Montescudaio Rosso Riserva 2009, Fattoria Poggio Gagliardo, 14 gradi.

Quaglie allo spiedo e spiedini, poi un pecorino fresco di latte crudo, dalle alture pesciatine, raro prodotto del pistoiese: questo era il menù.

Mi infilai nel cunicolo stretto della cantina, il buio illuminato da una torcia appena e dalla finestrella; fruga fruga: “Si potrebbe aprire questo”: un Montescudaio Riserva vecchio di 10 anni, un Sangiovese in purezza.

Montescudaio, borgo bellissimo alle spalle della costa di Cecina, di antica tradizione mineraria. Montescudaio, terra etrusca: la Gens Caecina, secondo il nome latino di questa famiglia, o piuttosto i Kaikna, marca ancora oggi la toponomastica.

Montescudaio: terreni salini e ricchi di minerali, escursioni termiche più marcate che sulla costa, maggiori precipitazioni: il mare cede il passo al colle.

Montescudaio: zona vinicola, tra le meno note DOC e DOCG toscane.

Portai sulla tavola la bottiglia con l’etichetta blu, un po’ vecchio stile. Ne cavai il tappo lungo, di sughero intero.

Versai nei calici.

Una sorpresa color rubino: un rubino convinto, trasparente, scintillante, bellissimo, giovane con appena qualche cenno granato sul bordo e gocciole molto lente, irregolari, persistenti.

Eccolo il Montescudaio. Eccolo il Sangiovese.

Un profumo molto intenso, molto complesso, distinto, disteso, etereo con aristocratica discrezione. In evoluzione, con tanti tratti ancora giovanili. Rosa, viola e glicine dipingono un quadro primaverile che trascolora subito nell’estate novella di prugna, ciliegia, amarena, lampone, mora, mirtillo, fresca dei balsami di eucalipto, di conifera. Sotto, quasi a venare il quadro di malinconia autunnale, il cuoio, l’inchiostro, il solvente, l’humus, cenni di incenso e di legno palo santo, infine l’inverno del sanguinaccio, del ferro bagnato, del carciofo: già il limitare di primavera, il cerchio della vita si chiude.

Un sorso di sapore, ben presente e di stoffa. Vino fine e corposo, più di struttura che di massa, possiede dirittezza ed equilibrio di spigoli armonici, non di rotondità: in questo è molto toscano. Tannico di uva matura, il nerbo acido vivace e dissimulato, gentilmente salino, giustamente lungo, è lieve e lento all’attacco, poi accelera e cresce, sfumando bene nel finalcalmo e tranquillo, chiamando ancora e ancora con gioia alla beva.

Una combinazione sorprendente di solarità mediterranea e di snellezza montana, espressa in classico rigore.

Colto oggi, forse, marzo 2019, al suo massimo splendore.

Ho un ricordo bello di un pomeriggio estivo di millanta anni fa, rientrando dalle spiagge di Cecina, quando mi persi là, nell’immensità delle colline della Fattoria di Poggio Gagliardo: uno spazio ancora completamente verde, a perdita d’occhio, dove la natura e la mano dell’uomo sembravano trovare l’arcadico equilibrio. Una tenuta storica, tradizionale, appartata, enorme: 391 ettari, 56 a vigneto. In acque cattive, secondo il Tirreno del 1 febbraio di quest’anno: destinata all’asta e, presumibilmente, a cambiare.

Spero di non dover dire un giorno: “Peccato”, ripensando a un Sangiovese, a un Montescudaio così, di questa purezza e caratura.

Rosso di Montalcino Poggio Cerrino 2015, Tiezzi, 14 gradi.

Vorrei ritrovare la semplicità di una foglia, di un ramo, di un tronco di legno. Vedi la vite: essa ha chiaro il suo scopo, la sua direzione: qualunque strada prenda, tende sempre verso il sole. 

Io ho impegni, doveri, abitudini: ma la strada dov’è? Vado ancora verso il sole, o mi contorco come un’inutile liana?

Vedi, amica o amico che mi leggi, perchè amo questo vino: esso ha la stessa semplicità della vite, lo stesso naturale senso di direzione, la stessa trasparenza dell’aria del cielo. Infatti, quando lo bevo, non è un semplice mandar giù e nemmeno un piacere edonistico: è una riflessione, un pensiero, come l’avrei sereno se camminassi in campagna. 

È un Rosso di Montalcino che direi quasi didascalico del Sangiovese che proviene dalla zona nord della denominazione, verso Siena;  anche se – ma posso sbagliare- qualche grappolo d’uva magari viene dagli alti filari della Vigna Soccorso, che sta a ridosso del paese. Enologicamente parlando, nasce nella maniera più tradizionale, dalla vigna alla cantina: tini di legno, botti grandi, nessuna filtrazione; e i lieviti, quelli dell’uva. L’ho stappato 9 ore prima del consumo e l’ho subito richiuso, a proteggerlo, con un poco di carta porosa da cucina. È un giovane di Montalcino e lo si vede: è rubino trasparente e profondo, appena impercettibilmente granato sull’unghia, con gocciole abbondanti, veloci, persistenti. Il suo profumo è molto intenso e contraltile, molto complesso,  fresco, in evoluzione: le sue note giovanili di viole e di iris, di ciliegie e susine mature, di lamponi e persino, accennate, di more di rovo ( quelle selvatiche, acidule e piccine), sono intense, materiche, sbalzate nella loro presenza, ma cominciano a sfumarsi in sentori profondi di terra  umida, di sottobosco, di tabacco bagnato, come l’estate trascolora infine nell’autunno in un giorno di pioggia, con una speziatura sottile di norcineria che si unisce al balsamico dell’eucalipto, ad un’idea di corbezzolo, emozionanti perché non evidenti: sono lì in quantità piccola ma percettibile. Tra l’esuberanza giovanile dei Rosso di Montalcino 2015 comincia a farsi strada in lui, in questa fase almeno, un più meditato splendore autunnale, fino ad insinuare, col passare delle ore, qualche nota di goudron. Il suo sorso è pieno: delicato sulle prime, va poi in gran crescendo ed è sempre più deciso, melodico nel fluire naturale e ritmico della sua possente struttura: ha un gran corpo , ricco , estrattivo ed avvolgente quanto basta a camuffare un’acidità  assai alta ed un tannino dalla presenza imperiosa e potente, tuttavia maturo, di grana medio-fine e dalla trama puntuale, petrosa e stilizzata come le figure di un capitello medievale. Resta sostenuto da una corrente salina nemmeno troppo velata,  fino ad un finale molto persistente e che soprattutto si apre a coda di pavone con una consequenzialità logica di tutta proporzione; e risuona lunghissimo , in eccellente integrazione alcolica, con una sonorità bronzea, balsamica, che ricorda il gusto delle foglie di eucalipto spezzate, perché è leggermente amaricante; ed è persino un po’ asciugante, ma è la  garanzia della sua efficacia sulla tavola. L’amo per questo eloquio naturale, semplice,  senza sovrastrutture e però energico, come vorresti ti parlasse un’amico al quale chiedere consiglio.   È un vino di grande equilibrio,  ma di fattura artigiana, non perfetto ma millanta volte vivo, che – seppur debba ancor trovare col tempo l’assetto migliore- mi fa sentire a casa, circondato dagli affetti più cari, che difatti, per l’energia e la semplicità,  l’hanno lodato, mentre accompagnava, ottimo, un ricchissimo e complesso risotto con zucca, salsiccia, funghi chiodini, condito con unto di arrosto d’anatra; atterrando poi, comodo ed eccellente, su un ossobuco bollito.

(Assaggio del 4 novembre 2017)

Benvenuto Brunello 2016: ieri, oggi, domani.

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Ieri: l’arrivo a Montalcino.

Arriviamo a Montalcino che la notte è già scesa. Sola, in cielo, altissima, brilla la luna piena: ammanta d’argento e di una luce blu l’immane distesa dei campi che si apre alla vista dalla cima del colle, che a riguardarla a un tempo si allarga e si mozza il respiro: gli ulivi, le vigne, le pietre, tutto sembra partecipare di un incanto fatato. Brillano le torri e le mura della Rocca come vi si fossero accesi fuochi arcani, quasi un ricordo di veglie guerresche o di festa che fosse sospeso e perduto negli abissi del tempo.
È fresca l’aria, quasi fredda. Rivedo con gioia un po’ commossa le vie conosciute, le rampe secche di Piazza Garibaldi, la geometria limpida della facciata di Sant’Agostino. Mi piace venire qui l’inverno: il luogo mi trasmette un senso di pace festosa.
Montalcino stasera pare quasi addormita e deserta, cullata dal vento e dalle luci gialle dei vecchi lampioni di ferro. Qualcuno passeggia col cane e risuonano i loro passi lenti sul selciato; qualcun altro fuma tranquillo una sigaretta fuori da un locale, un puntino rosso nell’oscurità della strada. Poco mistero: c’è la cena di gala di Benvenuto Brunello e il paese si è fermato intorno ad essa. È giusto così: qui l’economia è basata sulle sorti del vino, che detta un poco anche i ritmi della vita.
Per me è il terzo Benvenuto Brunello.
Anche quest’anno sono partito dall’Inghilterra; la sosta a Milano, poi il viaggio in auto traversando di netto la Pianura Padana e la solitudine scura dell’Appennino; dopo le luci di Firenze, i monti segreti del Chianti; oltre, le Crete Senesi desolate. E sulla strada Fidenza, Parma, Reggio, Modena, Bologna col suo San Luca illuminato;  Rioveggio, Piandelvoglio, Barberino; poi ancora Poggibonsi, Colle Val d’Elsa, l’orgogliosa corona turrita di Monteriggioni; Malamerenda, Ponte d’Arbia, Buonconvento. Quante volte l’ho percorsa quella strada  ed ogni luogo è una memoria che saluto come un vecchio amico.
Alle spalle un anno faticoso e difficile. Nè io, nè chi mi accompagna possiamo essere sereni: ci sono troppi brutti pensieri. Mi chiedo – sottovoce e tra me – se davvero abbia senso questo viaggio, se non sarebbe stato meglio fermarsi a casa per riposare. Mi ricordo la domanda postami da un amico il giorno di Capodanno: “Che cosa andiamo cercando davvero in un bicchiere?”. Certo a spingermi c’è la passione per il vino, per il Sangiovese, per questa terra; la gioia di rivedere qualche amico: ne già ho sentita la voce al telefono, l’appuntamento è fissato. Eppure la chiave di volta sembra sfuggirmi, mentre misuro quanto è cambiato dallo scorso anno, quando andava in scena l’annata 2010 osannata ancor prima del debutto.

