Il Volpato Bianco e Rosso del Podere Nannini: una micro verticale.

Volpato Bianco Toscana, IGT 2017, 12 gradi; IGT 2016, 13 gradi;

Volpato Rosso Toscana, IGT 2017, 13 gradi; IGT 2016, 12,5 gradi;

Podere Nannini.

Ho conosciuto la Maremma che ero un bambino: erano i primissimi Anni ‘80, perché dell’ultimo scorcio del decennio precedente, è difficile io abbia contezza. La si frequentava in transito per andare d’agosto all’isola d’Elba: i miei genitori, i miei nonni, zii e cugini, la famiglia e gli amici di mio fratello. Bellissima e selvaggia quella terra, di fascini e silenzi notturni, di immobili meriggi assolati, affocati dal caldo e dal ronzio delle cicale che invadeva i cespugli degli oleandri. C’era,allora, la vecchia Aurelia, che inanellava come le semi di un rosario paesi dai nomi aperti e indolenti, evocativi di sole, di mare e di rena: Bibbona, Donoratico…costeggiando i vecchi poderi un po’ cadenti, che immancabilmente avevano un capanno di legno e canniccio preposto allo smercio di frutta, verdura, vino e olio, saltuariamente miele e qualche cacio. Un paesaggio non molto diverso da quello dell’“abito fiero” e “dello sdegnoso canto” di carducciana memoria o dalle macchie abbagliate di un Fattori, di un Signorini, di un Lega, di un Borrani, di un Cabianca.   La zona di Castagento Carducci e di Bolgheri, da spettinata e sonnolenta che era, si è oggi rifatta il trucco grazie al turismo ed all’enoturismo, divenendo assai più curata ed elegante, ma perdendo qualche cosa in autenticità e schiettezza. Da qualche anno ritrovo la memoria di quell’antica Maremma dei miei ricordi scendendo un poco più a meridione e doppiando il capo dove sorge Piombino, verso Follonica.  Lì si stende una landa – ché  diversamente non saprei come definirla- piatta, lembo estremo della Val di Cornia quando quest’ultima si tuffa nello specchio di mare che guarda la sagoma sensuale e altera dell’Elba. È incorniciata a settentrione dalle sagome spettrali degli altiforni Ilva, poi Lucchini, oggi Jindal, con le loro duplici ciminiere altissime; a meridione dalle palazzine di Follonica. Nel tratto parallelo al mare condta di aree incontaminatamente, umide, selvagge (il parco della Sterpaia), mentre nell’interno la campagna è ancora genuinamente campagna: una distesa vasta e spaziosa di terra coltivata, di zolle fertili rimosse, coi campi di girasole, grano, carciofi, lattughe, peschi e albicocchi, ulivi e viti; che, se non sono coltivati promiscui filare per filare, poco ci manca, tanto un appezzamento confina con l’altro, variando la coltura: così che le une si affratellano alle altre secondo riquadri regolari. Essi sono delimitati, di quando in quando, dalle numerose strade bianche; e, d’intorno, stanno le colline subito alte e verdi di boschi. Lì, ancor oggi, ci sono tante aziende agricole, dove ancora si posson comperare al minuto frutta, verdura , formaggi, olio, miele, vino; da coltivatori diretti di un’autenticità sana e veramente a chilometro zero, altro aspetto che mi rende sempre piacevole una vacanza a Torre Mozza, ultima località livornese prima del confine grossetano.

Ora: non è che vedendo qualche cartello di codeste aziende che reclamizzava la vendita di vino, mi fossi in verità mai affrettato ad assaggiare quelle bibite: su quelle terre piatte, apparentemente pesanti, e assolate, che cosa poteva mai venire? E poi, lo sapevo, qui si produce ancora tanto sfuso senza pretese – non c’è nulla di male, se non si hanno particolari aspettative.

Ventura vuole che lo scorso novembre, girellando per i banchetti del meraviglioso mercato FIVI, mi imbattessi in un’azienda della quale non avevo mai sentito il nome e che notassi, con una certa curiosità, che era di Riotorto, una frazione del comune di Piombino che sta a un tiro di schioppo dal mare e da Torre Mozza.  Assaggiai i due “Volpato”, bianco e rosso, ed il rosso più ambizioso, l’Esopo, l’ unico ad affinare in legno.

Furono però i “ Volpato” ad accendere il mio interesse: giovani, spontanei, schietti, pieni di carattere; vini di ispirazione felicemente artigiana, quasi antica se mi ricordavano certi vini contadini locali degli anni ’70 e 80. Il Bianco mi attrasse in maniera particolare, rammentandomi i buoni bianchi locali e rustici di un tempo;  ripulito, sì, questo Volpato, ma autentico: dal colore carico e vivido, generoso, gustoso, corposo, dissetante, univa queste doti dei bianchi  maremmani della mia memoria ad una moderna precisione, con un taglio particolare, credo all’incirca paritario, di uve verdicchio e vermentino, che fu portato in zona da coloni marchigiani negli anni ’20 e ’30: erano terre di bonifica quelle del fondo della Val di Cornia.

Difatti  dal mercato FIVI mi riportai a casa due Volpato Bianco 2016 , un Volpato rosso della medesima annata ed una bottiglia del loro olio franto da poco, che trovai eccezionale: estremamente aromatico, piccante, vivido e sbalzato come un bassorilievo.

L’occasione di una vacanza a Torre Mozza in questo fresco principio di giugno è stata propizia per una visita al Podere Nannini, fugacissima ma intensa: qui c’è ancora una realtà autentica, contadina, dove una famiglia coltiva i campi, taglia le siepi e coglie le albicocche: se è il caso, potresti trovartele offerte, come usava un tempo: grandi, colorate, polpose e sode, saporite, asprine il giusto: squisite. L’ospitalità è calda, amichevole, genuina: in un attimo ti senti in famiglia, perché trattato con domestica e gentile confidenza. Per arrivare, uno stradello sterrato che si separa dalla strada provinciale 39 ( la vecchia Aurelia) e si infila fra i campi piatti, bordeggiando distese apparentemente  sconfinate di spighe dorate e di carciofi, grandi e violacei come monumenti barocchi. La terra attorno è di zolla grave, scura, gravida di sostanze nutrienti come una vitella dalle lunghe corna; e, credo, con una certa percentuale di argilla.  Piatte sono pure le vigne, quelle che ti vengono mostrate con orgoglio: amplissima quella vecchia di trebbiano, con piante che superano i quarant’anni e sono magnificamente in vegetazione, quasi formassero un labirinto verde; e  assai più raccolta quella di cabernet franc, appena piantata, che andrà in produzione tra qualche anno.

Viene spontaneo riflettere, empiricamente: le vigne distano 5-6 chilometri dalla linea di costa, che è la lunga spiaggia sabbiosa del parco della a Sterpaia; troppi forse per ricevere appieno le brezze marine che spazzano l’ampio golfo di Follonica (in estate, lì sul mare, può fare persino freddo), tuttavia son sicuro che benefici della sua azione termoregolatrice, delle sue guazze notturne (che ristorano le viti quando soffia la calda brezza di terra) e di quella luce intensa, pura e particolarissima per la quale è celebre questo tratto di costa Toscana, da  Bibbona a Gavorrano. D’altra parte le vigne in pianura possono anche limitare l’espressione di certe varietà e sospetto che il verdicchio funzioni bene in taglio per regalare un di spinta acida e struttura  al vermentino che qui, forse, da solo riuscirebbe troppo largo e senza nerbo.

Con la visita al Podere Nannini mi son messo in bagagliaio anche qualche bottiglia del Volpato Bianco 2017 e del Volpato Rosso 2016, potendomi così divertire al gioco di una  verticale di due annate: piccola, improvvisata, domestica, ma rivelatoria. Cominciando, come da vecchia tradizione, dal vino più giovane.

Il 2017 ha un bel color limone luminoso e molto pieno, con riflessi verdini, quasi di giada: saranno verdicchio e vermentino con quelle a radice “ver/verd/vert” ad ispirarlo.

Forma sul calice un velo spesso, che diviene lacrime massicce, lente, evanescenti. Si vede ancora un po’ di finissima anidride carbonica disciolta, segno di giovinezza e di un imbottigliamento tutto sommato recente. Per me è la benvenuta.

