I “Pompeiano” Piedirosso e Falanghina di Sorrentino Vini.

Per anni, l’immagine che ho avuto io di Napoli e quella del Vesuvio sono rimaste inestricabilmente fuse, come nella celebre cartolina del Golfo col pino in primo piano, la città piccina laggiù tra l’abbraccio del suo mare e il vulcano, ornato da un pennacchio di fumo placido e indolente nell’azzurro. Un’immagine quasi artificiosa rimasta cristallizzata per generazioni, se già negli Anni Quaranta il Vesuvio aveva smesso di emettere vapori.

Col tempo sono stato in grado di mettere meglio a fuoco quella interconnessione ingenua. ” A’ muntagna ” incombe su Napoli e sul suo destino, eppure è altro rispetto al dedalo di vicoli oscuri e colorati, ai palazzi e alle miserie, ai castelli, alle chiese, alla varia umanità che brulica gli spazi cittadini con la sua vitalità potente e a tratti selvaggia e feroce.

Il Vesuvio è spazio aperto, aria, luce, cielo vorticoso e avvolgente, da toccare con un dito; è natura indomita, senza filtro umano alcuno, è madre-matrigna generosa e temibile.

Ricordo un vecchio affresco poimpeiano, il vulcano dipinto come monte coperto di uva e di pampini: nemmeno se ne sospettava la pericolosità, allora.

Pompei, solo a nominarla, provoca un brivido di bellezza e di sgomento: chi dimenticare quei calchi umani imprigionati dalle ceneri e come ombre dissolti nell’istante ultimo del loro dolore mortale?

Diversamente, nominando il vini definiti dalla norma Pompeiano IGT, i ricordi terribili sfumano dolcemente nel richiamo alla vita: il Vesuvio dorme il sonno di una pace provvisoria, l’uomo ha riconquistato le sue pendici per poi abbandonarle e ancora riscoprirle: andirivieni che è storia sociale dell’Italia agricola, divenuta industriale, oggi in cerca di se stessa.

Il vulcano, quieto, porge i suoi frutti, nutre le viti sui suoi fianchi di terra vulcanica nera, sabbiose alla sua base: Falanghina e Piedirosso su tutti, ma non i soli.

I Pompeiano di Sorrentino, Piedirosso e Falanghina, sono un buon viatico: territorialmente riconoscibili, da agricoltura biologica, hanno tra l’altro i pregi di una buona reperibilità ed accessibilità. Mi piace qui riportare alcune note di degustazione.

Pompeiano Piedirosso “7 moggi ” 2015, Sorrentino, 12,5 gradi.

Il Piedirosso è uno tra i segreti meglio nascosti dell’enologia italiana: noto all’appassionato smaliziato ed al degustatore professionista, sfugge ancora al grande pubblico, sebbene abbia tutte le doti per essere amato e felicemente bevuto; sottostimato, forse, perché spesso usato ad ingentilire la poderosa struttura dell’aglianico.

Il Piedirosso è tutto genio e sregolatezza: di beva spesso lieve e danzante, ha profumi ammalianti e caleidoscopici fino a stordire, che trascolorano, a seconda dei terreni e delle vinificazioni, da eleganze quasi estenuate a profumi animali, virili, minerali.

Nell’areale napoletano dei vulcani, da Ischia ai Campi Flegrei al Vesuvio, origina vini estremi per classe ed originalità.

Questo “7 Moggi”, prodotto in regime biologico a circa 400 metri di altezza, incanta col suo colore rubino trasparente, dai riflessi quai porpora. Ruota nel calice leggero eppur viscoso e difatti crea lacrime lente, fitte, persistenti, mentre immediato rilascia un profumo molto intenso, caratteristico, pulito, di viole e di frutta rossa soprattutto, e di frutta nera matura, quasi lampone e mirtillo fossero spremuti freschi, sfumando fino alla confettura di susina, ma casalinga, con cenni di arancia rossa, cola, carruba. Su tutto si stende un velo profondo come la notte di zolfo e di affumicato, quasi incenso e cera, che ricorda l’origine vulcanica dei luoghi delle vigne.