Quest’anno tocca alla 2011 per i Brunello e alla 2014 per i Rosso di Montalcino, annate non facili, che hanno causato grattacapi: la prima per le numerose ondate di calore che avevano messo le viti e le capacità dei viticultori a dura prova –  gli acini che talvolta appassivano sulla pianta;  la seconda, piovosa e nuvolosa, ha richiesto attenzione e cure per evitare malattie ed ottenere  uve sufficientemente mature: sará interessante l’assaggio dei Rossi 2014 anche per formulare qualche ipotesi sui Brunello futuri. Capitolo a parte i Brunello di Montalcino  Riserva 2010:  si sa già dallo scorso anno che l’annata era stata ottima e bisogna solo verificare se i vini rispecchiano le aspettative. Non manca qualche Rosso di Montalcino 2013, uscite ritardate del secondo vino che generalmente svelano piccoli gioielli.

Per cena torniamo all’Osteria di Porta al Cassero: la cucina è rustica come l’ambiente, la  favella toscana domina sulle  straniere. Poi, stanchi, rientriamo. Dalla nostra stanza si vede dall’alto Piazza del Popolo con le sue logge ariose animarsi di gente poco a poco e mi immagino come sarebbe viver qui, in questa dimensione provinciale, più serena e a misura d’uomo. Un’idea  che non riuscirò a scrollarmi di dosso, forse perché ormai mi sento un po’ a casa. Mi addormento immaginando bellezza che mi circonda, gli infiniti  silenzi che la natura qui sa regalare appena oltre le case, fuori le mura, per miglia e miglia.

Oggi: Benvenuto Brunello, benvenuta Montalcino.

È un’alba di sole che filtra attraverso le persiane, una luce linda e definita che tocca e tramuta ogni cosa. Apro la finestra ed oltre il luccichio dei tetti si apre la Val d’Orcia verde e marrone di campi, punteggiata dai cipressi, ancora avvolta qua e lá da una foschia sottile. Laggiù, solenne, scuro, il profilo del Monte Amiata. È lo splendore nudo del Creato. 

Sono le 6 e non ho voglia di alzarmi subito, mi godo l’incanto dal letto. Tanto c’è tempo: l’appuntamento con Luciano l’ho alle 9. Posso pure prendere la colazione con calma e preparare un buon fondo in vista della lunga giornata di assaggi, mentre guardo dalla finestra la luce plasmare le forme in immagini sempre nuove, svelando dettagli prima invisibili. Esco, lascio scorrere le gambe nelle vie con l’aria che piacevolmente mi punge sotto il cielo azzurro.
Con Luciano ci abbracciamo: devo alla sua amicizia ed alla sua gentilezza l’essere qui. Una calorosa stretta di mano con Stefano, compagno d’assaggi impagabile per conoscenza unita ad ironia e leggerezza: un piacere reincontrarlo.
Sfiliamo capannelli di gente che si saluta e chiacchiera davanti all’entrata. Mi ricorda un po’ l’atmosfera del primo giorno di scuola, quando si tornava dalle vacanze: mi aspetta una nuova lezione del Sangiovese di Montalcino e ne sono felice.
Il Sangiovese, croce e delizia:  che a volte lo trovi forte come un toro, altre delicato come una ballerina; che sa rizzarsi con clangore di tromba o distendersi nel sussurro di un ruscello sotto la luna; capriccioso e bizzoso con i terreni, con le esposizioni, col clima, ma capace di riprese incredibili in condizioni avverse: un indomabile Ribot.
Basterebbe per gioire il colpo d’occhio del chiostro dalle belle arcate che ospita i banchi dei produttori,  lì allineati e coperti di tovaglie ancora candide e lisce. Non ho voglia di cominciare subito  gli assaggi: rimando per star lì a chiacchierare con gli amici, per godermi l’ambiente e l’attesa. Intanto studio il taccuino e preparo un piano di assaggi, che ovviamente seguirò solo in minima parte, lasciandomi andare al piacere della casualità.

Quando mi decido, inizio da un nome che mi è assai caro: Fattoria dei Barbi. Vini passisti i loro, che esprimono il loro meglio alla distanza, come certe architetture classiche così imponenti che vanno ammirate da lontano, perché da vicino si perde contezza dell’insieme. Il Rosso di Montalcino 2014 mi pare che rispecchi in modo virtuoso l’annata: è magrolino, non lo nasconde, ma compensa abbastanza bene con una grazia di modi che gli deriva dagli aromi floreali. Tutt’altra stoffa il Brunello di Montalcino 2011: col Rosso sono fratelli solo nella distinzione, perché quest’ultimo invece è potente, alcolico, di spalle larghe, granato alla vista e con un profumo di legno vecchio: travi nodose, mobilia antica.  È un Brunello decisamente old style,  che mi ricorda i vini di 30, 40 anni fa; deve piacere, ma se piace piace parecchio: io l’ho trovato irresistibile. Si passa poi all’assaggio della selezione, il Brunello di Montalcino Vigna del Fiore 2011. L’annata precedente mi aveva impressionato così tanto che ancora mi duole di non essermene procurato almeno una bottiglia, ma anche questo è notevole: tannico, di gran struttura, al momento direi più chiuso e meno arioso dell’altro Brunello (quello con l’etichetta blu), ma pure meno evoluto nei toni: già ne intuisci il floreale, il minerale, la buona lunghezza. Sono persuaso  che sia solo questione di tempo perché sbocci da par suo. Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 segna però un passo diverso: se anch’esso è ancora chiuso, già la differenza è evidente non solo per la sua bella trasparenza visiva: affascina per complessità e profondità aromatica, mentre alla bocca è ancora stretto tra aciditá e tannino imponenti, come in una morsa. Giusto così: le riserve sono (o dovrebbero) esser concepite per durare e abbisognano di tempo per assestarsi.

La Fattoria dei Barbi appartiene da secoli alla stessa famiglia ed è istruttivo dunque assaggiare per contrasto i vini di una azienda dove il passaggio di mano è recente: Podere Brizio. Sarà interessante seguirla perché la virata produttiva sembra netta: un ampliamento della superficie vitata, con gli 11 ettari già  convertiti all’agricoltura biologica mentre si guarda alla biodinamica; in cantina i lieviti sono indigeni e per l’affinamento si prediligono le botti grandi di rovere austriaco. Insomma, apparentemente sono le basi per un lavoro di qualità. Complici forse le annate il cambiamento all’assaggio dei vini balza in evidenza, sorprendente. Il Rosso di Montalcino 2014 è fresco, con sentori insistiti di arancia all’olfatto e al palato, ma – in questa fase almeno – non mi pare del tutto risolto: molto verde, magro, mi sembra abbia alcuni limiti dovuti alle difficoltà di maturazione dell’uva: eccolo qui il tallone di Achille dell’annata 2014, che si manifesterà evidente in alcuni degli altri assaggi. Col Brunello di Montalcino 2011 (lascito della vecchia proprietà) si cambia decisamente registro: avvicinandolo alle nari sono evidenti aromi di fungo, pellami e tabacco. Al sorso è fruttato, luminoso, con appena un leggero tocco di legno, tantissimo tannino e un’aciditá media. Un vino riuscito e con un profilo stilistico molto diverso da quello del Rosso. Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 si muove sui medesimi binari del Brunello d’annata, ma con profondità ed armonia superiori. Sono vini di gusto moderno magari, ma con un deciso senso della misura. Viene da pensare che servirà del tempo prima che il cambiamento produttivo porti a vini altrettanto risolti, che i tempi della natura richiedono un certo assestamento anche delle vigne stesse; ma magari è solo il gioco delle annate a destarmi questa impressione, chissà.

Per ritrovare un confortante senso di stabilità mi accosto ai vini di Poggio Antico, un produttore forse più apprezzato all’estero che in Italia, per motivi mi sfuggono. Certo che anno dopo anno, forti di esposizioni invidiabili, fresche e soleggiate, questi rossi risultano costantemente eleganti, strutturati, lunghi. Tuttavia, frequentando questi vini da tanto tempo, ultimamente li ho trovati con piacere raffinatamente alleggeriti, con estrazioni più calibrate e naturali. Se il Rosso di Montalcino 2014 ha buona materia, ma mi pare che nella sua estrema gioventù debba ancora trovare un pizzico di armonia al sorso e pulizia di aromi, con i Brunello si ha subito un altro passo. Il Brunello di Montalcino 2011, sebbene ancora in assestamento e alcolico, riesce a unire levità e forza, risultando fresco su note modulate di frutta sotto spirito. Il Brunello di Montalcino Altero 2011 ha un’impostazione simile (“stile aziendale” la definirei): in qualche modo più complesso e materico e tuttavia con un bilanciamento ottimo tra acidità e tannini: ha struttura importante e lunga vita davanti a sé, ma è  espressivo e col giusto accompagnamento potrebbe già coronare regalmente la tavola. Tuttavia è all’assaggio del Brunello di Montalcino Riserva 2010 che Stefano ed io incrociamo gli sguardi con stupore, perché il colpo d’ala del fuoriclasse è palese: potente, lungo, vellutato ma allo stesso tempo lieve,  con un’integrazione dei suoi elementi già  pressoché perfetta. Si dice a volte:  "questo vino è femminile", “questo è mascolino”; ecco, la Riserva 2010 di Poggio Antico mi sentirei di definirla un vino androgino, per come sa unire forza e flessuosità in un’armonia inscindibile. Ci piace così tanto che ne chiediamo subito il prezzo in cantina: per una Riserva di questa qualità eccelsa, mi azzardo a definirlo conveniente.

A questo punto, ancora nitide le sensazioni di alcuni assaggi riusciti, sono curioso di assaggiare i vini di Sanlorenzo: che cosa avrà tratto Luciano dalle sue amate vigne? I suoi vini  hanno sempre una distinzione particolare: corposi , di vellutato calore, ma con una grinta sicura che li rende autentici. Il Brunello di Montalcino Bramante 2011 è un vino di grande bellezza e di forme rotonde, dagli aromi complessi; magari non ha la lunghezza che delle annate più favorevoli, ma possiede una beva piena, piacevole ed immediata, sospinta da una congrua dose di freschezza. Mi sono lasciato scioccamente sfuggire il commento un po’ sommario ed avventato che il suo Rosso di Montalcino 2013 (uscita ritardata) sia anche più riuscito; intendiamoci, il Brunello è il Brunello, ma questo Rosso, con i suoi aromi complessi e profondi, la sua struttura importante sorretta da una trama giustamente serrata di acidità e di tannini,  così pieno e perfettamente equilibrato a un tempo, ha un eloquio talmente ricco e bilanciato, un fluire così armonioso che lo definirei spettacolare, se non fosse che questo aggettivo evoca sempre qualcosa di artefatto e di forzato, mentre invece il Rosso di Luciano si esprime con una liquida misura. Infatti entrambi i vini spiccano particolarmente per la compiutezza della materia, la continuità delle sensazioni, la naturale avvolgenza: testimoniano con evidenza quali risultati possa portare un lavoro meticoloso in vigna.