Esprime un profumo molto intenso e campereste, estivo: fosse un arazzo, l’ordito sarebbe scopertamente cerealicolo, di campi di grano maturi e biondi, sui quali si disegnano rustiche figure di salvia e di alloro, di albicocche e foglie di carciofo, di semi di girasole e di papavero, un tocco delicato di uva spina ed uno deciso di pomodoro, con una lieve scia minerale.

Al palato è schietto: di corpo importante,  ben secco, eppur morbidamente avvolgente per effetto del glicole, ha un’acidità netta (un “asprigno”, ha detto il mio babbo), che disseta e richiama sorsi e sorsi, anche perché c’è quell’anidride carbonica disciolta ed una certa sapidità che titillano. Al gusto è dinamico, con continui e franchi rimandi ai suoi profumi intensi, e tuttavia il vino rimane improntato ad una certa delicatezza di tocco, in virtù anche di una sensazione tattile  fluida e sciolta.  Il finale ha una giusta lunghezza, pulizia, ed un gioco quasi scherzoso tra le dolcezze alcoliche e le note saline. Fosse una luce, sarebbe quella decisa, ma nitida ed ancora fresca di metà di una mattina di giugno. Credo che trovi il suo migliore abbinamento su una cucina di mare ricca e sapida , ma lo proverei volentieri anche sulle verdure ripiene e sulle carni bianche.

Curiosamente Il Volpato 2016 esprime un grado alcolico maggiore, una sorpresa considerato che l’annata 2017 è stata più calda; ma calore, si sa, non significa necessariamente  grado alcolico, che è piuttosto legato all’intensità luminosa ed alle ore d’insolazione: anzi, la maggior calura può aver da un lato mandato le viti in uno stato, per così dire, di protezione; dall’altra il cielo potrebbe essere addirittura rimasto più velato per l’afa, riducendo l’insolazione; e conta, ovviamente, l’epoca della vendemmia. Rispetto al fratello minore ha un color limone più carico e maturo, e profumi ancora più intensi, robusti, profondi: qui si annodano in perfetto ed armonioso bilanciamento agrumi maturi (e limoni, in particolare), frutta secca (nocciole fresche, mallo di noce), spunti idrocarburici e terrosi, su un tappeto soffice di fiori gialli e bianchi, di uva spina, con intermezzi quasi piccanti di peperoncino e timo. Ritornano i girasoli, petalo e seme, ritorna la macchia riarsa dal sole, evocata e subito sfumata. Sorso molto armonioso, col corpo ampio, energico, di notevole spinta acida e salinità più delicata, quasi accennata rispetto al 2017, ma in realtà ben presente e integrata in delicata fusione grazie alla maggior presenza  estrattiva del vino. Al gusto è ancora più concentrato e nel finale si illumina di un’inattesa balsamicità di resina di pino, che all’olfatto era appena accennata. Anche la persistenza mi sembra avere una marcia in più rispetto al fratello più giovane, per lunghezza ed armonia. Mantiene in pieno, tuttavia, quelle benvenute doti di freschezza e secchezza, quel dissetante “asprigo”. Fosse una luce, in questo caso virerebbe su quella di un mezzo meriggio di giugno: sempre decisa, ma ancora più forte e più calda. Lo direi bene sul pescato di mare, e su grandi crostacei: astice, aragosta.

La mia micro verticale del Volpato rosso è forse una piccola forzatura, essendo dichiaratamente , questo, un rosso da gustarsi nella sua giovinezza.  Però è stata l’occasione quasi di riscoprire questo vino, che durante la fiera novembrina non avevo forse apprezzato appieno nella sua giusta dimensione, che poi è quella della tavola, dei sapori sapidi e genuini, dell’aria aperta: non ti aspettare qui -amica o amico che mi leggi- un vinone signorile da concorso, un bell’imbusto in doppio petto, ma un vino amico e schietto, quello è.  Curiosamente, nel rosso l’annata ha avuto effetto inverso sul grado alcolico, maggiore nel vino più recente.

Il Volpato Rosso 2017, è perlopiù di uva sangiovese, con aggiunte di canaiolo e ciliegiolo. Ha un colore rubino perfetto,  molto trasparente, bellissimo e luminoso; lascia sul calice un velo evanescente. Profumo di intensità  superiore alla media, semplice e fresco, principalmente sulla frutta rossa: se parte dalla rosa, vira subito sulla  fragola e attraverso la ciliegia trascolora  fino all’amarena, persino quella candita e  sotto spirito. Un fondo delicato di erbe aromatiche un po’ selvatiche, come il timo, e minerale, di grafite, di legna bruciata. Di corpo quasi lieve, inferiore di certi a quello di molti rossi, ha snellezza, scatto, tanta acidità ben integrata che lo rende fresco e dissetante come un agrume, ed un più è assai salino. Il tannino c’è , ma leggero, fine. Non ha grande estratto, ma è ragionevolmente gustoso,  ed ha un finale di discreta lunghezza, equilibrato, nitido e pulito, perché si giova della secchezza del vino: è senz’altro toscano è maremmani nel carattere, non ci sono svenevolezze qui. Sobria quasi una versione mediterranea, sorridente, virile di un Beaujolais, ma di quelli buoni: un  Morgon, un Moulin a vent. Fosse un colore, sarebbe un rosso vivo, ma pastello.

L’abbiamo gustato con grande piacere su un’insalata di pomodori rossi locali, squisiti, e su pecorino fresco ed affettati assortiti, tra i quali una divino prosciutto di cinta senese brada della Macelleria Marini di Agliana (PT), tagliato rigorosamente al coltello. Tuttavia non esito  a immaginarlo ottimo su zuppe di pesce e persino sulle triglie alla livornese, per non parlar dello stoccafisso in umido, come si prepara in Toscana; e, perché no, sul tonno. A mio vedere, è un vino da pesce paradigmatico.

A margine, mi sono chiesto come sia stato possibile ottenere un rosso così lieve e dalla tinta trasparente in un’annata calda e asciuttissima  come la 2017, e in questa zona, dove sui colli vicini seccavano persino gli alberi nei boschi. Non credendo a magheggi di cantina – perché il vino fluisce in maniera talmente naturale- ritengo che l’effetto del mare ed una certa percentuale di argilla nel terreno possa aver aiutato le viti, ma soprattutto che,  intelligentemente, la vendemmia sia stata alquanto anticipata e la macerazione sulle bucce tenuta corta.

Il Volpato Rosso 2016, complice l’annata felice ma notoriamente particolare, mostra in maniera se possibile ancora maggiore un carattere originalissimo ed artigiano: mi ricorda davvero, come se li avessi materializzati davanti, certi rossi toscani che si bevevano qui e sulla dirimpettaia Isola d’Elba, soprattutto dal punto di vista aromatico. Già al colore, l’impatto è diverso: sempre rubino trasparente, e  molto luminoso, ma assai più concentrato e cupo rispetto al fratello più giovane. Anch’esso forma sul calice solo un velo, che si ritira adagio ed uniformemente, senza quasi accennare a lacrime. Il profumo è molto intenso, concentrato e complesso, sfaccettato fino a toccare note più acute e profonde. C’è un’idea di fiori, come di petali di viola appassiti, che vanno a braccetto con profumi di frutti di bosco rossi e neri (lamponi, more e mirtilli), fino all’uva aleatico appassita. In mezzo sta la frutta rossa: polpose susine, mature ma ancora croccanti, un po’ acidule. Intorno sta una nuvola complessa ed inestricabile di macchia, quella selvaggia e resinosa delle dune costiere, ed una scia sottotraccia di spezie di norcineria – il pepe nero e quello bianco – e di sottile mineralità. In bocca è gustosissimo, succoso, longilineo, ben secco, salinissimo e con un’acidità spiccata: non l’ho assaggiato in parallelo col 2017, tuttavia credo che i parametri analitici di acidità non siano granché diversi: ma in questo 2016 la combinazione di maggior estratto e minor alcol (limitato alla soglia legale dei 12,5 gradi) risulta in una superiore freschezza: letteralmente,  è appetitoso e fa salivare appena lo si avvicina al naso. Di corpo presente, ma assai misurato, sul finale è nitido, equilibratissimo ed in rimando continuo ed incalzante tra frutta e sale, dolcezza e acidità, molto gustoso e di spiccata persistenza. Insomma, ha una marcia in più rispetto al fratello minore; o, piuttosto, un eloquio più scopertamente tridimensionale. Toscanissimo anch’esso e forse più ancora dell’altro. Fosse un colore, sarebbe un viola scuro, luminoso e cangiante, come i petali di certi fiori di campo. L’abbiamo goduto con piacere su un piatto di penne coi pomodori freschi, guardando il mare del Golfo di Follonica, ma lo proverei, credendolo ideale, sovra un galletto alla griglia o al mattone, o eventalmente allo spiedo.

