Catarratto 2017, Terre Siciliane IGP, Az. Agr. Barracco Francesca, 12 gradi.

Molti criticano i vini nati da macerazione sulle bucce delle uve bianche – detti “orange” – perché tale tecnica omologherebbe i risultati, appiattendo il dato territoriale.

E c’è del vero in quella critica: ogni tecnica, quando prevale sul contenuto, lo danneggia. Persino il non-interventismo, ossia la mancanza di rinuncia alla tecnica, è una scelta tecnica.

Come sempre, è questione di equilibri sottili.

Scopro oggi questo Catarratto dell’azienda siciliana Francesca Barracco. È prodotto in maniera artigianale, rinunciando alla chimica, macerando sulle sue bucce, per 2 o 3 giorni, l’uva di viti vecchie ad alberello della Contrada Minenno a Mazara del Vallo.

L’azienda ha storia interessante, di produzione vinicola attiva già nel primo ‘900, poi interrotta a favore del conferimento delle uva, infine ripresa recentemente, in una sorta di ritorno alle origini – o alla terra.

Ma tralascio la storia, mi concentro sul bicchiere, che riempio con questo Catarratto.

Mi preoccupo: l’aspetto, color ambra torbido, giusto un velo glicerico sul vetro, non promette nulla di buono.

Però, superate aldeidi evidenti, il profumo è intenso, quasi stordente, nitido e puro. Menta nettissima, finocchietto, origano, rosmarino, arance, frutta a polpa gialla, mandorle, forse zenzero e rabarbaro.

Il tannino è orgoglioso, quasi prevaricante; la sapidità netta, l’acidità vivace, il corpo agile, la lunghezza buona, l’insieme dissetante.

Per me qui il territorio urla senza filtri il suo nome e i suoi privilegi: è meridione, è caldo, c’è il mare con le sue brezze salse che rinfrescano i selvaggi campi retrostanti.

Particolare, ruvido – ma autentico, territoriale, notevole e piacevole: si beve di gusto, che è una gran cosa.

È stato tanto bene, nel nostro pranzo, su spaghetti artigianali marca Afeltra col sugo di pesce spada, pomodori pelati di Sardegna e foglie di menta.

Malvazija Carso 2006, Skerk, 14 gradi.

“Il Carso è un paese di calcari e di ginepri. Un grido terribile, impietrito. Macigni grigi di piova e di licheni, scontrosi, fenduti, aguzzi. Ginepri aridi.

Lunghe ore di calcare e di ginepri, l’erba è setolosa.

Bora, sole.

La terra è senza pace, senza congiunture. Non ha un campo per distendersi. Ogni suo tentativo è spaccato e inabissato.

Grotte fredde, oscure. La goccia, portando con sé tutto il terriccio rubato, cade regolare, misteriosamente, da centomila anni, e ancora da altri centomila.

Ma se una parola deve nascere da te – bacia i timi selvaggi che spremono la vita dal sasso! Qui è pietrame e morte. Ma quando una genziana riesce ad alzare il capo e fiorire, è raccolto in lei tutto il cielo profondo della primavera.” (da “Il mio Carso” di Scipio Slapater).

Non ho mai incontrato il Carso, eludendo e frustrando un desiderio che portavo in me intensissimo. Mi avevano incuriosito e conquistato le storie della prima guerra mondiale, tragiche, epiche, pittoriche; più ancora, i racconti di mio padre che – giovanissimo per l’anagrafe, ma già adulto per la vita – aveva girato la Venezia-Giulia negli Anni Cinquanta, spingendosi verso il Carso e l’Istria.

Io invece, girando per lavoro l’Italia, mi spinsi fino a Trieste, di sfuggita, non oltre. Altri viaggi di piacere mi portarono – quasi vent’anni fa – più a sud e più a oriente, sulle coste istriane e croate. Ancora una volta, il Carso fu eluso, rimanendo un’immagine confusa di nozioni, fantasie, bagliori visivi.

Ho di Trieste, del Carso la porta, un ricordo: il bianco, un intenso riverbero bianco che mi sembrava penetrare anche le zone d’ombra, fin sul far della sera, venando l’azzurro del mare.

Intuitivamente, magari sbagliando, ho esteso quel ricordo al mio Carso immaginifico, col bianco primario che si stratifica, come in certi quadri divisionisti, al blu di cielo ed acque ed al verde delle colture, come in certi esiti paesaggistici di Sargeant.

