Gris Lis Neris IGT 2005.

Poche terre hanno la bellezza struggente del Friuli, il suo ruvido incanto, dalla severità solenne del Collio alle piane dell’Isonzo scivolando verso il mare. Poche terre hanno saputo identificarsi così tanto nei loro vini bianchi fino sposarli in un tutt’uno con il proprio cibo e più ancora con uno stile di vita ed un modo di essere. Vai per i bar e le mescite di Gorizia, di Cividale, di Udine, di Buttrio, dei tanti altri borghi che troverai sulla tua strada pellegrina, laddove tu per l’ora e tua usanza sorbiresti un caffè: vedrai intorno lo scintillio di oro liquido nel calice; un sorriso; una chiacchiera, dura magari, come quella gente, ma mai fredda, mai sguaiata. Bianchi così radicati nella terra e nella cultura materiale da aver saputo declinare e far proprie persino le uve più internazionali, elevandole a puro specchio dell’identità del luogo, anzi di “luoghi detti” ad alta vocazione. Allora il Pinot Grigio di Lis Neris non è un Pinot Grigio -non ti sbagliare- ma un vino friulano da uva pinot grigio, con in se’ la terra la cura la rabbia friulane. La cocciutaggine persino: qualcuno diceva che le vigne di questo produttore erano su terre troppo piane. La terra qui però ha parlato. Giovane ti dava ricchezza aromi floreali e di frutta: la potenza delicata dei forti. Lo ritrovo maturo a quasi dieci anni dalla vendemmia, In veste dorata che volge al ramato, la consistenza ricca farsi oleosa, con il fascino d’unguento prezioso, vagamente orientale. Del suo aroma originale intensamente fruttato pur permane il melone, delibato nelle sue note più carezzevoli e virato al miele di spiaggia, alle noci, alla castagna, con un tocco fungino da grande Champagne invecchiato; non è stucchevolezza, perché permane a rinfrescarlo un agrume morbido, chinotto; ed ancora ha in se’ la grazia floreale, non svanita, ma resa complessa ed ancor più delicata, quasi accompagnasse su una raffinata tavola come ornamento una crosta bianca di formaggi. Se lo bevi ne godi ancora la grande struttura, l’intensità rispondente dei sapori con gli aromi, la potenza appena un po’ alcolica e la delicata raffinatezza per la quale sa smaterializzarsi sul palato pur persistendo a lungo, conservando nello splendore della maturità in bocca freschezza pura e un’acidità sempre alta, chiudendo su un finale piacevolmente amaro, come quella malinconia sottile che ti prende al crepuscolo, tanto più intensa quanto  più grande è stato lo splendore della giornata. Per me l’istante d’amore: con lui spaghetti alle vongole.

Franciacorta DOCG Cuvee Imperiale Brut, Guido Berlucchi, sboccatura 2014, L0235/13A2E114I , 12,5 gradi.