Rossi, entrambi – mi raccomando di cuore amica o amico che mi leggi- da bere un po’ freschi, assolutamente non oltre i 18 gradi e scendendo tranquillamente fino ai 14, in particolare col 2017, specie lo gusti su vivande di mare. Faccio mia la raccomandazione che il produttore mi ha detto mentre si caricava in macchina le bottiglie: meglio berlo in fretta, senza lasciarlo troppo invecchiare; ed io direi che il suo orizzonte può essere i tre, forse i quattro anni dalla vendemmia,  solo se ottimamente conservato.

Guarda tu che vini, quelle viti di pianura, quelle terre da ortaggi, da pesche…è forse questo il massimo che possono dare?

Ecco un territorio che parla attraverso il bicchiere, grazie ad una mano sapiente e rispettosa, in grado di valorizzarne la peculiarità oltre ogni aspettativa. Proprio vero: “ nel vino si riconosce il mondo”.

La prossima volta al Podere Nannini mi fermerò con calma: farò mio il tempo lento di stringere le mani, di aspettare il tramonto passeggiando le vigne.

Sant’Antimo Chardonnay DOC 2015, Enzo Tiezzi Podere Soccorso, 14 gradi.

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Enzo Tiezzi – amico, amica che mi leggi forse già lo sai- è un signore gentile e di lunga esperienza che come pochi altri può parlar d’amore col sangiovese e con le terre di Montalcino, palmo a palmo. Penso sempre che bisognerebbe raccogliere la sua conoscenza e i suoi ricordi in un libro: ci ispirerebbero a guardare avanti e ad andare lontano. Basterebbe pensare al lavoro svolto per recuperare l’antico Podere Soccorso e ai vini che vi produce per capire quanto la sua opera sia meritoria.
Pertanto, quando ho saputo che produceva anche un bianco da uve Chardonnay – credo da un terreno sul versante nord di Montalcino- ho provato un misto di curiosità e di sconcerto: ma come, l’uva bianca borgognona a Montalcino?
Capita – lo dico per onestà – che ne riceva da lui una bottiglia, omaggio delicato e gentile che ne accompagna altre di suo Brunello che avevo richiesto per me e per amici. Capisco allora dalle parole che mi invia, che lui a quel vino tiene parecchio: “Il Bianco è un po’ particolare; fermentato per alcuni giorni sulle bucce;  3 mesi in barriques; e dopo un po’ di acciaio messo in bottiglia senza filtrare e essenza chiarifica. È un mio sfizio”. Difficile resistere a lungo: lo apro alla prima occasione, passata qualche settimana, nella pace della mia vecchia casa, sotto la  penombra dei miei travi, nel caldo estivo; e lo trovo  giallo limone carico, viscoso di gocciole irregolari e lente, “dalle gambe lunghe” . Assai petillant sulle prime: ti ricorda quanto è giovane e che è un imbottigliamento recente. Ha un profumo intensissimo, aderente al varietale dello Chardonnay, ma declinato con il calore e la ricchezza di un clima mediterraneo.  Gli aromi sono sfaccettati, ma precisi e decisi, anche se trascolorano con naturalezza l’uno nell’altro, in un accordo pieno che si espande luminoso tra i gradi della scala: la frutta, le spezie, i fiori; unendo, a dispetto della giovane età maturità e freschezza in modo mirabile ed entusiasmante.  Se lo ascolti, vi trovi susine verdi: le Claudia mature; e pesche mature: le percocche. Poi gli agrumi: buccia di limone, spremuta di arance, succo di pompelmo. Non mancano tocchi tropicali: i frutti della passione, gli  alchicingi, il melone, la banana. Profumi piccanti e dolci: il pepe bianco e la vaniglia; ariosi e segreti: i fiori di limone, di pesco, di albicocco accanto al tabacco biondo. Per finire, un po’ di aldeidi, che sono per me come un dettaglio sexy in una donna: può essere più o meno bella, ma senza non sarà sexy.   All’assaggio, il corpo è assai pieno ma molto dinamico, fresco e reattivo. C’è una sensazione di mela gialla al gusto, ma soprattuto è salino, sospinto da un’acidità ben superiore alla media, accolta tuttavia e nascosta dall’intensità ampia del vino, che si distende ed espande sul palato con una progressione trionfale, di proporzioni wagneriane, risultando sferico, profondo, lunghissimo in una persistenza di minuti, con un alcol indubbiamente presente, ma piacevole perché partecipa ad un gioco di chiaroscuro donatelliano. Rimango incerto se definirlo un grande Chardonnay intimamente toscano o un grande bianco toscano vestito alla francese, però poco importa:  ciò che conta è la mano felicissima di Enzo Tiezzi e la potenza di un territorio. Sottovoce aggiungo che è un bianco forse come vorrei farlo io, se producessi vino. L’abbiamo gustato, con intimo piacere, sul vitello tonnato.

Benvenuto Brunello 2016: ieri, oggi, domani.

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Ieri: l’arrivo a Montalcino.

Arriviamo a Montalcino che la notte è già scesa. Sola, in cielo, altissima, brilla la luna piena: ammanta d’argento e di una luce blu l’immane distesa dei campi che si apre alla vista dalla cima del colle, che a riguardarla a un tempo si allarga e si mozza il respiro: gli ulivi, le vigne, le pietre, tutto sembra partecipare di un incanto fatato. Brillano le torri e le mura della Rocca come vi si fossero accesi fuochi arcani, quasi un ricordo di veglie guerresche o di festa che fosse sospeso e perduto negli abissi del tempo.
È fresca l’aria, quasi fredda. Rivedo con gioia un po’ commossa le vie conosciute, le rampe secche di Piazza Garibaldi, la geometria limpida della facciata di Sant’Agostino. Mi piace venire qui l’inverno: il luogo mi trasmette un senso di pace festosa.
Montalcino stasera pare quasi addormita e deserta, cullata dal vento e dalle luci gialle dei vecchi lampioni di ferro. Qualcuno passeggia col cane e risuonano i loro passi lenti sul selciato; qualcun altro fuma tranquillo una sigaretta fuori da un locale, un puntino rosso nell’oscurità della strada. Poco mistero: c’è la cena di gala di Benvenuto Brunello e il paese si è fermato intorno ad essa. È giusto così: qui l’economia è basata sulle sorti del vino, che detta un poco anche i ritmi della vita.
Per me è il terzo Benvenuto Brunello.
Anche quest’anno sono partito dall’Inghilterra; la sosta a Milano, poi il viaggio in auto traversando di netto la Pianura Padana e la solitudine scura dell’Appennino; dopo le luci di Firenze, i monti segreti del Chianti; oltre, le Crete Senesi desolate. E sulla strada Fidenza, Parma, Reggio, Modena, Bologna col suo San Luca illuminato;  Rioveggio, Piandelvoglio, Barberino; poi ancora Poggibonsi, Colle Val d’Elsa, l’orgogliosa corona turrita di Monteriggioni; Malamerenda, Ponte d’Arbia, Buonconvento. Quante volte l’ho percorsa quella strada  ed ogni luogo è una memoria che saluto come un vecchio amico.
Alle spalle un anno faticoso e difficile. Nè io, nè chi mi accompagna possiamo essere sereni: ci sono troppi brutti pensieri. Mi chiedo – sottovoce e tra me – se davvero abbia senso questo viaggio, se non sarebbe stato meglio fermarsi a casa per riposare. Mi ricordo la domanda postami da un amico il giorno di Capodanno: “Che cosa andiamo cercando davvero in un bicchiere?”. Certo a spingermi c’è la passione per il vino, per il Sangiovese, per questa terra; la gioia di rivedere qualche amico: ne già ho sentita la voce al telefono, l’appuntamento è fissato. Eppure la chiave di volta sembra sfuggirmi, mentre misuro quanto è cambiato dallo scorso anno, quando andava in scena l’annata 2010 osannata ancor prima del debutto.

