giornata al mare quando la sabbia imbianca sotto il solleone. In questo senso soprattutto il Rosso 2012 si fa apprezzare: ha la bellezza di un cielo azzurro e ti vien voglia di berne a litri; ma anche la Riserva “gli Angeli” intriga, perché sa aggiungere nel suo profilo aromatico una tridimensionalità di note carne (“meaty"dicono proprio gli inglesi) ed ematiche affascinante per il contrasto con l’esuberanza di freschi frutti rossi che sprigiona. Una simile abbondanza di frutto si trova nei vini de il Marroneto, ma la caratteristica che più risalta in questi vini e’ la signorile eleganza, una pienezza di forme che resta incanalata nelle misurata e felice disciplina di una classica compostezza. C’è gran stoffa qui e tanta forza di sole, vento e luce, ma equilibrata nelle geometrie perfette di un diamante. E se il Rosso 2011 sfora appena un poco per l’alcolicità, sono splendidi i due Brunello 2009: non si sa se preferire magari la selezione "Madonna delle Grazie”, tanto sono buoni, sontuosi entrambi, veri vini da giorno di festa, con persistenze lunghissime, con una ricchezza cristallina. Anche Lambardi si trova sul versante nord di Montalcino, nella zona di Canalicchio, in po’ più ad est de Le Chiuse. Ne ho sempre apprezzato lo stile longilineo, un po’ austero, tannico, più nobilmente ritroso che compiacente. Ritrovo qui tutte quelle caratteristiche, inclusa l’abbondanza tannica che manca in alcuni Brunello del 2009; ma se mi sembra questa volta ed in questo momento il Brunello di Lambardi un po’ alcolico ed evoluto (oh diamine: si può davvero dire però in un assaggio al volo e in piedi, con tanta gente intorno e le temperature dei vini che salgono?) il Rosso 2012 mi pare riuscitissimo, fine e capace di coniugare con una grazia da equilibrista la giovinezza floreale e di frutta rossa fresca con umori più scuri e animali, perfettamente fusi, e la grazia di una ballerina col tutù alla forza dinamica di una pattinatrice: solo 6.666 bottiglie ottime, convenienti e da non farsi scappare, che a tavola – ne son certo – regaleranno per anni belle soddisfazioni. In questo viaggio ideale per il territorio di Montalcino ritorniamo a sud: immaginiamo di volare sopra la Fortezza e di scendere dalla parte del Greppo, superando il complesso dei Barbi per planare tra i morbidi poggi che guardano l’abbazia di Sant’Antimo e Castelnuovo dell’Abate, per posarci come rondini su una terrazza esposta a mezzogiorno, sul dorso di una ripida schiena d’asino: Poggio di Sotto. Uno stile unico, per certi versi più arcaico che classico, come il sorriso enigmatico di certe divinità etrusche, immobile ombra di una felicità imperturbabile e fissa nell’eternità. Colori aranciati, evoluzioni e caratteri ossidativi evidenti, ma alla fine vini ricchissimi e impalpabili, che sembrano nulla e invece sono di una complessità’ che stordisce. Gustosissimo il Rosso 2011, mentre ha fatto discutere il Brunello 2009, forse l’ultimo al cui taglio abbia messo mano Giulio Gambelli – ne basti il nome: qualcuno vi ha ravvisato troppa acidità totale e troppa acidità volatile. Umilmente, per conto mio, annoterei che la volatile qui non è certo più alta che in una qualunque annata di Chateau Musar e persino di Barolo Monfortino, e che la totale, si’ vivida, e’ una garanzia di durata e di vittoria nella lunga corsa del tempo; ecco, forse l’ho trovato un po’ meno saldo e complesso che in altre annate, ma -amico che paziente mi leggi- vi