Chianti Classico Vigna Grospoli Antico Lamole, 2007, Fattoria di Lamole di Paolo Socci, 14,5 gradi – Ovvero: “Spettri a Làmole”.

Parte prima – L’incanto di Làmole.

“Lamola, o Lamole – Varie contrade segnalate con la denominazione di Lamola o Lamole, vale a dire piccole lame, danno di per se stesse a conoscere che la loro posizione è poco lungi da un corso d’acqua, dove ruppe e trascinò via una parte di ripa. Tale è (…) il casale di Lamole sul poggio corroso dalle acque della Greve.

(…)

Lamole in Val di Greve (…) trovasi sulla pendice settentrionale del poggio delle Stinche, fra i due primi rami della fiumana di Greve, sulla strada pedonale che guida sulla cresta del Monta Cintoja.

I vigneti che danno il buon vin di Lamole cotanto lodato, sono piantati tra i macigni di codesto poggio, quasi sull’ingresso della contrada del Chianti”.

(“Dizionario Geografico, Fisico e Storico della Toscana”, di E. Repetti, 1833)

Guardando distrattamente, non sono che poche case vecchie e umili in cima a un poggio alto, sul filo dei 600 metri, raccolte intorno a una chiesa dalle semplici forme, a creare una piazzetta soprelevata e volta ad occaso. Una ringhiera, pochi alberi disposti l’uno accanto all’altro ad intervalli regolari, la separano dalla stradetta solitaria che risale dal fondovalle ciottoloso della Greve.

Di là, però, si apre un panorama ampio, solenne, straordinario, a perdita d’occhio, di alti monti, poggi, forre, colline, vigne, boschi, ulivi, casali, a precipizio l’uno sull’altro, quasi onde di un mare in tempesta che per incanto si fosse trasformato in un paesaggio agricolo: le creste bianche dei cavalloni, vigneti e pampini; le nubi dense, boschi; i velieri scossi, case; i lampi, snelli cipressi; e nella magia, pur mantenendo il ricordo del primordiale tumulto, avesse trovato un’armonia in grado d’ispirare una profondissima pace.

Lassù vidi il più indimenticabile tramonto: dopo un’intera giornata di guida solitaria nella pioggia insistente di novembre, sotto nubi compatte e opprimenti, più nere che grigie, lungo le strade chiantigiane tortuose e fangose, parcheggiai infine l’automobile nella piazzetta, scesi, ed il cielo cupo si aprì inaspettato sulle ultime gocce di pioggia diradata. Lo squarcio, allungato e sottile come un occhio, si riempì, mistica apparizione, della luce del sole, tingendo il creato di rosso, oro, rosa, violetto, pervinca, malva, arancio, giallo, blu. “L’occhio di Dio”, pensai, e mi riempii l’animo dei suoi colori, in quell’aria profumata, fresca e pura, come una benedizione.

La prima volta che salii a Làmole era forse il 2009. Giugno: il caldo dell’estate, l’aria densa dell’afrore della vegetazione e della terra, le cicale che impazzavano. La luce sempre tersa a Làmole, la ventilazione costante, il silenzio d’intorno, i vigneti nel pieno rigoglio che precede di poco l’invaiatura. C’era quel giorno “Profumi di Làmole”: i produttori in piazza coi loro vini. Tanti ne assaggiai, buonissimi: sapevano di fiori, erano lievi e saporiti, avevano qualcosa di antico, perché mi ricordavano i vini buoni della mia infanzia, quelli dove il sangiovese si sposava col canaiolo, che si bevevano a tavola la festa e sembrava ce ne fosse sempre troppo poco nel bicchiere.

Tra tutti, quelli della Fattoria di Làmole mi parvero i più fini e compiuti. Fu allora che ascoltai per la prima volta la storia della Fattoria di Làmole; solo frammenti, però, da un ragazzo giovane, con la barba, i modi decisi e le mani grosse: “Mani da cantiniere”, pensai. Fu allora che comprai, sulla fiducia e senza nemmeno assaggiarne, un’unica bottiglia del Chianti Classico Vigna Grospoli 2007, annata tra le prime in commercio, se non la primissima. Vino di solo sangioveto, ricavato da antichi terrazzamenti di pietra restaurati e reimpiantati ad alberello, alla moda antica di Làmole. Essa rimase, custodita con la cura particolare che si riserva a ciò che è raro e prezioso, nell’angolo più fresco, umido e buio della mia migliore cantina, fino al giorno di Natale dell’appena trascorso 2018.

