Chianti Classico 2014, Ormanni, 14 gradi.


In Chianti, mi fermo spesso da Ormanni.

Ufficialmente: per comprare il vino bag-in-box per i miei genitori; per l’ottimo olio; perché si raggiunge bene. 

Tutte scuse. 

In realtà adoro andarci; sia percorrendo la strada che scende da Castellina, sia salendo da Poggibonsi. Per me, i panorami che si squadernano tra quelle curve sono tra i più belli del mondo: l’immagine di una natura davvero bucolica, in equilibrio perfetto con l’uomo.

Mi piace arrivare sul piazzale ghiaioso della cantina, che esternamente appare solo muro basso e severo, massiccio di pietre irregolari, con le finestre squadrate, rade e alte, e fermarmi a guardare in direzione opposta: c’è un paesaggio leonardesco, sempre diverso, ogni stagione dell’anno.

Potrei incantarmi lì per ore, sugli incastri convessi delle colline; sulle fughe prospettiche che vibrano atmosfera; sulle vaghe, infinite sfumature dei verdi ed azzurri, ora quasi riflessi di ocra, ora di giada, ora d’argento e di ametista. 

Sapere che da Ormanni troverò vini classicissimi, abbordabili, deliziosi, raddoppia il mio piacere.

Oltre ai bag-in-box acquisto sempre qualche bottiglia per me; poche, ché ormai dovrei soprattutto berne dalla mia cantina.

Ultimamente ne riportai questo Chianti Classico 2014, incuriosito se l’annata piovosa avesse domato i solitamente maschi vini di Ormanni oppure se li avesse slavati, snaturandoli.

Rimase a riposare nel buio e nel silenzio per quasi due anni, fino all’occasione felice di un pranzo in famiglia, alla buona, ma con l’unione ritrovata dopo una certa convalescenza.

In tavola: salumi, formaggi, un piatto di pasta al sugo di carne, insalata; serenità.

Eccolo servito fresco di cantina, a quattordici-quindi gradi.  

Limpido, trasparentissimo, luminoso e rubino; con gocciole rade, molto lente, più evidenti salendo la temperatura ai diciassette-diciotto gradi della stanza. 

Ha profumo molto intenso, freschissimo: uno sbocciare di primavera.

Sono fiori: rose, viole, lilla; e arancia; tocchi freschi di frutta rossa, tra ciliegia e fragola. Poi cola ed un insieme di erbe aromatiche da arrosto. Le spezie, delicatamente soffuse: chiodo di garofano, noce moscata, una sfumatura di cannella, tanto zenzero.  L’insieme ancora molto giovanile: solo sintomo dell’evoluzione, un cenno di cuoio e caramello. 

È beverinissimo così fresco: finirebbe a secchi. Molto puro, senza note amare o artificiali: naturalissimo. Ha tannino molto fine, ma grintosissimo e presente; l’acidità vividissima; salinissima in progressione; lunghezza notevole. 

Per il mio gusto è un vino meraviglioso, agilissimo, essenziale, di forme flessuose e danzanti, che mi ricorda quei Chianti lievi, schioccanti, saporiti della mia infanzia, ma ha più classe. 

Come loro, scommetto, estremamente flessibile a tavola.

Chianti Classico 2005, Ormanni, 14 gradi.