punterei sopra i miei quattro talleri d’argento. Che non si può discutere, invece, e’ l’impressionante Brunello Riserva 2008: in bocca ha lo stesso peso di un aquilone di carta eppure ti senti avvolto e immerso in una miriade di sensazioni come se tu alzassi gli occhi alla volta della Sistina. Ti pare caldo e importante e evoluto, ma un attimo dopo pensi di sbagliare e ti sembra fresco, giovanile; la potenza tannica si dimentica subito affascinati dalla trama fine che nemmeno una ragna fatata nelle fiabe amiatine potrebbe filare. E ci senti concentrata la terra, le stagioni, le nubi, il respiro del vulcano spento. Sono stato un pessimo degustatore di fronte a questo vino: non l’ho saputo sputare, non ci son riuscito; semplicemente e’ finito e ne avrei voluto ancora e ancora, avrei vuotato la bottiglia; nessun altro vino in quei due giorni di assaggi mi ha provocato la stessa reazione, nemmeno il Rosso più beverino. Ahimè: i vini assaggiati dopo, li’ per li’ mi sembravano tutti poco aggraziati! Ecco perciò doverosa una fermata, prima di assaggiare i frutti del lavoro de Le Ragnaie. Ecco che qui, di nuovo, l’idea della Borgogna mi si riaffaccia alla mente, tanta è la complessità aromatica che riescono a esprimere questi vini, la sontuosa fragranza che offrono al palato, la capacità che hanno di leggere il territorio. Eccellenti sia il Brunello 2009 che la selezione Vecchie Vigne di pari annata, quest’ultima con ancora una marcia in più. E se li ho trovati un capello meno felicemente bilanciati che in altre occasioni, la colpa e’ tutta di quell’ineffabile Riserva di Poggio di Sotto assaggiata pochi attimi prima: pertanto, ancor più bramo riassaggiarli presto e gustarne appieno il loro valore. Incredibile la profondità aerea dei vini di Sesti ed in particolare della Riserva Phenomena: ma, ahimè, e’ stato un assaggio ormai rubato negli ultimi scampoli di tempo e -mea culpa- non so testimoniarvelo col dettaglio alato che merita. Ultimo, invece, vi racconto il vino di Salvioni; lo faccio apposta: in realtà l’ho assaggiato a metà del mio viaggio sentimentale tra i produttori ed alla fine di esso, due volte, per capirlo meglio. E’ stato giusto così: non perché sia un vino difficile, tutt’altro, ma per quanto sa essere sfaccettato. Come mi ha detto un produttore, in modo toscanissimo:“E’ tanta roba!”. Sembra che non ci sia niente tanto e’ impalpabile, eppure e’ pieno di sapore. E’ complesso, potentemente strutturato di acidità e tannino, ma senza peso e perfino giovanile: un vino sospeso nel presente, con una memoria del passato e lo sguardo teso sul futuro. E’ il migliore? Non lo so dire, ma questo Brunello 2009 di una azienda piccola e artigiana ha la magia speciale di racchiudere in se’ un pochino di tutti gli stili di Montalcino, una porziuncola di tutte le sue vigne e dei suoi cieli. Riguardo il suo rubino appena aranciato nel calice ed è come se sulla superficie rivedessi riunite in una fonte magica le immagini dei volti e delle mani dei vignaioli di questa terra meravigliosa, sfumando una nell’altra; ed anche quelle di chi aggiusta le macchine agricole, di chi cura l’amministrazione, di chi tira moccoli caricando i bancali da spedire oltreoceano; delle madri che curano i figli mentre i mariti sono in cantina o a cena coi clienti, e perfino dei vigili che fanno un cenno ai turisti con un sorriso gentile. Un inno alle tante anime di quella comunità splendida che è Montalcino.