Se fossi snob, non vi parlerei di questo vino. Diamine: lo trovi anche alla Coop, all’Esselunga, all’aeroporto di Fiumicino dove l’ho acquistato per 13 euro o poco più. Ma io non sono snob, amo gli spumanti metodo classico e qui in Inghilterra mi son comperato anche qualche Cava spagnolo in offerta da Sainsbury’s; e pure qualche Champagne economico prodotto da una delle varie cooperative. Poi, se alla Royal Festiva Hall mi son preso un prosecchino, beh, tanto meglio se non ne ho chiesto il nome. Questo per dire che, a dispetto del favore che i vini spumanti incontrano, in giro si trova di tutto e la qualità non e’ necessariamente garantita; e il consumatore, consciamente o meno, vi si adatta.
Però questo Franciacorta DOCG, a dispetto dei tre milioni e duecentomila bottiglie nelle quali e’ prodotto, segna proprio un altro passo. E lo vedi subito nella sua spuma ben definita, cremosa, senza arroganza, che illumina la sua tinta di pallido color limone. Lo godi all’olfatto, che e’ intenso, nitido e fruttato seppur le note di lievito e pane non manchino: eppure sono così perfettamente, elegantemente integrate in aromi di agrume ( tanto mi ricorda il dolce limone di Amalfi! ) e di frutta a polpa gialla e bianca (albicocca e pesca noce), da apparire come colpi di pennello che rifiniscono caldi una tela sfumando e approfondendo un paesaggio, parti di una vibrazione atmosferica come il principio del sole che tramonta, arricchiti poi da una fuggevolissima ma apprezzabile idea di chiodi di garofano e di ruta. Ed alla bocca lo troverai ben bilanciato, riposato ma non grasso, carezzevole ma giustamente sorretto da una bella acidità, senza nessuna inutile svenevolezza, senza quella grassezza ed amaroticita’ che, a torto o a ragione, si attribuisce con biasimo ai Franciacorta. Anzi: ha un allungo più che discreto ed ordinato, ma soprattutto: amico, amica che mi leggi, qui c’è carattere! Non la controllata evoluzione degli Champagne, non la consistenza piacevolmente terrosa dei Cava, ma una nitidezza luminosa e solare fruttata che gioca qui il ruolo di una sigla di italianità; quasi ponendosi, se ben mi intendi, piacevolmente a metà tra un complesso Vintage ed in immediato Prosecco. C’è di che esserne, come italiani, estremamente orgogliosi: a quei volumi, a quel prezzo! Certo, starà bene, se lo vorrai provare, su antipasti di pesce o magari, persino, sulla tinca ripiena come la fanno sul Lago d’Iseo a Sulzano. Tuttavia, perché non giocarlo come un jolly su un tagliere composto dai meravigliosi formaggi bresciani dai nomi sonanti? Bagoss, Fatuli’, Rosa Camuna, Silter…

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Brut Argentina Methode Traditionelle , Chandon, lot.17273, 13 gradi.


Certo che un Metodo Classico argentino incuriosisce…e quel nome, Chandon?Massi’, come hai fatto a non pensarci! Voila’: la celebre Maison di Champagne Moet & Chandon sul finire degli anni Cinquanta cercava nuovi spazi – in tutti i sensi- ed andò fino in Argentina per scovarli. Poi, già che c’era, si concesse altre zingarate, in Australia ad esempio, ma questa e’ un’altra storia. Fatto sta che ai piedi delle Ande trovo alcune zone adatte ad impiantarvi Chardonnay e Pinot Noir per le basi spumante; il bagaglio tecnico certo non mancava…c’è eccoci qua. “Sicche’, com’è codesto spumante?”, tu mi dirai, “assomiglia a uno Champagne?”. Piano, piano: si sente che è un Metodo Classico fatto molto bene, senza sbavature, con tanta sapienza; ma, tecnica a parte, il territorio conta ancora qualcosa e quello dello Champagne dice ancora la sua: o piuttosto la sventola, la esibisce con una grazia ed una forza di convincimento senza pari. Però qui hai un ottimo spumante, con un bel colore dorato scarico, una mousse sulle prime quasi un po’ aggressiva ma dalla bolla molto fine e persistente. Al naso e’ un po’ più caldo, maturo e fruttato (ecco un termine in voga tra la fine degli anni Novanta e i Duemila!), di uno Champagne, con belle note di cedro, di buccia di albicocca, di lime, di banana; ma non mancano poi gli aromi di lieviti, di crosta di pane e di mandorla amara, e soprattutto una certa affumicatura intrigante, si’, ma insistente. Ed alla bocca e’ importante, benché non pesante, di buon corpo e discreta lunghezza, con un che di piacevolmente salato che rende dinamica ed interessante la beva, ed una acidità bella alta, eppure sempre più abbordabile di quella di un “vero” Champagne; e sempre quella certa terrosa affumicatura, che si sostituisce alla snella slanciata eleganza dei migliori francesi e che, per dirla tutta, un pochino -poco- mi fa pensare a un Cava di Spagna. E dunque? A me garba, perché interpreta in un modo originale, più ciccione e caciarone, un’idea di vino spumante diversamente non solo elegante, ma persino austera, rendendola gioviale ed amichevole perché virata sul frutto, sulla bolla titillante senza timidezze (anzi, quasi un po’ aggressiva), su na acidità non bassa ma certo contenuta, su una certa carnosità cui contribuisce un dosaggio mi pare non proprio minimo, forse consono agli standard gustativi del cosiddetto Nuovo Mondo. Tuttavia -amico, amica che mi leggi- ti prometto che si fa apprezzare come e più di certi Franciacorta nostrali (quelli, sia chiaro, vinificati senza troppa cura). Ed infatti senza troppo riguardo me lo son goduto -absit injuria verbis- con due salsicce toscane bollite.