image

 
Poi, dopo tanti assaggi, apri di nuovo un vino di Gambelli. E capisci.
Che cosa si può capire, da un vino? Nulla e tutto.
Ad esempio, che sei tornato a casa: quel colore, quei profumi, sono parte della tua storia, della tua famiglia, delle tue origini, ormai lontanissime, ma orgogliosamente contadine; quello che senti lì, è Toscana, è Chianti Classico, è Sangiovese ed, anche, un po’ di Canaiolo; è poesia di Stilnovo e bestemmia di bifolco, così schiette e inestricabilmente unite; quello, dopo tanti assaggi, dopo tanto vagare per terre, mari, colline, montagne, pianure, coste, terrazzi, ritocchini, cru e sorì,  è la tua idea originaria di finezza ed eleganza, che tanto hai girato per trovare ed era lì, davanti all’uscio o, meglio, nell’interrato buio del tuo vecchio sottoscala; quello, ti dice che più spesso avresti dovuto aprirne, per ricordare, però sai che invece devi serbarne perché si ripeta ancora la magia, perché il mago, il Sor Giulio, non c’è più.
Il Chianti Classico 2005 di Ormanni, azienda storicissima , sita grosso modo all’incrocio tra i territori di Poggibonsi, Barberino Val d’Elsa e Castellina in Chianti. Azienda del cuore, se così si può, dire di Giulio Gambelli, che il Maestro seguì fino all’ultimo,  con quelle poche altre dove sapeva di aver carta bianca ed ottimi terreni: nel gruppo, per dire, Montevertine, Poggio di Sotto, la scomparsa Villa Rosa: i miti.
Fu un vino  particolare quel 2005, perché da Ormanni non si produsse la Riserva di Chianti Classico “Borro del Diavolo” , la cui materia confluì nel Chianti Classico annata non essendo ritenuta all’altezza della più prestigiosa etichetta. Ne comprai direttamente in cantina, e me lo ricordo, bevuto giovane, come scalpitava maschio. Ora lo riapro a 12 anni dalla vendemmia, nemmeno gli lascio il tempo di respirare: aperto e subito nel bicchiere, fiducioso anche per il tappo di sughero intero in perfettissime condizioni. Aperto e subito bello; meno male, però, che me lo gusto con calma, lasciandogli il tempo di dispiegarsi: già, perché questo è uno di quei vini che reagisce all’ossigeno cambiando continuamente, un po’ caleidoscopio, un po’ coda di pavone.
Anzitutto, però, lo guardo: non mi privo, amico o amica che mi leggi, del piacere della vista. È rubino trasparente e luminoso, ricco di riflessi, e vira in maniera estremamente progressiva e naturale all’aranciato verso il bordo. Lascia sul cristallo lacrime molto lente, molto fitte e regolari, molto persistenti: una trina equabile e solenne, come gli archetti delle chiese di stile romanico pisano-lucchese. Il profumo, subito pulito, è di intensità notevolissima, ma in qualche maniera contenuto, riservato: di una ritrosia elegante e pacata, ne vedi subito la melodia, tuttavia serve tempo per discernere le note e gli accordi, i passi dei violini e i trilli degli strumentini. I fiori del vero Chianti Classico: le viole, l’iris, la rosa canina. La frutta rossa insieme presente e sfumata: ciliegie, lamponi, amarene, susine; una speziatura complessa  e delicata che spazia dalle note del pepe bianco, alla noce moscata, al chiodo di garofano. Le erbe, con ancor più  complessità e delicatezza: rosmarino, salvia essiccata, alloro, timo, maggiorana. Un fondale morbido e arioso di bergamotto, che prelude ad accenni di sviluppo terziario, più evocati che reali: quasi un sentimento di paglia al sole e terra umida, accomunati in un acquarellato trascolorare. Tuttavia, ogni volta che ritorno al calice, un nuovo fantasma mi sorride e mi invita a seguirlo: ora il dattero verso un Oriente di fiaba, ora la ruggine di cancelli del tempo fatati, ora la canfora e la lavanda che nonne e mamme mettevano nei cassetti di bucato, ora le rocce di un muro scolpite dal vento, ora la pelliccia di volpe che indossava mia mamma quando veniva a prendermi alle scuole elementari e mi piaceva tuffarmi in quel morbido pelo; ora, i balsami dell’eucalipto, e i lunghi pomeriggi alla casa al mare. Il sorso è sognante: freschissimo, nitido e morbido insieme, setoso e croccante allo stesso tempo, in misura eguale maturo e succoso. Di ottimo corpo, eppure compatto sul palato, come se nello scorrere seguisse una linea flessibile ma continua come un binario e da lì irradiasse il suo sapore e tutta la sua struttura: ne basta un sorso minimo sulla punta della lingua per sentire il sapore espandersi, come fosse un giulebbe, un elisir. L’equilibrio è la sua grazia: dimentichi tannino, acidità , alcol e qualunque altro parametro in virtù dell’armonia. Eppure, tannino ce n’è assai, di setosissima qualità, matura; assai anche di acidità, ma così ben distribuita da risultare stuzzicante su tutto il fondo del palato, unendosi così naturalmente con la salinità da faticare a distinguerle. L’alcol, si percepisce a stento o per nulla, né col vino in bocca, nè nel finale, pulitissimo, lunghissimo, suadente nei suoi sussurri, non ampio nella sensazione, ma penetrante, profondo, articolato, vieppiù esaltato dal cibo.
Certo, son sfumature, è un vino da ascolto attento, da grandi silenzi ; eppure te ne puoi anche scordare e berlo così, in compagnia, scorrevole e amico: lui troverà sempre il suo posto. Non è, forse, il sommo dei vini di Gambelli: le annate giocano giustamente un ruolo e così l’ambizione delle selezioni; ma c’è anche in lui quell’ariosità soffice che ho sentito, impareggiabile, in tutte le sue creature; e ritrovo in questo Chianti Classico la mia idea di vino: fatta di grazia, di purezza, di levità, anche quando, come in lui,  la forza non manca. Serve il territorio, naturalmente; serve anche il vitigno, chiaro; ma se quell’idea la ritrovo in certi Pinot Nero, in certi Nebbiolo, in certi Sangiovese, allora conta, eccome,  la mano dell’uomo. Quella del Maestro, da anni si è fermata; ma il suo gesto, oggi mille mani lo possono ripetere, se lo vogliono.
Qualora tu abbia la fortuna, amico o amica che mi leggi, di trovarne, godine sulle carni bianche. Meglio: sulle pernici.