Parte 2 – “O fortuna / velut luna /statu variabilis”

“O Fortuna, come la luna cambi forma”, è il grido di dolore degli uomini contro la sorte, nei Carmina Burana: sono testi anteriori al XII secolo, ma la loro saggezza è eterna.

Làmole è un luogo di molte storie, ma non tutte sono belle.

La storia della Fattoria di Làmole mi si completò di ulteriori frammenti, a puntate, per bocca dello stesso proprietario, il signor Paolo Socci, tra Milano e Làmole stessa.

Ascesa, caduta, resurrezione, si susseguono senza sosta attraverso i decenni, tra battaglie, conquiste, sacrifici personali, persino umiliazioni; col futuro che pare un’ala nera, sempre pronta a distendersi e a ghermire ratta.

I Socci sono una tra le famiglie più antiche di Lamole. Giovanni (siamo nella prima metà dell’Ottocento) non era il primogenito e per gli usi del tempo non aveva diritto alla terra. Si trasferì a Siena, diventò notaio con successo bastevole a comperare terreni più estesi di quelli del fratello. Sotto di lui la Fattoria di Lamole prosperò, ma il destino era in agguato: la fillossera decimò le viti, ed al figlio Carlo, notaio anch’egli, toccò ricostituire i vigneti ed affrontare le ferite che la guerra lasciò sul territorio e nel tessuto sociale. Fu poi la volta di Giorgio, ingegnere delle ferrovie, che dovette fronteggiare il declino e la fine della mezzadria. In quegli anni l’azienda venne riconosciuta come prima tra le aziende specializzate della Toscana.

Il mondo però cambiava: il consumo di massa e le esigenze di meccanizzazione spinsero a distruggere gli antichi terrazzamenti di pietra dove la vite si allevava ad alberello, a spianare i pendii, a sistemare i vigneti a rittocchino; peggio: a rinunziare infine alla vigna perché il vino non veniva più così buono e la coltivazione degli iris era più redditizia.

Perché non riusciva più quel “buon vin di Lamole cotanto lodato”, che il Repetti già nel 1833 menzionava acclarata eccellenza, al punto che persino la fama ne era andata perduta?

Dopo una vita non priva di avventura Paolo, figlio di Giorgio, nel 2003 ritornò a Làmole e intuì che proprio la scomparsa dei terrazzamenti e degli alberelli aveva danneggiato la qualità del vino, modificando il microclima e provocando la scomparsa nel terreno di fondamentali sostanze organiche, per il dilavamento. Quindi si mise al lavoro per recuperare le terrazze e ripiantare gli alberelli, con spirito archeologico, come lui dice: e, difatti, trovò scavando persino tratti delle vecchie canalizzazioni di scolo, alcuni in pietra, altri di terracotta, forse settecenteschi. Di fatto, recuperò un paesaggio agrario antico, ormai quasi perso nella memoria. Certe vigne terrazzate a Làmole sono così verticali da ricordare quelle delle Cinque Terre o quelle valtellinesi.

Inoltre, prese a vinificare in proprio ciò che da tempo veniva conferito, con metodologie quanto mai semplici e trasparenti: fermentazioni spontanee, cemento, legni non invasivi. Persino le etichette riprendevano accuratamente la grafica di quelle dell’avo notaio.

Il vino di Làmole tornò a cantare. C’erano senz’altro già tanti buoni vini qui, ma quello dei terrazzi aveva una marcia in più.

Il Vigna Grospoli 2007 fu una sorta di coronamento e ricordo che all’uscita se ne fece un gran parlare.

Nel 2018 arrivò anche un prestigioso riconoscimento da parte della Regione Toscana, proprio per il recupero dei terrazzi.

Purtroppo il gran lavoro del riservato e gentile Signor Socci aveva tre insidie avanti a sé. La prima: una limitatissima propensione mediatica ed auto promozionale, quasi una cantina fantasma, per proporzione inversa tra notorietà e qualità. La seconda: l’incerto interesse delle successive generazioni a coltivare l’impresa (da intendere qui quasi in senso cavalleresco). Infine: l’esposizione con le banche.

Riporto la storia come mi è stata raccontata, diciamo che sia una fiaba o una leggenda: “C’è in Siena una banca antichissima, vecchia di secoli, così solida che per decenni e decenni è il punto di riferimento per lo sviluppo del territorio e di molti imprenditori toscani.