Bilaccio 2010, Toscana IGT, Az. Agr. Il Borghetto, 14,5 gradi.


Giunsi la prima volta a Il Borghetto una grigia mattina di febbraio ed una malinconia sottile, silenziosa, sembrava accarezzare i fianchi delle colline di quel verde quasi argenteo che è proprio dell’inverno toscano. Quando si pensa al Chianti Classico non è San Casciano il primo paese che viene in mente, semmai Radda, Castellina…ed in effetti qui siamo in Val di Pesa, cioè fuori dalle zone dell’antica Lega del Chianti; eppure il paesaggio e’ morbido e struggente, quasi volesse aprirsi all’affaccio su Firenze: i poggi solatii hanno una magia sospesa e i cipressi solitari, le piccole pievi, le ville e i castelli che li punteggiano ordinati, sono pause e sospiri in un armonioso discorso musicale. Nascono grandi vini a San Casciano, da sempre si vorrebbe dire: qui sta Antinori coi suoi secoli di storia ed i suoi milioni di bottiglie. Il Borghetto e’ di contro una realtà molto piccola, solo poche migliaia di bottiglie e qualche ettaro di terreno; ma è una boutique ed ha saputo tracciare in pochi anni un sentiero personalissimo e intrigante, grazie alla cura estrema in ogni gesto: quante cantine trovi dove si parcellizzano le vinificazioni con tale miniaturistico rigore, da far quasi parlare la singola zolla? E -chi lo ama lo sa- il sangiovese e’ ignorante, bizzoso come una gran dama: generoso e’ vero nel darti tanta uva, ma avaro ed avido di cure se la qualità da lui desideri. Questo Bilaccio, che usciva un tempo con l’insegna di Chianti Classico, scommette sul sangiovese solo, 100%, tentando un volo leonardesco e senza rete, sfidando un po’ sia l’usanza che la moda chiantigiana, dove altre uve proteggono e riparano dalle intemperanze del clima e dagli errori dell’uomo. Eccolo dunque ancor giovane nel calice, rubino trasparente luminoso e bellissimo, che è un piacere riguardarlo mentre sta fermo o danza luminoso, gioioso e leggero. Profumatissimo e nitido, intenso, finissimo e morbido, offre quantità di frutta rossa fresca e fiori, traboccanti ceste di vimini diresti, appena riportate dai campi cariche di ciliegie e di fragoline di bosco ed ornate di rose, viole, gerani; giungono poi tocchi di mirtilli e ginepro; ed ancora accenni di cuoio, rabarbaro, liquerizia, una speziatura fine ed incenso, pietra bagnata, quasi fossero dettagli che emergono dallo sfondo scuro di un dipinto ad olio; e vaniglia: si’, proprio quella tipica di pregiati carati nuovi. Fresco alla bocca, centrato e compatto, si distende sul tuo palato elegante, continuo, dinamico, con un corpo pieno ma snellissimo, innervato di mineralita’, dal tannino impalpabile ma ben presente e dalla bella acidità vividissima in bilanciamento perfetto con l’alcol, si’ che questo la smussa e quella lo ravviva. E’ lungo e irradiante, mosso da una tensione interna che non è nervosa, ma pura disposizione dell’anima, ripetendo nei sapori i suoi aromi come uno specchio perfetto ricrea le immagini secondo una proporzione aurea, ricamando la trina di un merletto. Però anche qui torna quel tanto di vaniglia, di legno nuovo: si sente il carato come nei Borgogna più giovani ed ha veramente qualcosa del Vougeot e dello Chambolle Musigny, quasi che, si’, potresti scambiarlo per un Pinot Nero. Buonissimo dunque, ma anche tipico? Confesso di sentirmi inadeguato a rispondere oggi, sarebbe da riassaggiare tra qualche anno, sulla distanza, allorché il sangiovese avrà modo di esprimere il suo carattere appieno: perché, malgrado un certo calligrafismo, del sangiovese senti già l’energia maschia e ribelle su di un corpo femmineo.

