Pinot nero dell’Oltrepò Pavese “ Carillo” 2018, Frecciarossa, 13 gradi.

“I vini di Frecciarossa, di cui descriviamo i quattro tipi, costituiscono l’artistocrazia dei vini dell’Oltrepò”. Luigi Veronelli.

La lapidaria affermazione, tratta dallo splendido volume “I vini d’Italia” di Luigi Veronelli, edito da Canesi nel 1961, testimonia in qual conto fosse tenuta all’epoca l’azienda Frecciarossa di Casteggio, provincia pavese.

Marchio storicissimo: la tenuta, acquistata nel 1919 dalla famiglia Odero, venne subito impostata secondo tecniche produttive borgognone e champagnotte, commercializzando ed esportando vini in bottiglia già negli Anni Venti, quando in Italia il vino si vendeva perlopiù in botti e damigiane, che venivano portate su carri alle osterie e ai ristoranti.

Sin dal principio le uve tipiche della zona vennero affiancate dal Pinot Nero e dal Riesling per la produzione di vini fermi e spumanti, che si fecero appunto un gran nome: vuoi per le tecniche d’avanguardia, vuoi per l’abilità commerciale (parleremmo oggi di marketing), vuoi per le peculiari caratteristiche della collina di Frecciarossa (corruzione del toponimo Fraccia Rossa – ovvero frana rossa – che alludeva al colore ferrigno delle argille del suolo, sovente erose dalle acque piovane). Probabilmente il successo fu combinazione di questi tre elementi, uniti alla caparbietà di Giorgio Odero, al quale è oggi intitolato il più ambizioso Pinot Nero della firma.

Esiste però nella gamma aziendale anche un altro Pinot Nero, volutamene più semplice, giovane, vinificato e affinato in acciaio: il Carillo, che mi ha subito incuriosito. D’altronde il potenziale del pinot nero oltrepadano è noto: persino il grande produttore langarolo Bruno Giacosa, leggendario conoscitore di uve, acquistava in Oltrepò il pinot nero per il suo metodo classico.

Il Carillo mantiene felicemente le sue promesse, perché è un ottimo esempio di Pinot nero fresco, lieve, immediato, ma ricamato finemente.

Di color rubino molto trasparente, ha lacrime veloci, irregolari, evanescenti.

Il profumo è spiccato, sfumato, arioso, giovanile, molto particolare: unisce la freschezza di un confit di fragoline rosse toni eterei e più autunnali di fiori secchi, sangue, ferro, ai quali segue una scia morbida di spezie: cannella e noce moscata.

Ha discreto corpo, felice ampiezza, sorso tonico, piacevolmente alcolico, con contrasto caldo-fresco basato più sulla salinità che sull’acidità. I tannini sono di grana piuttosto fine; la loro presenza: discreta. La persistenza: proporzionata, fruttata.

Ventura ha voluto che lo gustassi a Pasquetta di questo strano 2020, sfruttando il balcone e un tavolinetto da bistrot, su crostini di cacciagione e dei malfattini di pane in brodo, vecchia ricetta milanese, di quelle così tradizionali che – ahimè – nei ristoranti non si trovano più.

E questo Carillo, bevuto fresco, all’aria aperta sotto un sole che baciava, c’è stato talmente bene che ho pensato sarebbe il vino perfetto per un bistrot autenticamente milanese, cioè di eleganza semplice e riservata, dove ritrovare le ricette delle case di un tempo, uscendo dal risaputo cortocircuito di ossobuco, risotto, cotoletta.

Sarebbe un bel posto e si berrebbe meglio che in quelli parigini.

Franciacorta Extra Brut, sboccatura 2 sem 2010 , Faccoli, 12,5 gradi.

