Le masche, vino da tavola bianco passito , Mazzoni, 15 gradi,

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Da Tiziano Mazzoni ero andato principalmente per due vini rossi: il Ghemme e la Vespolina.
Si parla ormai di anni tanti anni fa, perciò è inutile forse narrare della cantina di questo bravissimo vignaiolo artigiano, che era ricavata in una parte della cascina abitata: mica detto che ora non abbia altri spazi a disposizione,  più comodi e moderni – questo lo ignoro.
Fatto sta che durante la visita saltò fuori una bottiglia di questo vino dolce, che mi piacque assai e me lo portai a casa.
L’uva è la lirica Erbaluce, anche se in etichetta  la legge non vuole che la si nomini.
Non riporta l’annata, ma io so che l’acquistai nel 2011: sarà un vino di una, due, forse tre vendemmie prima.
Maledetto me: il tappo dovevo verificare! Che è in plastica, e non è stato amico, regalando al vino una evoluzione marcata e tuttavia suggestiva.
Ambrato, con lacrime untuose, ha una buona intensità al prurito ed al palato. Mielato, ricorda i profumi di nocciole, di castagne fresche, di frutta secca, di un qualche cosa di affumicato, ma per contrasto anche la frutta candita, la scorza d’arancia.  All’assaggio, che è dominato dalla frutta candita, c’è un contrasto ammiccante tra grassa dolcezza e scattante acidità. Scarta ancora nel finale che, cremoso, chiude lasciando un retrogusto lungo di bosco, di brace, di legna bruciata nel camino che consola nella notte scura.

Assaggio del 5 gennaio  2015

Cristino 2010 Aleatico Toscano, La Piana, 14,5.

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Il profumo ed il sapore di quell’Aleatico dolce, che si produce nelle isole dell’Arcipelago Toscano, è uno tra i ricordi più cari della mia infanzia. Andavamo d’agosto all’Isola d’Elba affittando una vecchia casa contadina nella piana di Lacona, tra orti, ulivi, vigne, canneti, fichi d’India, pinete, tutt’intorno presenti in una commistione bizzarra e selvaggia. I pomeriggi, dopo pranzo e prima di tornare al mare, erano interminabili: si giocava a macchinine o a palla o a nascondino nello spiazzo sul fianco della casa, che regalava qualche quadrato d’ombra sotto il sole abbacinante che faceva strizzare gli occhi. In quella calura pomeridiana intensa e grave, da un vecchio portone di legno che dava sulla cantina esalava l’odore del vino, di quell’Aleatico che i padroni di casa ogni anno ci donavano: forte, dolce, ossidato, assolato anch’esso; e lo si paragonava assaggiandolo a quello dell’anno precedente, se fosse migliore o peggiore. Era rozzo forse, ma poetico.
Oltre che nei miei ricordi lontani, l’Aleatico elbano di può trovare menzionato in parecchi testi andando assai indietro nel tempo: una riconosciuta gloria locale vecchia forse  di qualche secolo; ma in realtà si produceva in tutto l’Arcipelago, prima che con la fine della civiltà contadina tante vigne venissero abbandonate.
Questo Aleatico viene da Capraia e se ne è fatto un gran parlare negli ultimi anni: il primo vino di quell’isola prodotto professionalmente con continuità ed etichettato, ma soprattutto un vino buonissimo e prodotto con naturale semplicità in un luogo dove vento, cielo e mare sono ancora più padroni della terra di quanto non sia l’uomo. Durante una fiera ne assaggiai diverse annate, ognuna diversa dall’altra, tutte affascinanti.
Certo, è molto diverso da quegli Aleatico ossidati e contadini della mia infanzia, lo si vede fin dal colore; e se mi resta un po’ di malinconia, per una buona parte è legata al rimpianto di un tempo che non tornerà più. Questo, pur con qualche anno sulle spalle, è rosso rubino trasparente, quasi amaranto: lascia sul calice lacrime lente, frastagliate come scogli,se mi passi la retorica, amica o amico che mi leggi.
Ha un aroma molto intenso dove c’è frutta in abbondanza: ciliegie, arance rosse, lamponi e more selvatiche di rovo, fico, la polpa di cocomero maturo; ma è sfumata da note più tridimensionali e balsamiche di eucalipto, di timo, di macchia, di origano, di rosmarino selvatico. La sorpresa però è alla bocca:  dolce, ma non dolcissimo, anzi, nettamente salato, nel suo gusto molto intenso che alle sensazioni del palato aggiunge netti ricordi iodati e marini. Possiede un dinamismo interno, un vai e vieni sul palato, che va oltre la percezione di acidità medio-alta, che non è frenato dall’alcol perfetto, in quanto suggerisce consolazione e non calore; piuttosto, è rimarcato da un tannino appena accennato, quanto basta perché segni la battuta.  Succosissimo, salatissimo, buono, fresco come la sera sul mare; e quella è proprio la condizione ideale per godere del suo dolce sapido piacere .