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Pinot Bianco Vorberg Riserva 2008, Cantina Terlano, 13,5 gradi.


Ho girato a lungo l’Italia, per lavoro, dalle Alpi alla Sicilia, riempiendomi gli occhi dei paesaggi e dei visi della gente; le coste, il mare, le valli, le colline, le montagne, la struggente bellezza che porto con me. Le pietre e la terra e le mani caparbie che nei secoli le hanno modellate, creandone arte. Bolzano e l’Alto Adige, dove già senti la cultura latina fondersi con quella tedesca, hanno quella dolcezza malinconica delle terre di confine, destinate a restare eternamente sospese in una dimensione tutta loro, come avvolte in un impalpabile guscio avvolgente, quasi la realtà che si agita intorno ad esse non potesse alterarne l’essenza. Bevo questo Pinot Bianco a sei anni dalla vendemmia, in un età che per molti vini e’ già di decadenza. Dodici vignaioli traggono l’uva tra i 350 e i 900 metri di quota dalle piante più vecchie, allevate in pergole sulle terrazze vertiginose di Vorberg, strappate al bosco come una cascata verde, formando gallerie vegetali che diresti di giardino barocco; qui però non sussurri ed amori nascondono, ma il perpetuarsi del lavoro faticoso e cocciuto di gesti senza tempo che le macchine non possono sostituire; e quel suolo ripido, sabbia e ciottoli che nascono dalle dure rocce porfiriche, esposto a mezzogiorno, e’ uno tra i cru che incoronano il villaggio di Terlano e dovrebbero renderne il nome famoso nel mondo, come il borgognone Montrachet sta a Puligny. Riluce nel calice carico giallo limone, quasi raccogliesse i trecento giorni di sole abbagliante delle alte quote, lacrimando archetti irregolari e lenti come neve che al sole si scioglie e percola. Già solo al riguardarlo suggerisce forza e concentrazione superiori, ricche ma severamente controllate. Sguardo, olfatto, gusto: dall’uno all’altro trascolora naturalmente, quasi sostanziasse manifestazioni diverse di una stessa energia. Ecco allora che l’aroma intenso e complesso si svolge in rimandi continui e concentrici, ogni esalazione come un sasso gettato in un lago crea ed espande le sue onde: ed avrai il melone, la pesca, la mela e la pera gialle, le arance sanguinelle, cedro e bergamotto, tutti frutti al limitare dell’estrema maturazione; poi la cotognata, le albicocche secche, mandorle e nocciole; uno spunto appena di petrolio, quasi da Riesling, e di formaggio blu piccante, e di erbe aromatiche essiccate in trito minuto; ricordi muschiati e di corteccia di abete che si aggrappano ad una mineralita’ di pietre stillanti; ma tutto con estrema sussurrata discrezione, al punto che ti è impossibile indovinarne l’affinamento prolungato in vecchie botti grandi, perché non trovi sentore alcuno del legno: forse, lontanissime come una voce attraverso i millenni, leggerissime velature fume’ ed una polvere appena di vaniglia. Al sorso poi esprime tutta la sua energia, ma nella morbidezza tattile di seta, cashmire, velluto, secondo il settore in cui ti sfiori la lingua, al punto che l’acidità viene riassorbita in una dimensione sferica, sensualmente cremosa, piena e salina, seppur dotata di un residuo zuccherino importante per un vino secco, in un susseguirsi di freschezza ed avvolgenza, con rimandi a ciò che avevi percepito nelle nari, ma virando ancor più verso gli agrumi, a sostenerne la beva con la spinta della freschezza. Energia gentile la sua, dominio di un corpo ampio ma femmineo, così ricco e -verrebbe da dire- mediterraneo, che non ho esitato a sposare con una portata di mezzi rigatoni a cacio e pepe. Quanto goloso il suo attacco, tanto rimani triste tu al dissolversi del suo gusto: non e’ lunga abbastanza la sua persistenza o troppo grande e’ il tuo desio? Finisce in fretta questa bottiglia, eppur tu ancora ne vorresti per meditare comodamente accoccolato, o per giocarvi gli abbinamenti più diversi: saporite impepate di cozze, ricchi primi di scoglio, pescato nobile, ma anche carni e pietanze varie dove una speziatura di zafferano giochi la sua parte. Oppure, ancora, vorresti non averlo stappato perché il tempo, e’ sicuro, sta dalla sua: se vai a Terlano ne troverai bottiglie di trenta, quarant’anni perfettamente evolute. Rimane nel calice vuoto la gioia di una certezza, di un valore saldo che rimane, di un vino che è nasce sulle Alpi, ma guarda al calore del sud. Allora la Cantina di Terlano, che opera dal 1893 resistendo a due guerre mondiali -quasi che la durezza delle rocce di porfido vulcanico si fosse trasfusa negli spiriti di questi viticoltori- e le terrazze del Vorberg mi appaiono stasera come le colonne d’Ercole che serrano sicure, immutabili, la Patria mia tradita. Tu, se m’ascolti, non lo mortificare: godilo non troppo freddo, in calici ampi.