Negli ultimi anni mi son tenuto  alla larga da certi gruppi di appassionati di vino, abbastanza da non saper più nemmeno veramente dire che cosa è di moda  e che cosa non lo sia. Mi piace, e mi è sempre piaciuto, seguire un’idea mia, magai un po’ obliqua, trasversale, sghemba, ma libera di andare dove le pare – ed io libero con lei. Ricordo che presso codesti circoli, o piuttosto rassembramenti, il nome degli spumanti metodo classico di Franciacorta era -e forse ancora è- in disgrazia, ben oltre il segno comprensibile di qualche concreto demerito; eppure quello di Faccoli veniva salvato per eccezione e agitato come un feticcio, al punto da risultare quasi antipatico come lo sono tutte le scelte imposte dalla massa, che spesso sceglie senza supporto di un pensiero critico, ma per sentito dire. Entravi in certe enoteche o ristoranti e già sapevi che avresti trovato Faccoli; parlavi con certe persone e: “Io non bevo Franciacorta” (o “non tratto”: la variante), “ solo Faccoli”, dicevano. Al punto che di Faccoli io alla fine nemmeno ne volevo sentir  parlare: me ne ero allontanato così tanto da rimandare, oltre ogni concreto impedimento e giusta ragione, l’apertura e l’assaggio di qualche bottiglia in mio possesso, acquistata appunto anni addietro per genuina curiosità e per l’onda della moda. Inoltre uno spumante di Faccoli, rosato, aperto davvero dopo troppi anni dalla sboccatura, aveva mostrato tutto il peso del tempo trascorso, lasciandomi un certo disappunto e poche speranze per le restanti bottiglie.
Ma quando ho aperto questo extra brut, che è il vino più distintivo dell’azienda, oh meraviglia! Di un bel giallo limone carico, dalla bolla fine e delicata, è eccellente  malgrado i 7 anni passati dalla sboccatura. Nasce da Pinot Bianco e Chardonnay e in massima parte i vini base sono d’annata singola: praticamente è un millesimato. Il Pinot Bianco, con le sue eleganti delicatezze, è  identitario per la denominazione, giacché si trova in molti Franciacorta riusciti; anche qui appone la sua firma, ma il risultato è  personalissimo. Questo extra brut ha un profumo molto intenso, vinoso e fungino: un’abbondanza di porcini secchi, disegnati con precisione. Poi, in dettaglio, fiori di sambuca,  arance e albicocche candite, tocchi di limone fresco, una speziatura dolce di noce moscata ed un senso vegetale di legno che è vivido e naturale, perché è muschio e corteccia ed in particolare corteccia di eucalipto, se la conosci. C’è qualcosa di carnoso, di ematico, di empireumatico, e insieme qualcosa di verde: il profumo dell’alloro e quello sfaccettato di altre erbe botaniche, come le distillano, care alla mia memoria,  i monaci di Camaldoli. C’è qualcosa di anice e di rosa e di mandorle, quelle buone, fresche e semplicemente pelate, non tostate; è una mineralita forse un po’ ammansita, ma scoperta.  Al sorso è notevolissimo, dritto, di quella stessa scabra eleganza che ha il Monte Orfano dal quale proviene, isolato e testardo in mezzo alla Pianura Padana, sola emergenza marina con i suoi conglomerati e i suoli poveri, fiero e ruvido come solo certi bresciani sanno essere. Di buon corpo, con un’acidità  davvero alta e una dolcezza media in senso assoluto (quell’acidità va pure compensata, per avere equilibrio), ma decisamente contenuta per uno spumante, marca appena un po’ di alcool nel lungo finale, ma in sostanza è deciso, energico, longilineo, piuttosto sfaccettato; mi verrebbe quasi da paragonarlo, absit injurias verbis, ad uno champagne di vigneron, per la qualità e la focalizzazione che esprime: un territorio, uno stile, niente compromessi. Da non gustare troppo freddo per goderlo appieno, sulla tavola è flessibile e con lui mi sono divertito a giocare; ma chissà che matrimonio sarebbe stato con un’astice o un’aragosta?

Bourgogne AOC, Cuvee de Noble Souche, 2005,  Denis Mortet, 13 gradi.

