Solarancio, L a 2015, Vino Bianco, La pietra del focolare, 13,5 gradi.

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Amo, da sempre, le terre di confine. Le lagune, ad esempio, dove non è suolo e neppure mare; le paludi, dove il capriccio delle acque muta senza posa il paesaggio. Sarà forse per quel senso di indeterminazione, per quel limitare sospeso, per quella vaghezza che aggiunge poesia, senza neppur tirare troppo in ballo il buon Leopardi e le sue teorie. Oppure sarà che l’incontro di sfere diverse, di differenti territori, crea una meravigliosa, seppur obliqua, ricchezza. Le terre dei Colli di Luni sono appunto di confine: politicamente, sempre un po’ indecise tra la Toscana, la Liguria e l’Emilia, e le varie signorie che nei tempi si sono susseguite; geograficamente -ciò che più conta- ponendosi allo stacco tra l’Italia peninsulare e continentale, con gli Appennini e le Apuane alle spalle e davanti lo specchio del mare, prendendo un po’ dai monti e un po’ dal Mediterraneo l’aria e la vegetazione. In fondo in certi periodi dell’anno solo pochi chilometri in linea d’aria separano le onde dalle creste innevate: quella la magia; che, se fossimo in Nuova Zelanda, tutti diremmo: “oh”. Il territorio perciò è peculiare e che fosse favorevole ai vini se n’erano già accorti i romani, se Plinio il Vecchio già giudicava quelli di Luni i migliori vini dell’alta Etruria (uè, all’epoca non c’erano né gli agronomi né gli enologi ad aggiustare ciò che la Natura non dava). Sono i vigneti, lì, lacerti di terra impervi, strappati al bosco ed alle colline a forza di mani, perché spesso col trattore nemmeno ci puoi entrare, tanto son piccini come  fazzoletti di trina della nonna. Però il Vermentino, lì, esprime un carattere notevolissimo, identitario, raggiungendo forse le vette della sua eleganza. Lì sono state negli anni e per forza di tradizione ed evidenza empirica identificate zone di particolare pregio: tra esse, Sarticola, una località tra Castelnuovo Magra e Ortonuovo, posta a circa 300 metri d’altezza, ben ventilata e che guarda il mare, con terreni, da quel che mi si dice -e spero con cognizione- argillosi e sassosi.
Da essa vengono anche le uve di questo Vermentino, del quale a lungo avevo sentito parlare: trovandomelo davanti in un’enoteca di Sarzana nell’agosto del 2016, non l’ho potuto ignorare. E l’apro ora, che si è ben riposato in un’adeguata cantina; e mi pare una fortuna averlo atteso, perché i bianchi 2015 dell’Italia centrale, appena usciti, mi sembravan quasi tutti muti; ma, d’altra parte ,nemmeno vorrei aspettare troppo: non ho grande fiducia nell’invecchiamento del Vermentino, che mi pare sempre un po’ un azzardo perché mi credo sia un peccato perdere quella freschezza caratteristica di questi vini e che è tanto bella.
A maggior ragione tiro un sospiro di sollievo per la decisione presa trovandolo col tappo in plastica: saprai – amica o amico che mi leggi – che assai poco ne stimo la tenuta nel tempo, anche quando sia di qualità buona come mi pare questa chiusura. Allora, giusto così: apriamolo. Lo trovo di una bellissima tinta limone carico, luminosissimo, con una evidentissima carbonica disciolta: veramente “il calor del sole che si fa vino, giunto a l’omor che de la vite cola". Lascia sul calice gocciole veloci, rade, che si disgregano in un velo. Ha un profumo molto intenso e complesso, pulito, arioso e luminoso, solare, mediterraneo o  -più ancora- tirrenico. Un’armonia di fiori: ginestre, mimosa, biancospino e sambuca; di agrumi, soprattutto arancia e mandarino, ma anche un po’ di cedro; di erbe, salvia, alloro, rosmarino; un garbato ma evidente bouquet minerale petroso, gessoso, ferruginoso, sottilmente empireumatico, pronto col tempo ad aumentare ed aggiungere ulteriori profondità. Forse, sul fondo, c’è un barlume di cannella ed una nota lievemente, elegantemente ammandorlata. E’ ancora molto giovane, ma già in sviluppo ed incuriosisce, intriga, invoglia all’assaggio, che è pieno, quasi cremoso eppure un po’ titillante di carbonica. Giustamente secco, con una altissima acidità, molto salino, ritmato verso un finale lunghissimo e nitido, con una gestione esemplare dell’alcol, che resta nascosto tra ricchezza e freschezza, ha una ampiezza sonante che si innalza verso il cielo e il sole in una dimensione verticale con una indimenticabile continuità di tono, e con una scorrevolezza felice che quasi ti verrebbe di definirlo passante, ma solo nel senso della flessibilità naturale e gioiosa: cioè, che passa attraverso la bocca, insinuandone ogni pertugio per poi fuoriuscirne alato. Un Vermentino lirico e potente, verace  e raffinatissimo insieme,  tecnicamente impeccabile e figlio di scelte enologiche consapevoli, ma calorosamente comunicativo. Sulla nostra tavola si è sposato con amore ad un piatto di spaghetti con la bottarga e ad una zuppa di vongole veraci, ma lo immagino un sogno su grandi pesci pescati, ricciole e sanpietri,  sui crostacei , persino sui crudi.
Questa Pietra del Focolare, che pure non conosco direttamente, che altri vini produce e che sarebbe giusto assaggiare, mi pare oggi una pietra di paragone.