Rimelsberg Pinot Gris 2010 Alsace AOC J.Philippe & J. Francois Becker, 13,5 gradi.


Normalmente non stravedo per il Pinot Grigio: quello che si trova di solito in giro, specie se di firma italiana, e’ vittima prediletta del mio sarcasmo. Certo, però, che se è fatto bene…I Pinot Gris alsaziani, per esempio, non mi hanno mai tradito: c’è in loro una ricchezza, una bevibilita’ dissetante ed una precisione esecutiva che sono spesso entusiasmanti. Questo dei Becker e’ proprio emblematico. Cantina forse ignota in Italia, io l’ho comprato -udite udite- su una bancarella a Parigi: il produttore esponeva ad un mercatino natalizio di prodotti alsaziani di fronte alla Gare de l’Est. Eccolo qui, nel mio vetro, così tenue e cristallino, come acqua appena appena colorata da una punta di limone, sicche’ lo diresti vinello leggero, senza aroma ne’ sapore. Riguardalo bene però, vedine gli archetti fitti e irregolari che forma ruotandolo e vedrai lui furbo e insidioso come ti inganna: perché poi lo porterai al naso ed allora ti blandirà con un’intensità nitida, fruttata, di pesche e di albicocche, di buccia di melone, di cedro, di fiori di sambuco e di mimose e già un che di roccioso e di salino ad innervarlo, così invitante che non potrai resistere. Forse tanta grazia aromatica nasconde un po’ di volatile, che agisce sulle tue percezioni come filtro d’amore che bisbiglia: “bevimi”? Ti sarà preciso sul palato, corposo ed appena un po’ oleoso sulla lingua, così da non andar subito via, ma restar li’ come una malia. Un’acidità notevole lo rinfresca, ma è soprattutto la forza salina, irruente che lo spinge e trascina te, abbandonato e incolpevole, a berne e riberne, mentre lui danza allegro e feroce sul tuo palato che saliva. Ma per più blandirti, per più addomesticarti, ecco che si presenterà alle tue papille abboccato e tu naufragherai in questo mare dolce e salato. E si dilungherà sulla tua lingua in una chiacchiera maliziosa, quanto basta per volerne ancora e ancora. Sarà quel cielo d’Alsazia così fresco, luminoso e sgombro di nuvole a renderlo così ricco, ma gioioso e irresistibile. Certo, non e’ complesso, non filosofeggia, ma se avessi qui degli amici a loro ne darei con piacere; oppure, se brillare volessi vedere il sorriso di una donna. Starà benissimo, se lo vorrai provare, con piatti di consistenza cremosa, come il paté d’oca, o dove ci siano formaggi fusi, pancette affumicate. Io ne ho goduto su un cavolo con crema di bacon e camembert, su una quiche, ma se è estate o semplicemente l’ami, gustane con carni di pollo o di maiale arrostite.