image

Vino da Tavola Rosso, Ormanni, 13 gradi.


Che ne dici, amico, amica mia, del vino in bag-in-box? A me non spiace: e’ pratico e per un po’ si conserva bene, eppoi mi diverte l’idea di spillarlo col rubinettino, come se uscisse da una piccola botte. Io lo compro spesso – da cantine fidate- per i miei genitori, che sono anziani e fa loro comodo. Però, se è quello di Ormanni, sono io il primo a berlo volentieri: quando l’ho sulla loro tavola lo preferisco spesso a quello della bottiglia che potrei avere aperta, perché ha un certo nonsoche’ che mi stuzzica e mi intriga, come fosse la più sorridente contestazione, la più grintosa prima pagina del Vernacoliere. Insomma: mi strappa sempre sorriso e il buonumore. Sarà quel suo bel colore rubino e luminoso, trasparente, pieno di riflessi e puro al pari d’acqua di fonte, come quello dei Chianti d’una volta, con quegli archetti ben ritmati, veloci e precisi che disegna sul vetro. Sarà magari il suo aroma così vinoso e ciliegioso, fresco, vivo e pulito, che non si fa cercare ed offre una speziatura delicata e dolce. Oppure per quel suo attacco alla bocca nitido, preciso e minerale, misuratissimo ma gioviale, con un tannino fine, maturo, presente senza invadenze, con la freschezza di una bella acidità e salinità, che bilanciano perfettamente l’alcol che è giusto e ben oltre il livello normale di un vino sfuso; e come stuzzicano, come solleticano, come bisbigliano maliziose “bevimi!”. La persistenza? Non è certo la possente Riserva Borro del Diavolo, ma nemmeno scappa via! E se fosse un po’ freschino, ti sarebbe divino per una merenda col pane e olio, con una panzanella, come quando i miei nonni mietevano il grano e si ristoravano all’ombra sulle prode; altri tempi, ma magari tu oggi potrai goderne l’estate se hai un giardino ed una griglia accesa che dividerai con gli amici, od un plaid di lana grezza steso sull’erba di un prato e l’aria fresca profumata intorno. Vai da Ormanni a Poggibonsi, se abiti al nord della Toscana specie non puoi esimerti: rifatti gli occhi del bel panorama solenne davanti la cantina, riguarda le viti allevate a alberello, nere, torte e nodose; compraci vino ed olio, com’è giusto in una vera fattoria, profittando della gentilezza di chi t’accoglierà. E, se ti fidi, prova lo sfuso in bag in box, per spodestare dalla tua tavola di tutti i giorni pretenziosi, obbrobriosi vini industriali. Ora siediti, voglio dirtene il prezzo: 1,50 al litro. Ora brindiamo e sorridiamo insieme.