A un certo punto, ohimè, certi avidi governanti mettono le mani sulla banca, che traballa e deve rientrare di capitali; così opera una stretta su crediti storici, senza quelle negoziazioni che in passato hanno permesso agli imprenditori di respirare. Cadono in tanti: in Chianti, in Maremma, persino antichi signori a Montalcino.”

Le difficoltà salgono fin sul poggio di Làmole e così l’avidità degli uomini.

“superbia, invidia e avarizia sono

le tre faville c’hanno i cuori accesi»”

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, VI canto)

Le belle vigne di Socci, coi loro muretti rifatti, gli alberelli, i massi di arenaria che affiorano, ingolosiscono molti, specie certe grandi aziende che da tempo hanno puntato gli occhi e gli investimenti su Làmole e che alla banca senese sono a loro volta legate. La piccola nicchia artigianale della Fattoria di Làmole è una spina nel fianco per chi aspira ad affermare se stesso il migliore sulla piazza a fronte dei mercati internazionali e dei loro volumi produttivi.

Infine, il Socci giocoforza cede una porzione rilevantissima di quelle vigne, trovandosi l’azienda ridotta a un lumicino di superficie vitata, proprio nel momento che la Regione Toscana lo insignisce della medaglia, ma senza tendergli una mano amica.

Diceva il mio bisnonno: “I politici hanno tutti la bocca sotto il naso” e “Il maiale non mangia il maiale”.

Parte 3 – Lo spettro del Vigna Grospoli.

Perciò aprii e godetti questo vino con particolare emozione, come avessi fra le mani una farfalla rara e in via di estinzione, o un meraviglioso oggetto artistico fragile e destinato a disgregarsi col tempo.

Hanno i vini di Làmole fama – forse, a ragione- di essere meno durevoli degli altri chiantigiani, quasi che i loro aerei e freschi profumi fossero caduchi. Tuttavia il Vigna Grospoli dal tempo si è lasciato scolpire: modellate le sue forme in raffinatezze squisite, la grinta ungolata della sua struttura si è distesa in un’armonia corale gravida di nuove profondità.

Luminoso e trasparente, di color granato che tende al rubino, con gocciole lentissime e continue, è elegante anche solo a guardarlo.

Accostandolo al naso, carattere, tono e tinta sono di Sangiovese esemplare, paradigmatico dell’estrema eleganza e finezza che esso può conseguire.

Profumo molto intenso, serissimo: ”austero” per disposizione caratteriale, non per ritrosia olfattiva. È profondissimo, ancora in evoluzione, aereo per una freschezza che ritorna al sorso, e come le nuvole in cielo sospinte dal vento cangia, muta e rinovella: la frutta rossa matura sta tra ciliegia e amarena: e poi diviene fiore: si screzia di rose e viole appassite; poi è grave: è pelle conciata, è terra, è sangue; poi ritorna delicatissimo: buccia di pesca; quindi pungente ed elegante: arancia rossa matura, pepe bianco, noce moscata, chiodo di garofano; si addolcisce, sognante: ricordi di cioccolato bianco e nero, corbezzolo, giuggiola; sfuma nei balsami del bosco: il rosmarino, alloro ginepro e mirto, la selva fresca e madida di rugiada, la resina di conifera; trascolora in esotismi di carcadè; si allunga nei ricordi notturni ed empireumatici del camino spento.

Ha un gran corpo, potente, compatto, dal sorso continuo, ampio, solenne, ma insieme comunicativo, arioso, ritmato, nitido, cristallino ed ancora caldo e avvolgente tuttavia; con un attacco sul palato così nitido, deciso, e armonioso insieme, da definirsi toscaniniano se fosse un suono orchestrale.

È l’inizio di un’arcata sensoriale lunghissima , energica e distesa, che si risolve risuonando , equilibratissima e perfettamente bilanciata, dove il tannino abbondantissimo, che conosco tipicamente nel Vigna Grospoli giovane, è divenuto regolare naturalmente levigato come pietra serena

Un vino indimenticabile, finissimo: la sua cifra è tutta freschezza, compattezza, dirittura, grazia ed eleganza.”

Sulla nostra tavola natalizia fu un trionfo col fagiano alla cacciatora.

Tuttavia la chiosa è triste: lo potremo bere ancora, in futuro, un Sangiovese di Làmole così? Un Vigna Grospoli vinificato in trasparenza, tra cemento e botte grande, con quella semplicità e purezza artigianale che lasciano cantare la terra? Se non potremo, sarà come la morte di una persona cara, una voce perduta e spenta che rimane come spettro solo nella memoria; ma chi non l’ha conosciuto, non potrà mai più goderne.