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Spumante Metodo Classico Brut “Quattro”, Opificio del Pinot Nero di Marco Buvoli.


Si ha un bel dire che il vino spumante metodo classico si dovrebbe aprire anche fuori dai momenti di festa. Rimane sempre collegata ad esso, al gorgogliare delle sue bolle, un’idea di godimento speciale e allegro nel puro bevitore; un’aspettativa segretamente ansiosa nell’appassionato, che sa quale alchimia e dedizione ci vogliano per crearlo: la manualità’ di certe operazioni (ma è ancora tale?) dai suggestivi nomi francesi (remuage, degorgement), le corrette basi (da miscelare accuratamente), la magia dei lieviti sui quali il vino dovrà a lungo riposare (per prendere spuma e carattere), l’accorta aggiunta dei liquori di tiraggio e di spedizione, che sono come la vernice sui violini di Stradivari, cioè il tocco finale e segreto dell’artista. Ecco, se apro questo Brut di Marco Buvoli non posso non pensare all’opera di un architetto, tale e’ l’equilibrio delle sue parti, quasi a ricercare una proporzione aurea di palladiana memoria, che sa pacificare l’animo riannodando armoniosamente l’interna tensione che lo pervade. Vedine la tinta chiara, luminosa, di limone con riflessi ramati, il perlage fine e persistente. Sentine l’aroma nitido e screziato, che sa essere sottilmente vinoso -come t’aspetti da uno spumante di Pinot Nero in purezza- ma con la misura di una seduzione notturna e insinuante di un chiaro di luna; che ha il calore e la sensualità del burro, della pasta di brioche, delle nocciole, ma delicata, ingenua, giocata sulle mezze tinte, subito dispersa come nuvola leggera da una freschezza dolce di limone, di pompelmo, di cedro, di pesca. Elegante, senza asprezze: c’è come una mielatura che ha l’effetto delle vecchie sordine di pelle sugli archi, che creavano un senso sfumato di attenuazione e distanza ed ogni nota diveniva ancora più preziosa, evocativa; ma oggi non s’usano più. Anche alla bocca la risenti, dimenticandola subito sulle tracce di un’alta salinità, di una dissetante acidità, di un meditato contrasto che ne fanno il portamento fiero e dritto, ma senza forzature, aggraziato; anche di corpo, ma senza grassezza. C’è in esso, in ogni suo dettaglio, una sorvegliata veduta d’insieme, un raffinato congiungersi dell’alfa con l’omega. Marco Buvoli e’ vignaiolo per passione, non per vivere; lo crea – mi si dice- con metodi complessi ma semplicissimi a un tempo. La cura delle sue mani, dei suoi occhi, del naso, del palato e soprattutto di una mente architettonica: per arrivare a un tale risultato il disegno devi averlo ben chiaro in testa dall’inizio; come la campata si fonde alla colonna, come il transetto si innesta alla navata, definiscono lo slancio che volterà la cupola. Questo spumante si chiama “Quattro” e significa che riposa 48 mesi sui lieviti, che sono tanti; ma rappresenta solo l’ouverture degli spumanti di Marco Buvoli: aspetto che s’apra il sipario e di assaggiare l’Otto, magari visitando l’Opificio del Pinot Nero, a Gambugliano in provincia di Vicenza, per conoscere questo architetto del vino.