Lì vicino trovo il banchetto di San Giacomo: lo scorso anno questo vini mi avevano tanto bene impressionato. Assaggio solo il Rosso di Montalcino 2013, che ha una misura ed una godibilità rare; solo, in questa fase mi pare abbia qualche nota un po’ burrosa che ne frena un po’ la lucentezza. Per un insieme di circostanze non ho modo di assaggiare il Brunello.

Lì a un passo, i vini di Salvioni. Se è produttore ammirato ci sono motivi ben precisi. Il Brunello di Montalcino 2011: complessità e pienezza da una parte, composte ma non austere; dall’altra slancio e finezza; ed aromi sfaccettati, che possiedono l’ariosità misteriosa della macchia, del timo e dell’origano selvatici. Viene presentato anche il Rosso di Montalcino 2014: l’occasione è particolare, perché abitualmente qui si produce solo Brunello. La ragione è semplice: vista la difficoltà dell’annata, del 2014 si imbottiglierà solo il vino cadetto. Cadetto…insomma! Perché il Rosso di Montalcino 2014 di Salvioni è un vino di razza e di gran stoffa, che nulla ha da invidiare tanti Brunello di celebrate annate. Fresco, giovanile, rigoglioso, slanciato ma complesso è un vino coinvolgente e goloso, spigliato ma profondo: una delizia assoluta,  pericolosissima, perché invita a un bere festoso, bacchico, senza pensieri.

Da un porto sicuro all’altro: se Salvioni è il prototipo del piccolo produttore che con i suoi vini artigiani non sbaglia un’annata, Col d’Orcia è la sicurezza della grande azienda, dall’imponente parco vitato, dove la tradizione viene rispettata con cura, sottoponendola semmai a prudenti e precisi colpi di lima. Per intenderci: 17.000 bottiglie contro 700.000; 4 ettari contro 142. Con la recente conversione  è la più grande azienda vinicola biologica della Toscana: un dato non banale. Con Stefano decidiamo di aprire gli assaggi con il Rosso di Montalcino 2014, che ha un’eleganza giovanile e un po’ acerba all’olfatto, ma è piacevolmente rotondo in bocca.  Il Brunello di Montalcino 2011 condivide col “fratello minore” la stessa eleganza d’impianto e la stessa rotondità all’assaggio, ma gli aromi sono più profondi ed evoluti, terziarizzati, e tuttavia è più compiutamente fruttato. Un vino, com’è naturale aspettarsi, complessivamente più solido, con un tannino importante ed una acidità  ben marcata seppur non altissima. Dopodichè, il Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 2008: un vino, si evince facilmente dall’annata presentata, concepito con una cura particolare e sottoposto a un lungo affinamento. Il risultato è una delle più potenti e raffinate espressioni di Sangiovese che io conosca. Tradizionale nel suo colore aranciato, con un naso estremamente complesso, dove si trovano vernice, petrolio, spezie, pellami, terra; con un impatto al palato distinto e potente, pieno e calibrato, lunghissimo. Un sorso, quello di Poggio al Vento, che esprime anno dopo anno una maestà rara.

Il piacere del contrasto: passare ai vini di Collelceto di Elia Piazzesi  significa ritornare ad una dimensione artigianale e contenuta. Azienda del quadrante sud ovest della denominazione, posta a quote non particolarmente elevate, tra i 150 e i 180 metri sul livello del mare, con suoli prevalentemente argillosi. Qui i vini sono naturalmente ampi e fruttati: ne è un una prova il Rosso di Montalcino 2014, con note di frutta in bella evidenza appunto, assai piacevole e di discreta struttura, che pare destinato ad esaltare la tavola. Decisamente uno dei migliori Rosso 2014 che ho avuto modo di assaggiare. Se le caratteristiche del territorio d’origine,viene fatto di pensare, hanno giocato a favore in una annata fredda e piovosa come la 2014, che sarà cosa successo invece col caldissimo 2011? Certo, il Brunello di Montalcino 2011 ha tutta la forza della sincerità nel riportare i caratteri dall’annata, ma lo fa con una classe e una distinzione rare: l’olfatto è molto ricco,  quasi sensuale: esprime subito molto aroma di tabacco, e poi pelli, e rovo, e sa sviluppare un ricamo di spezie e di incensi; e benché l’acidità resti a mio avviso in una fascia poco più che mediana, il sorso è risolto in un canone di rustica eleganza,  con un’evidente ricerca di levità che rinfranca. Del Brunello di Montalcino Riserva 2010 mi piace soprattutto lo spirito artigiano: un vino caldo, dal tannino e dall’acidità potenti, lasciati in evidenza nella loro nuda e ruvida bellezza di pietre sbozzate; ma allo stesso momento dotato di una flessuosità che li integra e li dispone secondo una spontanea armonia.

Tutt’altra zona e tutt’altra tempra per i vini de Le Chiuse: qui siamo nel quadrante nord di Montalcino, dove le esposizioni sono generalmente più fresche e lo stile aziendale predilige vini longilinei, anche lenti ad aprirsi,  ma nati per durare ed evolversi nel tempo. In queste coordinate il Rosso di Montalcino  2014 è un bel vino particolarmente fresco e luminoso, ma arricchito dai cenni di evoluzione degli aromi terziari. Il Brunello di Montalcino 2011 mi pare invece molto potente, alcolico, austero e bisognoso di tempo per esprimersi compiutamente, come pochi altri in questa annata: quasi direi che non è ancora del tutto maturo, ma ha una florealità all’olfatto che lo contraddistingue e ne riporta con evidenza la zona d’origine.

Mi piace l’idea di attraversare idealmente il territorio di Montalcino sorvolandolo con la mente come rondine a primavera, per raggiungerne quasi un estremo opposto: quelle pendici assolate che si aprono verso l’Orcia e l’Amiata, superato Castelnuovo dell’Abate che le sorveglia severo e pietroso. Ricerco un altro volto del sangiovese nei vini di Poggio di Sotto, che qui si manifesta da sempre ampio, potente, ma allo stesso impalpabile, sul filo di una controllata evoluzione e di colori visivamente scarichi, antichi se non primitivi. Però assaggiando il Rosso di Montalcino 2013, quasi allibisco:  com’è che mi sembra un po’ più giovanile del solito e  con un color più nettamente  rubino piuttosto che quell’aranciato quasi firma di Poggio di Sotto? Mi si spiega che è praticamente un campione di botte, è appena stato imbottigliato, che la selezione in vigna è stata severissima e che questo sembra ne abbia rallentato l’evoluzione. Ha veramente le caratteristiche di un grande Sangiovese: giocato su trasparenze struggenti, dall’aroma complesso e profondo, salino, caldo, appena un po’ alcolico; però mi sembra in qualche modo normalizzato:  mi manca in lui – almeno in questa fase- quel certo che di imponderabile e sottilmente arcaico delle storiche produzioni di Poggio di Sotto. Lo ritrovo invece nel Brunello di Montalcino 2011 ed ancor più nella Riserva 2010.   Il Brunello annata può avere sulle prime un impatto difficile per un certo spunto di acetaldeidi, ma attendendolo nel calice emergono complessità e levità di aromi. Alla bocca quasi inganna: lì per lì sembra leggero e un po’ evoluto, poi si realizza quanto il sapore sia  intenso ed il corredo tannico notevole ma delicato, l’acidità superiore alla media ma ben fusa. Da ultimo, Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 , un lascito della vecchio proprietario Piero Palmucci, dove ritrovo in pieno le caratteristiche dei vini di Poggio di Sotto che più ho amato. Un vino, mi sento di dire, semplicemente eccezionale. Sul palato ha la solidità di un colonnato dorico e la leggerezza di un origami di carta; unisce potenza e complessità: un acciaio con la consistenza e la flessibilità dell’acqua o anche di più. Sembra poter coprire ogni sapore nel suo lunghissimo arco gustativo, dalle erbe medicinali alla pienezza della frutta. Acidità e tannino sono ai massimi livelli, ma così perfettamente diffusi che sul palato scorre senza offrire nessuna asperità, largo e avvolgente ma senza peso. Non so se qui ci sia ancora la sua mano, ma questa era la maniera dei vini di Giulio Gambelli, il Maestro del Sangiovese che da qualche anno non c’è più.

Viene naturale che la prossima tappa del vagabondare tra gli assaggi sia il Podere le Ripi, per almeno due buoni motivi: uno, le vigne mi dicono essere vicinissime a quelle di Poggio di Sotto, se non contigue; l’altro, il loro giovane enologo Sebastian Nasello è il fresco vincitore del Premio Gambelli 2016. In effetti qualche punto in comune con lo stile dei vini di Poggio di Sotto c’è, soprattutto nel Rosso di Montalcino 2011 (un’uscita particolarmente ritardata, che la dice lunga sulle ambizioni di questo produttore): ha un aroma molto bello, intenso e complesso, marcato piacevolmente da tocchi di solvente, ed un sorso giocato su toni di frutta, molto naturale, morbido ma reattivo. Davvero un ottimo Rosso: gustoso e croccante, quasi un piccolo grande Brunello, sarà  uno degli assaggi migliori della giornata. Trovo buono anche il Brunello di Montalcino Riserva 2010, ma a mio modo di vedere in qualche modo più costruito, meno sciolto del Rosso: aranciato alla vista, al naso è muschiato e balsamico, con note casearie, un po’ polveroso; il sorso è croccante e bilanciato, con una densità piacevole. Mi annoto mentalmente di seguire questo produttore negli anni a venire.

