Pinot Noir Dundee Hills, Oregon, 2013, Domaine Drouhin, 13,5 gradi.

Nell’agosto del 2011 feci un lungo viaggio in auto negli Stati Uniti, da Denver a Seattle, attraversando Stati che fino ad allora erano per me solo suggestioni di romanzi o di film: Colorado, Wyoming, Utah, Idaho, Nevada, Oregon, Washington. Di tutti riportai un’immagine vivissima. Dell’Oregon, in particolare, ricordo le coste atlantiche, con le spiagge sabbiose e lunghissime, alternate a promotori rocciosi; e l’immediato entroterra così verde, per l’influsso umido e piovoso dell’Oceano Pacifico. Trattengo un’immagine in mente: l’interminabile nastro d’asfalto di una statale parallela alla costa, la pioggerella battente dal cielo grigi e a destra lo shop di una cantina tra le tante -indicate da cartelli turistici – che offrivano vini in degustazione e per l’acquisto; parecchie etichette, tutte discrete, da uve internazionali (ovviamente) e con un certo residuo zuccherino. Questo per dire che in Oregon il vino è quasi un’espressione del vivere quotidiano, tanto si è radicata, o comunque rappresenta una parte non trascurabile dell’economia agricola e del tessuto sociale: mutatis mutandis, l’accosterei al nostrano Friuli. Può sorprendere che addirittura uno storico produttore di Borgogna abbia ritenuto di trovare lì le condizioni ideali per produrre vini da pinot nero, varietà notoriamente difficile e riottosa, alla quale basta un breve deragliare da condizioni di maturazione ideali per precipitare da vette enologiche sublimi a risultati blandi, con sapori slavati , squilibri acido-tannici, eccessi alcolici. Eppure Robert Drouhin, dopo un lungo periodo di frequentazioni iniziate negli Anni Sessanta, decise di avviare un’azienda nel 1987, con la prima vendemmia nell’88. Non che fosse un pioniere, giacché alcuni produttori locali si erano distinti con i loro Pinot Nero dalla metà degli Anni ’70, tuttavia rilevò la compresenza di un’opportunità commerciale e produttiva con una vera vocazione territoriale. Infatti la Willamette Valley, prima AVA (American Viticultural Area) riconosciuta in Oregon, estendendosi parallelamente alla costa gode di un clima moderato, con inverni freschi e piovosi ed estati relativamente calde e secche, lunghe, con importanti sbalzi termici fra il giorno e la notte, e molte ore di luce. Vi sono inoltre numerosi corsi d’acqua e suoli particolari, vulcanici e sedimentari, ben drenanti. Il pinot nero , come altre varietà d’uva che amano il freddo, pare essersi ben acclimatato, esprimendo caratteristiche territoriali: affidandomi alla memoria di diversi assaggi di Pinot Nero locali, ormai lontani nel tempo, direi che i profumi intensamente fruttati e maturi sono tipici, così come una certa spinta alcolica ed una rotondità tannica gradevole. Insomma: i vini possono essere assai piacevoli, con un occhio all’immediata gradevolezza più che alla complessità; oppure rischiare derive giunoniche poco interessanti. Spesso, anche laddove il vino conservi un piacevole equilibrio, risalta il carattere americano, spingendo le leve della concentrazione, della pienezza di frutto, dell’impatto.

I Pinot Nero del Domaine Drouhin, fin dalla prima volta che li assaggiai a Londra, mi parvero una piacevole eccezione: French Soul, Oregon Soil, diceva l’etichetta e difatti mi attrassero per misura, rifinitura, capacità di dettaglio enologicamente più francesi che statunitensi: insomma, almeno per i vini del vertice aziendale, il paragone con un Borgogna non era azzardato.

Tra le bottiglie che riportai in Italia dall’Inghilterra c’era anche questa, il vino d’ingresso del Domaine Drouhin. È una buona occasione per rinfrescarmi la memoria e verificare se anch’esso riesca a riportarmi la magia di quel particolare terroir. Però, soprattutto, desidero godermelo a cena, che è il miglior banco d’assaggio.