Per saperne di più: http://www.ormanni.it

Toscana igt 2009 Ormanni

image

Diciamolo subito: è col cuore che parlo di questo vino, perchè lui al cuore parla. Vai a Poggibonsi, lasciala laggiù nella conca dove scorre l’Elsa, inerpicati per l’anfiteatro glorioso dei poggi che la circondano. Vai da Ormanni. Cantina storica nel ventre della collina e l’occhio che spazia laggiù oltre il poggio, fra borri e verdi valli.  Questo IGT: è il vino piccolo, il base che imbottigliano. Non te ne dico – amico, amica mia- il risibile prezzo! Al super ti avvelenano con molto di più. Qui hai un vino vero. C’è sua maestà sangiovese ed un poco di merlot ad ingentilirne l’autoritario dominio: e che c’è di male a trovarvi l’uva franzesa? Qui hai un 2009 e nasconde un mistero: ancora tutto dell’inarrivabile Maestro Gambelli o già col tocco di un allievo diletto, Paolo Salvi? Vorrei che qualcuno più di me informato ci svelasse il rebus, ma che importa? Come nelle botteghe d’arte rinascimentali l’allievo rilevava il tratto del maestro a compiere un paesaggio, un dettaglio, una figura, così noi possiamo pensare in questo vino una romantica staffetta, da una mano sapiente e antica ad una giovane e forte. Lo apro e lo ossigeno per un’ora nella sua bottiglia scolmata appena. Non l’ho certo ben trattato: viaggi e due anni di stoccaggio in uno sgabuzzino caldo. Ma eccolo nel bicchiere, e che importa il resto? Lo vedo bellissimo, femminile, seducente, in un perfetto rubino che è trasparente ma non pallido, rifrangente. Staresti a guardarlo e riguardarlo, ad incantarti come per una breve filastrocca accanto al fuoco. Ma poi al naso: così Sangiovese, eppure non ti nasconde il Merlot; chiaro , trasparente, onesto. E di una complessità che spiazza, non certo da vinello: qui hai frutta a bacca rossa (ciliegie e lamponi) sia fresca che candita. E hai pure quella nera: susine, ma ben fresche,appena colte; e mirtilli perfino. Hai classicamente fiori: rose e violette; hai poi  spezie dolci: noce moscata; un tocco delicato, al limite dell’impercettibile, di cannella. E già hai le foglie bagnate, la torba, il sottobosco, il petrolio se ti attardi ad attenderlo nel bicchiere. Bevilo ora, sulla bocca godilo, ascolta il suo giocare, come avanza articolato e ritmato: cosi’ saporito e leggero, di corpo appena più che medio e tuttavia saldissimo; tannini non ingombranti ma presenti: belli fini, maturi. Epperò, l’acidità: così alta per un vino di questo tipo, ferma, che ti fa salivare a lungo e ti pulisce e rinfresca la bocca; ma non prevarica mai, perché c’è sostanza qui, c’è quell’intensità di frutta matura, di sapori, che ne fa un’acqua profumata e gustosa, sapida, che a lungo permane e ti dà gioia. Ti parla, è chiaro, delle vigne di Ormanni, dove il sangiovese è forte, maschio. Eppure quanta grazia ha! Eppure ti sa dire un discorso più ampio: porta con onore, più di mille altri  pretenziosi, sull’etichetta il nome “Toscana”. E proprio questo vino indicherei a chi la Toscana enologica vuol scoprire: per il suo essere insieme contadino e per signori; per il suo danzare leggiadro, innocente, tra passato e futuro, tra miseria e nobiltà. Io -appunto- sui cibi della campagna l’ho gustato: pappa col pomodoro, rapanelli, grissini all’olio…ma non vedo limiti al suo abbinamento. Persino da solo sa esser compagno commovente e gentile.