Ancor più, però, mi interessa seguire il percorso del Sangiovese, il suo mutare di zona in zona. Passo quindi da quella che è una delle mie cantine del cuore, Tiezzi: il loro operare nobilmente artigiano restituisce sempre con bella trasparenza le caratteristiche dei territori che ospitano le vigne: Cerrino, Cigaleta, la Vigna Soccorso. La mano leggera e rispettosa si sente bene nel Rosso di Montalcino 2014, dove confluiscono le uve dei diversi appezzamenti. È un vino che vince per equilibrio e carattere: ha un aroma intenso, sulle prime un po’ affumicato e un po’ evoluto; poi nel calice recupera freschezza, con un netto profumo di rosa che in bocca diventa sapore, con un’acidità superiore alla media che lo conferma fresco; e ha un tannino che non scherza, segno felice di pienezza strutturale. Il Brunello di Montalcino 2011 Cerrino, da quel versante nord favorito in teoria nell’annata calda,  è un’altra ottima riuscita, con profumi bellissimi, puri, di fiori, di macchia e di spezie. Fresco, leggero, armonioso, diciamo pure fruttato, ma sostenuto da un saldissimo nerbo.
Il Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2011 viene dallo storico Cru volto a sud-ovest ma alto sul colle di Montalcino, a ridosso delle mura. Anche in un’annata calda come la 2011 riesce un vino grandissimo, che sembra irradiare una luce di montagna. Fresco, con note di solvente in evidenza, sapido, complesso e lungo e tuttavia sussurrato: la vera distinzione. C’è in assaggio anche il Brunello di Montalcino Vigna Soccorso Riserva 2010: profondissimo, lunghissimo, con una struttura potentissima che gli consentirà io credo di sfidare gli anni, eppure già armonioso, godibilissimo.

Tra i piaceri di Benvenuto Brunello c’è  quello di scoprire attraverso gli assaggi e le persone realtà a me sconosciute; mi lascio spesso guidare da Stefano e ci accostiamo ad alcuni piccoli produttori. Ad esempio Il Bosco di Grazia: magari l’assaggio del Rosso di Montalcino 2014 , malgrado un certo impianto fruttato e una bella  speziatura non mi convince appieno, ma il Brunello 2011 è veramente piacevole, godibile fin d’ora: fruttato e speziato anch’esso, fresco grazie ad un’acidità decisa ma ben integrata, forse appena un po’ alcolico, è rotondo in bocca e ti invita a berlo senza tanti discorsi, abbandonandoti felice al suo piacere. Ordine inverso, verrebbe da dire, con i vini di Cerbaia: il Rosso di Montalcino 2014 all’olfatto è evoluto e complesso, giocato sui terziari; sul palato invece mi pare morbido e tannico: un bel vino da fiorentina.  Il Brunello di Montalcino 2011, più tannico che acido, un po’ rustico, ha però il gran pregio dell’autenticità. Rimango meno convinto, onestamente, davanti alla Riserva 2010, ma la mia magari era solo una bottiglia poco fortunata. La vera sorpresa, però, è Il Pino. Il Rosso di Montalcino 2013 (un’uscita ritardata) è fine, potente, fresco, appena un po’ alcolico, con una bella struttura dove il tannino è in evidenza ed ha un certo gusto di liquerizia sul finale, che personalmente trovo piacevole. Mi verrebbe da dire, in senso positivo, che nebbioleggia un poco: intendo (passami amico o amica che mi leggi il paragone ardito) che se il Sangiovese è tenore ed il Nebbiolo baritono, questo Rosso è un tenore dal timbro piacevolmente scuro: più Domingo che Carreras. Trovo ottimo anche il Brunello di Montalcino 2011: dal colore aranciato scarico old style , con profumi di macchia intensi ed ariosi,  in bocca è fruttato, pieno,potente, forse appena alcolico.

Dopo le sorprese, con Lisini gli assaggi ritornano su una rotta sicura: qui da decenni la qualità si declina secondo uno stile molto tradizionale. Così il Brunello di Montalcino 2011 appare un campione di classicismo e proporzione, con una giusta austerità; rispetto ad annate più favorevoli, tuttavia, mi pare non abbia una persistenza lunghissima. Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 è ancora un campione da botte ed a mio avviso è appunto  in cerca di quell’equilibrio ed integrazione per i quali è richiesto un ulteriore riposo; pure, nel suo muoversi ancora un po’ grezzo tra tannini abbondanti e alcolicità, già si delineano in lui le forme di una classica figura. Il Brunello di Montalcino Ugolaia 2010 segna però un altro passo. Qui il classicismo trova articolazione e movimento, esaltando un corpo potentissimo dotato di un tannino addirittura monumentale: un nudo michelangiolesco. Non assaggio ahimè il Rosso 2014: un po’ di stanchezza comincia a farsi sentire, preferisco concentrarmi sui Brunello.

Ci sono tanti modi di declinare la tradizione, tanti quanti i territori e le mani di chi li produce: per esempio i vini di Fornacina sono un fermo caposaldo dello stile più classico e tradizionale, ma lo declinano in un’identità riconoscibilissima e felicemente artigianale. Come mi dice Stefano, “sono vini che non ci devi parla’ sopra” e come al solito coglie nel segno in maniera fulminante. Sono vini giocati sulle trasparenze aranciate del colori, in equilibrio dinamico tra freschezza e evoluzione, tra forza e leggerezza. Vini serissimi come chi li produce, forte di un’ambizione ed una misura genuinamente contadine. Il Rosso di Montalcino 2014, per esempio, è uno dei migliori assaggiati alla manifestazione: simpatico, ha un un tocco piacevole di quello che gli inglesi chiamano farmyard  e di note affumicate, poi scatto fruttato, con una screziatura di spezie. Mi pare ancora un po’ scomposto in bocca, ma saporito, assai pieno in relazione all’annata, croccante. Un vino, immagino lì per lì, da provare subito col mallegato toscano. Lo ritroverò un paio di mesi dopo al Vinitaly più riposato, più nitido e luminoso e scoprirò che il produttore per quell’annata ha deciso di non imbottigliare il Brunello, spiegando così in parte la qualità straordinaria di questo rosso. Passando al Brunello di Montalcino 2011, si muove su un medesimo stile, ma è più complesso e lungo. Stupisce quanto sia scattante e dinamico, provenendo da un’annata così calda: qualcuno lo definirebbe, a ragione, finto semplice. C’è poi il Brunello di Montalcino Riserva 2010: ha ancora la stessa impronta, è piacevolmente salino, forse appena un po’ alcolico, ma a mio avviso ha chiaramente la fatidica marcia in più. Peraltro sono tutti vini offerti a prezzi molto corretti.

Con Fattoi, un produttore che fin dai primi assaggi ho sempre amato molto, non ci allontaniamo dalla tradizione; ma vuoi i terreni, vuoi la mano, i vini sono assai diversi dai precedenti. Hanno
sempre un calore particolare, che è piuttosto una profondità di voce baritonale. Anche il Rosso di Montalcino 2014 è così, malgrado l’annata magra: rotondo, piacevolmente evoluto, fa pensare piuttosto ad un 2013. Il Brunello di Montalcino 2011 riporta a quella voce grave così tipica di Fattoi in maniera ancora più marcata, con quegli aromi complessi e misteriosi di sottobosco che tanto mi affascinano e stupiscono. Magari non così lungo come in altre annate, ma che importa se in compenso è già tanto godibile? Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 è semplicemente uno tra  migliori Riserva che ho assaggiato: si muove sempre nei binari dello stile di questo produttore, con quella visceralità così vibrante, qui unita a una grandissima struttura e ad una bellezza radiosa che sboccia dal suo equilibrio, dall’intensità, dallo slancio. Un vino che difficilmente si dimentica.

Forse è proprio l’assaggio di quest’ultimo che inconsciamente muove le mie gambe verso il banchetti di Canalicchio di Sopra: perché  i vini della famiglia Ripaccioli mi sono sempre sembrati tra i più potentemente strutturati di Montalcino, al punto da apparire forse indomiti in gioventù. Questo spirito altero e ribelle, che resta però controllato da una cura che non conosce sbavature o incertezze di esecuzione, me li fa molto amare. Il Rosso di Montalcino 2014 mi sembra ancora un po’ verde, abbisogna d’assestarsi,  ma è pulito, curato, con aromi interessanti di erbe officinali. In questa sua immatura gioventù sarebbe da provare a mangiarci sopra le castagne arrosto: non so se funzionerebbe, ma nel caso, che meraviglia! Altra musica col Brunello di Montalcino 2011, a segnare come specchio  la diversità dell’annata: vino che sta in equilibrio tra note calde e fresche, con un supporto salino e minerale al palato che lo rende scattante ed energico. Non conosce mollezze, anche se ti conforta e blandisce con un po’ di aroma e gusto di uva sultanina, perché ha dalla sua un gran tannino, una notevole acidità e una discreta lunghezza. Nel Brunello di Montalcino Riserva 2010 direi che si ritrova lo stesso stile, ma con ancor maggior struttura, che è di proporzioni monumentali, e  soprattutto molta più complessità. Tuttavia allo stesso tempo è estremamente spigliato, offrendo una beva luminosa,  tridimensionale, ficcante e lunghissima, di eccezionale carattere.

Il contrasto con i vini del Castello di Velona è notevole. Il Rosso di Montalcino 2013, un’uscita ritarda, è molto piacevole: un po’ alcolico, fruttato e levigato, fors’anche un po’ piacione; però immediato, pronto, si beve bene e senza pensiero, che non è poco. Il Brunello di Montalcino 2011 segna un balzo notevole in un’ipotetica scala qualitativa. Succoso, anch’esso un po’ piacione, ma credo rimanga felicemente nei binari della tipicità, sebbene mi pare di cogliervi un residuo zuccherino non timido per la tipologia e non lo metterei tra quelli a più alto potenziale di invecchiamento (lo dico sottovoce però: si fa presto in quest’ambito a prender cantonate).

Sarà la suggestione rimasta da questo assaggio se anche i vini successivi, quelli di Capanna, mi paiono caratterizzati da una rotondità zuccherina non consueta e che stento a ricordare in questa firma. O sarà piuttosto la loro intensità fruttata così piena e marcata a confondermi, vista la stanchezza che dopo tanti assaggi in piedi, lo ammetto, comincia a farsi strada? Certo sono vini di carattere: riconoscibili, ma legati alla tradizione con un doppio nodo. Il Rosso di Montalcino 2014 mi sembra veramente piacevole, soprattutto all’olfatto: complesso, terziarizzato, bellissimo. Al palato ha una discreta concentrazione e struttura, ma ciò che è più importante possiede freschezza, al punto di avere accenni un po’ verdi; però risulta sempre un po’ dolcino, come a smussare gli spigoli. Il Brunello di Montalcino 2011 ha un profilo olfattivo simile, ma più intenso. Soprattutto però ha un carattere più spiccato, ribelle vivaddio: perché l’intensità fruttata si sposa con la grinta che gli deriva più dal tannino che dall’acidità, e se anche lui mi pare un po’ dolcino, il quadro finale è comunque di un buon equilibrio. Brunello di Montalcino Riserva 2010 mi pare giochi a sua volta con questo carattere risolutamente fruttato al quale affianca una bella struttura che al momento deve però parecchio affinarsi: di nuovo, non ho certo la sfera di cristallo, ma a mio vedere col tempo si farà, eccome. Chiudiamo con Il Moscadello di Montalcino Vendemmia Tardiva 2011: dopo ore di assaggi di vini rossi poderosi, con tutti i tannini e l’acidità che giustamente ci si aspettano dal sangiovese di Montalcino, questo vino dolce e  profumatissimo arriva quasi come una benedizione: è un balsamo per il corpo e per lo spirito. Sarà la sua levità, la morbidezza glicerica, la dolcissima carezza, ma mi sembra che possa stare al pari – hic et nunc– con certi  celebrati Sauternes .