Quest’anno tocca alla 2011 per i Brunello e alla 2014 per i Rosso di Montalcino, annate non facili, che hanno causato grattacapi: la prima per le numerose ondate di calore che avevano messo le viti e le capacità dei viticultori a dura prova –  gli acini che talvolta appassivano sulla pianta;  la seconda, piovosa e nuvolosa, ha richiesto attenzione e cure per evitare malattie ed ottenere  uve sufficientemente mature: sará interessante l’assaggio dei Rossi 2014 anche per formulare qualche ipotesi sui Brunello futuri. Capitolo a parte i Brunello di Montalcino  Riserva 2010:  si sa già dallo scorso anno che l’annata era stata ottima e bisogna solo verificare se i vini rispecchiano le aspettative. Non manca qualche Rosso di Montalcino 2013, uscite ritardate del secondo vino che generalmente svelano piccoli gioielli.

Per cena torniamo all’Osteria di Porta al Cassero: la cucina è rustica come l’ambiente, la  favella toscana domina sulle  straniere. Poi, stanchi, rientriamo. Dalla nostra stanza si vede dall’alto Piazza del Popolo con le sue logge ariose animarsi di gente poco a poco e mi immagino come sarebbe viver qui, in questa dimensione provinciale, più serena e a misura d’uomo. Un’idea  che non riuscirò a scrollarmi di dosso, forse perché ormai mi sento un po’ a casa. Mi addormento immaginando bellezza che mi circonda, gli infiniti  silenzi che la natura qui sa regalare appena oltre le case, fuori le mura, per miglia e miglia.

Oggi: Benvenuto Brunello, benvenuta Montalcino.

È un’alba di sole che filtra attraverso le persiane, una luce linda e definita che tocca e tramuta ogni cosa. Apro la finestra ed oltre il luccichio dei tetti si apre la Val d’Orcia verde e marrone di campi, punteggiata dai cipressi, ancora avvolta qua e lá da una foschia sottile. Laggiù, solenne, scuro, il profilo del Monte Amiata. È lo splendore nudo del Creato. 

Sono le 6 e non ho voglia di alzarmi subito, mi godo l’incanto dal letto. Tanto c’è tempo: l’appuntamento con Luciano l’ho alle 9. Posso pure prendere la colazione con calma e preparare un buon fondo in vista della lunga giornata di assaggi, mentre guardo dalla finestra la luce plasmare le forme in immagini sempre nuove, svelando dettagli prima invisibili. Esco, lascio scorrere le gambe nelle vie con l’aria che piacevolmente mi punge sotto il cielo azzurro.
Con Luciano ci abbracciamo: devo alla sua amicizia ed alla sua gentilezza l’essere qui. Una calorosa stretta di mano con Stefano, compagno d’assaggi impagabile per conoscenza unita ad ironia e leggerezza: un piacere reincontrarlo.
Sfiliamo capannelli di gente che si saluta e chiacchiera davanti all’entrata. Mi ricorda un po’ l’atmosfera del primo giorno di scuola, quando si tornava dalle vacanze: mi aspetta una nuova lezione del Sangiovese di Montalcino e ne sono felice.
Il Sangiovese, croce e delizia:  che a volte lo trovi forte come un toro, altre delicato come una ballerina; che sa rizzarsi con clangore di tromba o distendersi nel sussurro di un ruscello sotto la luna; capriccioso e bizzoso con i terreni, con le esposizioni, col clima, ma capace di riprese incredibili in condizioni avverse: un indomabile Ribot.
Basterebbe per gioire il colpo d’occhio del chiostro dalle belle arcate che ospita i banchi dei produttori,  lì allineati e coperti di tovaglie ancora candide e lisce. Non ho voglia di cominciare subito  gli assaggi: rimando per star lì a chiacchierare con gli amici, per godermi l’ambiente e l’attesa. Intanto studio il taccuino e preparo un piano di assaggi, che ovviamente seguirò solo in minima parte, lasciandomi andare al piacere della casualità.

Quando mi decido, inizio da un nome che mi è assai caro: Fattoria dei Barbi. Vini passisti i loro, che esprimono il loro meglio alla distanza, come certe architetture classiche così imponenti che vanno ammirate da lontano, perché da vicino si perde contezza dell’insieme. Il Rosso di Montalcino 2014 mi pare che rispecchi in modo virtuoso l’annata: è magrolino, non lo nasconde, ma compensa abbastanza bene con una grazia di modi che gli deriva dagli aromi floreali. Tutt’altra stoffa il Brunello di Montalcino 2011: col Rosso sono fratelli solo nella distinzione, perché quest’ultimo invece è potente, alcolico, di spalle larghe, granato alla vista e con un profumo di legno vecchio: travi nodose, mobilia antica.  È un Brunello decisamente old style,  che mi ricorda i vini di 30, 40 anni fa; deve piacere, ma se piace piace parecchio: io l’ho trovato irresistibile. Si passa poi all’assaggio della selezione, il Brunello di Montalcino Vigna del Fiore 2011. L’annata precedente mi aveva impressionato così tanto che ancora mi duole di non essermene procurato almeno una bottiglia, ma anche questo è notevole: tannico, di gran struttura, al momento direi più chiuso e meno arioso dell’altro Brunello (quello con l’etichetta blu), ma pure meno evoluto nei toni: già ne intuisci il floreale, il minerale, la buona lunghezza. Sono persuaso  che sia solo questione di tempo perché sbocci da par suo. Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 segna però un passo diverso: se anch’esso è ancora chiuso, già la differenza è evidente non solo per la sua bella trasparenza visiva: affascina per complessità e profondità aromatica, mentre alla bocca è ancora stretto tra aciditá e tannino imponenti, come in una morsa. Giusto così: le riserve sono (o dovrebbero) esser concepite per durare e abbisognano di tempo per assestarsi.

La Fattoria dei Barbi appartiene da secoli alla stessa famiglia ed è istruttivo dunque assaggiare per contrasto i vini di una azienda dove il passaggio di mano è recente: Podere Brizio. Sarà interessante seguirla perché la virata produttiva sembra netta: un ampliamento della superficie vitata, con gli 11 ettari già  convertiti all’agricoltura biologica mentre si guarda alla biodinamica; in cantina i lieviti sono indigeni e per l’affinamento si prediligono le botti grandi di rovere austriaco. Insomma, apparentemente sono le basi per un lavoro di qualità. Complici forse le annate il cambiamento all’assaggio dei vini balza in evidenza, sorprendente. Il Rosso di Montalcino 2014 è fresco, con sentori insistiti di arancia all’olfatto e al palato, ma – in questa fase almeno – non mi pare del tutto risolto: molto verde, magro, mi sembra abbia alcuni limiti dovuti alle difficoltà di maturazione dell’uva: eccolo qui il tallone di Achille dell’annata 2014, che si manifesterà evidente in alcuni degli altri assaggi. Col Brunello di Montalcino 2011 (lascito della vecchia proprietà) si cambia decisamente registro: avvicinandolo alle nari sono evidenti aromi di fungo, pellami e tabacco. Al sorso è fruttato, luminoso, con appena un leggero tocco di legno, tantissimo tannino e un’aciditá media. Un vino riuscito e con un profilo stilistico molto diverso da quello del Rosso. Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 si muove sui medesimi binari del Brunello d’annata, ma con profondità ed armonia superiori. Sono vini di gusto moderno magari, ma con un deciso senso della misura. Viene da pensare che servirà del tempo prima che il cambiamento produttivo porti a vini altrettanto risolti, che i tempi della natura richiedono un certo assestamento anche delle vigne stesse; ma magari è solo il gioco delle annate a destarmi questa impressione, chissà.

Per ritrovare un confortante senso di stabilità mi accosto ai vini di Poggio Antico, un produttore forse più apprezzato all’estero che in Italia, per motivi mi sfuggono. Certo che anno dopo anno, forti di esposizioni invidiabili, fresche e soleggiate, questi rossi risultano costantemente eleganti, strutturati, lunghi. Tuttavia, frequentando questi vini da tanto tempo, ultimamente li ho trovati con piacere raffinatamente alleggeriti, con estrazioni più calibrate e naturali. Se il Rosso di Montalcino 2014 ha buona materia, ma mi pare che nella sua estrema gioventù debba ancora trovare un pizzico di armonia al sorso e pulizia di aromi, con i Brunello si ha subito un altro passo. Il Brunello di Montalcino 2011, sebbene ancora in assestamento e alcolico, riesce a unire levità e forza, risultando fresco su note modulate di frutta sotto spirito. Il Brunello di Montalcino Altero 2011 ha un’impostazione simile (“stile aziendale” la definirei): in qualche modo più complesso e materico e tuttavia con un bilanciamento ottimo tra acidità e tannini: ha struttura importante e lunga vita davanti a sé, ma è  espressivo e col giusto accompagnamento potrebbe già coronare regalmente la tavola. Tuttavia è all’assaggio del Brunello di Montalcino Riserva 2010 che Stefano ed io incrociamo gli sguardi con stupore, perché il colpo d’ala del fuoriclasse è palese: potente, lungo, vellutato ma allo stesso tempo lieve,  con un’integrazione dei suoi elementi già  pressoché perfetta. Si dice a volte:  "questo vino è femminile", “questo è mascolino”; ecco, la Riserva 2010 di Poggio Antico mi sentirei di definirla un vino androgino, per come sa unire forza e flessuosità in un’armonia inscindibile. Ci piace così tanto che ne chiediamo subito il prezzo in cantina: per una Riserva di questa qualità eccelsa, mi azzardo a definirlo conveniente.