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Fu il vino dell’amore col Pinot nero e con la Borgogna; forse, col vino tout court. Una sera, tanti anni fa, fredda. A prima vista: il suo colore, il suo profumo, il suo bacio. Sensazioni mai immaginate, lo svelamento di un ideale fino ad allora solo vagamente immaginato. Il mio ideale della donna da sposare: accogliente, femminile, sensuale, elegante, morbida. Perdona, amica che mi leggi, se posso sembrarti un poco maschilista qui: è che da allora di vini ne ho assaggiati parecchi, e parecchi prima ancora, ma con nessuno ho più avuto quella sensazione lì. Col Sangiovese, che pure può essere gentile, io mi posso immedesimare: vi affondo le radici e sento l’eco dei miei avi; in un Nebbiolo, trovo il maestro, l’amico che ti ascolta, il senso del conforto. Ma sono vini maschi, al confronto con questo Borgogna. Specifico: questo Borgogna. Ne ho assaggiati altri negli anni, anche di caratura superiore se vogliamo, da Cru blasonati: più profondi, complessi ed articolati magari, ma nessuno con la stessa scorrevolezza agile, con la levità intensa e carezzevole di questo di Denis Mortet, con quel suo modo di stare a tavola senza attrarre troppo l’attenzione, ma blandendo in maniera sottile ed obliqua, quasi impercettibilmente. Unico per la sensazione che mi regala di star naturalmente bene, di non aver bisogno di un dialogo per parlasi e capirsi, come se bastasse un gioco di sguardi, o al più uno sfioramento, pelle a pelle.
Da tantissimo in realtà non lo incontro. Ne riposano sei bottiglie nella mia cantina di Milano. Mi decido infine un certo giorno a spostare gli scatoloni affastellati, pieni di  altre bottiglie, ognuna che racconta viaggi, ricordi, storie, e sposto vendemmie e territori, scoprendo che cosa si è sedimentato nel tempo; ma ne voglio una di quel Borgogna, perché domani compirò quarant’anni e per la prima volta dal 2011 potrò festeggiare nella tiepida quiete della mia famiglia.
Temo l’incontro e ne sono anche un po’ emozionato e preoccupato: per le mie conoscenze, non è affatto garantita la tenuta di un vino come questo per 12 anni; o, meglio, non è detto che l’evoluzione sia virtuosa: in fondo è un semplice Bourgogne AOC, non un Premier Cru o un Grand Cru.
Il tappo di sughero è lunghissimo. Accenna a spezzarsi quando esercito forza, ma riesco destramente ad estrarlo. Sorrido, perché anni di esercizio sono evidentemente serviti; ma più ancora perché già dal fiato della bottiglia capisco che il vino è in ordine: non è compromesso da spunti acetici, ossidazioni o altro.
Lo verso e godo la bellezza del suo color rubino trasparente che tende appena al granato, con gocciole belle, perfette. Il suo profumo! Ricordo che giovane mi sembrava una droga per la sua armonia e un amico ci scherzava su sarcastico, dicendo che lo si poteva considerare un sostitutivo della cocaina. Oggi è più maturo, ma ancora in evoluzione: se ha perso in fruttato, ha tuttavia ancora un bilanciamento meraviglioso, che si è spostato più sulle spezie. Eppure è ancora lui: molto intenso, puro, profondissimo, risonante, solenne, arioso come le navate di una cattedrale gotica, luminosa ma ricca di chiaroscuri, con fragola e più ancora fragola di bosco, con una sfumatura floreale tra la rosa, la viola e la mimosa. Le spezie, l’accennavo, sono tantissime: pepe e noce moscata in evidenza, cannella e chiodi di garofano; chi più ne ha, più ne metta. Un tocco di cipria, molto lieve, civettuolo, che