Un peccato che mi sia accostato solo alla fine ad un produttore solido come Fanti, che non rientra in realtà tra quelli che conosco meglio e  doppiamente me ne dispiaccio, perché la stanchezza del palato e della testa ormai è evidente. Bisognerà che il prossimo anno rimedi, se la fortuna mi assiste, così da inquadrare meglio questa firma. Tra questi assaggi in zona Cesarini mi è piaciuto molto il Rosso di Montalcino 2013, che mi pare sia di levatura superiore: succoso, piacevole, speziato. Per un verso o l’altro mi sono trovato meno sintonia con i Brunello: il 2011 a mio parere buono, ma con qualche eccesso zuccherino e alcolico; il Brunello di Montalcino 2011 Selezione Vallocchio di grande struttura e densità, ma di nuovo un po’ dolcino e con una persistenza che lascia qualcosa di non detto; il Sant’Antimo Rosso Sassomagno 2013 mi pare lontano dalle mie corde. Ripeto: ero stanco, sono note queste mie ultime da leggersi con tutto il possibile beneficio del dubbio. A riprova, il vino che ho maggiormente apprezzato e meglio gustato è il Sant’Antimo Vinsanto 2009: ottimo! Morbido, glicerico, giustamente alcolico, dolcissimo, forse un po’ in debito di aciditá, ma difficilmente lascia insensibili nel suo librarsi in equilibrio tra note di solvente ed di una liquerizia dolce e nitida, ricca di caramello e  melassa, come una rotella Haribo.

E dunque, amico o amica che mi leggi, vuoi sapere come mi sono sembrati tirando le somme i vini di queste annate?
Come detto, la 2014 e la 2011 non sono state annate facili e qualche traccia nel calice l’hanno lasciata; la 2014 particolarmente e difatti più di un produttore non imbottiglierà Brunello. Alcuni Rosso di Montalcino 2014 mi sono sembrati onestamente magrolini, alcuni un po’ scomposti ed acerbi. Chi ha declassato il vino atto a divenire Brunello ha tratto però  risultati  eccellenti per la categoria e a volte in senso assoluto; e tanti che hanno lavorato bene e su esposizioni vantaggiose hanno comunque ottenuto vini equilibrati e piacevoli, che invogliano a mettersi a tavola. Il disciplinare permette come è noto di tagliare il vino dell’annata con altro più giovane o più vecchio, e chi ha potuto se n’è avvantaggiato, giustamente: è lecito per tutti i migliori vini del mondo ed è una vecchia e saggia pratica contadina: il vino deve essere anzitutto sano (nei limiti di una bevanda alcolica) e buono.
Tale taglio ha aiutato probabilmente anche la riuscita di molti vini dell’annata 2011, generalmente migliori delle aspettative e con una sufficiente riserva di freschezza all’assaggio malgrado la calura dell’annata. Il risultato però è stato a macchia di leopardo:  taluni Brunello,  favoriti da esposizioni  fresche o da un terreno propizio o da viti vecchie o da una mano esperta o fortunata,  spiccano perché possiedono scatto, forza e equilibrio: insomma, hanno il passo dei grandi; altri sono buoni vini, comunicativi e di piacevolezza immediata sebbene non profondissimi.
I pochi Rossi di Montalcino 2013 presentati come uscita ritardata confermano l’annata equilibrata: classica, come spesso è stata definita.
I Brunello di Montalcino Riserva 2010 sono un capitolo a parte: su di essi ho ascoltato numerosi pareri anche contrastanti, ma per il mio poco capire i migliori confermano la grandezza dell’annata proprio nel loro essere talvolta ostici e arrabbiati: un Brunello Riserva deve essere un vino da attendere, a mio vedere l’attesa è parte della loro essenza. Purtroppo taluni vini mi hanno ricordato in modo trasparente che metter mano a una Riserva non è facile , anche in un’annata fortunata: ci vogliono il terroir, le giuste viti (cloni, porta innesti, un’età congrua),  esperienza e un pizzico di buona sorte.

Domani: dopo Benvenuto Brunello.
Domani, domenica, torneremo a casa da Montalcino dopo aver sostato ancora una volta a Sant’Antimo come pellegrini per dire una preghiera: chissà in mille e più anni queste pietre e questi ulivi quali e quante accorate richieste avranno accolte: desideri e speranze. Il nostro questa volta invano: lunedì una farfalla volerà via – troppo presto – ormai fattasi leggera, quasi sulle note di una barcarola; come il Sangiovese delicata e forte, domestica e nobile.
Saranno allora pensieri cupi e domande, guardarsi indietro interrogandosi su che cosa davvero conta, “donde veniamo e verso dove andiamo”, come diceva il mio professore d’italiano al ginnasio.
Guardando indietro alle giornate ilcinesi, mi resterà la visita alla cantina dell’Hotel al Brunello, in rispettoso silenzio: centinaia di bottiglie preziose, etichette che farebbero la gioia di ogni appassionato dei vini di Montalcino e non solo: vecchie annate di Soldera, di Casanova di Neri, e di tanti altri produttori di culto; ma a colpirmi particolarmente una antica bottiglia di Moscadello ed una di Chianti Colli Senesi 1968, entrambe a firma Biondi Santi: segni di un’epoca passata, di un tempo forse più modesto, ma più sano e più  umano. Mi resterà l’immagine della bimba di Fattoi al banchetto, che concentrata e attenta versa il vino al degustatore occasionale: forse nemmeno otto anni e  il padre accanto che la guarda orgoglioso; e rivederli poi che rincasano dalla manifestazione al tramonto, tenendosi per mano: la tradizione che vive e si eterna. Mi stuccano perciò, lo scopro, tanti discorsi sul vino, tanto vuoto bla bla al quale io stesso contribuisco: neminem nostrum esse sine culpa . E più di tutto mi dispiace certo vantarsi, darsi importanza, passare a setaccio l’opera altrui con la penna rossa del maestrino. Ecco finalmente la risposta alla domanda del mio amico Fabrizio, che cosa cerco in un calice: un mondo di valori umani veri, l’accoglienza sincera che fa sempre trovare all’ospite un fiasco sul tavolo;  la solidarietà e la tolleranza antiche della terra: se hai fatto il vino buono sei bravo e fortunato, e se è un po’ meno buono pazienza, e se hai aggiunto un po’ di acido tartarico per aggiustarlo amen, purché ci sia in te l’onestà, il senso della misura. Più  che al calice, ormai, mi garba piuttosto accostarmi alle vigne: ai fiori sulle prode, all’erba verde tra i filari, ai grilli e agli insetti e agli uccelli che le popolano, ai boschi fitti che le proteggono. Giro le campagne di Montalcino e vi trovo soprattuto questo: sono pochi o nulli i filari col sottofila striato d’arancione  per il diserbo chimico, che vedo invece tristemente in altre zone vinicole;  e seppure  capisco  la necessità a volte e  la fatica di chi la lavora, è sempre l’immagine della terra che muore. Perciò l’assaggio più bello di questo Benvenuto Brunello me lo regala Luciano nella sua cantina spillando da una botte grande un po’ di vino dell’ultima annata, atto a divenire Brunello di Montalcino 2015: nella sua energia ancora selvaggia, coi tannini ribelli come puledri e l’acidità saettante e tutto quel sapore, è una massa informe, è un neonato che porta in sè, in potenza, ogni avvenire; è la promessa della natura che ogni anno si rinnova; è la speranza della vita che continua in un futuro migliore. 

Nettare degli dei Vinsanto del Chianti 2010, Az. Agr “Poggio al sole”di Brogioni, bottiglia 339, 15 gradi.