Per saperne di più: http://www.opificiopinotnero.it

Beaune Premier Cru Cent Vignes 2007 Albert Morot, 13 gradi.


Nel 1395 un editto proibì in Borgogna la coltivazione dell’uva gamay in favore del più nobile pinot noir e fu l’inizio della fortuna: tutte le attenzioni concentrate su quella sola uva nera e sulla classificazione dei territori a lei più adatti; l’unicità a favorire il commercio.L’Europa si riprendeva allora lentamente dalla strage e dai lutti della peste, la Morte Nera. “Tintinnabula non sano lacrimæ non clamans. Tan nos did eram expectant mortem” (“Le campane non suonavano più e nessuno piangeva. L’unica cosa che si faceva era aspettare la morte”): quasi la metà della popolazione finita a riempire le fosse, forse 25 milioni di persone. La città di Beaune era un luogo di passaggio obbligato da nord a sud, da est a ovest. Mercanti, nobili, faccendieri, pellegrini, studenti, dame e prostitute: la vita riprendeva il suo corso, con fame rabbiosa di piacere, di dimenticare gli incubi, con la consapevolezza che tutto sarebbe stato diverso. “In taberna quando sumus, non curamus quid sit humus”: “quando siamo all’osteria, non ci curiamo se siamo cenere”, e brindisi e gozzoviglie e baci e risa. Questo Cent Vignes di Albert Morot, così gioioso, diretto, spigliato lieve e succoso; vino per trovar calore da un viaggio nel gelido inverno o per ristorar la sete, o per sciogliervi la malinconia, per cercarvi compagni, per brindare all’amore. Perché, se appena aperto e’ appesantito dagli odori dei legni di affinamento, presto se ne libera, come da un’inflessione provinciale cui tu più non badi. Ne amerai il rosso rubino di media intensità, luminoso, che rilascia sul vetro archetti irregolari che subito si sciolgono in gocciole che scorrono veloci come dopo il piacere. L’odorerai, e saran subito tuoi intensi i lamponi, il ribes, le selvatiche fragoline, scorza di mela rossa red delicious ed un che di incenso, di noce moscata e di cannella, di chiodo di garofano, di liquerizia, perfino di tavola ben liscia, oleosa, opra fina d’un falegname, per una volta non spiacendoti, ma regalandoti un senso benvenuto di solidità, di tranquillo approdo ai piaceri e soprattutto al conforto del desco. Soave nel tannino sottile, elegante ma con una punta di piacevole rusticità terragna, leggero di corpo e gustoso, in bocca ti stuzzicherà con un’acidità ben schietta che è come uno scherzo ingenuo o piuttosto una schermaglia amorosa. Vino questo che è femmina, si’, ma spiritosa, arguta, fisico piacente e scattante ma soprattutto sorriso, sguardo brillante. Vino questo per brindare alla vita. Te lo dico sul pollame in tutte le maniere, o su certe formaggette vaccine semi stagionate o a crosta fiorita, delle quali son maestri gli amici francesi.

Toscana IGT Pinot Nero Lyncurio, 2012, Castello di Potentino, 14,5 gradi.

Se vai a vedere il castello di Potentino, e’ difficile restare insensibili al suo fascino. Chiuso nella sua vallecola verde di ulivi e di vigne, arcigno su una rupe, ma addolcito dal Fiora gorgogliante che scorre li’ da presso, dal tubare delle colombe, dall’abbaiare di un canino. Li’, dalle viti che si distendono serene in basso, risalendo il pendio che sta innanzi all’ingresso, si coltiva il Pinot Nero, che vinificato con un contatto breve con le bucce dell’uva da’ vita a questo rosato Lyncurio.  Affascinante; fin dal colore, cosi’ tenue e sfaccettato, che ricorda la seta antica della cortina del baldaccchino di un letto nobiliare, con riflessi di corallo, come le venature di un prezioso marmo. Disegna sul bordo archetti fini, persistenti, irregolari, come una trama di pietre di un muro antico. Se ne ascolti l’aroma, avrai una tenue fragolina di bosco e la pesca ad intrigarti, seguita da note minerali e iodate e di lieviti, a disegnare una tessitura fine, ricamata a maglie serrate. In bocca e’ ampio e verticale, elegante e lungo, alcolico ma corposo, ma equilibrato da una forza acido-sapida lo ravviva di contrastanti effetti chiaroscurali, con un tannino sulla soglia dell’impercettibilita’. Se pensi -amico, amica mia diletta – che  rosato non sia vin serio, questo tu devi sentire con ascolto attento. Bevilo non freddo, quasi a temperatura ambiente per strapparne tutto il gusto: l’avrai li’, nel bicchiere, accogliente in un silenzio austero; tra slancio ed introversione, ritratto ideale del luogo in cui e’ nato.