Sia anatema, perciò, sugli avidi:

“ché tutto l’oro ch’è sotto la luna

e che già fu, di quest’ anime stanche

non poterebbe farne posare una».”

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto VII)

Chianti Classico 2010, Tenuta Villa Rosa, 13 gradi.

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Un vino che non so se esista più, di un’azienda che forse non esiste più, di un enologo che non c’è più; ma un vino che ispira poesia e commozione. Ché poi, enologo, non sarebbe nemmeno corretto: Maestro assaggiatore, com’era chiamato Giulio Gambelli. Lui, che enologo non era, sapeva però – è stato detto –  ascoltare il vino. Questo Chianti Classico fu uno tra gli ultimi suoi grandi. Andai a Villa Rosa alcuni anni addietro, credo nel 2012. Arrivarci non era difficile, seppure fosse su una strada un po’ secondaria, all’incirca tra Poggibonsi e la parte alta di Castellina. Era però difficile trovare la porta aperta e, se si bussava a quella porta, o era per caso o perché con determinazione si era giunti a conoscenza di quei vini lì nati: la visibilità della firma sulla stampa dell’epoca era quasi nulla. Quel giorno di un agosto ormai lontano la porta si aprì. La cantina era semplicissima, pulita ma non asettica, intonacata di bianco, tra i pilastri botti grandi e annose ovunque. L’accoglienza, semplice, gentile, signorile a suo modo, con molto understatement. Su una parete, un ritratto fotografico di Giulio Gambelli.  Tecnologia, lo stretto indispensabile, forse ferma da qualche lustro. Ne venni via con una dozzina di bottiglie miste ed ancora mi pento di essere stato avaro. Gambelli mancò nel 2012 e Villa Rosa, che era passata alle sapientissime cure dell’allievo Paolo Salvi, credo venisse già nel 2013  acquisita da Cecchi. Il marchio, non saprei se esista ancora; e se esiste, non so chi e come ne curi la fattura dei vini. Allora mi rimangono queste poche bottiglie non ancora godute ed ho stasera l’occasione felice di una cena in famiglia con le persone che amo e di una costata all’antica. Cavo il sughero in anticipo di circa otto ore, perché il vino respiri. Ed eccolo, giunta l’ora nel calice, con le sue lacrime lente, pensose, persistentissime, dalle gambe lunghe; vivido e lucente nella sua tinta rubina e trasparente, che si scurisce un calice dopo l’altro per la dispersione finissima del fondo. Nobile profumo, intenso, ma sfumato come un quadro leonardesco, con la stessa misura velando e fondendo aereo infiniti dettagli minuti. Le viole, le rose, le ciliegie, uva nera matura, la piccola mora di rovo che si coglie passeggiando per le macchie, la susina nera,  i minerali (ferro, ghisa, ruggine, sasso, rena), le spezie (pepe bianco e nero, noce moscata, chiodo di garofano), un profumo netto di conifera, non saprei se pino o cipresso, la liquirizia, il carciofo, l’alloro, un sentore lontano di terra umida e gravida, evocati vividamente, ma come attraverso la lente del ricordo, con infinita malinconia. Cangiante, ma in un tono minore, con quella sorta di opacità severa che Cesare Brandi attribuiva ai colori della campagna toscana e che si ritrova nei quadri di Fattori e di Rosai. Invitante, assonando con gli odori della mensa toscana, riserba al sorso ulteriori bellezze. È una dama in lungo, una notte con un manto di stelle, un suono di viola d’amore. Vividissimo, più di quello che i suoi otto anni suggerirebbero: l’acidità altissima ne sorregge la danza, guizzando sulle punte, rilucendo come la trota che risale il torrente; tuttavia la bocca ne risulta avvolta, con un senso di levità setosa, con un brillìo salino sottotraccia, arco teso di intensità minerale. Il gusto è pienissimo, profondo, specchio perfetto dei profumi, irradiante, preciso, concentrato di energia, lunghissimo e vibrante, in equilibrio fatato, dove ogni asperità tannica (un tannino presente, virile, deciso, maturo) è un’ulteriore rifrazione luminosa e sonora, significante e misurata.
Stasera, ancora una volta, in questo Chianti Classico di Castellina –  sangiovese il più, con pochi tocchi forse di canaiolo e di merlot –   si è ripetuta la magia di un vino del Maestro. Il caro Maestro, che con la misura dei suoi vini francescani evocava la Toscana antica che favellavano i miei nonni. Il tempo però passa e questo dolce privilegio sarà per pochi anni ancora.