Carezzevole, morbido, ha gusto concentrato e corpo medio, con acidità media del pari, così come il tannino che è rotondo, molto profondo e persistente.

Tutto l’insieme è sostenuto da una grande salinità (proprio sale grosso, non fine), esprimendosi su una lunghezza più che discreta, con l’alcol relativamente contenuto e ben equilibrato. Resta però un rosso felicemente meridionale, che trasmette un piacevole senso di calore.

È un vino dal tratto giovanile, ma non immaturo: una fanciulla adolescente col suo lato sensuale e torbido (ripenso a certi licenziosi affreschi pompeiani!).

L’ho gustato con piacere su un caciocavallo di media stagionatura. Lo proverei su una pizza e qualche primo col sugo di pesce, giocato su sapori forti come spada, tonno, sugarello, palamita. Mi pare una sicurezza su coniglio e pollame. Addirittura, l’azzarderei per un aperitivo di gran lusso, all’insegna di un inarrivabile stile italiano.

Pompeiano Falanghina 2015 , Sorrentino Vini, 12,5 gradi.

La Falanghina è talmente alla moda ormai che rischia di essere fraintesa.

Sbaglia chi ritiene dia vini facili: semmai, se ben lavorata, origini vini di estrema preziosità e lievi, sciolti, specie nel biotipo flegreo che immagino sia la base di questo Pompeiano, che si offre alla vista limone assai tenue, trasparente, lasciando sul calice gocce rapide e nervose, ma non persistenti.

Ha profumo intensissimo e concentrato, fresco ed arioso: fiori gialli e agrumi (il mandarino, in particolare) virano al dolce miele di zagara, con una nota di pepe verde contrastante la frutta a polpa gialla e persino l’ananas tropicale. Poi c’è il marchio del vulcano: un’idea di zolfo e di affumicato che è una sorta di terza dimensione: è pietra al sole, acciaio caldo. Un appassionante susseguirsi di durezze e suadenze.

Al sorso tutta la delicatezza della Falangina. Gusto concentrato, col mandarino ancora in evidenza insieme alla menta, al cappero, alla mandorla. L’acidità mediana, così come l’alcol, nel suo corpo ristretto sono in splendido equilibrio. La salinità notevole, figlia del territorio, contrasta un residuo zuccherino lievissimo, creando un bel gioco rotondo e piacevole.

O, piuttosto, è un contenuto notevole di glicerina a creare l’effetto e ingannare?

Salinità, acidità, carezza glicerica: gode il tatto con questa Falanghina aera, flessuosa, passante, flessibile, leggera ma intensa; che attacca netta, avvolge la bocca setosa e sfuma delicata come brezza. Gusto e aroma avvolti in una trama fine: un merletto.

Viene spontaneo il collegamento con certa arte napoletana, raffinatissima nelle minuzie: scultura, pittura, musica; semplicemente, si pensi ai dettagli del presepe popolare.

L’ho avuto in tavola, con piacere, su una mozzarella di bufala, vorrei provarlo su una zuppetta di cozze.

Gli esempi più artigianali di Falanghina flegrea e del Vesuvio sono magari più articolati, ma la felice beva di questo non si dimentica.

Serrone 2010, Taburno Rosso, Nifo Sarrapochiello, 14 gradi .