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Pinot Noir Santa Barbara, Au Bon Climat, 2009

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Difficile resistere al fascino del Pinot Noir: quest’uva così sensibile, esigente, delicata e fragile sa attrarre appassionati, vignaioli, enologi come poche altre. Forse per il fascino elegante del vino che produce, sfuggente come il sorriso di Monna Lisa? Vero è che – in una sorta di novella corsa all’oro-  si è tentato di piantarla in ogni dove; ma, si sa, lei ama climi freschi, se non freddi. Certo, la California che sognammo, quella dei lungomare ornati di palme, delle spiagge dorate, dei surfisti, dei macchinoni pinnati coi rombanti ottovù non risponde al quadro pastorale richiesto: quello un po’ nordico e continentale di Borgogna, patria indiscussa del Pinot Noir. Eppure c’è una zona più interna in California, dove si insinuano per le valli, tra i declivi attraversando le colline, le brezze fresche del Pacifico: il respiro benefico dell’Oceano. A Santa Maria Valley, nella Santa Barbara County, il Pinot Noir ha trovato una casa, un clima favorevole: temperature contenute, lunga e asciutta la stagione in cui l’uva può maturare, sviluppando i suoi aromi in salubri condizioni. Il risultato eccolo qua, nel bicchiere: rubino ben trasparente, appena più pallido ai bordi; ecco l’eleganza, il fascino femmineo che cerchiamo. Portalo al naso, disponiti ad ascoltare i  suoi aromi intensi: fragoline di bosco,  ciliegie e fragole mature,  prugne rosse, perfino un tocco di bacche di ginepro; nitidi, puliti, decisi ma con grazia. E c’è poi un’altra dimensione, più profonda, sensuale; che ti parla di terra bagnata, di foglie di tabacco, di legna affumicata e di una netta, sorprendente ma inconfondibile, nota resinata. E la carne, quell’aroma ematico  che tipicamente regalano i grandi di Borgogna nell’evoluzione, sorta di summa, di scalata finale e difficile ad ardue vette di piacere, riservate ad eletti; ma qui è però discreto, rifinito, pulito. Bevilo questo Pinot Nero californiano, apprezzane la concentrazione e la pienezza matura dei sapori nel corpo leggero ma rotondo, equilibrato, dal tannino piccolo e gentile, dall’acidità rinfrescante ma confidenziale. Sentilo avanzare sul palato con grazia decisa e ritmata, come un battito d’ali, vaporoso come la scia di un aeroplano nel cielo terso. Razza purissima di Pinot Noir, senz’altro: complesso, ben fatto, ispirato. Cosi’ capace di ricordare il modello eccelso borgognone,  eppure cosi’ profondamente nell’anima americano: perché lui sì, non se la tira;  ti si porge, è alla mano, informale; ti viene incontro, ti rivolge per primo la parola; senza misteri, senza ombre. Forse è pure il suo limite, ma non è detto che sia un male. Servilo fresco – non freddo!- per una cena estiva,  accompagnando un petto di pollo ai ferri con una miscela di extravergine della Valdelsa, di polvere finissima di salvia essicata, di pepe bianco e nero, di sale marino. Ancora più fresco, godine su un tonno appena scottato. Lascati conquistare anche tu, senza opporre resistenza, dal suo fascino discreto e sottile.