contrasta con un fondo autunnale di tabacco e foglie ingiallite, più serio e compunto. Infine, come una scia variegata, un’affumicatura leggera, vaniglia, ricordi marini che mi richiamano alla mente l’odore delle posidonie al sole sulla battigia, il muschio ed un sospiro appena mentolato e di grafite e di pietra bagnata. Tuttavia è l’unione equilibrata di tutti gli aromi ad essere magica come una droga, non qualcuno di essi in particolare. L’assaggio: un beva piena ma leggiadra, setosa e ricca di nerbo; forse appena sfrangiata dall’età, ma è cosa assai lieve. E’ rotondo, dolce al tatto sul palato (ma, bada bene, non al gusto); senza una nota fuori posto, anzi, con una accordatura perfetta ed armonica che fa godere, come quando si ascoltano certi clavicembali antichi e ben temperati negli arpeggi delle Toccate di Girolamo Frescobaldi. Ha un tannino finissimo e di vera, superba eleganza;  un’acidità decisa, ma dissimulata, distribuita, irradiante. Il suo sapore è concentratissimo, in un dialogo tra fiori e spezie, forse appena semplificato rispetto all’olfatto, ma il sorso è in progressione ed in crescendo, fresco, lunghissimo, con un alcol equilibratissimo, che apre alla soddisfazione di un contrasto caldo-freddo magistrale. Leggiadria e potenza, verrebbe da riassumere, ma ancora non si è detto abbastanza di come a tavola sappia essere un perfetto compagno camerista, più che un ingombrante solista.  Io ad esempio l’ho gustato,  e parecchio, su un bollito misto con pollo, vitello, manzo, lingua e cotechino. L’amore si rinnova; malgrado qualche minima ruga, malgrado la constatazione, dopo tanti assaggi, che un lieve e forse impercettibile ammiccare a certi Pinot del Nuovo Mondo esista pure, realizzandosi in forme armoniose  e atletiche che sono lontane da una certa essenzialità ossuta. Sorprende quasi, se si pensa che le uve vengono da una zona estremamente secondaria e difficilmente ascrivibile alla rinomata Cote d’Or. Vengono dal piccolo paese di Daix, parte della misconosciuta Cote Dijonnaise, giusto nord ovest delle città di Dijione, non troppo oltre una distesa di sobborghi dal carattere industriale. Però a Daix ci sono delle belle colline dove le uve crescono a circa 400 metri sul livello del mare, su suoli bruni  e molto gessosi,  ma le vigne sono poche e poche forse sono sempre state. Denis Mortet, però ci credeva e da questi terreni meno famosi provò a trarre un vino che fosse accostabile a quello dei Cru più celebrati, ai quali aveva comunque accesso per proprietà o come affittuario: Gevrey Chambertin, Chamberlin, persino Clos de Vougeot, poi molti altri. Aveva fama di essere un gran perfezionista e i suoi vini, non filtrati e non chiarificati, si diceva fossero: “di pieno corpo, concentrati, armoniosi, intensamente profumati e di splendida eleganza”, tutte caratteristiche che ritrovo, lo sai, in questa meraviglia di Bourogne AOC 2005. Denis Mortet, Infatti, da qui terreni misconosciuti creò un vino grandissimo, in quella che fu la sua ultima vendemmia. Quando il vino riposava da poco nelle botti, una mattina di gennaio del 2006, si uccise con un colpo di fucile nel parcheggio di fronte alla sua cantina. Aveva appena 49 anni. Si dice che fosse depresso. Si dice. Per me resterà sempre una domanda senza risposta come possa uccidersi chi ha il dono  creare un esempio di così fulgida bellezza. Misteri dell’anima umana oscuri e terribili, inutile sondarli: meglio esercitarvi una cristiana pietas.