Questa è la storia di una bottiglia di Vinsanto davvero particolare. Te la racconterò -amico, amica che mi leggi- come a me l’han raccontata; e cercando di ricordarla bene, perché è stato un po’ di tempo fa: se c’è errore la colpa è solo mia e sarò qui per rettificare. Anzitutto devi sapere che quando capito a Lucca (sta a un tiro di schioppo dalla casa che era dei miei nonni), dopo essermi perso per ore e ore tra le vie bellissime del centro a rimirar scorci, mura, chiese, palazzi, le gambe a un certo punto mi portano immancabilmente davanti alla vetrina dell’Enoteca Vanni in Piazza San Salvatore: fan tutto da sole ed io resto li’ dubbioso se entrare, perché già so che ne uscirò con qualche nuova bottiglia, e ne ho ormai da parte più di quelle che potro’ ragionevolmente bere. Infine, con la scusa di un saluto, finisco ogni volta per varcar la soglia. Mi piace l’Enoteca Vanni, per quel suo aspetto démodé che in realtà è autenticamente storico: il soffitto alto, il gran banco sulla sinistra, le bottiglie ordinatamente esposte  nelle annose vetrine di legno scuro. Soprattutto però all’Enoteca Vanni capiscono di vino: etichette sempre meditate, scelte con cura, curiosità, molti assaggi e con il piacere della scoperta. Poi con Simone ci intendiamo: abbiamo gusti piuttosto vicini, amiamo entrambi il sangiovese classico ed una certa finezza nei vini, siano toscani, piemontesi o d’oltralpe.
Pochi giorni prima della scorsa Pasqua son capitato all’Enoteca Vanni, voila’: le solite amabili chiacchiere da appassionati, l’acquisto di “qualcosa di nuovo da assaggiare”, chiantigiano e ilcinese. Poi, mentre già stavo per pagare, chiedo a Simone se per caso avesse qualche vino dolce interessante, per chiudere in bellezza il pranzo festivo. Simone ci pensa un po’ su, dubbioso e non troppo convinto, poi d’improvviso si illumina e mi dice: “si, qualcosa ce l’ho per te, ma è l’ultima bottiglia, se ti fidi vado a prenderla in cantina”. Certo che mi fido! Dopo un attimo ricompare da sottoterra con una piccola bottiglia di Vinsanto dalla foggia  curiosa, con un’etichetta di un’artigianalita’ disarmante ed il tappo sigillato con la ceralacca.
“Un giorno entra un signore, saluta e dice che lui fa il Vinsanto più buono del mondo. Abbiamo sorriso scettici e lui ce lo ha fatto assaggiare. Abbiamo finito per comprare tutte le bottiglie che aveva con se’”. A quanto pare la famiglia di quel signore  possedeva molte vigne: non ricordo esattamente se mi dicessero che vende a terzi le uve rosse o che ha alienato quelle vigne, fatto sta che produce solo poco Vinsanto e per pura passione, perché credo nella vita abbia tutt’altra occupazione. Mi incuriosisce la storia bellissima e semplice, che pare uscita dalla penna di qualche novellista o dall’Italia che decenni fa ritrasse Soldati nel suo “Vino al vino”. Inoltre, quanti negozi sanno ancora oggi acquistare e proporre così liberamente, fidandosi solo del loro gusto? E poi, questo Vinsanto viene da Colle Val d’Elsa, la città d’Arnolfo ma soprattutto luogo dove ho ricordi di bimbo di una Toscana ancestrale e profonda, quando l’antico non era riscoperto e assediato dal moderno, ma conviveva col quotidiano, quando le case coloniche erano cadenti, ma vi pigolavano ancora i pulcini e le galline beccavano sull’aia ghiozze, alla luce del sole che irradiava quelle colline che conservavano intatta la loro dimensione di silenzio e un po’ selvaggia (da quanti anni manco, quanti capannoni e strade d’asfalto avranno fatto…). Insomma non mi faccio pregare, acquisto la mia, la numero 339. Prometto a Simone di fargli sapere che cosa me ne pare e m’avvio a casa felice e curioso col mio bottino. Il pranzo Pasquale con la mia famiglia e’, al solito, nel solco detta tradizione, con la pasta asciutta e la cacciagione arrosto. Chi ha spazio poi per il dessert? Io per me apro piuttosto, impaziente,il mio Vinsanto artigiano, rimuovo la ceralacca rossa che copre il tappo, lo verso adagio e…Ambra. Luminosa, profonda, limpida: un archetipo. Bello indugiarvi lo sguardo, riposarvelo, in una memoria di antico: questione di stile. Potrebbe col tempo acquisire altra e maggiore profondità alla vista, addensarsi in un mistero; per ora è un lago che accoglie le lacrime fitte, morbide, quasi amante pietoso – quelle che scorrono sul calice. Ancora lo riguardo e  vi perdo  il mio naso: aroma intensissimo, ampio, potente, caldo e complesso, virando da un bouquet floreale alle delizie dei canditi, delle nocciole, del miele, del cioccolato, un una freschezza primaverile che poco a poco trascolora nella solarità  estiva. La vibrazione luminosa che irradia lascia già preludiare le componenti più scure che sanno di bosco e d’autunno: castagne, funghi, un fondo di timo, di foglia e corteccia di leccio. Infine l’inverno: solvente, l’ossidazione che si apre un varco nella materia e ciò che non distrugge sublima. Così puoi restare a vacillare li’ per ore il calice, rimandando la tua mente ai ricordi dell’anno che è stato e a quello che verrà. Ma la tua bocca vorrà il suo bacio. E sarà un bacio avvolgente, cremosissimo, quasi soffice, con una presenza materica che seduce e resta nella mente, perché non è statica: sarà un bacio dolcissimo, e’ vero, ma anche salato, alimentando un contrasto che allontana stucchevolezze da stenterelli. E sarà un bacio molto lungo, in continua tensione, per virtù e forza di un’acidità notevole, che appena si scorge a cercarla d’impegno, fusa com’è negli incanti di un residuo zuccherino altissimo. Ancora solo cartone d’artista, tuttavia, appena abbozzato: il tempo porterà l’amalgama finale al colore, le lumeggiature e le ombre velate, le prospettive aeree e le trasparenze, la complessità degli strati sovrapposti a creare profondità infinite e svelare dettagli minuti. Vagello di immaginarlo e riberne tra diec’anni, ma…peccato: era l’ultima bottiglia!

Vel Aules 2008, Rosso IGT Toscana, Fattoria Poggio Gagliardo, 15 gradi.

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Quando andai alla Fattoria Poggio Gagliardo, a Montescudaio, nel primissimo entroterra della costa pisana – e diciamolo pure, non un nome ed una zona sulla bocca di tutti- fu per acquistare un po’ dell’introvabile Vel Aules, del quale avevo sentito parlare a mezza bocca come di un arcano segreto: un vino, si dice, realizzato secondo i dettami di un trattato enologico del Settecento, perfino pigiato con i piedi in tini di legno, utilizzando un uvaggio particolare di uve autoctone ( la malvasia nera, tanto tipica del Pisano, al 62%, ed il colorino al 38%) coltivate e vinificate secondo le fasi lunari ed i dettami della biodinamica. M’aspettavo un vino strano, magari con un gran residuo zuccherino, con un’acidità volatile fuori registro e con imprecisioni aromatiche: in fondo, che ne sapevano nel Settecento di fermentazioni, ossidazioni, batteri ? E li’ casca l’asino: perché invece il Vel Aules e’ un vino modernissimo, che alla cieca quasi potrei scambiare per un rosso australiano o sudafricano o argentino, e di livello. Già stupisce e disorienta per le tinta rubina che e’ ad un passo dall’essere impenetrabile, tanto e’ fitta; però mantiene una lucentezza ed una naturalezza che sembrano smentire artificiose concentrazioni. Non essendo filtrato – preparati- l’ultimo bicchiere lo troverai un po’ torbido; ma più ancor di quello ne noterai le lacrime fittissime, lente, persistenti, li’ a sottolineare una morbidezza glicerica ed un tenore alcolico che riscontrerai al sorso in tutta la loro potente morbidezza. Prima, però, farai i conti con un aroma intenso e caldo, così lontano dall’ariosita’ leggiadra dei vini più toscani classici a base di sangiovese: qui, piuttosto, avrai un calore mediterraneo ampio, profondo di macchie scure ed ombrose, di mirti e ginepri, ove manca solo il rilucere nell’ombra dell’occhio di un daino o il grufolare di un cinghiale a rendere la misura della selva intatta. Corbezzoli, more selvatiche, mirtilli, susine nere fresche ed essiccate, fichi neri, ciliegie, lamponi, amarene, prugne rosse: un tripudio insomma di frutta matura e calda di sole, ma sempre vivida, non cotta o ridotta a marmellata; integrata piuttosto da aromi di verdure (peperoni verdi), di lieviti e di spezie dolci (cannella, noce moscata, cardamomo) e note balsamiche (l’incenso) e di legno (sandalo); profumi nitidi e ben fusi,senza traccia di imprecisione alcuna. Bevilo poi, e trovalo ampio, potente, pienissimo di corpo, saporitissimo, rispondente, dal tannino abbondantissimo e assai maturo, un poco piacevolmente terroso; dall’acidità spiccatissima, ma così integrata in questo vino dalle forme procaci da restare li’ solo come un potente sostegno, un motore che ruota a pieni giri e spinge il vino alla bocca, bilanciando un alcol si’ un po’ troppo abbondante, ma che regala calore, morbidezza, conforto. Lungo, sa danzare languido ed energico su un periglioso crinale, affascinando senza mai cadere, perfino concedendoti la tentazione estrema di un residuo zuccherino abbondante, quasi al limite dell’abboccatura, assomigliando in questo per davvero a tanti vini del Nuovo Mondo; ma con un’energia orgogliosa ed austera, ruvida e vellutata insieme, che è potentemente italica: un misto di eroismo guerresco da capitano di ventura e di sensualità languida da Venere bruna. Un vino fatto, dunque, secondo dettami settecenteschi? Sara’, ma allora veramente ci si chiede dove sia il progresso e se l’evolversi stesso del gusto non sia altro che un cammino breve e circolare. Di certo questo e’ un grande acuto delle terre della Costa Toscana, unico e originale. Di più: t’obbliga a cambiare il punto di vista, per una volta e a dire: buono in quanto diverso , buono in quanto – in una certa misura- non tipico e pronto a giocare tutt’un altro campionato. Amico, amica che mi leggi: non ti deluderà su un arrosto, ma se potrai gustarlo con un saporito umido, magari di cinghiale o con un bel “peposo”, allora appieno ne godrai.  

Brunello di Montalcino 2004, Poggio Antico,13,5 gradi.


