Maremma Toscana Ciliegiolo Principio 2012 , Antonio Camillo, 14°

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Poggio Argentiera può quasi apparirti -lì per lì, stando alla guida- azienda anonima; così com’è a due passi dall’Aurelia, dove sfrecciano le auto: poco più di una viottola la separa dal gran nastro d’asfalto. Eppure, giuntovi, sei già in un mondo diverso: se fuori vedi qualche tino in acciaio inox, sarà la voce delle colline che danzano lì intorno a parlarti la lor lingua vera. Giampaolo Paglia e Antonio Camillo: ecco il nome dei padri di questo vino, anche se è Antonio – dice Giampaolo – l’uomo del ciliegiolo. Che importa: quanti grandi della storia hanno avuto incerto il padre putativo? Ma qui c’è lui, il vino, ed ogni discorso cade appena lo versi nel tuo calice, appena ne godi di piacere visivo la tinta rubina trasparentissima, d’ immaginifica capacità riflettente e di infiniti riflessi, smpre sul punto di farsi purpurea, per un che di violaceo, ed insieme proiettandosi in una profondità cardinalizia; già qui svelando quell’apparente contraddizione che è linfa, anima ed enigma di questo vino. Perché sì: ne leggi in etichetta i 14 gradi, ma non li trovi sul tuo vetro: il liquore non forma gòcciole – quelle lacrime che son così spesso di piacere, in archetti raccolte; piuttosto si ritrae a macchia di leopardo, come ricordo vidi fare a vini di ben altra minuta struttura, in epoche dove ancora il contadino fermentava nel tinetto aperto di castagno, nel freddo dell’autunno che si inoltrava (erano le mani nodose e tremanti del mio nonno adorato). Ed ecco la sorpresa, per lo svelarsi all’olfatto così invero nitido ed intenso di ciliegia – e certo non a caso: ma con una veemenza quasi carnale. E sicuro vi hai un tripudiare di frutta rossa in successione, a comporre la parata: amarene, prugne; ma pure dell’altro – a sfatarne la presunta semplicità, minandola alle basi, come in un’accorto gioco di specchi-intriganti rimandi che l’ allontanano dall’impressione di un vino legato al solo frutto, ad una sola dimensione: perché se hai,mediterranea e selvatica, la mora di rovo (chiudo gli occhi e rammento quando il mio babbo mi portava a coglierle calde d’agosto all’Elba sui promontori che cingono Lacona), vi hai pure una rosa lasciata appassire all’ombra rustica di un loggiato; vi trovi ancora un fare muschioso, di bosco, fungino;ed infine ematico, per un preludiare notturno a spiragli di evoluzioni future, sicure sul medio termine; ed un che di spezia, sottile ma deciso: pepe nero è. Sul palato attacca dolce e grintoso, con tannino finissimo ma verde, prolungandosi idealmente ad un’acidità rinfrescante e vivissima (stupisce, per quanto fu caldo il 2012), che mimetizza il corpo pur abbondante del vino in una sinuosa occhiata ammaliatrice: un po’ sguardo di brigante assassino, un po’ di femmina ingenuamente ammiccante. Ché, fosse donna, giovane com’è, sarebbe quella ragazza carina e naturale, dal riccio scuro sempre un po’ ribelle, ma affascinante e prosperosa come una dea delle messi. Ed ancora lo trovi ben più lungo di quel che ti disporrebbe ad attendere la sua pretesa leggerezza; e saporitissimo, secondo un binario che alla frutta contrappone una mineralità filante, ferrosa, luminosamente piritica; fino ad un chiudersi svanendo un po’ piccante,  come già più volte ho sentito nei vini di quella fascia assolata che si stende – nel tempo remota e nello spazio- tra Orbetello e Pitigliano. Terra etrusca, terra da cui origina il Ciliegiolo; che ha, dicon gli studiosi, una parentela col sangiovese: di padre e figlio. E’ il figlio il cilegiolo, con quel che di eterno sbarazzino, da consumarsi non nel raccoglimento pensoso di una mensa, ma in una chiassosa cena tra amici all’aperto? In una sera di fine estate tra butteri, premio per le fatiche dell’aggiogare bestie ribelli? O piuttosto padre, antenato: più semplice, primordiale, quasi figlio primigenio di un Bacco spensierto e danzante, quasi belluino? Certo è maremmano: prepotente come un puledro bizzoso ed indomabile, ma di razza; diretto e senza fronzoli come un’invettiva; consolatorio, nella sua bellezza abbagliante e malinconica insieme, come la vecchia canzone: “Ma a me mi pare una Maremma amara./ L’uccello che ci va perde la penna/ Io c’ho perduto una persona cara.” Io l’ho gustato felicemente con una sapida  zuppa di farro e lenticchie – abbinamento non facile invero; e sul formaggio e sul salame. Con sforzo un po’ ne ho tenuto per l’indomani: pel mallegato.  Sarà questo benedetto vinaccio maremmano che quasi mi fa dir bestemmie: ma vi lascio certi ombrosi vini di Borgogna, certi spocchiosi Chateau di Bordeaux, per questo schietto solare ciliegiolo!

Per saperne di più: http://www.poggioargentiera.com/commenti-ai-vini/i-vostri-commenti-su-principio/