A questo punto, ancora nitide le sensazioni di alcuni assaggi riusciti, sono curioso di assaggiare i vini di Sanlorenzo: che cosa avrà tratto Luciano dalle sue amate vigne? I suoi vini  hanno sempre una distinzione particolare: corposi , di vellutato calore, ma con una grinta sicura che li rende autentici. Il Brunello di Montalcino Bramante 2011 è un vino di grande bellezza e di forme rotonde, dagli aromi complessi; magari non ha la lunghezza che delle annate più favorevoli, ma possiede una beva piena, piacevole ed immediata, sospinta da una congrua dose di freschezza. Mi sono lasciato scioccamente sfuggire il commento un po’ sommario ed avventato che il suo Rosso di Montalcino 2013 (uscita ritardata) sia anche più riuscito; intendiamoci, il Brunello è il Brunello, ma questo Rosso, con i suoi aromi complessi e profondi, la sua struttura importante sorretta da una trama giustamente serrata di acidità e di tannini,  così pieno e perfettamente equilibrato a un tempo, ha un eloquio talmente ricco e bilanciato, un fluire così armonioso che lo definirei spettacolare, se non fosse che questo aggettivo evoca sempre qualcosa di artefatto e di forzato, mentre invece il Rosso di Luciano si esprime con una liquida misura. Infatti entrambi i vini spiccano particolarmente per la compiutezza della materia, la continuità delle sensazioni, la naturale avvolgenza: testimoniano con evidenza quali risultati possa portare un lavoro meticoloso in vigna.

Lì vicino trovo il banchetto di San Giacomo: lo scorso anno questo vini mi avevano tanto bene impressionato. Assaggio solo il Rosso di Montalcino 2013, che ha una misura ed una godibilità rare; solo, in questa fase mi pare abbia qualche nota un po’ burrosa che ne frena un po’ la lucentezza. Per un insieme di circostanze non ho modo di assaggiare il Brunello.

Lì a un passo, i vini di Salvioni. Se è produttore ammirato ci sono motivi ben precisi. Il Brunello di Montalcino 2011: complessità e pienezza da una parte, composte ma non austere; dall’altra slancio e finezza; ed aromi sfaccettati, che possiedono l’ariosità misteriosa della macchia, del timo e dell’origano selvatici. Viene presentato anche il Rosso di Montalcino 2014: l’occasione è particolare, perché abitualmente qui si produce solo Brunello. La ragione è semplice: vista la difficoltà dell’annata, del 2014 si imbottiglierà solo il vino cadetto. Cadetto…insomma! Perché il Rosso di Montalcino 2014 di Salvioni è un vino di razza e di gran stoffa, che nulla ha da invidiare tanti Brunello di celebrate annate. Fresco, giovanile, rigoglioso, slanciato ma complesso è un vino coinvolgente e goloso, spigliato ma profondo: una delizia assoluta,  pericolosissima, perché invita a un bere festoso, bacchico, senza pensieri.

Da un porto sicuro all’altro: se Salvioni è il prototipo del piccolo produttore che con i suoi vini artigiani non sbaglia un’annata, Col d’Orcia è la sicurezza della grande azienda, dall’imponente parco vitato, dove la tradizione viene rispettata con cura, sottoponendola semmai a prudenti e precisi colpi di lima. Per intenderci: 17.000 bottiglie contro 700.000; 4 ettari contro 142. Con la recente conversione  è la più grande azienda vinicola biologica della Toscana: un dato non banale. Con Stefano decidiamo di aprire gli assaggi con il Rosso di Montalcino 2014, che ha un’eleganza giovanile e un po’ acerba all’olfatto, ma è piacevolmente rotondo in bocca.  Il Brunello di Montalcino 2011 condivide col “fratello minore” la stessa eleganza d’impianto e la stessa rotondità all’assaggio, ma gli aromi sono più profondi ed evoluti, terziarizzati, e tuttavia è più compiutamente fruttato. Un vino, com’è naturale aspettarsi, complessivamente più solido, con un tannino importante ed una acidità  ben marcata seppur non altissima. Dopodichè, il Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 2008: un vino, si evince facilmente dall’annata presentata, concepito con una cura particolare e sottoposto a un lungo affinamento. Il risultato è una delle più potenti e raffinate espressioni di Sangiovese che io conosca. Tradizionale nel suo colore aranciato, con un naso estremamente complesso, dove si trovano vernice, petrolio, spezie, pellami, terra; con un impatto al palato distinto e potente, pieno e calibrato, lunghissimo. Un sorso, quello di Poggio al Vento, che esprime anno dopo anno una maestà rara.

Il piacere del contrasto: passare ai vini di Collelceto di Elia Piazzesi  significa ritornare ad una dimensione artigianale e contenuta. Azienda del quadrante sud ovest della denominazione, posta a quote non particolarmente elevate, tra i 150 e i 180 metri sul livello del mare, con suoli prevalentemente argillosi. Qui i vini sono naturalmente ampi e fruttati: ne è un una prova il Rosso di Montalcino 2014, con note di frutta in bella evidenza appunto, assai piacevole e di discreta struttura, che pare destinato ad esaltare la tavola. Decisamente uno dei migliori Rosso 2014 che ho avuto modo di assaggiare. Se le caratteristiche del territorio d’origine,viene fatto di pensare, hanno giocato a favore in una annata fredda e piovosa come la 2014, che sarà cosa successo invece col caldissimo 2011? Certo, il Brunello di Montalcino 2011 ha tutta la forza della sincerità nel riportare i caratteri dall’annata, ma lo fa con una classe e una distinzione rare: l’olfatto è molto ricco,  quasi sensuale: esprime subito molto aroma di tabacco, e poi pelli, e rovo, e sa sviluppare un ricamo di spezie e di incensi; e benché l’acidità resti a mio avviso in una fascia poco più che mediana, il sorso è risolto in un canone di rustica eleganza,  con un’evidente ricerca di levità che rinfranca. Del Brunello di Montalcino Riserva 2010 mi piace soprattutto lo spirito artigiano: un vino caldo, dal tannino e dall’acidità potenti, lasciati in evidenza nella loro nuda e ruvida bellezza di pietre sbozzate; ma allo stesso momento dotato di una flessuosità che li integra e li dispone secondo una spontanea armonia.

Tutt’altra zona e tutt’altra tempra per i vini de Le Chiuse: qui siamo nel quadrante nord di Montalcino, dove le esposizioni sono generalmente più fresche e lo stile aziendale predilige vini longilinei, anche lenti ad aprirsi,  ma nati per durare ed evolversi nel tempo. In queste coordinate il Rosso di Montalcino  2014 è un bel vino particolarmente fresco e luminoso, ma arricchito dai cenni di evoluzione degli aromi terziari. Il Brunello di Montalcino 2011 mi pare invece molto potente, alcolico, austero e bisognoso di tempo per esprimersi compiutamente, come pochi altri in questa annata: quasi direi che non è ancora del tutto maturo, ma ha una florealità all’olfatto che lo contraddistingue e ne riporta con evidenza la zona d’origine.