L’etichetta del Brunello di Montalcino di Poggio Antico, da tanti anni immutabile nelle sue forme grafiche così essenziali, ordinate, austere e moderne a un tempo, richiama in me -inutile negarlo- momenti lontani di festa e di gioia in famiglia, grandi tavolate, calde serene e accoglienti, immagini ormai presenti solo nella memoria, popolate di volti che -ahime’- non sono più. Vino dunque configuratosi nella mia mente per occasioni speciali e forse primo Brunello che ebbi modo di assaggiare – per molti anni, l’unico, fissandomi a lungo un’idea del celebre rosso ilcinese ben definita ma giocoforza parziale, legata ad uno stile aziendale che è costante e preciso ed all’espressione di vigne che sono solo alcune – seppur felicissime- fra le tante di Montalcino. Dopo tanti di assaggi e bottiglie diverse che mi hanno aperto la mente, il privilegio di aprire oggi, a Natale con i miei cari, una di sei bottiglie perfette di un’annata pregevole, giunte direttamente dalla cantina al mio sottoscala umido e oscuro, toscano e segreto, quasi tumulo etrusco minuto del mio tesoro. La conferma di un vino come lo conosci, che definiresti neoclassico per una compostezza di forme, per un eloquio riservato e elegante pur col rischio di un certo signorile distacco; per la sua potenza unita alla freschezza; per il suo essere disponibile ad olfatto e palato anche appena aperto, ma capace di rimanere saldo e sereno allo scorrere del tempo: lo gusto ora dopo sedici ore da che ne ho tolto il sughero lunghissimo ed ha una bellezza perfetta, ed è un vino di dieci anni. Brunello di qualità altissima; senza menzione di vigna, alla moda antica, quando di tanti terreni sempre si tagliavano i vini per ricercare equilibrio, scatto e forza, pienezza e freschezza; quando del vino più che il preconcetto (il mono vitigno, il mono vigneto) contava la bontà di ciò che avevi nel bicchiere. Qui rubino appena aranciato ai bordi, più carico verso il centro fino a diventar quasi profondo, ma trasparente sempre: mai quell’impenetrabilità impropria per il Brunello, che troverai altrove. Ed un aroma intenso, di vino austero, che ancora avanza tranquillo ed immutabile sul suo cammino tra gioventù e evoluzione, mentre il mondo rovina e cade intorno: qui gli aromi floreali e fruttati di viole, gelsomini, iris e ciliegie, arancia sanguinella, cominciano a fondersi con il tabacco biondo, il pepe bianco e verde, con accenni di cuoio; anche l’humus e la terra bagnata baluginano, in un mutar nel calice che fa il vino vivo e pulsante, marcando il segno di un’evoluzione non ferma, ma continua avanti a se’. Perché certo avrà vita lunga: sentine l’integrità al naso, senti il tannino come ancora freme deciso, con la sua consistenza di rena sotto gli abiti eleganti e bon ton, come l’acidità sia ancora altissima a sostenere un sorso davvero lunghissimo, pieno, profondo ed a rinfrescarlo: quasi gigante di pietra che trovi vita e slancio imprevisti, staccandosi dalla massa rocciosa nella quale era intagliato come i Prigioni di Michelangelo, ma con potenza armoniosa e sicura, senza sforzo. A suo modo anche facile e diretto, contemporaneo: se certi Brunello hanno la forza senza tempo ma intimamente antica e persino arcaica delle Madonne di Giotto, Buoninsegna, Cimabue, qui non non puoi non avvertire un battito diverso: come se un artista moderno si cimentasse oggi con quelle forme di polittico, di troni col fondo oro, ma con la mano ed i tormenti d’oggi. Mi restano altre 5 bottiglie: una ogni 5 anni a verificarne l’evoluzione che è sicura e scommetto virtuosa farebbe 35 anni per il vino e 62 per me – quasi 63. Traguardo forse raggiungibile, che come ora vorrei festeggiare con la tavola imbandita di crostini toscani e di fagiano e di pernice arrosto, abbinamenti perfetti e d’amore. Oggi pero’ intorno al vecchio tavolo, col fuoco ardente, avevo mio padre, avevo mia madre. 25/12/2014

Una sera maremmana a Londra: Poggio Argentiera a Sartoria.

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Di come l’autore, adottivo oramai della contea del Berkshire, viene abbagliato da Londra, ma sogna la Maremma – Tra le secche del mercato internazionale e dei grandi numeri – Tradizione e territorio per un capitano coraggioso – Tutti fuori dalle secche con un Vermentino

Per chi come me lavora nella provincia inglese, venire la sera nel centro Londra ha sempre il fascino fanciullesco di trovarsi in un enorme negozio di giocattoli: le luci, la folla, il traffico ti circondano prendendoti quasi d’assalto, componendo una musica aggressiva, piena di clangore, ma con una sua potente armonia. Poi lentamente metti a fuoco le vetrine e i volti e ti accorgi di come questa metropoli – che corre alla velocità della luce- sia soprattutto un miscuglio di etnie, di genti, di storie, tutte qui convenute per i motivi più disparati. Sfilano su Regent Street, altissime, le tradizionali corriere rosse a due piani come elefanti in un nugolo di taxi neri, tra due file ininterrotte di monumentali negozi scintillanti delle più famose firme mondiali; ed un aggroviglio di suoni vibra nell’aria. Li’ accanto, parallela e un po’ appartata, silenziosa e senza traffico, c’è Saville Row, che si svela con uno di quei contrasti londinesi che lasciano sempre senza fiato: li’,con un’aria quasi da paese o piuttosto da scampolo dell’Ottocento, si allineano piccoli atelier di gran lusso: e puoi solo immaginare magnati, emiri, discendenti di casate antiche entrarvi per una confezione su misura alla bisogna di una cerimonia, di un cocktail party, di una prima al Covent Garden. Ecco appunto spiegato il nome di un ristorante italiano che vi alligna: Sartoria; che per eleganza, stile, qualità del servizio e’ certamente in tono col contesto ed infatti si annovera tra i locali più celebri di Londra. Però, per una sola sera, tutto il luccichio della metropoli, la ricercatezza del design ed il lusso di una saletta privata, sono svaniti mentre nella mente si affacciava il ricordo di ben altre serate: di un canto di grilli nell’aria, del lontano scrosciare delle onde, del mormorare odoroso delle macchie, del vociare malinconico di una civetta; notti maremmane evocate dai vini di Gianpaolo Paglia.
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E’ intrigante poter godere di un’ampia panoramica della produzione aziendale commentata da Gianpaolo stesso a beneficio di un pubblico, se non tutto inglese, pur interamente calato nella realtà anglosassone. Il mercato qui e’ il più internazionale possibile: contano per lo più le grandi marche in grado di rifornire gli scaffali della distribuzione e le cantine dei ristoranti di bottiglie facilmente associabili ad un varietale di uva e con una qualità costante, prescindendo dall’annata. Insomma: se c’è una nicchia di appassionati e facoltosi acquirenti dei vini di Borgogna, per la massa i nomi di riferimento sono Jacob’s Creek, Hardy’s, Gallo, Yellow Tale; e, diciamola tutta, qui e’ molto più esotico non dico uno Schioppettino friulano, ma un Montepulciano d’Abruzzo, rispetto ad un Pinotage sudafricano o ad un Carmenere cileno. Lo so che in Italia parecchi storcono il naso solo a sentirli nominare questi vini del Nuovo Mondo, ma in realtà si tratta spesso di prodotti eccellenti e godibilissimi: l‘“età del legno” -chiamiamola così per intenderci su quello stile grande grosso e barricato- e’ passata da un pezzo e spesso ci sarebbe persino da imparare in termini di freschezza, precisione e bevibilita’. Poi però ti trovi a tavola con i vini di Poggio Argentiera, guardi i visi dei commensali, leggi il loro stupore e capisci quali sono ancora le carte da giocare: e’ il peso della storia, che ha consegnato nelle mani degli italiani un’originalità da non dimenticare; e’ la forza di una tradizione che, se abbinata intelligentemente con la modernità, canta ancora con voce convincente e piena; e’ una specificità territoriale che, seppur forzatamente e naturalmente frammentaria, stampa tuttavia un’impronta indelebile a volerla assecondare. Ci vuole gusto, intuizione e coraggio: doti che non difettano a Gianpaolo. E sarà allora un caso che il vino che più stupisce il “pubblico”, alla fine, e’ forse proprio il Vermentino Guazza 2012?

Comincia la cena e l’assaggio dei vini: l’autore parla e straparla, pur restando sobrio – Celebrity Death Match: Mozart versus Iron Maiden – Il sole dell’estate e la malia della finta semplicità .

Certo: se il tuo palato e’ cresciuto a raffiche di laccati Chardonnay dai profumi supertropicali e di Sauvignon freschi come lame e con aromi verdi in puro Technicolor (sapiente estrazione di tioli e pirazine, direbbero i tecnici), il Vermentino Guazza 2012 ti spiazza; ma è come se uno venuto su con gli LP degli Iron Maiden nelle orecchie si trovasse all’improvviso di fronte ad un Divertimento per archi di Mozart: ci vorrebbe l’attenzione di cogliere un dettaglio prezioso, di ricercare un suono segreto; ma poi, ne sarebbe conquistato. Nasce da vigne che partono praticamente dal livello del mare per salire su in collina fino ai 400 metri, ci racconta Gianpaolo. Solo acciaio: l’uva senza filtri. Ed e’ bello vederne il color limone cosi’ ricco ma non carico, che ti ricorda il sole dell’estate, e i suoi archetti fitti e lenti come un assonnato meriggiare. L’aroma e’ intenso – ha la vibrazione sottile dell’aria quando è calda; però non e’ aggressivo, non e’ diretto: mantiene una distanza spaziale, una soffusa prospettiva aerea verrebbe da dire, se fossimo davanti a un dipinto di Leonardo; ma qui, piuttosto, lo definiremmo avvolgente. Certo, ci si trova il frutto: mela golden e pera, belle mature; pur quel che più mi affascina e lo distingue sono quegli odori di fiori di campo, di paglia lasciata ad asciugare al sole a fine agosto, di quel miele speciale della macchia che cresce sulle dune costiere del Tirreno, ed una ulteriore nota calda e pastosa di frutta secca, ammandorlata: ” nuttines” dicono gli inglesi, ma a me piace pensare ai pinoli che bimbetto i nonni mi portavano a raccogliere in pineta e mi insegnavano a schiacciare. Il corpo e’ medio e l’alcol e’ ben integrato: capisci subito che è un vino che lascia spazio al cibo, ma può star bene anche per l’aperitivo (avessi però qui ed ora degli spaghetti allo scoglio preparati come si deve…). Ha una buona riserva acida, ma non spinge certo su questo registro impegnandosi in una competizione muscolare, ad esempio, coi bianchi neozelandesi; si prende però gran una rivincita con la salinità, dove cala il suo asso: quanto piacevole risulta così alla beva, chiamandone ancora ed ancora, e come risulta originale rispetto al cosiddetto “mainstream” internazionale. Se poi si aggiunge una certa oleosita’, il gioco e’ fatto: ecco il tocco femmineo, la sensualità: e, proprio come certe donne, ti appare sulle prime tanto semplice, ma finisci poi per ritrovarti in un baleno invischiato nella sua malia. Di qui, le bocche aperte dei commensali: un po’ per la sorpresa di trovare un bianco toscano così buono, un po’ per berne ancora.

Mondo ciliegiolo – Ciliegiolo Principio 2012 ossia il Beaujolais del buttero – Tra innovazione e tradizione l’autore pensa al governo, ma non la butta in politica .