Monsupello Nature Metodo Classico Pinot Nero, 13 gradi.

Credo che l’Oltrepo’ Pavese sia uno dei distretti vinicoli più belli e sfortunati d’Italia. La bellezza è evidente: basta recarsi colà, in quello che Gianni Brera chiamava “il mio orizzonte di pampini”, per rendersene conto: le colline ubertose, varie in forme e terreni; le differenze altimetriche; le bellezze boschive. In certe parti le vigne si distendono morbide e tonde come sui seni ampi e prosperi di una donna sdraiata che riposa; altrove, le pendenze sono talmente ripide (e i suoli spesso così sassosi) che si potrebbe parlare a ragione di viticoltura eroica. E non mancano – lasciami amico o amica che mi leggi stiracchiare un poco i concetti francesi- i Cru (uno per tutti, il Barbacarlo), gli Chateau storici (ad esempio, Frecciarossa), i vigneron, i villages.
Purtroppo non sono mancati negli anni scandali, frodi, fallimenti, o anche semplicemente  una gestione enologica, commerciale e legislativa zoppicanti, che hanno velato la zona di una nebbia più fitta di quella padana.
Si dimentica spesso poi che l’Oltrepo’ è la piccola patria italiana di uno tra i vitigni più nobili, apprezzati ed alla moda: il pinot nero. Arrivato in zona già a metà Ottocento con barbatelle prelevate in Borgogna, con quasi 3000 ettari esso copre oggi circa il 75 per cento della produzione nazionale. Nei casi migliori si può anche esclamare: “e che pinot nero!”. Infatti anche un produttore leggendario come il langarolo Bruno Giacosa si approvvigiona qui per le uve del suo metodo classico: ampio, vinoso, bellissimo.
Perciò, non è una sorpresa che mi si parli bene di questo  Nature Metodo Classico Pinot Nero, una piccola produzione dell’Azienda Monsupello. Ed io curioso, trovatene una bottiglia, mi dispongo all’assaggio, trovandolo di un bel colore limone carico, sì, ma vorrei dirti biondo, ramato. La sua mousse è delicata, di media persistenza: nulla più.  Ha un buon profumo nitido e fresco, di  media intensità, con aromi agrumati di  limone, arancia e  chinotto, di frutta a polpa bianca fresca, come  buccia di pesche; un po’ di quei sentori che derivano dall’affinamento e dal riposo in bottiglia, come mandorle e crosta di brioche, ma neanche tanto marcati a dispetto dei 30 mesi sui lieviti, a tutto vantaggio di una sensazione ariosa. C’è una nota minerale leggera, come di iodio. È un profumo quasi un po’ da cercare, in fin dei conti, come esprimesse una sua timidezza, chè solo apparenza, se la sostanza è quella che inonda il palato: lì c’è grinta vera, perché è pieno di corpo, secco, persino piuttosto tannico (per la tipologia) e con una acidità altissima: non scherza affatto, avanzando deciso verso un finale molto lungo: se  si può dire, non solo persistente, ma anche pertinace, con una giusta intensità di sapore. Insomma, vista la fama attribuita agli spumanti oltrepadani,  l’aspetti morbido, largo e piacione  e lui invece è netto, dritto, rigoroso fino quasi all’austerità. Più che il lombardone grasso tipizzato da Gino Bramieri, ricorda più certi intellettuali segaligni di stampo protestante e giansenista, come il Carlo Cattaneo delle Cinque Giornate del ‘48. E chissà: se nel salotto risorgimentale della Contessa Maffei tra le note di Verdi si beveva spumante, probabilmente era Champagne, ma a me piace pensare con un falso storico che fosse questo Monsupello. Ottimo, naturalmente, sul pesce e come aperitivo, ma per me, stanco per la  prima giornata di lavoro italiano dopo 5 anni all’estero, il pieno godimento è stato con un salame Milano.

Brut Argentina Methode Traditionelle , Chandon, lot.17273, 13 gradi.