Quest’immagine pittorica è fusa con quella assai più concreta e sapida delle osmize, ossia delle frasche dove si serviva – e si serve- il vino della cantina (spesso scavata nella roccia), uova, formaggi, salame, pane.

Così, il mio Carso immaginifico è una terra di autenticità eroica, ruvida e dura, scabra, di rocce bianco-grigie e terra rossa, di tinte traslucide, di essenzialità ascetica, capace però di inattese dolcezze, di riverberi e vedute marine con l’Adriatico lì addossato, di mollezze episodiche e verdi di pampini e viti.

Mi portò anni fa un amico cartoline liquide del Carso, bottiglie di vino bianco e rosso locale, inclusa questa Malvazija, che però mi ostinai a non aprire: aspettavo di andare nel Carso, di conoscerlo finalmente, di studiarne accuratamente la viticoltura, di passeggiarne i luoghi, per correlare poi il sentimento locale al vino; di visitare magari io stesso la cantina di Skerk, celebre per le sue grotte di invecchiamento, per la sua osmiza, per aver tra le primissime tenuto la barra dritta su coltivazioni e vinificazioni quanto più possibile naturali, con le uve bianche tradizionalmente macerate sulle bucce.

Appunto, sono passati anni. Per fortuna, si impara col tempo ad accettare con leggerezza la propria ignoranza, a godere innocentemente come un’infante. Perciò mi decido ad aprirla, conscio dei sui 14 anni, chiedendomi se non sia già troppo tardi, senza sapere davvero che cosa aspettarmi: perché non ho neppure i riferimenti per immaginare questo vino giovane, nulla che vada oltre le nude nozioni varietali.

Mi sorprende: appare molto più giovanile della sua età, nella quale è lecito attendersi viraggi all’arancio, fino al mogano dell’ossidazione. È ambra tenue, trasparente e brillante, bellissimo a vedersi, con gocciole rade.

Il suo profumo è molto intenso, nitido e terso come aria marina, cangiante, come un prisma luminoso che ruoti al sole: albicocca disidratata, pesca sotto spirito, chinotto, canditi, violetta foglie di olivo e di alloro, rosmarino, miele d’acacia, caramello, noce moscata, cannella, e quella combinazione di grano, malto e orzo così agreste e domestica, che faceva battere il cuore a Veronelli. Eppure mi rendo conto che non bastano in descrittori ad esprimerne purezza e fascino evocativo: è in lui una vibrazione interna, pennellate di luce e colore liberissime e ordinate.

Al sorso è di corpo, un abbraccio glicerico che subito si muta in un contrasto acido-salino potentissimo e sorprendente, perché il profumo è da bianco maturo, ma sul palato guizza rinfrescante, energico, teso come un vino giovane. La tannicità matura e dolce che gli deriva dalla macerazione sulle bucce è appena percettibile, avvolta da quella sua ricchezza senza peso da mosaico orientale, della quale vive e vibra.

Lo innerva una lunghissima scia minerale, come un luccichio di brillanti che segna il tragitto verso il finale lunghissimo, pulito, senza traccia di calore alcolico: un sorso tira l’altro, dimentichi del grado.

Possiede un immensa forza vitale: è una sorta di roccia liquida, che sciolta mantiene compattezza, ma diviene flessibile, coerente. Quasi che il tormentato Carso, duro di terre, di genti, di guerre, di odii, abbia ricomposto in questo vino i suoi contrasti per una superiore armonia, distillandosi al sole tramite la vite e l’uva.

Un grandissimo vino, che rimane nella mia memoria tra i più grandi bianchi mai assaggiati.

L’ho avuto, viaggio d’amore, su scialatielli con seppie e gamberi, rana pescatrice al forno con pomodorini e patate.

Ribolla Gialla 2009,Venezia Giulia IGT, Dario Princic, 12,5 gradi.