Mi piace l’idea di attraversare idealmente il territorio di Montalcino sorvolandolo con la mente come rondine a primavera, per raggiungerne quasi un estremo opposto: quelle pendici assolate che si aprono verso l’Orcia e l’Amiata, superato Castelnuovo dell’Abate che le sorveglia severo e pietroso. Ricerco un altro volto del sangiovese nei vini di Poggio di Sotto, che qui si manifesta da sempre ampio, potente, ma allo stesso impalpabile, sul filo di una controllata evoluzione e di colori visivamente scarichi, antichi se non primitivi. Però assaggiando il Rosso di Montalcino 2013, quasi allibisco:  com’è che mi sembra un po’ più giovanile del solito e  con un color più nettamente  rubino piuttosto che quell’aranciato quasi firma di Poggio di Sotto? Mi si spiega che è praticamente un campione di botte, è appena stato imbottigliato, che la selezione in vigna è stata severissima e che questo sembra ne abbia rallentato l’evoluzione. Ha veramente le caratteristiche di un grande Sangiovese: giocato su trasparenze struggenti, dall’aroma complesso e profondo, salino, caldo, appena un po’ alcolico; però mi sembra in qualche modo normalizzato:  mi manca in lui – almeno in questa fase- quel certo che di imponderabile e sottilmente arcaico delle storiche produzioni di Poggio di Sotto. Lo ritrovo invece nel Brunello di Montalcino 2011 ed ancor più nella Riserva 2010.   Il Brunello annata può avere sulle prime un impatto difficile per un certo spunto di acetaldeidi, ma attendendolo nel calice emergono complessità e levità di aromi. Alla bocca quasi inganna: lì per lì sembra leggero e un po’ evoluto, poi si realizza quanto il sapore sia  intenso ed il corredo tannico notevole ma delicato, l’acidità superiore alla media ma ben fusa. Da ultimo, Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 , un lascito della vecchio proprietario Piero Palmucci, dove ritrovo in pieno le caratteristiche dei vini di Poggio di Sotto che più ho amato. Un vino, mi sento di dire, semplicemente eccezionale. Sul palato ha la solidità di un colonnato dorico e la leggerezza di un origami di carta; unisce potenza e complessità: un acciaio con la consistenza e la flessibilità dell’acqua o anche di più. Sembra poter coprire ogni sapore nel suo lunghissimo arco gustativo, dalle erbe medicinali alla pienezza della frutta. Acidità e tannino sono ai massimi livelli, ma così perfettamente diffusi che sul palato scorre senza offrire nessuna asperità, largo e avvolgente ma senza peso. Non so se qui ci sia ancora la sua mano, ma questa era la maniera dei vini di Giulio Gambelli, il Maestro del Sangiovese che da qualche anno non c’è più.

Viene naturale che la prossima tappa del vagabondare tra gli assaggi sia il Podere le Ripi, per almeno due buoni motivi: uno, le vigne mi dicono essere vicinissime a quelle di Poggio di Sotto, se non contigue; l’altro, il loro giovane enologo Sebastian Nasello è il fresco vincitore del Premio Gambelli 2016. In effetti qualche punto in comune con lo stile dei vini di Poggio di Sotto c’è, soprattutto nel Rosso di Montalcino 2011 (un’uscita particolarmente ritardata, che la dice lunga sulle ambizioni di questo produttore): ha un aroma molto bello, intenso e complesso, marcato piacevolmente da tocchi di solvente, ed un sorso giocato su toni di frutta, molto naturale, morbido ma reattivo. Davvero un ottimo Rosso: gustoso e croccante, quasi un piccolo grande Brunello, sarà  uno degli assaggi migliori della giornata. Trovo buono anche il Brunello di Montalcino Riserva 2010, ma a mio modo di vedere in qualche modo più costruito, meno sciolto del Rosso: aranciato alla vista, al naso è muschiato e balsamico, con note casearie, un po’ polveroso; il sorso è croccante e bilanciato, con una densità piacevole. Mi annoto mentalmente di seguire questo produttore negli anni a venire.

Ancor più, però, mi interessa seguire il percorso del Sangiovese, il suo mutare di zona in zona. Passo quindi da quella che è una delle mie cantine del cuore, Tiezzi: il loro operare nobilmente artigiano restituisce sempre con bella trasparenza le caratteristiche dei territori che ospitano le vigne: Cerrino, Cigaleta, la Vigna Soccorso. La mano leggera e rispettosa si sente bene nel Rosso di Montalcino 2014, dove confluiscono le uve dei diversi appezzamenti. È un vino che vince per equilibrio e carattere: ha un aroma intenso, sulle prime un po’ affumicato e un po’ evoluto; poi nel calice recupera freschezza, con un netto profumo di rosa che in bocca diventa sapore, con un’acidità superiore alla media che lo conferma fresco; e ha un tannino che non scherza, segno felice di pienezza strutturale. Il Brunello di Montalcino 2011 Cerrino, da quel versante nord favorito in teoria nell’annata calda,  è un’altra ottima riuscita, con profumi bellissimi, puri, di fiori, di macchia e di spezie. Fresco, leggero, armonioso, diciamo pure fruttato, ma sostenuto da un saldissimo nerbo.
Il Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2011 viene dallo storico Cru volto a sud-ovest ma alto sul colle di Montalcino, a ridosso delle mura. Anche in un’annata calda come la 2011 riesce un vino grandissimo, che sembra irradiare una luce di montagna. Fresco, con note di solvente in evidenza, sapido, complesso e lungo e tuttavia sussurrato: la vera distinzione. C’è in assaggio anche il Brunello di Montalcino Vigna Soccorso Riserva 2010: profondissimo, lunghissimo, con una struttura potentissima che gli consentirà io credo di sfidare gli anni, eppure già armonioso, godibilissimo.

Tra i piaceri di Benvenuto Brunello c’è  quello di scoprire attraverso gli assaggi e le persone realtà a me sconosciute; mi lascio spesso guidare da Stefano e ci accostiamo ad alcuni piccoli produttori. Ad esempio Il Bosco di Grazia: magari l’assaggio del Rosso di Montalcino 2014 , malgrado un certo impianto fruttato e una bella  speziatura non mi convince appieno, ma il Brunello 2011 è veramente piacevole, godibile fin d’ora: fruttato e speziato anch’esso, fresco grazie ad un’acidità decisa ma ben integrata, forse appena un po’ alcolico, è rotondo in bocca e ti invita a berlo senza tanti discorsi, abbandonandoti felice al suo piacere. Ordine inverso, verrebbe da dire, con i vini di Cerbaia: il Rosso di Montalcino 2014 all’olfatto è evoluto e complesso, giocato sui terziari; sul palato invece mi pare morbido e tannico: un bel vino da fiorentina.  Il Brunello di Montalcino 2011, più tannico che acido, un po’ rustico, ha però il gran pregio dell’autenticità. Rimango meno convinto, onestamente, davanti alla Riserva 2010, ma la mia magari era solo una bottiglia poco fortunata. La vera sorpresa, però, è Il Pino. Il Rosso di Montalcino 2013 (un’uscita ritardata) è fine, potente, fresco, appena un po’ alcolico, con una bella struttura dove il tannino è in evidenza ed ha un certo gusto di liquerizia sul finale, che personalmente trovo piacevole. Mi verrebbe da dire, in senso positivo, che nebbioleggia un poco: intendo (passami amico o amica che mi leggi il paragone ardito) che se il Sangiovese è tenore ed il Nebbiolo baritono, questo Rosso è un tenore dal timbro piacevolmente scuro: più Domingo che Carreras. Trovo ottimo anche il Brunello di Montalcino 2011: dal colore aranciato scarico old style , con profumi di macchia intensi ed ariosi,  in bocca è fruttato, pieno,potente, forse appena alcolico.

Dopo le sorprese, con Lisini gli assaggi ritornano su una rotta sicura: qui da decenni la qualità si declina secondo uno stile molto tradizionale. Così il Brunello di Montalcino 2011 appare un campione di classicismo e proporzione, con una giusta austerità; rispetto ad annate più favorevoli, tuttavia, mi pare non abbia una persistenza lunghissima. Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 è ancora un campione da botte ed a mio avviso è appunto  in cerca di quell’equilibrio ed integrazione per i quali è richiesto un ulteriore riposo; pure, nel suo muoversi ancora un po’ grezzo tra tannini abbondanti e alcolicità, già si delineano in lui le forme di una classica figura. Il Brunello di Montalcino Ugolaia 2010 segna però un altro passo. Qui il classicismo trova articolazione e movimento, esaltando un corpo potentissimo dotato di un tannino addirittura monumentale: un nudo michelangiolesco. Non assaggio ahimè il Rosso 2014: un po’ di stanchezza comincia a farsi sentire, preferisco concentrarmi sui Brunello.