Versandolo nel calice, non lascia dubbi sulla sua identità: è Pinot noir già alla vista, così trasparente, rubino; con riflessi granati e gocciole lente, rade, un po’ evanescenti. Il profumo, di intensità superiore alla media e tuttavia più timido di quanto mi attendessi, è quello caratteristico del Pinot Nero un po’ invecchiato di scuola classica francese, sfumato, persino un po’ ombroso in questo caso: forse è la marca della sua piovosa zona di provenienza, oppure sente l’età; tuttavia è ampio, mi rammenta la fragola, i frutti di bosco, le spezie (specie il pepe nero), ma risuona note verdi di vegetazione (latifoglie e ruta) ed humus.

Ha un corpo piuttosto importante, più di quanto normalmente si associa al varietale, ma l’ acidità è superiore alla media; mentre il tannino è maturo e fine, come ci si aspetta dal Pinot Nero, ma non finissimo. È saporito in bocca, con un accenno lievissimo di salinità, e molto lungo. Però risulta un po’ largo, si appoggia placido sull’alcol, si vorrebbe più nerbo. Perciò, fuori degustazione, ma consumato a cena, sta bene sul risotto alle quaglie, meno sulla quaglia arrosto, perché quella certa sua dolcezza confligge con l’amaro della carne.

Insomma: è un buon vino, onesto nel rispettare il varietale, nel riportare il territorio e riesce di una certa classe. Però resta a metà nel guado, senza compiere quel salto verso l’intimo piacere o la magia.

Magari è che l’ho servito troppo caldo: sui 14 gradi avrebbe certo figurato meglio. Oppure la bottiglia ha un po’ sofferto, oppure è il mio palato questa sera. Però il dubbio mi resta, che i migliori Pinot Nero del Domaine Drouhin siano su un altro livello.

Evolution White,17th edition, Sokol Blosser, 12 gradi.


Certo che si nota quell’etichetta così colorata, la grande “E” carminio bordata di bianco. Ben studiata, non c’è che dire, un gran lavoro di marketing (l’etichetta sul retro, che spiega la filosofia del vino, non e’ affatto da meno): con quei caratteri vagamente Anni Cinquanta dichiara subito la sua provenienza, Stati Uniti. Sokol Blosser e’ una tra le più antiche cantine di uno stato bellissimo, l’Oregon, che si stende tra i monti e le coste del Pacifico; verdissimo, vario, solenne, affascinante: l’America dei grandi paesaggi, come la sognamo, con certe zone vulcaniche di una bellezza abbagliante. Tuttavia le uve biologiche di questo bianco vengono in parte dalla California. Certo che il blend e’ originale e quanto mai variegato: semillon, riesling, müller-thurgau, pinot grigio, gewürztraminer, moscato bianco e chardonnay. Non riporta nemmeno l’annata, perché nel miscelare si usano accortamente vini con invecchiamenti diversi. Ma insomma, com’è questo Evolution color limone pallido, apparentemente un po’ strambo e contestatore? Buono, parecchio: e’ beverino e non banale, con aromi di bella intensità dominati dalle note del moscato, e lime e pompelmo in evidenza, con tocchi tropicali di lichi, accenni di polvere pirica, ricordi erbacei fitti. Al sorso si offre sorridente e passante, con una bocca leggera ma saporitissima, giocata su un contrasto acido sapido sgargiante e presente, con un residuo zuccherino evidentissimo che ce lo fa dire nettamente abboccato: mi ricorda quasi, nell’insieme, certi vini da fraschetta dei Castelli Romani, in una versione evoluta e rifinita, certamente, che sa restare piacevole nel ricordo con una discreta persistenza. Piacevolissimo insomma, perfetto per un aperitivo, per berlo fuori pasto al tramonto sulla spiaggia o per accompagnare sfiziosi piatti orientali. E sono convinto che saprebbe convertire alla causa del vino parecchie mie conoscenze più avvezze alle birre, alle bibite, ai sidri, ai succhi di frutta. Ecco, però, di converso, la sua debolezza sta forse proprio in quella rifinitura così accurata da far rientrare in un sistema anche certe caratteristiche, se non difetti, di un vino alla buona: come se una persona si fingesse alla mano ma senza esserlo affatto, come un’attrice affascinante se vogliamo, ma insincera (e penso ad un memorabile personaggio femminile che appare in “To Rome with love” di Woody Allen"). Eppero’, caro il mio espertone: se in etichetta avessi trovato scritto, che so, Grillo IGT Sicilia, non sarebbe scattato l’applauso incondizionato, invocando gli aromi del mediterraneo?