 
La Ribolla Gialla di Dario Princic è stato il primo vino macerativo che ho assaggiato ed è un po’ come il primo amore: non si scorda mai. Fu poi il motivo, o piuttosto la molla, di un viaggio a Gorizia e più sù a Oslavia, per vederla dal vivo quella ponca donde nascono le uve dei suoi vini, cioè quel terreno misto di arenarie e marne stratificate. Lassù, oltre alla ponca, vidi l’Ossario dove riposano 57.741 militi vittime della Prima Guerra Mondiale. Riposano? Possono forse davvero riposare? Entrai in quella torre, una babele di nomi e date, una spirale a più piani di lapidi che urlano al cielo. Ne ricavai un senso di oppressione tale da dover uscire per respirare: avevo sentito vivo sulla carne il peso fisico del male. I morti, probabilmente riposano: già penarono e soffersero troppo. Chi resta non può aver pace e può solo provar vergogna di quel male che si alimenta di se stesso, come un dragone ritorto dalle mille spire che si morde la coda; né, a distanza di cent’anni, placa la sua fame: perché il male è dentro l’uomo.
Dario Princic ha un viso scolpito e squadrato, quasi intagliato nella pietra: esprime con pacatezza asciutta le sue convinzioni incrollabili, una durezza apparente che credo si stagli su un fondo di dolcezza umana; un volto che mi ricorda quello di un carissimo amico di famiglia goriziano, buono e sfortunato, venuto a mancare tanti anni fa. Dario Princic non lo incontrai quel giorno su a Oslavia. Era affaccendato con il figlio e altri parenti e amici attorno a una ruspa. Si respirava un’aria laboriosa e autentica: in una parola, friulana. Ci accolse la moglie, che ci narrò di come Oslavia fu distrutta dalla guerra e ricostruita più a valle, di come il fronte passasse tra le loro vigne o poco oltre, di come ogni generazione delle ultime cinque abbia parlato combinazioni di lingue diverse, un multilinguismo variamente assortito che ha compreso l’italiano, il tedesco e lo sloveno.
Per la loro storia, possono queste alture magre che hanno i monti alle spalle e a meridione si aprono verso il mare, assaporandone quasi la luce, dar vita a  vini convenzionali ?  Io credo fermamente che l’originalità innegabile dei vini di Oslavia sia in nuce un atto ribelle verso il mondo industriale e del possesso, un gesto agricolo ed artigiano che è il grido di riconquista di un senso diverso del tempo e della storia, uno scarto laterale verso un’altra direzione possibile. Fremito dell’uomo e fremito della terra stessa, che ritrovo nel colore ramato pallido e luminosissimo di questa Ribolla, che forma sul calice gocciole rade e rapide alle quali segue una seconda trina di gocciole più fitte  e più lente. Affascinante solo a vederlo, ha un profumo  molto intenso e molto complesso. Mi sorprende  perché, vista la sua tinta, lo immagino stanco e evoluto e invece è fresco, i sentori ossidativi di aldeidi presenti, ma ben fusi in un dominante profumo floreale arioso ed ancor giovane di acacia e biancospino, fresie bianche, mimosa, lavanda. C’è poi la frutta fresca, pesche e albicocche, arance, e cenni vaghi di quella candita. Torna il senso di  ariosità  con uno sfondo di erbe aromatiche secche e tritate (maggiorana, rosmarino, foglie di borrigine), una speziatura di noce moscata. Il sorso è una sferzata di energia e di freschezza,  con un gusto intenso, concentrato e vibrante, succoso, di estrema salinità e acidità, quasi una scarica elettrica. Il corpo è rimarchevole, lievemente tannico, ed ha lunga persistenza. Tuttavia ciò che rimane inciso nella memoria è un senso di naturalezza, di scioltezza in bocca, di una leggerezza ritmata; il senso  di un vino sano, persino salubre, soprattutto  libero nella sua rarefatta raffinatezza. L’ho goduto eccellente su un risotto di mare e molto buono su un rombo con capperi e pomodoro; però le sue caratteristiche oblique gli donano  una principesca flessibilità sulla tavola, accomodandosi, ne son certo, ai crostacei, alle carni bianche, ai più vari formaggi. Anche per questo mi vien voglia di dirtelo vino senza eguali.

Les Choix 2011, Turner Pageot, 13,5 gradi.