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Brunello di Montalcino Riserva 2007, Fattoria dei Barbi, 14,5 gradi.

Amo tenere le bottiglie che acquisto- almeno, quelle di certe tipologie-  in cantina, spesso anche molto a lungo: scherzavo con un amico produttore se potesse proporre una più profonda verticale dei suoi vini lui o io. Tuttavia quando ne ricevo in dono spesso sento quasi l’obbligo di non indugiare troppo. Quando il gesto dell’offerta è spontaneo, mi pare si debba festeggiarlo al più presto con un brindisi e con un pensiero, a meno che nel ricevere l’omaggio non venga anche specificato o consigliato di serbarlo. Questa Riserva di Brunello di Montalcino è stata appunto un regalo gentile che ho pensato andasse festeggiato bevendone; e così è stato a Pasqua, prima dentro casa e poi nell’orto, fuori al sole di primavera col vento che spira – e mi è venuto tra l’altro di pensare come sia diverso il profumo del vino gustato all’aria aperta e che costringerlo tra quattro mura quando il cielo è sereno e l’aria piacevolmente tiepida sia un torto verso la sua anima libera e selvaggia. Una Riserva di Brunello, veramente, è vino che andrebbe atteso, un passista, seppure pare che l’annata 2007 abbia consegnato vini piuttosto pronti a Montalcino; mi diceva anzi un conoscitore della zona che certi Brunello base di quell’annata mostrano già i segni della stanchezza. Quindi aprendo questo vino di Fattoria dei Barbi la mia curiosità era a corrente alternata, tra il"troppo presto" e l’ “un po’ tardi”. Intanto, per garantirgli una buona ossigenazione preventiva, l’ho aperto per tempo, 12 ore prima e forse più, trovandolo rubìno trasparente e luminosissimo,  tendente appena al mattone, a formare gocciole persistenti,  lente e irregolari sul calice. L’accosto al naso e mi pervade il suo profumo ampio, intenso, profondo e molto complesso, in sviluppo, con la frutta rossa in netta evidenza , ma legata ad un susseguirsi cangiante di note marine, minerali e soprattutto ferrose, ematiche, floreali, di arancia,  poi nobilmente vegetali, di alloro, mirto, corbezzolo, poi ancora rabarbaro; e chiari, estivi profumi cerealicoli come di orzo, che si fondono ad una balsamicità  arborea, forse eucalipto, con tocchi finali di menta, di noce moscata, di chiodo di garofano. C’è, mi pare, un cenno di terziari eleganti: pelle, legno, tabacco.  Al sorso l’attacco è molto dolce, ampiamente elegante, avvolgente e composto,  con un grande corpo ed un’altissima acidità , tanto tannino maturo e un po’ grintoso che lascia nel finale lunghissimo ed equilibrato una sfumatura di chinotto. Una Riserva di Brunello classicissima, paradigmatica dello stile tradizionale più riuscito e del livello che si può ottenere dalle parcelle vitate poste nelle posizioni storiche, persino in annate calde come la 2007, se si sanno rispettare il territorio e le uve. Una Riserva di  Brunello di Montalcino già godibile questa; dolce, se si può dire, di quella dolcezza tipica del 2007: non di zuccheri – bada bene amica o amico che mi leggi – ma di tatto e persino di indole, che è teneramente effusiva.   In verità però, riassaggiato dopo 48 ore l’ho trovato persino più buono: più armonico e fruttato, di una maturità intensa e definita che si declina nella ciliegia e nell’amarena, nella pelle e nel legno, esprimendo la sua classe con una nobile velatura e giocando -in forma retrolfattiva -più sull’ aroma che sul profumo; così vivido da confermarsi un 2007 talmente solido e propenso a una splendente evoluzione da meritare un’ulteriore attesa. L’ho trovato, come mi aspettavo, ottimo  su agnello e piccione arrosto, ma anche su una una pasta al ragù è stato con mia sorpresa un compagno eccellente e aggraziato in virtù del suo raro e delizioso equilibrio: l’ha accompagnata e più ancora sostenuta senza mai coprirla, come un direttore di gran caratura avvolge di suoni le note del solista.

Brunello di Montalcino 2011, Fattoria dei Barbi, 14,5 gradi.