Certo che un Metodo Classico argentino incuriosisce…e quel nome, Chandon?Massi’, come hai fatto a non pensarci! Voila’: la celebre Maison di Champagne Moet & Chandon sul finire degli anni Cinquanta cercava nuovi spazi – in tutti i sensi- ed andò fino in Argentina per scovarli. Poi, già che c’era, si concesse altre zingarate, in Australia ad esempio, ma questa e’ un’altra storia. Fatto sta che ai piedi delle Ande trovo alcune zone adatte ad impiantarvi Chardonnay e Pinot Noir per le basi spumante; il bagaglio tecnico certo non mancava…c’è eccoci qua. “Sicche’, com’è codesto spumante?”, tu mi dirai, “assomiglia a uno Champagne?”. Piano, piano: si sente che è un Metodo Classico fatto molto bene, senza sbavature, con tanta sapienza; ma, tecnica a parte, il territorio conta ancora qualcosa e quello dello Champagne dice ancora la sua: o piuttosto la sventola, la esibisce con una grazia ed una forza di convincimento senza pari. Però qui hai un ottimo spumante, con un bel colore dorato scarico, una mousse sulle prime quasi un po’ aggressiva ma dalla bolla molto fine e persistente. Al naso e’ un po’ più caldo, maturo e fruttato (ecco un termine in voga tra la fine degli anni Novanta e i Duemila!), di uno Champagne, con belle note di cedro, di buccia di albicocca, di lime, di banana; ma non mancano poi gli aromi di lieviti, di crosta di pane e di mandorla amara, e soprattutto una certa affumicatura intrigante, si’, ma insistente. Ed alla bocca e’ importante, benché non pesante, di buon corpo e discreta lunghezza, con un che di piacevolmente salato che rende dinamica ed interessante la beva, ed una acidità bella alta, eppure sempre più abbordabile di quella di un “vero” Champagne; e sempre quella certa terrosa affumicatura, che si sostituisce alla snella slanciata eleganza dei migliori francesi e che, per dirla tutta, un pochino -poco- mi fa pensare a un Cava di Spagna. E dunque? A me garba, perché interpreta in un modo originale, più ciccione e caciarone, un’idea di vino spumante diversamente non solo elegante, ma persino austera, rendendola gioviale ed amichevole perché virata sul frutto, sulla bolla titillante senza timidezze (anzi, quasi un po’ aggressiva), su na acidità non bassa ma certo contenuta, su una certa carnosità cui contribuisce un dosaggio mi pare non proprio minimo, forse consono agli standard gustativi del cosiddetto Nuovo Mondo. Tuttavia -amico, amica che mi leggi- ti prometto che si fa apprezzare come e più di certi Franciacorta nostrali (quelli, sia chiaro, vinificati senza troppa cura). Ed infatti senza troppo riguardo me lo son goduto -absit injuria verbis- con due salsicce toscane bollite.

Spumante Metodo Classico Brut “Quattro”, Opificio del Pinot Nero di Marco Buvoli.


Si ha un bel dire che il vino spumante metodo classico si dovrebbe aprire anche fuori dai momenti di festa. Rimane sempre collegata ad esso, al gorgogliare delle sue bolle, un’idea di godimento speciale e allegro nel puro bevitore; un’aspettativa segretamente ansiosa nell’appassionato, che sa quale alchimia e dedizione ci vogliano per crearlo: la manualità’ di certe operazioni (ma è ancora tale?) dai suggestivi nomi francesi (remuage, degorgement), le corrette basi (da miscelare accuratamente), la magia dei lieviti sui quali il vino dovrà a lungo riposare (per prendere spuma e carattere), l’accorta aggiunta dei liquori di tiraggio e di spedizione, che sono come la vernice sui violini di Stradivari, cioè il tocco finale e segreto dell’artista. Ecco, se apro questo Brut di Marco Buvoli non posso non pensare all’opera di un architetto, tale e’ l’equilibrio delle sue parti, quasi a ricercare una proporzione aurea di palladiana memoria, che sa pacificare l’animo riannodando armoniosamente l’interna tensione che lo pervade. Vedine la tinta chiara, luminosa, di limone con riflessi ramati, il perlage fine e persistente. Sentine l’aroma nitido e screziato, che sa essere sottilmente vinoso -come t’aspetti da uno spumante di Pinot Nero in purezza- ma con la misura di una seduzione notturna e insinuante di un chiaro di luna; che ha il calore e la sensualità del burro, della pasta di brioche, delle nocciole, ma delicata, ingenua, giocata sulle mezze tinte, subito dispersa come nuvola leggera da una freschezza dolce di limone, di pompelmo, di cedro, di pesca. Elegante, senza asprezze: c’è come una mielatura che ha l’effetto delle vecchie sordine di pelle sugli archi, che creavano un senso sfumato di attenuazione e distanza ed ogni nota diveniva ancora più preziosa, evocativa; ma oggi non s’usano più. Anche alla bocca la risenti, dimenticandola subito sulle tracce di un’alta salinità, di una dissetante acidità, di un meditato contrasto che ne fanno il portamento fiero e dritto, ma senza forzature, aggraziato; anche di corpo, ma senza grassezza. C’è in esso, in ogni suo dettaglio, una sorvegliata veduta d’insieme, un raffinato congiungersi dell’alfa con l’omega. Marco Buvoli e’ vignaiolo per passione, non per vivere; lo crea – mi si dice- con metodi complessi ma semplicissimi a un tempo. La cura delle sue mani, dei suoi occhi, del naso, del palato e soprattutto di una mente architettonica: per arrivare a un tale risultato il disegno devi averlo ben chiaro in testa dall’inizio; come la campata si fonde alla colonna, come il transetto si innesta alla navata, definiscono lo slancio che volterà la cupola. Questo spumante si chiama “Quattro” e significa che riposa 48 mesi sui lieviti, che sono tanti; ma rappresenta solo l’ouverture degli spumanti di Marco Buvoli: aspetto che s’apra il sipario e di assaggiare l’Otto, magari visitando l’Opificio del Pinot Nero, a Gambugliano in provincia di Vicenza, per conoscere questo architetto del vino.