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Sabato pomeriggio. Prendo il treno, vado a trovare il mio amico Matteo, che da qualche mese lavora a Londra in un negozio di vini in una zona un po’ fuori mano, ma che sta crescendo. Col tradizionale bus rosso a due piani attraverso quartieri residenziali sonnacchiosi ed altri multietnici, dove i colori vivaci ed un una certa trasandatezza si stringono a braccetto. La corriera si zittisce ai semafori e si muove silenziosa alle basse velocità: per ridurre le emissioni il motore a gasolio e’ assistito da uno elettrico. Ah, l’Inghilterra: come vorrei vedere un mezzo pubblico simile nei nostri centri storici! Infine il bus costeggia una schiera regolare di graziose casette vittoriane a due piani con l’ingresso ad arco, i davanzali fioriti e un timpano triangolare vagamente neoclassico a sovrastare la facciata, secondo uno schema regolare che si ripete sempre uguale per centinaia di metri. Si vede che sono abitazioni curate da una premura borghese. Ad un certo punto la strada si allarga e si anima di attività commerciali: ristoranti e botteghe dove scorre la vita di un fine settimana londinese, con la sua sovrapposizione di storie e di culture e quel senso di rilassatezza dinamica che è la sigla di questa metropoli. Con Matteo sono abbracci ed una lunga chiacchierata, interrotta sovente dal vai e vieni dei clienti. Curiosa formula quella del Boroughwines: un negozio alla mano nell’aspetto, dove puoi comprare vini e birra sfusi ma anche bottiglie di un certo livello; molte delle quali – diciamo così per brevità- sono naturali. Matteo è persona dalle tante risorse, di vino ne capisce assai  e in merito ha gusti simili ai miei: a fine pomeriggio posso non chiedergli un consiglio per assaggiare qualcosa di interessante? Mi suggerisce questo Les Choix 2011, vino biodinamico della zona di Gabian, in Linguadoca: un bianco vinificato con macerazione sulle bucce, del genere che oggi si definisce spesso “orange wine” . C’è chi li ama e chi li odia, quei vini.  A me stanno simpatici: garantiscono in genere un sorso interessante, ma sono a volte bevute difficili, spiazzanti, dall’abbinamento ostico. Questo di Turner Pageot, da uva marsanne in purezza, lasciato dovutamente areare qualche decina di minuti,  è però conciliante: splendidamente ambrato alla vista, di tenue profondità pastello come un fondale di Boldini, mentre ne godi il bel sembiante potresti sospettare e temere fastidiose ossidazioni, o quella punta di aceto (ovvero le aldeidi, a voler essere fini) che a volte sfora la quota della rinfrescante piacevolezza; qui invece troverai aromi nitidi, che rimandano chiaramente alla varietà d’origine: l’albicocca matura, la polpa di pesca calda di sole, le pere cosce, nella loro declinazione più mediterranea e meridionale, avvolte come sono da profumi di erbe aromatiche essiccate e delicate (timo, maggiorana, borragine) e da un fondo misuratamente dolce di bacche di vaniglia. Classico dunque. Vedilo: forma un velo di archetti fitti, irregolari e molto lenti, ma che si disperdono in fretta, raccontandoti, questa volta senza inganno, un vino di corpo medio tendente al leggero, di consistenza tattile quasi cremosa; però queste sensazioni che carezzano la bocca sono ribaltate come in una giostra dal calore alcolico e da una trama tannica notevole, da vino rosso, piacevolmente rugosa, come il tocco umido della lingua d’un gatto che lecchi il dorso della mano al padrone facendo le fusa. E li’ sta tutto il contrappunto, mentre lui si apre secco in bocca, svolgendosi salino con un’acidità moderata che solletica appena e chiudendo un po’ ammandorlato e un po’ piccante, con discreta lunghezza: nell’equilibrio sottile di morbidezze e durezze, che si sfidano alla volta di un torneo che non conosce vincitori né vinti ma resta sospeso in attesa di un giudizio superiore. Il cibo: quello è il complemento terzo, il tassello mancante. Non è facile – amico, amica che mi leggi- trovare l’abbinamento perfetto, cio’ che un vecchio poeta avrebbe definito “di sferica armonia”; però ecco che questo Les Choix ti invita al gioco di sperimentare, e tu non ti sottrarre. Accosta liberamente svariati accordi di sapore, con sprezzatura mischia l’Oriente e l’Occidente, l’Antico e il Moderno: in fondo la Linguadoca è terra d’arcani, con spirito rabdomante devi forse cercare. Abbi l’accortezza – se di  me un po’ ti fidi- di non berlo troppo freddo, ma fresco appena appena, o persino a temperatura di camera, appunto come fosse rosso. A sorpresa la mia perfezione provvisoria l’ho trovata nella semplicità di una zuppa di porri e patate col pane toscano: la morbidezza del tocco dell’una combaciando con la rugosità dell’altro; un giardino curato di aromi ed una rarefazione di materia, come lo zampillio di fontane.

Tbilvino Qvevris 2011, JSC Tbilvino per Marks & Spencer, 12,5 gradi.