Scende la sera – l’autore ripone il naso pinocchiesco e medita su quel che resta del giorno – ciò che conta davvero – la comunità e’ il territorio.

Si svuotano gli spazi ricavati tra Palazzo Pieri e il convento di Sant’Agostino, i banchetti vengono abbandonati. Le tovaglie che al mattino erano candide sono ora maculate di vermiglio, mentre le bottiglie vuote si allineano nel silenzio lunghe e strette come ombre della sera. Si spengono i rumori alle ultime luci del giorno, si smorza il vociare sulla coda degli ultimi saluti. Montalcino riconquista la sua quiete nell’aria purissima di un tramonto invernale, che trascolorera’ dolcemente nel crepuscolo. Tra poco sorgeranno le stelle, sigleranno vibrando il firmamento, bisbigliando un canto silenzioso; veglieranno ancora una volta sulle vigne e sul riposo degli uomini, mentre la terra leverà i suoi umori che accarezzeranno le nari di chi scivola nel sonno. C’è ancora tempo, prima di coricarsi, per una passeggiata nelle vie, col vento che asciuga l’aria e la temperatura che scende: e tu ripensi ai tuoi pur blandi studi e agli effetti del clima sulla vite. Per la prima volta vedo Montalcino nel buio della notte, coi lampioni che rimandano una luce gialla che potrebbe essere quella del 1955 o del 1898, e l’oggi sfuma in una dimensione senza tempo. Non sono solo: il mio Virgilio ilcinese guida la piccola nostra brigata composita e cosmopolita verso i luoghi della vita serale: l’Osticcio, Le Logge, la Fiaschetteria Italiana con i suoi spazi storici e bellissimi, che sarà il nostro approdo per l’aperitivo. Per una volta non baderò tanto al vino, pur buono, un millesimato di Bellavista – preferisco godermi la compagnia; conoscerne meglio le storie, le vite, gli amori. Poi la cena a Le Potazzine. Luciano condivide con noi una bottiglia del suo Brunello Bramante Riserva 2007: e con essa è come star seduti attorno a un focolare acceso. Uno scambio di battute con Davide Bonucci; l’ospitalità istintiva di Gigliola Giannetti. Ecco che mentre si affaccia la stanchezza tiri le righe di quel che resta del giorno, oltre e più importante degli assaggi: e’ l’essersi sentiti parte della Comunità di Montalcino, accolto con riguardo e semplicità; l’aver parlato con i vignaioli, averne intuite le gioie, le speranze , le titubanze, le fatiche. Strano piccolo magico universo Montalcino, che attorno al Brunello ha saputo negli anni radunare chi qui è nato ma anche tanti forestieri: italiani del nord, del sud, milanesi, romani, trentini, piemontesi; e stranieri: tedeschi, olandesi, inglesi, americani. Tutti accolti, tutti uguali, tutti una stessa comunità, purché disposti a partecipare a quelle leggi non scritte di rispetto reciproco e di tolleranza che la terra porta con se’ da millenni. Ed allora sarà più facile, molto più facile, sentir qui parlar bene del vino del vicino, piuttosto che denigrarlo: anzi, questa e’ una colpa che non si accetta. C’è anche lo spazio e il piacere di ospitare chi a vario titolo e’ di passaggio: giornalista, collega vignaiolo, tecnico del vino, o semplice testimone come chi scrive queste note. In fondo siamo tutti un po’ pellegrini come ai tempi della Francigena e sembra quasi di rivivere un po’ dell’emozione che si è trovata nelle pagine de “Il vino fa le gambe belle”.
Tutti qui riuniti, miracolosamente senza barriere.
Ecco allora che nella memoria resterà la bellezza nuda delle vigne spoglie, di quelle viti allevate quasi tutte a cordone speronato, che mai avevi letto con tanta chiarezza. Resterà il silenzioso crepuscolo sull’aia di SanLorenzo, l’aria mossa appena dalla brezza della sera; l’orizzonte solenne dove spaziare l’occhio e poi guardarsi intorno e sentirsi un po’ a casa. Resterà – vaddase’- l’amicizia con Luciano Ciolfi; la degustazione silenziosa sotto lo sguardo rispettoso di Raffaella Guidi Federzoni; la vigorosa stretta di mano di Alberto Montefiori; l’orgoglio di Gianni Pignattai quando versa i suoi vini; la dolcezza delle donne delle Potazzine; i movimenti lenti e la voce antica, emozionante, di Florio Guerrini e la signorilità semplice, riservata, felpata di Carlo Lisini (tanto simili entrambi ai loro vini); gli occhi di Monica Tiezzi che brillano parlando della Vigna Soccorso; la schiettezza di Leonardo Fattoi; la passione di Lucia Nannetti; l’entusiasmo di Riccardo Campinoti; il sorriso di Lorenzo Magnelli; la profonda conoscenza di Maria Laura Brunelli; la timida serenità dei Lambardi; la passione di Chiara Antoni, che vive con l’anima i vini dell’azienda per la quale lavora; la fisicità esuberante di Giulio Salvioni e la concretezza della figlia Alessia. Resteranno la visione internazionale e “zen"dei giudizi di Giampaolo Paglia; le chiacchiere senza filtri e naturali con Paolo Salvi sul valore dell’umiltà; l’amore per la sua Sicilia di Manuela Laiacona; e tanti altri volti e sguardi che a nomi non so più abbinare. Questo però, per me, e’ da oggi il significato di territorio se parlo di Montalcino.