Ed ecco che i commensali, la bocca ancora golosa di Vermentino, si trovano a che fare con un profumatissimo rosso che viene da un’uva antica, che forse nemmeno hanno sentito nominare: il Ciliegiolo Principio 2012. E qui diventa necessario per Gianpaolo un excursus storico e geografico, per narrare come quest’uva, parente del sangiovese, ami il tepore maremmano, dando eccellenti risultati in zona e marcando i vini del suo carattere individualissimo: gioioso, solare, conviviale, scherzoso, amichevole, diretto, tanto diverso dal più introverso e scontroso sangiovese. Un’uva altra, ma con una personalità così distinta ed una voce talmente sonante da reclamare un mondo enoico tutto per se’: piccolo, certo, se si paragona il numero totale di bottiglie realizzate dai vari produttori a quello di certe giganti cantine del Nuovo Mondo, ed i commensali sorridono; ma subito smettono infilando il naso nel bicchiere, perché quel bel liquido rubino perfetto e trasparente, con archetti fitti che scorrono veloci, rilascia folate ammalianti di frutta fresca matura e croccante, -la ciliegia, naturalmente!- una bella speziatura naturale (niente legni: vinificazione e affinamento in cemento e acciaio), ma soprattutto fiori, fiori, fiori. Rispetto a tanti vini internazionali non scherzano i tannini, ma sono ben maturi ed anche l’alcol e’ domo. Che piacevolezza, che beva: perfetto un po’ fresco, a 16 gradi, sugli antipasti come qui ci viene servito (crostini con fegatini di pollo e salvia), ma direbbe la sua perfino sul pesce, magari un bel cacciucco o le triglie in umido o una palamita in gratella.
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E Gianpaolo svela il trucco, se così si può chiamare: una fermentazione semi carbonica (per intenderci, una variazione di quella tecnica che si usa per il Beaujolais) aggiungendo al mosto un 10%-15% di grappoli interi in atmosfera inerte di anidride carbonica, in modo da conservare nel vino i caratteri più freschi e fruttati del vitigno, ma senza finire banalizzandolo con connotati da bibita o da cingomma. E mentre il pubblico subissa Gianpaolo di domande, io sorrido in cuor mio ripensando ai vecchi contadini toscani che aggiungevano al mosto fermentato grappoli  di uva appassita: il governo del vino, si chiamava. Non inorridiscano i tecnici leggendomi, so bene che si tratta di procedure ben diverse, ma come gli anziani prima, Gianpaolo applica e ripete con intelligenza un gesto per modellare la natura verso un vino più immediato, morbido, piacevole: perché il territorio e’ anche la mano e l’intelligenza dell’uomo, che da voce alla zolla ed all’aria. Che voce, poi! Giacché non pensi ai bistrot parigini o ai bouchon di Lione, ma all’aria aperta delle colline e ai tomboli, alle coppie di pane affettate tenendole ferme  tra il braccio e il costato, al salame tagliato massiccio, al pecorino fresco con le fave: la merenda del buttero.

Il miracolo della calda estate 2012 – Il sangiovese e la Maremma – Sua maestà il Morellino e’ servito: Bellamarsilia e Capatosta ovvero il percorso zen di Gianpaolo Paglia – L’autore con naso pinocchiesco proclama nel suo silenzio le personali preferenze.

Un aspetto stupisce in questi vini del 2012: malgrado l’estate caldissima, sono freschi e vitali -persino più che in altre annate, diremmo- con l’acidità che ha mantenuto un’ottimo livello. Bravura dei vignaioli ed anche, magari, delle qualità intrinseche delle uve autoctone, che se si sono acclimatate in zona da centinaia d’anni, sarà anche perché meglio hanno saputo adattarsi nel lungo orizzonte della storia, in una simbiosi che sfugge alle mode ed alle regole di mercato (potrei sbagliarmi e sorprendermi per un fresco Merlot, arrendedomi allora alle meraviglie della natura). Anche nella variabilità, nella capacità di questi vini di leggere e rappresentare la diversità delle singole annate sta il loro fascino: son come un diario, un libro aperto con le pagine bianche da scrivere a due mani, dalla natura e dal vignaiolo (intendendo con questo termine per semplicità sia chi cura la vigna, sia chi cura la cantina; o, semplicemente, chi decide e sovrintende alle operazioni, sempre però seguendo un percorso viscerale e virtualmente contadino e artigiano).
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Ma ecco che entra in scena il Morellino e con lui il sangiovese: tocca a Gianpaolo spiegare le divergenze tra questo e il ciliegiolo, e come il sangiovese di quella porzione di Maremma che gravita nel comprensorio di Scansano, esposto alla luce ed alle brezze marine, con suoli variabili dalla sabbia al vulcano, esprima accenti diversi da quelli più austeri che si ottengono sui monti impervi del Chianti o della Rufina, apparentandosi piuttosto a quello aperto e luminoso di certe giaciture a Montalcino. Eccolo nel calice il sangiovese, con la sua capacità di essere primattore schivo, un po’alla Marcello Mastroianni, ma con l’abilità di cambiare registro restituendo il territorio come uno specchio; e,se propriamente trattato, con raffinatissima eleganza. I Morellini di Poggio Argentiera, lo confesso, non li assaggiavo da molti anni: li ho trovati diversi, più fini, hanno seguito il percorso del loro autore, che scherzando chiamerò zen, ma che in realtà e’ come quello di tanti grandi artisti, tutto in levare, concentrato sulla sottrazione del superfluo, raggiungendo un nuovo equilibrio che, parlando di vino, si potrebbe anche chiamare bevibilita’. Allora il Bellamarsilia ne interpreta l’anima più fresca, giovanile e femminile, con le sue incantevoli, affascinanti trasparenze rubine, con la purezza del suo aroma, che alla frutta rossa sa per me abbinare una speziatura verde, un senso piacevole di erbe dell’orto per fare l’acquacotta, di un’eleganza semplice e vera. Ad affiancare il nobile sangiovese c’è un 15% del più sbarazzino ciliegiolo, ma che differenza rispetto al Principio 2012: qui nel calice c’è molto più tannino ben grintoso ed acidità, però con una pulizia luminosa, un bilanciamento nitido ed una persistenza lunga, ma senza arroganza, così da farne desiderare bevute abbondanti e quotidiane, innocenti come un’immersione nella luce del sole. Certo, per i palati del pubblico straniero tutti quei tannini e quell’acidità disorientano e Gianpaolo e’ costretto a spiegare che in Italia il vino e’ parte di una cultura conviviale e va gustato col cibo: mai strettamente da solo; e pian piano i visi si distendono cominciando a capire. Tocca al Morellino Capatosta 2010 ed e’ tutt’altra storia: qui si usano cloni diversi da tre vigne scelte, che impongono anche una piccola presenza di alicante nell’uvaggio; e poi l’affinamento in botti da 10 e 15 ettolitri, un cambiamento di stile datato proprio 2010, quando alla ricerca di una maggiore eleganza, semplicità e bevibilita’ e seguendo soprattutto un’evoluzione di gusto personale, si è rinunciato a un profilo concentrato ed alla barrique. Qui la tinta rubino e’ ancora più profonda, ricca e fitta; disegna archetti contigui e lenti. L’impatto aromatico e’ in parte simile a quello del Bellamarsilia, perfino più intenso nelle note di frutta, ma sovrapposto all’effetto delle botti ha un che di balsamico e di incenso che ricorda ( con moltissimo garbo) certi aromi dei Bordeaux. Emerge forse (forse!) appena un che di alcol, ma nell’insieme e’ moderno e importante, senza strafare: viene sempre fuori l’anima italiana, toscana e sangiovesa. Gianpaolo ammette qui che lo avrebbe preferito con ancor meno influenza del legno, ma nel 2010 le botti erano nuove! E’ al palato comunque che ad oggi rivela il suo massimo: lungo, corposo , vellutato, rotondo, con buona acidità e tannino presente ma dolcissimo, maturo.
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Bisogna fare delle scelte? Allora bevo il Ciliegiolo Principio 2012 ora, il Vermentino Guazza 2012 l’estate ventura, il Morellino Bellamarsilia più avanti per i prossimi 4-5 anni, il Morellino Capatosta tra 5 e 8-10 anni.

E’ il momento del marzolino e di un tortino al cioccolato: con pari agio si affianca loro Lalicante 2009 – Finale dolce amaro – Tra sogno e realtà: le uve bianche di Pitigliano ed un vigneto di malbec – Congedo: poesia struggente della Vigna Vallerana .

Giungendo al dessert e’ il momento di un’altra scoperta: il viscoso Lalicante 2009 da uve alicante bouschet, dove gli zuccheri sono stati fatti concentrare per essiccazione secondo uno stile che ricorda quello del Recioto. Un vino dolce che diresti non dolce, tanto e’ speziato e soprattutto al palato salino. Rubino profondo, originalissimo: tanto pepe, crostata di frutti bosco, macchia, legno stagionato, castagna, insomma tante note scure, ma si mantiene solare, con una bella acidità rinfrescante e tanta grinta maremmana. Passa con nonchalance nell’abbinamento dal pecorino al cioccolato, ed è tutto dire.
La sua dolcezza allenta le chiacchiere a ruota libera: e’ il momento di ultime considerazioni, confessioni e racconti di sogni. Gianpaolo ci testimonia la passione per un miglioramento continuo, studiando per conseguire il titolo di Master of Wine, sperimentando curioso in vigna e in cantina, ma col realistico ed in po’ malinconico monito che “è più difficile vendere il vino, che produrlo”; inseguendo anche progetti nobili, che potrebbero segnare svolte importanti non solo per Poggio Argentiera, ma per tutto il territorio, in una tensione, che percepisco anche tormentata, tra desiderio ideale e realtà. Si parla ad esempio di un’indagine condotta qualche anno addietro nelle vecchie vigne di Pitigliano, per la ricerca ed il recupero di quelle antiche varietà locali che il boom del vino di massa (chiamiamolo così) aveva fatto soppiantare da cattivi cloni di trebbiano, e che è stato poi necessario mettere in un cassetto perché, volenti o nolenti, un’azienda vitivinicola e’ un’impresa che prima di tutto deve sostenersi; con il finale dolce amaro che il progetto viene proseguito da capitali tedeschi. imageAncora più triste discutere di come una celebre, grandissima firma toscana, che comincia con la “A”, abbia impiantato in una delle migliori esposizioni della zona -che, ricordiamolo, e’ di tradizione plurimillenaria, etrusca- un grande vigneto di malbec, seguendo una moda internazionale e un po’ fatua che in pochi anni si è sgonfiata: giusto il tempo necessario alle viti per diventare produttive. Come sarebbe bello se certe imprese investissero piuttosto nel recupero scientifico di varietà tradizionali! Però a noi rimane la consolazione di avere capitani coraggiosi come Gianpaolo, capaci soffiare vita in un sogno come quello del ciliegiolo della Vigna Vallerana: sito bellissimo, privilegiato, di vecchie piante che producono con qualità altissima, ancor oggi curato dalle due persone che li’ hanno passato la loro vita: contadini di 78 e 82 anni, che dopo aver venduto per anni le loro uve a prezzi ridicoli per essere conferite in una massa anonima, vedono finalmente valorizzato il loro lavoro, con una bottiglia celebrata – ma ahimè, non si importa in UK- che porta orgogliosamente il nome del loro cru. Disse una volta l’anziano Toscanini: “Non muore la musica”; potremmo dire lo stesso per la viticoltura, quella con la V maiuscola.