Quand’e’ stata l’ultima volta che hai versato un vino bianco e, invece di trovarlo bianco carta o giallo limone, aveva un bel color dorato o addirittura ambrato? Parecchio, ne son certo, se non hai amici e parenti contadini o non ti sei appassionato alla causa di quelli che si chiamano, con voce alla moda e un po’ feticcia “orange wine”. Qui,per spiegare, mi occorrerà essere un po’ tecnico e – amico, amica che mi leggi – perdonami la noia e se la mia sintesi sarà, giocoforza, assai zoppicante e poco accurata: per i vini rossi abitualmente si pigiano le uve e si lasciano a contatto col succo, finché fermentato non diventa vino (si parla di macerazione); per i bianchi le uve si separano, così da estrarre meno sostanze ed ottenere liquidi più delicati al gusto ed alla vista. Però non è sempre stato così: vai indietro di cinquant’anni -o, ancor meno- e vedrai i nostri contadini pigiare allegri il trebbiano, il verdicchio, la malvasia, il fiano e quel grappolo che oggi chiamiamo friulano, lasciandoli qualche ora o qualche giorno con le bucce nel gran tino. Tradizione che invece mai si è persa in un paese bellissimo e remoto, lontano, all’ombra del Caucaso: la Georgia. Li’ si fa anche di più: il vino fermenta e matura non nel legno, ma in anfore di terracotta interrate: la Madre Terra, infatti, generosa stabilizza la temperatura e nel suo naturale refrigerare preserva aromi e sottigliezze. Meraviglia delle meraviglie: una viticoltura ed un far vino antichi di 6000 anni e pure Noè, primo vignaiolo della storia, parcheggio’ l’Arca poco lontano. Tuttavia, leggi qualche testo: nell’antica Roma non si faceva diversamente; e pure nel ‘600 così era per i bianchi della mia amata Valdinievole nei poderi delle tenute medicee: il Terzo, Montevettolini, Bellavista; il Padule troppo vicino ad infradiciare la terra per scavare profonde cantine e colmarle di botti. Chissà poi in quanti altri luoghi d’Italia! E, se posso sbilanciarmi, tante nostre vecchie varietà di uve magari ci guadagnavano, tirando fuori il loro meglio. Onore dunque alla catena inglese Marks e Spencer, che ha il coraggio di portare sullo scaffale un pezzo di storia: non berlo troppo freddo, perché è un rosso vestito da bianco, e vi scoprirai aromi molto delicati ma personali e suadenti di mele cotogne, di fico bianco, di miele di limone e di corbezzolo, di pesca essiccata e di mandorle. Al sorso non avrai un’acidità pulente, ma sufficiente per sostenere la sua corsa moderatamente salina, corposa, piacevolmente ruvida: ci troverai i tannini, come in un vino rosso appunto, ma sottili delicati e rotondi, un accenno soltanto; non dimenticare che stanno nella buccia e nel raspo dell’uva. Se lo farai danzare sulla lingua sentirai i rimandi che affascinavano il tuo naso, appena appena affogati dall’alcool. Insomma: sembra che non vi sia nulla di che, ma ti vien voglia di berlo e riberlo. Certo e’ più facile di altri “orange wine”: si nota la mano inglese della grande distribuzione che ha cercato di renderlo accessibile ai più, col vantaggio comunque di una bella flessibilità sulla tavola. Sta bene con gli stuzzichini saporiti e come lui ancestrali: formaggi caprini (ad esempio il Flor de Ronda Cabra), il Pecorino Romano, i taralli all’olio, le olive verdi di Novellara del Belice, o sul pesce – perché no, anche su un plateau di frutti di mare freschi. Io l’ho voluto provare -accostamento inconsueto, ma non spiacevole- sulle linguine al bottarga di cefalo di Orbetello, sminuzzata in punta di lama.