Per saperne di più: http://www.opificiopinotnero.it

Beaune Premier Cru Cent Vignes 2007 Albert Morot, 13 gradi.


Nel 1395 un editto proibì in Borgogna la coltivazione dell’uva gamay in favore del più nobile pinot noir e fu l’inizio della fortuna: tutte le attenzioni concentrate su quella sola uva nera e sulla classificazione dei territori a lei più adatti; l’unicità a favorire il commercio.L’Europa si riprendeva allora lentamente dalla strage e dai lutti della peste, la Morte Nera. “Tintinnabula non sano lacrimæ non clamans. Tan nos did eram expectant mortem” (“Le campane non suonavano più e nessuno piangeva. L’unica cosa che si faceva era aspettare la morte”): quasi la metà della popolazione finita a riempire le fosse, forse 25 milioni di persone. La città di Beaune era un luogo di passaggio obbligato da nord a sud, da est a ovest. Mercanti, nobili, faccendieri, pellegrini, studenti, dame e prostitute: la vita riprendeva il suo corso, con fame rabbiosa di piacere, di dimenticare gli incubi, con la consapevolezza che tutto sarebbe stato diverso. “In taberna quando sumus, non curamus quid sit humus”: “quando siamo all’osteria, non ci curiamo se siamo cenere”, e brindisi e gozzoviglie e baci e risa. Questo Cent Vignes di Albert Morot, così gioioso, diretto, spigliato lieve e succoso; vino per trovar calore da un viaggio nel gelido inverno o per ristorar la sete, o per sciogliervi la malinconia, per cercarvi compagni, per brindare all’amore. Perché, se appena aperto e’ appesantito dagli odori dei legni di affinamento, presto se ne libera, come da un’inflessione provinciale cui tu più non badi. Ne amerai il rosso rubino di media intensità, luminoso, che rilascia sul vetro archetti irregolari che subito si sciolgono in gocciole che scorrono veloci come dopo il piacere. L’odorerai, e saran subito tuoi intensi i lamponi, il ribes, le selvatiche fragoline, scorza di mela rossa red delicious ed un che di incenso, di noce moscata e di cannella, di chiodo di garofano, di liquerizia, perfino di tavola ben liscia, oleosa, opra fina d’un falegname, per una volta non spiacendoti, ma regalandoti un senso benvenuto di solidità, di tranquillo approdo ai piaceri e soprattutto al conforto del desco. Soave nel tannino sottile, elegante ma con una punta di piacevole rusticità terragna, leggero di corpo e gustoso, in bocca ti stuzzicherà con un’acidità ben schietta che è come uno scherzo ingenuo o piuttosto una schermaglia amorosa. Vino questo che è femmina, si’, ma spiritosa, arguta, fisico piacente e scattante ma soprattutto sorriso, sguardo brillante. Vino questo per brindare alla vita. Te lo dico sul pollame in tutte le maniere, o su certe formaggette vaccine semi stagionate o a crosta fiorita, delle quali son maestri gli amici francesi.