image

Aglianico, Piedirosso, Sangiovese. Io credo che dal primo prenda la forza e il profumo di frutta, dal secondo le spezie e la delicatezza, dall’ultimo finezza e slancio: un vino sorprendente questo Serrone che ho scoperto per caso, acquistandolo su internet e scegliendolo volutamente tra alcuni vini campani da tenere a portata di mano per berne in scioltezza sulla tavola quotidiana, senza pensarci su, magari col gusto però di provare etichette nuove. In questo caso, ad attrarmi, oltre al prezzo molto accessibile (poco più di sei euro), fu il nome del produttore, che nella mia piccola esperienza tengo tra i più seri della Campania; ed inoltre l’evocazione magica del Taburno, la montagna sannita aspra e dolcissima, dai boschi verdi e dai candidi massi calcarei, dall’aria profumata di erbe e di fiori: un paradiso che ad andarci permette ancora il tuffo in una natura primigenia, quasi che il tempo l’avesse cristallizzata. La cantina Di Lorenzo Nifo Sarrapochiello sta a Ponte, Sannio profondo e straordinariamente agricolo, preservato: lì coltiva le vigne in regime biologico ed a me pare – a prescindere dalla certificazione pure posseduta- scelta giustissima, dato il contesto. Con le prime caldane di maggio lo preparai in frigorifero per berlo un po’ fresco ed una sera, avendo in tavola spiedini ed una buona compagnia, pensai di aprirlo.
Solo allora mi accorsi che l’annata era la 2010 e che dunque questo vino scelto per contesti quotidiani e senza troppe aspettative né pretese, aveva già otto anni; e quasi rimasi perplesso, chiedendomi se la temperatura ridotta non  svilisse pertanto i suoi aromi; persino, se non fosse magari già troppo evoluto. Il tappo tuttavia era un lungo monopezzo di sughero che emise, estraendolo, un incoraggiante “plum”, indice di buona tenuta.
Difatti questo vino dal colore rubino scuro e concentrato, tendente al granato sull’unghia e che lasciava sul calice gocciole fitte e lente e regolari, mi apparve subito ben più giovanile del previsto, portando assai bene i suoi anni: perché il suo profumo intenso, sebbene in evoluzione, mostrava una quantità di aromi primari che ben si adattava al servizio fresco; ed i suoi terziari erano chiari e nitidi, risaltati ed integrati perfettamente anche alla bassa temperatura (tra i 12 e i 13 gradi all’apertura, ma in lenta risalita perché nessun accorgimento presi per stabilizzarla). Si svolgeva come una successione di piani prospettici: anzitutto, amarene, ciliegie e fragole anche candite; poi rose rosse, ed insieme macchia, bosco, bacche di ginepro, alloro, rosmarino; quindi  spezie dolci (cannella) ed ancora humus e inchiostro e petrolio e ruggine. Un vino tutto terra, che trovava il suo senso nell’evocazione ruvida della materia, quasi una natura morta di Morandi. Un sentimento terragno che si ripresentava anche al palato, dove il Serrone esordiva secco, ma segnato dalla dolcezza dell’alcol, con un corpo pieno, quasi commestibile eppure restando scattante. Tutto polpa, era fitto, cremoso, carnoso, con un tannino irregolare ma piacevolissimo, maturo, croccante e rispettoso. Mostrava  una certa salinità, un’acidità notevolissima, una discreta lunghezza che si chiudeva su un finale un po’ scomposto tra alcol e tannino, ma il vino andava giù che era una meraviglia e con soddisfazione, anche per via di una chiarezza espositiva e di esecuzione accuratissime: sebbene una parte di lui avesse conosciuto  barrique (che tuttavia presumo usate), l’avrei detto affinato in contenitori del tutto neutri, perché  lui cantava  l’evidenza del sole del sud e dell’aria di montagna o dell’alta collina. È un vino allegro questo Taburno Rosso, di compagnia, rusticone, sinceramente carnale e senza fronzoli, tutto terra; un po’ guascone, ma agile e leggero a dispetto del corpaccione, e di purezza primigenia. Ottimo, e su quegli spiedini ci stava benissimo. Però devi averne bevuti, di vini, per apprezzarne appieno la sincerità spudorata.

Piedirosso Campi Flegrei DOC 2015, Le Cantine dell’Averno, 12,5 gradi.