Assaggio del 4 aprile 2015

Chambave Moscato Passito Prieure Valle d’Aosta DOC 2011, la Crotta di Vegneron, 13.5 gradi


La Valle d’Aosta ha per me un fascino tutto speciale: le prime gite da bambino con la mia famiglia e la scoperta di un mondo nuovo, di giganti di roccia, di muretti a secco che arrampicavano le montagne, i castelli, una cucina ricca, speziata, dai sapori tanto lontani da quella toscana per così dire “allargata” con cui sono cresciuto.
Poi, più’ adulto, per tanti anni con un grande amore che vi aveva la casa delle vacanze e la scoperta meravigliosa dei vini e di tante altre specialità locali, e luoghi e persone.
Eppure questo Passito di Chambave non l’ho mai assaggiato. Vino mitico, già celebre nel passato remoto e in quello più recente delle pionieristiche ricerche del grande Gino Veronelli, ricordo che quello de La Crotta di Vegneron sulle primissime guide che leggevo era uno dei pochi vini italiani a conquistare i massimi punteggi, e la voglia di gustarlo, raro com’era all’epoca, cresceva. Lo trovo ora in un Eataly di Milano -non un negozio di nicchia- e non so resistere; eppure…
Ha un colore oro antico, con bellissimi riflessi e lente lacrime che rimangono sul bordo del calice mentre lo accarezza morbidamente ruotando: una tinta così bella che ti vien fatto di pensare che quello bevessero i signori nel dirimpettaio castello di Fenis. Il suo aroma e’ così pronunciato che e’ già evidente estraendo il tappo: vien su così, come un melodia attraverso il collo della bottiglia. Sulle prime e’ molto bello e di meravigliosa complessità’: salvia, timo, ruta, medicinali, caramella Rossana, mandorla amara, melata di bosco, miele di mandarino, pesca sciroppata, alternando note calde ad altre più fresche e verdi e rocciose; tuttavia rimane alla lunga un po’statico, insistente su un che di arancia amara e nocciola sovra tostata. Comunque in bocca tanta acidità lo mantiene fresco e slanciato malgrado di consistenza quasi oleosa; dolce ma non stucchevole in questo, ed anzi assai salino; offre una piacevole sensazione di pienezza col suo corpo ben più che medio, e ha una persistenza in equilibrio tra note calde e fresche, con una esposizione varietale autentica e senza filtri, come uva spremuta. Eppure di nuovo quella sensazione di staticità, una mancanza di scatto che si traduce in uno sbuffo di alcool ed un retrogusto inaspettatamente amaro, quasi di caramello bruciato. E’ all’altezza di quella fama leggendaria? Forse no, ma il vino e’ cosa viva: sarà l’annata o la mano di chi lo ha prodotto o semplicemente una bottiglia sbagliata. Qui sta la gioia e il piacere: aspettare un’altra bottiglia, un altr’anno e un altro ancora e ancora, per cercare conferme o smentite. Intanto -amico, amica che mi leggi- prova anche tu questo pur ottimo vino e magari mi potrai smentire o scoprirai per me che il fallo era di quella sola bottiglia. Ma soprattutto godine e sbizzarrisciti a provarlo in tavola, abbinato anche alle pietanze salate , come fosse un beerenauslese tedesco. Su formaggi e paté vincerai facile, ma li’ non ti fermare. (30 luglio 2014).

Per saperne di più: http://www.lacrotta.it/it/vini.php