Epilogo

E’ notte fonda ormai. Ci sarà tempo domani per gli ultimi saluti; tempo per un lento arrivederci, spaziando in un giorno immacolato di sole lo sguardo sui campi e sui filari che attendono il rinnovarsi della primavera, per la prima volta da Sant’Angelo in Colle; tempo per un fugace ritorno a Sant’Antimo, per cullarsi ancora una volta nella forma delle pietre, con chi per me e’ importante. Addio Montalcino, fino alla prossima volta, addio alla tua gente. Mi attende il ritorno tra le piogge d’Inghilterra.

Chianti Classico Riserva Poggio ai Mori 2008, San Donatino, 14 gradi.

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31/3/2013.  Il primo pensiero e’ -scusami amico, amica che mi leggi, per il rozzo termine- di aver compiuto un infanticidio: perche’ apertolo e’ ancora tanto giovanile il suo colore, tanto ritroso il suo aroma al naso. E sia: c’e’ tempo per l’attesa, 18 ore ci separano dal desinare di Pasqua cui l’ho destinato. E a lui a tempo debito ritorno: al suo fulgido rubino, appena un po’ cupo,  ai suoi riflessi di selva, al suo ondeggiare composto e armonioso nel bicchiere. Ancora hai, netta e nitida, la sensazione di un vino giovane che adagio percorre il lungo viale della sua educazione, dell’affinamento. Eppure e’ una Riserva, eppure e’ un 2008: a 5 anni altri vini son gia’ maturi. Ma qui, se non si nasconde il cabernet (che certo anche lei non e’ uva di precoce evoluzione e qua si dichiara  discreta e sfumata, con note -ad esempio- di peperone), e’ il sangiovese che canta, e’ il territorio di Castellina -forza e finezza  come un canto di grilli alla mietitura – in questo vino  di ascendenza ancora gambelliana (e ricerca, e leggi, amico amica mia, chi fosse il grande Giulio). Poi, se al naso deve ancora del tutto aprirsi – ma fermati ed ascoltalo, perche’ gia’ ha minutissime sfumature, radiosi dettagli d’oreficeria- e’ alla bocca che la sua immensa classe esplode: la sua fermezza, salda come roccia, come le gambe di un saggio guerriero: il sapore intenso di ciliegie, di fiori, di pomodori maturi, la sua acidita’ decisa come il dito di un condottiero che indichi il sole, i tannini complessi e forti come alberi di un bosco, la lunghezza irradiante e lirica, che ti entra nell’anima. Tutto si fonde in un disegno ordinato, complesso e semplice ad un tempo, rinascimentale, avvolto in un velo di nobile eleganza. Attendilo ancora, fino a 24, 36, 48 ore, seguendone l’evoluzione verso aromi piu’ scuri, profondi, terziari, in un crescendo tridimensionale, fino ai sapori dei tabacchi, dei minerali, della polvere pirica. Sempre dolce in bocca, sempre vivo di frutto, sempre pieno di corpo, ma ad un tempo sempre fresco, sempre snello, sempre verticale. E pazienza se qualcosa – un’idea davvero – dei legni d’affinamento si risente nelle prime ore, nel primo svelarsi nel bicchiere: sa intrigare e affascinare anch’essa, come un segno adolescenziale. Godilo ora -amico, amica che mi leggi- come io ne ho goduto, su una pernice ripiena, matrimonio d’amore, anche se lo sai vino non ancora compiuto. O meglio aspettalo 5, 10, forse anche 20 anni.

per saperne di più: http://www.sandonatino.com/content/Presentation-generale/presentation_generaleFR.php