Inutile nascondere la simpatia che provo per la Fattoria dei Barbi: la sua storia, le persone che vi lavorano, i suoi vini. Inoltre, un’azienda che riesce a produrre grandi volumi mantenendo però una cura artigianale ed i valori della tradizione ben saldi, mi incute istintivamente rispetto. Perciò, tra i loro vini, sono particolarmente legato allo storico Brunello di Montalcino “etichetta blu”: con un numero impressionante di bottiglie (credo circa 200.000 in questa annata), è una rappresentazione curata e classica del Sangiovese di Montalcino (si origina da diversi vigneti ed è affinato in botti grandi) proposta a un prezzo ragionevolissimo, che non guasta mai.
Questo 2011 – annata calda e non facile in zona- l’avevo assaggiato in febbraio a Benvenuto Brunello e già mi era piaciuto assai, sebbene appena presentato al commercio  dovesse ancora trovare la sua armonia.  Sono poi stato a Milano a Bottiglie Aperte, una manifestazione eccellente svoltasi ai primi di ottobre a Palazzo Stelline in corso Magenta,  e tra i numerosi vini di alto livello in quel pomeriggio, riassaggiandolo  questo mi colpisce così tanto per la sua virtuosa evoluzione e per la sua rotondità che desidero gustarlo nuovamente a casa e in tutta calma.  Me lo procuro in duplice bottiglia e una  l’apro senza indugio, per trovarlo come l’ho amato. “Old style”, rosso aranciato o persino ammattonato con riflessi rubino, trasparente, con gocciole fitte e veloci, trasmette un senso di conforto domestico anche solo a guardarlo. Esprime un profumo molto intenso, floreale, di viole, di iris, di rose; e poi di frutta rossa, con la ciliegia, la fragola e appena un po’ di amarena sotto spirito che non spiace; quindi cenere e spezie col pepe bianco e nero, la noce moscata, la cannella, i chiodi di garofano ( quasi diresti il repertorio tutto della norcineria, con l’aglio secco persino); qualche tocco erbaceo e gli aromi più profondi e forse terziari  accennati, che si declinano in torba, alloro, macchia, foglie di castagno, il profumo di un bosco di lecci. Al palato è un vino sferico: così avvolgente, ampio, riposato, da risultare confortante e tuttavia ricco di una benvenuta tensione interna; molto secco, di grande intensità gustativa e corpo, con una notevolissima acidità ed un tannino abbondante ma di grana fine; un finale lungo con misura ma soprattutto armonico; un alcol che non scherza com’è normale nella tipologia, ma che si dimentica grazie ad una beva contagiosa e salina, sorprendentemente immediata e facile.  Insomma, a dispetto di quel che scherzando potrei chiamare un corpaccione, questo Brunello si muove con una tale scioltezza ed eleganza che non ci si accorge nemmeno della sua mole: quasi fosse un Bud Spencer dei tempi d’oro che accenni a passi di danza in frac, tuba e bastone. C’è carattere e finezza qui, espressi con un sorriso benigno che sussurra l’unicità del territorio di Montalcino: qualunque confronto con i grandi territori internazionali risulta valido e insieme privo di senso. Soprattutto, in questa fase che conosce ora di eccezionale apertura e facilità,  io con lui sto bene e lo vorrei condividere ogni giorno con gli amici e le persone che amo, come si prendono per mano in un giorno di sole d’autunno e si conducono a scoprire le bellezze di un bosco. L’ho trovato eccellente su una porchetta odorosa.

Vino da Tavola Rosso, Ormanni, 13 gradi.