Ci sono tanti modi di declinare la tradizione, tanti quanti i territori e le mani di chi li produce: per esempio i vini di Fornacina sono un fermo caposaldo dello stile più classico e tradizionale, ma lo declinano in un’identità riconoscibilissima e felicemente artigianale. Come mi dice Stefano, “sono vini che non ci devi parla’ sopra” e come al solito coglie nel segno in maniera fulminante. Sono vini giocati sulle trasparenze aranciate del colori, in equilibrio dinamico tra freschezza e evoluzione, tra forza e leggerezza. Vini serissimi come chi li produce, forte di un’ambizione ed una misura genuinamente contadine. Il Rosso di Montalcino 2014, per esempio, è uno dei migliori assaggiati alla manifestazione: simpatico, ha un un tocco piacevole di quello che gli inglesi chiamano farmyard  e di note affumicate, poi scatto fruttato, con una screziatura di spezie. Mi pare ancora un po’ scomposto in bocca, ma saporito, assai pieno in relazione all’annata, croccante. Un vino, immagino lì per lì, da provare subito col mallegato toscano. Lo ritroverò un paio di mesi dopo al Vinitaly più riposato, più nitido e luminoso e scoprirò che il produttore per quell’annata ha deciso di non imbottigliare il Brunello, spiegando così in parte la qualità straordinaria di questo rosso. Passando al Brunello di Montalcino 2011, si muove su un medesimo stile, ma è più complesso e lungo. Stupisce quanto sia scattante e dinamico, provenendo da un’annata così calda: qualcuno lo definirebbe, a ragione, finto semplice. C’è poi il Brunello di Montalcino Riserva 2010: ha ancora la stessa impronta, è piacevolmente salino, forse appena un po’ alcolico, ma a mio avviso ha chiaramente la fatidica marcia in più. Peraltro sono tutti vini offerti a prezzi molto corretti.

Con Fattoi, un produttore che fin dai primi assaggi ho sempre amato molto, non ci allontaniamo dalla tradizione; ma vuoi i terreni, vuoi la mano, i vini sono assai diversi dai precedenti. Hanno
sempre un calore particolare, che è piuttosto una profondità di voce baritonale. Anche il Rosso di Montalcino 2014 è così, malgrado l’annata magra: rotondo, piacevolmente evoluto, fa pensare piuttosto ad un 2013. Il Brunello di Montalcino 2011 riporta a quella voce grave così tipica di Fattoi in maniera ancora più marcata, con quegli aromi complessi e misteriosi di sottobosco che tanto mi affascinano e stupiscono. Magari non così lungo come in altre annate, ma che importa se in compenso è già tanto godibile? Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 è semplicemente uno tra  migliori Riserva che ho assaggiato: si muove sempre nei binari dello stile di questo produttore, con quella visceralità così vibrante, qui unita a una grandissima struttura e ad una bellezza radiosa che sboccia dal suo equilibrio, dall’intensità, dallo slancio. Un vino che difficilmente si dimentica.

Forse è proprio l’assaggio di quest’ultimo che inconsciamente muove le mie gambe verso il banchetti di Canalicchio di Sopra: perché  i vini della famiglia Ripaccioli mi sono sempre sembrati tra i più potentemente strutturati di Montalcino, al punto da apparire forse indomiti in gioventù. Questo spirito altero e ribelle, che resta però controllato da una cura che non conosce sbavature o incertezze di esecuzione, me li fa molto amare. Il Rosso di Montalcino 2014 mi sembra ancora un po’ verde, abbisogna d’assestarsi,  ma è pulito, curato, con aromi interessanti di erbe officinali. In questa sua immatura gioventù sarebbe da provare a mangiarci sopra le castagne arrosto: non so se funzionerebbe, ma nel caso, che meraviglia! Altra musica col Brunello di Montalcino 2011, a segnare come specchio  la diversità dell’annata: vino che sta in equilibrio tra note calde e fresche, con un supporto salino e minerale al palato che lo rende scattante ed energico. Non conosce mollezze, anche se ti conforta e blandisce con un po’ di aroma e gusto di uva sultanina, perché ha dalla sua un gran tannino, una notevole acidità e una discreta lunghezza. Nel Brunello di Montalcino Riserva 2010 direi che si ritrova lo stesso stile, ma con ancor maggior struttura, che è di proporzioni monumentali, e  soprattutto molta più complessità. Tuttavia allo stesso tempo è estremamente spigliato, offrendo una beva luminosa,  tridimensionale, ficcante e lunghissima, di eccezionale carattere.

Il contrasto con i vini del Castello di Velona è notevole. Il Rosso di Montalcino 2013, un’uscita ritarda, è molto piacevole: un po’ alcolico, fruttato e levigato, fors’anche un po’ piacione; però immediato, pronto, si beve bene e senza pensiero, che non è poco. Il Brunello di Montalcino 2011 segna un balzo notevole in un’ipotetica scala qualitativa. Succoso, anch’esso un po’ piacione, ma credo rimanga felicemente nei binari della tipicità, sebbene mi pare di cogliervi un residuo zuccherino non timido per la tipologia e non lo metterei tra quelli a più alto potenziale di invecchiamento (lo dico sottovoce però: si fa presto in quest’ambito a prender cantonate).

Sarà la suggestione rimasta da questo assaggio se anche i vini successivi, quelli di Capanna, mi paiono caratterizzati da una rotondità zuccherina non consueta e che stento a ricordare in questa firma. O sarà piuttosto la loro intensità fruttata così piena e marcata a confondermi, vista la stanchezza che dopo tanti assaggi in piedi, lo ammetto, comincia a farsi strada? Certo sono vini di carattere: riconoscibili, ma legati alla tradizione con un doppio nodo. Il Rosso di Montalcino 2014 mi sembra veramente piacevole, soprattutto all’olfatto: complesso, terziarizzato, bellissimo. Al palato ha una discreta concentrazione e struttura, ma ciò che è più importante possiede freschezza, al punto di avere accenni un po’ verdi; però risulta sempre un po’ dolcino, come a smussare gli spigoli. Il Brunello di Montalcino 2011 ha un profilo olfattivo simile, ma più intenso. Soprattutto però ha un carattere più spiccato, ribelle vivaddio: perché l’intensità fruttata si sposa con la grinta che gli deriva più dal tannino che dall’acidità, e se anche lui mi pare un po’ dolcino, il quadro finale è comunque di un buon equilibrio. Brunello di Montalcino Riserva 2010 mi pare giochi a sua volta con questo carattere risolutamente fruttato al quale affianca una bella struttura che al momento deve però parecchio affinarsi: di nuovo, non ho certo la sfera di cristallo, ma a mio vedere col tempo si farà, eccome. Chiudiamo con Il Moscadello di Montalcino Vendemmia Tardiva 2011: dopo ore di assaggi di vini rossi poderosi, con tutti i tannini e l’acidità che giustamente ci si aspettano dal sangiovese di Montalcino, questo vino dolce e  profumatissimo arriva quasi come una benedizione: è un balsamo per il corpo e per lo spirito. Sarà la sua levità, la morbidezza glicerica, la dolcissima carezza, ma mi sembra che possa stare al pari – hic et nunc– con certi  celebrati Sauternes .

Un peccato che mi sia accostato solo alla fine ad un produttore solido come Fanti, che non rientra in realtà tra quelli che conosco meglio e  doppiamente me ne dispiaccio, perché la stanchezza del palato e della testa ormai è evidente. Bisognerà che il prossimo anno rimedi, se la fortuna mi assiste, così da inquadrare meglio questa firma. Tra questi assaggi in zona Cesarini mi è piaciuto molto il Rosso di Montalcino 2013, che mi pare sia di levatura superiore: succoso, piacevole, speziato. Per un verso o l’altro mi sono trovato meno sintonia con i Brunello: il 2011 a mio parere buono, ma con qualche eccesso zuccherino e alcolico; il Brunello di Montalcino 2011 Selezione Vallocchio di grande struttura e densità, ma di nuovo un po’ dolcino e con una persistenza che lascia qualcosa di non detto; il Sant’Antimo Rosso Sassomagno 2013 mi pare lontano dalle mie corde. Ripeto: ero stanco, sono note queste mie ultime da leggersi con tutto il possibile beneficio del dubbio. A riprova, il vino che ho maggiormente apprezzato e meglio gustato è il Sant’Antimo Vinsanto 2009: ottimo! Morbido, glicerico, giustamente alcolico, dolcissimo, forse un po’ in debito di aciditá, ma difficilmente lascia insensibili nel suo librarsi in equilibrio tra note di solvente ed di una liquerizia dolce e nitida, ricca di caramello e  melassa, come una rotella Haribo.