Maremma Toscana Ciliegiolo Principio 2012 , Antonio Camillo, 14°

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Poggio Argentiera può quasi apparirti -lì per lì, stando alla guida- azienda anonima; così com’è a due passi dall’Aurelia, dove sfrecciano le auto: poco più di una viottola la separa dal gran nastro d’asfalto. Eppure, giuntovi, sei già in un mondo diverso: se fuori vedi qualche tino in acciaio inox, sarà la voce delle colline che danzano lì intorno a parlarti la lor lingua vera. Giampaolo Paglia e Antonio Camillo: ecco il nome dei padri di questo vino, anche se è Antonio – dice Giampaolo – l’uomo del ciliegiolo. Che importa: quanti grandi della storia hanno avuto incerto il padre putativo? Ma qui c’è lui, il vino, ed ogni discorso cade appena lo versi nel tuo calice, appena ne godi di piacere visivo la tinta rubina trasparentissima, d’ immaginifica capacità riflettente e di infiniti riflessi, smpre sul punto di farsi purpurea, per un che di violaceo, ed insieme proiettandosi in una profondità cardinalizia; già qui svelando quell’apparente contraddizione che è linfa, anima ed enigma di questo vino. Perché sì: ne leggi in etichetta i 14 gradi, ma non li trovi sul tuo vetro: il liquore non forma gòcciole – quelle lacrime che son così spesso di piacere, in archetti raccolte; piuttosto si ritrae a macchia di leopardo, come ricordo vidi fare a vini di ben altra minuta struttura, in epoche dove ancora il contadino fermentava nel tinetto aperto di castagno, nel freddo dell’autunno che si inoltrava (erano le mani nodose e tremanti del mio nonno adorato). Ed ecco la sorpresa, per lo svelarsi all’olfatto così invero nitido ed intenso di ciliegia – e certo non a caso: ma con una veemenza quasi carnale. E sicuro vi hai un tripudiare di frutta rossa in successione, a comporre la parata: amarene, prugne; ma pure dell’altro – a sfatarne la presunta semplicità, minandola alle basi, come in un’accorto gioco di specchi-intriganti rimandi che l’ allontanano dall’impressione di un vino legato al solo frutto, ad una sola dimensione: perché se hai,mediterranea e selvatica, la mora di rovo (chiudo gli occhi e rammento quando il mio babbo mi portava a coglierle calde d’agosto all’Elba sui promontori che cingono Lacona), vi hai pure una rosa lasciata appassire all’ombra rustica di un loggiato; vi trovi ancora un fare muschioso, di bosco, fungino;ed infine ematico, per un preludiare notturno a spiragli di evoluzioni future, sicure sul medio termine; ed un che di spezia, sottile ma deciso: pepe nero è. Sul palato attacca dolce e grintoso, con tannino finissimo ma verde, prolungandosi idealmente ad un’acidità rinfrescante e vivissima (stupisce, per quanto fu caldo il 2012), che mimetizza il corpo pur abbondante del vino in una sinuosa occhiata ammaliatrice: un po’ sguardo di brigante assassino, un po’ di femmina ingenuamente ammiccante. Ché, fosse donna, giovane com’è, sarebbe quella ragazza carina e naturale, dal riccio scuro sempre un po’ ribelle, ma affascinante e prosperosa come una dea delle messi. Ed ancora lo trovi ben più lungo di quel che ti disporrebbe ad attendere la sua pretesa leggerezza; e saporitissimo, secondo un binario che alla frutta contrappone una mineralità filante, ferrosa, luminosamente piritica; fino ad un chiudersi svanendo un po’ piccante,  come già più volte ho sentito nei vini di quella fascia assolata che si stende – nel tempo remota e nello spazio- tra Orbetello e Pitigliano. Terra etrusca, terra da cui origina il Ciliegiolo; che ha, dicon gli studiosi, una parentela col sangiovese: di padre e figlio. E’ il figlio il cilegiolo, con quel che di eterno sbarazzino, da consumarsi non nel raccoglimento pensoso di una mensa, ma in una chiassosa cena tra amici all’aperto? In una sera di fine estate tra butteri, premio per le fatiche dell’aggiogare bestie ribelli? O piuttosto padre, antenato: più semplice, primordiale, quasi figlio primigenio di un Bacco spensierto e danzante, quasi belluino? Certo è maremmano: prepotente come un puledro bizzoso ed indomabile, ma di razza; diretto e senza fronzoli come un’invettiva; consolatorio, nella sua bellezza abbagliante e malinconica insieme, come la vecchia canzone: “Ma a me mi pare una Maremma amara./ L’uccello che ci va perde la penna/ Io c’ho perduto una persona cara.” Io l’ho gustato felicemente con una sapida  zuppa di farro e lenticchie – abbinamento non facile invero; e sul formaggio e sul salame. Con sforzo un po’ ne ho tenuto per l’indomani: pel mallegato.  Sarà questo benedetto vinaccio maremmano che quasi mi fa dir bestemmie: ma vi lascio certi ombrosi vini di Borgogna, certi spocchiosi Chateau di Bordeaux, per questo schietto solare ciliegiolo!

Per saperne di più: http://www.poggioargentiera.com/commenti-ai-vini/i-vostri-commenti-su-principio/