Che ne dici, amico, amica mia, del vino in bag-in-box? A me non spiace: e’ pratico e per un po’ si conserva bene, eppoi mi diverte l’idea di spillarlo col rubinettino, come se uscisse da una piccola botte. Io lo compro spesso – da cantine fidate- per i miei genitori, che sono anziani e fa loro comodo. Però, se è quello di Ormanni, sono io il primo a berlo volentieri: quando l’ho sulla loro tavola lo preferisco spesso a quello della bottiglia che potrei avere aperta, perché ha un certo nonsoche’ che mi stuzzica e mi intriga, come fosse la più sorridente contestazione, la più grintosa prima pagina del Vernacoliere. Insomma: mi strappa sempre sorriso e il buonumore. Sarà quel suo bel colore rubino e luminoso, trasparente, pieno di riflessi e puro al pari d’acqua di fonte, come quello dei Chianti d’una volta, con quegli archetti ben ritmati, veloci e precisi che disegna sul vetro. Sarà magari il suo aroma così vinoso e ciliegioso, fresco, vivo e pulito, che non si fa cercare ed offre una speziatura delicata e dolce. Oppure per quel suo attacco alla bocca nitido, preciso e minerale, misuratissimo ma gioviale, con un tannino fine, maturo, presente senza invadenze, con la freschezza di una bella acidità e salinità, che bilanciano perfettamente l’alcol che è giusto e ben oltre il livello normale di un vino sfuso; e come stuzzicano, come solleticano, come bisbigliano maliziose “bevimi!”. La persistenza? Non è certo la possente Riserva Borro del Diavolo, ma nemmeno scappa via! E se fosse un po’ freschino, ti sarebbe divino per una merenda col pane e olio, con una panzanella, come quando i miei nonni mietevano il grano e si ristoravano all’ombra sulle prode; altri tempi, ma magari tu oggi potrai goderne l’estate se hai un giardino ed una griglia accesa che dividerai con gli amici, od un plaid di lana grezza steso sull’erba di un prato e l’aria fresca profumata intorno. Vai da Ormanni a Poggibonsi, se abiti al nord della Toscana specie non puoi esimerti: rifatti gli occhi del bel panorama solenne davanti la cantina, riguarda le viti allevate a alberello, nere, torte e nodose; compraci vino ed olio, com’è giusto in una vera fattoria, profittando della gentilezza di chi t’accoglierà. E, se ti fidi, prova lo sfuso in bag in box, per spodestare dalla tua tavola di tutti i giorni pretenziosi, obbrobriosi vini industriali. Ora siediti, voglio dirtene il prezzo: 1,50 al litro. Ora brindiamo e sorridiamo insieme.

Per saperne di più: http://www.ormanni.it

Lessona DOC 2006, Proprietà Sperino, 13,5 gradi.