Pinot Grigio Isonzo DOC, Bressan Mastri Vinai, 2006, 13°

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Se vai a Londra ed ovunque in Inghilterra, scorrendo una qualunque lista, il vino italiano che immancabile troverai non è un Chianti, non è un Prosecco, ma un Pinot Grigio – se sei fortunato, del Nordest. Ordinalo: ti sarà probabilmente ammannito un pallidissimo intruglio di recentissima annata; per lo più inodore, insapore e incolore; sicuramente ghiacciato e senza alcuna riconoscibilità sensoriale, se non un vago ricordo petrolchimico, quasi nascesse non tra le vigne, ma nelle secche del porto di Marghera. Poi però in Italia tu puoi trovare questo Pinot Grigio friulano di Farra d’Isonzo e l’orizzonte cambia. E’ un 2006 e non perch’io l’abbia dimenticato in cantina (“desmentegà”, dicevano i vecchi lombardi), ma perché chi lo produce a lungo ad affinarsi lo rinserra. E se lo versi nel tuo calice, eh che colore! Trasparentissimo sì, ma ramato come un vecchio paiolo appeso lì vicino al camino; come un Amontillado di Jeres de la Frontera; ed infatti te lo aspetteresti ossidato, con un odor scomposto marsalato, da vin vecchio andato a male. La sorpresa: è un profumo che accoglie e quasi investe grazioso il tuo naso – e te ne fai sedurre; sì, fuori dagli schemi forse, ma quell’insieme di albicocca, giuggiole, foglie di pomodori freschi ramati (sì, anche quelli ci sono, ancor umidi di guazza), di fiori di sambuco e di tiglio, di fieno secco tagliato e raccolto in govoni lasciati ad asciugarsi al sole, di mallo di noci, di mandorle, tutti armoniosamente fusi, freschi, balsamici. La bocca, se l’assaggi, se possibile è ancora più fresca ed aggiunge stupore a stupore. Delicatissima e saporita, equilibrata ed elegante, persistente, pulita e sgrassante, di bilanciata acidità, con appena un ritorno di albicocca essicata, che ammanta di una residua dolcezza un bere che diversamente e secco, giusto, saldo, con un vago ricordo di resina di pino a rimandare un’eco lontana, come una campana in una distanza domenicale. In due parole: distinto, elegante. Goduto su cappelletti in brodo, eccellente su un brie artigianale. Eppure c’è un però, che a me lascia la bocca amara. Sì è parlato tanto ultimamente di Fulvio Bressan per frasi aggressive e razziste che ha scritto su un social network. “Allora”, dice, “non è vero che il vino assomiglia a chi lo fa”. Bressan (uno dei migliori vignaioli italiani; e chi, a seguito della vicenda, nega  la grandezza dei suoi vini, non è intellettualmente onesto) lo conobbi anni fa ad una fiera: certo è un uomo caratteriale; ma chi di me l’ha meglio conosciuto ne testimonia la genuina generosità e la cultura. Dio bòn! Come fai allora a scrivermi quegli orrori? Ma sulla bocca di quante persone – buone e generose- sento quelle stesse parole, quei discorsi? Che bisogna condannare, diamine – ma ha senso la sola filistea condanna? Chiediamoci piuttosto perché tali sentimenti son così diffusi. Perché c’è in Italia questa esasperazione, per cui non si può più stare  gli uni accanto agli altri, ma solo contro? Perché non si ha più il concetto del peso delle parole e siamo facili all’insulto, al crucifige,  dove tutti sono contro tutti, senza neppure uno sforzo per capire le ragioni del prossimo?Tra chi è immorale e chi fa la morale, siam diventati un paese di cuori aridi, che vede solo bianco o nero, eternamente guelfi e ghibellini. Dove chi difende i valori tradizionali è solo un nemico da annientare, non qualcuno con cui dialogare perché tutti realizzino il sacrosanto diritto di non essere discriminati; e, allo stesso modo, chi è diverso da me, diventa il capro espiatorio di tutti i mali nazionali, in un Paese che non conosce più il significato della parola “rispetto”. Guardiamoci tutti allo specchio: il male dell’Italia lo portiamo un po’ tutti dentro, sta in quel che facciamo ed in quel che non facciamo. Anni addietro – ricordo, una sera- si parlava appunto di valori davanti a una birra (eravamo ragazzini ed il vino non era come oggi di moda); un amico mi disse: “I valori sono l’oppio dei vecchi”. Io penso che i mali comincino da quei pensieri lì: in Italia la crisi economica è figlia di una crisi culturale, di un mondo agricolo millenario che si è dissolto in vent’anni del dopoguerra in favore di una finzione consumistica e industriale che ci hanno sbandierato davanti e che si è rivelata solo un siparietto da teatrino di provincia: oggi lo vediamo. Ed ecco allora che anche uno come Bressan, che coltiva la terra senza pesticidi, seguendo la natura e non il mercato, si trova anch’egli invischiato nello stesso liquame che vorrebbe sfuggire. Qui, amici miei, bisogna trovare la forza di saper fare un salto.

Per saperne di più: http://www.bressanwines.com/