E dunque, amico o amica che mi leggi, vuoi sapere come mi sono sembrati tirando le somme i vini di queste annate?
Come detto, la 2014 e la 2011 non sono state annate facili e qualche traccia nel calice l’hanno lasciata; la 2014 particolarmente e difatti più di un produttore non imbottiglierà Brunello. Alcuni Rosso di Montalcino 2014 mi sono sembrati onestamente magrolini, alcuni un po’ scomposti ed acerbi. Chi ha declassato il vino atto a divenire Brunello ha tratto però  risultati  eccellenti per la categoria e a volte in senso assoluto; e tanti che hanno lavorato bene e su esposizioni vantaggiose hanno comunque ottenuto vini equilibrati e piacevoli, che invogliano a mettersi a tavola. Il disciplinare permette come è noto di tagliare il vino dell’annata con altro più giovane o più vecchio, e chi ha potuto se n’è avvantaggiato, giustamente: è lecito per tutti i migliori vini del mondo ed è una vecchia e saggia pratica contadina: il vino deve essere anzitutto sano (nei limiti di una bevanda alcolica) e buono.
Tale taglio ha aiutato probabilmente anche la riuscita di molti vini dell’annata 2011, generalmente migliori delle aspettative e con una sufficiente riserva di freschezza all’assaggio malgrado la calura dell’annata. Il risultato però è stato a macchia di leopardo:  taluni Brunello,  favoriti da esposizioni  fresche o da un terreno propizio o da viti vecchie o da una mano esperta o fortunata,  spiccano perché possiedono scatto, forza e equilibrio: insomma, hanno il passo dei grandi; altri sono buoni vini, comunicativi e di piacevolezza immediata sebbene non profondissimi.
I pochi Rossi di Montalcino 2013 presentati come uscita ritardata confermano l’annata equilibrata: classica, come spesso è stata definita.
I Brunello di Montalcino Riserva 2010 sono un capitolo a parte: su di essi ho ascoltato numerosi pareri anche contrastanti, ma per il mio poco capire i migliori confermano la grandezza dell’annata proprio nel loro essere talvolta ostici e arrabbiati: un Brunello Riserva deve essere un vino da attendere, a mio vedere l’attesa è parte della loro essenza. Purtroppo taluni vini mi hanno ricordato in modo trasparente che metter mano a una Riserva non è facile , anche in un’annata fortunata: ci vogliono il terroir, le giuste viti (cloni, porta innesti, un’età congrua),  esperienza e un pizzico di buona sorte.

Domani: dopo Benvenuto Brunello.
Domani, domenica, torneremo a casa da Montalcino dopo aver sostato ancora una volta a Sant’Antimo come pellegrini per dire una preghiera: chissà in mille e più anni queste pietre e questi ulivi quali e quante accorate richieste avranno accolte: desideri e speranze. Il nostro questa volta invano: lunedì una farfalla volerà via – troppo presto – ormai fattasi leggera, quasi sulle note di una barcarola; come il Sangiovese delicata e forte, domestica e nobile.
Saranno allora pensieri cupi e domande, guardarsi indietro interrogandosi su che cosa davvero conta, “donde veniamo e verso dove andiamo”, come diceva il mio professore d’italiano al ginnasio.
Guardando indietro alle giornate ilcinesi, mi resterà la visita alla cantina dell’Hotel al Brunello, in rispettoso silenzio: centinaia di bottiglie preziose, etichette che farebbero la gioia di ogni appassionato dei vini di Montalcino e non solo: vecchie annate di Soldera, di Casanova di Neri, e di tanti altri produttori di culto; ma a colpirmi particolarmente una antica bottiglia di Moscadello ed una di Chianti Colli Senesi 1968, entrambe a firma Biondi Santi: segni di un’epoca passata, di un tempo forse più modesto, ma più sano e più  umano. Mi resterà l’immagine della bimba di Fattoi al banchetto, che concentrata e attenta versa il vino al degustatore occasionale: forse nemmeno otto anni e  il padre accanto che la guarda orgoglioso; e rivederli poi che rincasano dalla manifestazione al tramonto, tenendosi per mano: la tradizione che vive e si eterna. Mi stuccano perciò, lo scopro, tanti discorsi sul vino, tanto vuoto bla bla al quale io stesso contribuisco: neminem nostrum esse sine culpa . E più di tutto mi dispiace certo vantarsi, darsi importanza, passare a setaccio l’opera altrui con la penna rossa del maestrino. Ecco finalmente la risposta alla domanda del mio amico Fabrizio, che cosa cerco in un calice: un mondo di valori umani veri, l’accoglienza sincera che fa sempre trovare all’ospite un fiasco sul tavolo;  la solidarietà e la tolleranza antiche della terra: se hai fatto il vino buono sei bravo e fortunato, e se è un po’ meno buono pazienza, e se hai aggiunto un po’ di acido tartarico per aggiustarlo amen, purché ci sia in te l’onestà, il senso della misura. Più  che al calice, ormai, mi garba piuttosto accostarmi alle vigne: ai fiori sulle prode, all’erba verde tra i filari, ai grilli e agli insetti e agli uccelli che le popolano, ai boschi fitti che le proteggono. Giro le campagne di Montalcino e vi trovo soprattuto questo: sono pochi o nulli i filari col sottofila striato d’arancione  per il diserbo chimico, che vedo invece tristemente in altre zone vinicole;  e seppure  capisco  la necessità a volte e  la fatica di chi la lavora, è sempre l’immagine della terra che muore. Perciò l’assaggio più bello di questo Benvenuto Brunello me lo regala Luciano nella sua cantina spillando da una botte grande un po’ di vino dell’ultima annata, atto a divenire Brunello di Montalcino 2015: nella sua energia ancora selvaggia, coi tannini ribelli come puledri e l’acidità saettante e tutto quel sapore, è una massa informe, è un neonato che porta in sè, in potenza, ogni avvenire; è la promessa della natura che ogni anno si rinnova; è la speranza della vita che continua in un futuro migliore. 

Eulalia Bianco di Toscana IGT 2013, Podere Spazzavento, 13 gradi.


Non godono di particolare favore i bianchi toscani di uve locali, esclusa forse qualche Vernaccia. Saranno pure in genere poco profumati o morbidi se li confrontiamo ai vari Chardonnay, Pinot, ai Chenin, o anche ai Fiano o ai Verdicchio o agli Arneis, ma a me piacciono – se fatti bene- per la loro bocca fresca ed energica, ficcante e penetrante , che compensa ampiamente e d’estate e’ una delizia. Questo Eulalia del Podere Spazzavento, biologico certificato, mi ha incuriosito, perché nasce da Vermentino, Malvasia e Colombana a Ponsacco, in territorio già pisano, non esattamente un luogo alla moda: oggi conosciuto per i mobilifici, in tempi più antichi le sue alture attiravano i cacciatori dai paesi che sorgevano allora sui bordi dei paduli di Fucecchio e di Bientina, quelli che oggi si distendono nella Valdinievole e sulla piana di Lucca: l’Altopascio, la Chiesina, quella sorta di piccolo Far West nostrano oggi dimenticato ma che ancora vive nei vecchi racconti. Andavano a tender le reti: chi se li poteva permettere fucili e cartucce. Chissà se per ristorarsi portavano una panzanella ed un fiasco di un bianchino come questo, paglierino e giovane, senza ciccia ma scattante, onesto, con aromi delicati ma fini e precisi di mela verde, limone, pesca appena appena matura,fiori ed erbe, con una dorsale discreta ma saldissima di pietra bagnata; ma che in bocca e’ pieno, saporito e assai salato, con un’acidità altissima che sveglia, pulisce, rinfresca, fa salivare? Più lungo di quel che ti puoi aspettare e d’altra parte così puro e diretto senza languori, che quasi lo paragonerei più alla glaciale trasparenza di una Vodka che alle sensuali morbidezze di un vino; ma in lui non i nordici inverni, non le gelide steppe polacche e russe, piuttosto il calor del sole, e le cicale, ed il fieno tagliato vi potrai trovare . Anch’io ne ho goduto su una panzanella e non avrei chiesto di meglio; ma me l’immagino anche in un calice la sera, con l’aria del mare, su una terrazza a Marina di Pisa, il brusio dello struscio sul viale, il candore profumato di un pesce fresco arrosto, gli amici intorno, gli occhi di una donna.

Per saperne di più: http://www.poderespazzavento.it