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Lessona è un piccolo paese di collina nel Nord del Piemonte, a ridosso delle Alpi: il Monte Rosa vi chiude lo sguardo come un sipario di maestosa bellezza e riluce nell’aria con le sue cime aguzze quasi fosse la pala d’oro di un polittico medievale. Li’ si fa il vino da tempo immemorabile, ma ormai sono rimaste poche le vigne: erano 40.000 ettari prima della guerra, oggi sono solo 400. Reclamavano negli anni ‘50 braccia e sudore le fabbriche di Biella, di Novara, di Torino, di Milano. La terra, lasciata per la catena di montaggio, si riprese ciò che aveva concesso e, dov’erano le viti, la zolla ritorno’ bosco: l’opera paziente di generazioni dell’uomo riconquistata dal selvatico, avvolta nell’oscurità vegetale. Le campagne si spopolarono, non c’era più gente ad attendere i campi. Non c’era più spazio per il vino fine, elegante e longevo di Lessona, quello famoso del brindisi per l’Unita’ d’Italia, quello che già nell’Ottocento si esportava a New York: andavano invece i vini economici, industriali. L’oblio avvolse ogni cosa col suo manto nero: anche la Proprietà Sperino, un tempo famosa, celebrata, tristemente si arrese. Abbandonati i terreni, venne chiusa la cantina sotto la villa, lasciando le grandi botti vuote sotto le volte, a cullare svaniti i fantasmi di un passato; si deposito’ la polvere nei saloni affrescati, sui canapè, sui ritratti di famiglia (medici, ministri, che più importa?), sui registri per secoli compilati con meticolosa cura annotando stagioni, vendemmie, gradi alcolici. Giorno dopo giorno, sempre più fu il silenzio a regnare. Ma se sei bambino, ed un luogo così l’hai visto operoso, ridente di voci e di fragranze e di ribollir di tini, tu non puoi dimenticare. Se poi ne hai vissuto l’inizio dell’oblio, avrai vagato fra le botti risonanti e ormai inutili come vuote armature, sentendone il fascino magico di strumenti di creazione alchemica, di portali d’ingresso per mondi incantati. Poi, crescendo, la notte in sogno ti sarai ritrovato di nuovo la’ e le sale fatiscenti avrai visto rianimarsi d’incanto per una festa al chiaro di luna, rifiorire le vigne liberandosi dagli sterpi, stridere ancora i torchi e fremere i tini per la danza allegra di donne e bambini che pestano i grappoli. Allora un giorno – tu che ormai sei andato lontano, in un altrove che hai reso tuo e dove la tua opera e’ stimata- decidi che quel sogno deve diventare realtà: spalanchi il portale pesante della villa, dai aria alle stanze e tutto trovi fermo a com’era un tempo, quasi tu salissi su un immaginifico Titanic per una ricerca del tempo perduto. E se nella cantina, che vuoi riadattare alla vinificazione con spirito archeologico per fare quel vino “come una volta”, trovi bottiglie coperte da incrostazioni di polvere – quasi fossero gioielli in una grotta- del 1840, del 1859, del 1868, e ancora son buone e vitali, allora provi il senso di una benedizione che ti giunga da chi è stato li’ prima di te, col suo ingegno e la sua passione, dando un senso più alto e compiuto alla parola “tradizione”. Chissà’ se davvero erano questi i sentimenti che ti hanno lanciato in questa folle, bellissima impresa. Io li indovino, e con essi te e tuo figlio, solo attraverso il vostro vino, che si materializza nel mio calice come un’evocazione, fin dal suo rubino trasparente, lucido come uno specchio segreto, con riflessi granata ai bordi e più giovani, quasi purpurei al centro, dove offre più resistenza alla luce, come se nemmeno essa potesse indagarne tutta la profondità’ insondabile. Vino lentissimo a dispiegarsi: appena aperto lo devi cercare col tuo olfatto, e quasi non lo trovi; come se la terra, a lungo muta di vigne, stentasse a trovare le parole, dovendole cercare da un lontano ricordo. E’ un cavo d’acciaio che ti attraversa il palato, sottile eppur tenacissimo. E’ una dama in un lungo abito da sera nero, scintillante, che passa oltre senza darti confidenza, senza degnarti di uno sguardo. Ci vuol tempo con una donna così perché scoppi la passione, che arriverà invece poco a poco, sul filo di un non detto, fino a travolgerti. Dagli, amico, amica mia, ventiquattr’ore: avrai allora la rivelazione di un sogno, un trattenuto trepidante abbraccio. Mai sarai sopraffatto dal suo aroma, ma sedotto e conquistato poco a poco per i suoi caleidoscopici rimandi. Ed ancora il tempo e’ la sua dimensione: più lo attendi fermo nel bicchiere, più i profumi sembrano gonfiarsi come nuvole. Serve poi dire che vi troverai fragoline di bosco, lamponi, violette e peonie, liquirizia e quarzi, se poi sa cangiare ad ogni istante trascorso, svelando via via ferro, sangue, timo, rabarbaro, meringa, grafite, petrolio, balsami, mente, incensi ed infiniti altri aromi? Forse lo berrai, se fuggirai dal baratro dell’olfatto in cui potresti perderti, novello Ulisse con le Sirene. Non avrai qui un vino da travolgerti il palato, da riempirti la bocca lasciandotela scossa dal cozzare su di essa di una massa pesante. Altra sorta di magia ti aspetta, inaudita: più piccolo sarà il tuo sorso, più intenso ne trarrai sapore; più a lungo in bocca lo terrai, più ti pervaderà il palato: si farà ampio, intenso, solenne fino a stordirti, fino a doverlo fare parte di te. Ancora la dimensione del tempo a dominare, una dimensione di lentezza che credevamo estinta se non in pochissimi superstiti,eroici, dinosauri e dei di un mondo scomparso. Serve allora dirti che il tannino e’ finissimo, più sottile ancor che cipria, che il corpo ha la nitida tenacia di un diamante, che la sua lunga persistenza e’ salina e acida? Vai a vedere i terreni dove i De Marchi hanno ripiantato giovani le viti di nebbiolo (in zona lo chiamano spanna; e chissà che vini daranno, invecchiando!); guardane la sabbia friabile e compatta, giallo rossastra, ricca di minerali; e capirai. Terra rarissima: era Lessona la spiaggia di un mare preistorico; ed un po’ di quel purissimo incanto primordiale -mi piace pensare- trasfonde nei vini. Non l’ho finita questa bottiglia: come quando leggo un libro che mi prende il cuore, ad un certo punto rallento per tenerlo ancora con me; non vorrei mai arrivare in fondo. Domani, lo sento, sarà ancora più grande. E così è, alla prova: ancora più complesso, ancora più balsamico. Sposalo, se puoi, con la cacciagione da piuma, arrostita: un fagiano, la beccaccia; anche le quaglie van bene. Oppure altri arrosti, di vari animali; o formaggi stagionati a pasta semidura, di latte vaccino; perfino un risotto di terra, che non sia però speziato. Delibalo senza fretta, in intima concentrazione, per piccoli sorsi. Ma su tutto, ascolta il mio consiglio, amico, amica che mi leggi: una bottiglia procuratene, sistemala bene nel miglior cantuccio della tua cantina e dimenticatene per almeno diec’anni. Te ne ripagherà. Io, come con una donna, per la fretta di averlo non l’ho avuto appieno.

Per saperne di più: http://www.proprietasperino.it/