I sogni del ginnasio, quando avevamo quindici anni e si leggeva l’Eneide; il Capo Miseno, la Sibilla Cumana e l’ingresso degli inferi: la grotta immensa protetta da quel lago Averno mefitico e nero, attorniato di boschi selvaggi , sul quale  per i miasmi esalati non volavano gli uccelli: “tuta lago nigro nemorunque tenebris/ quam super haud ullae poterant impune volantes / tendere iter pinnis: talis sese halitus atris /faucibus effundens supera ad convexas ferebat”.
Oggi, se ti rechi su quelle rive, il sentimento che ti governa è di trovarti piuttosto in un bucolico paradiso, un po’ malinconico con la sua distesa  d’acqua calma  quasi perfettamente circolare, dove si specchiano imponenti e tristi i ruderi di un ninfeo romano. Ciò che rimane intatta, però, è la suggestione profonda del luogo, il senso di stupore quando si cammina all’interno del cratere vulcanico, le cui alte falesie ospitano oggi lacerti di selva e colture bellissime e rigogliose, disposte a terrazze -molte abbandonate, purtroppo- via via che le sponde diventano ripidissime. Resta un sentimento sospeso del tempo, come di ombre che si aggirano tra le viti contorte, falanghina e piedirosso, allevate spesso in maniera antica, alta e quasi selvaggia. Resta, a ricordo del vulcano, la terra estremamente sciolta e sabbiosa, di ceneri e tufi erosi,  dove la fillossera muore e le viti sono perciò ancora franche di piede. Restano ancora, ad offrire il ricordo di quelle suggestioni antiche virgiliane, alcuni vini, come il Piedirosso di Cantine dell’Averno.  Questo 2015, rubino molto trasparente, tendente già quasi al granato, ha lacrime molto fitte, veloci, di media persistenza. Il suo profumo è intensissimo, di una vulcanicità quasi imbarazzante: fosse un colore, sarebbe quello cinereo e livido che la sabbia assume in certi punti attorno all’Averno, quasi metallico quando è abbagliata dal sole. È un profumo a un tempo arioso e scuro, intriso di una mineralità empireumatica, di fuoco che cova nelle profondità segrete. C’è la violetta, la frutta nera e rossa, ma selvatica, di rovo; fragoline di bosco, marasca e pepe nero,  polpa di mandarino;  e macchia, con un’intensa nota di origano quasi piccante,  ma una macchia tenebrosa, mediterranea, misteriosa, sulfurea. Per la sua speziatura naturale – giacchè questo vino conosce solo acciaio e vetro, non c’è contributo del legno- l’accosterei a un Syrah; ma forse di esso è più fine e certo più delicato, saporito e leggero, di una leggerezza aerea d’aura marina: sfidando i rossi del Rodano, li vince per levità. Tuttavia è lo zolfo la cifra marcante di questo vino, come uno spirito diabolico che attira e respinge, con una sensualità primordiale che parla una lingua antica di riti dimenticati, dionisiaci. Al sorso è lieve, per corpo e per alcol; secco e amaro; di gusto intenso, potentemente balsamico, con la mineralità sulfurea e metallica che ancora domina: nel retrolfatto  sembra quasi di percepire l’odore delle acque termali e delle rocce d’intorno, vagamente si potrebbe affermare che tra la marasca, il pepe e l’origano si insinuano gli odori della solfatara. La sua acidità è poco più che media ed ha tannino di grana fine e di media incisività, ma grintoso; possiede una buona persistenza; soprattutto però la sua potenza risiede nella salinità estrema, ed un po’ di carbonica ancora disciolta ne accentua la sensazione. Questo è un vino artigiano, verace, non perfetto, ma irresistibile per il carattere e la trasparenza con la quale restituisce un territorio unico – al limite dell’essere così caratteriale da non piacere a tutti. Lo immagino ideale sul coniglio, ma non lo disdegnerei su paste al sugo, su melanzane alla parmigiana, su un baccalà in umido e neppure sulla pizza. Per me  è stato buon compagno di un hamburger di chianina ed eccellente con un fusilli di grano saraceno al sugo di tonno.  Beneficia assai dell’essere servito fresco.