Champagne Nectar Imperial Demi-Sec n.m. Moet & Chandon, 12 gradi.

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Ecco lo Champagne del vero snob! In un’epoca che la moda vuole spumanti secchi, extra brut, pas dosé, pas operé, e di piccoli produttori artigiani, ecco qui il vino spumeggiante di un colosso produttivo da dieci e più milioni di bottiglie dalla qualità implacabilmente costante, declinato nella versione demi-sec, con un residuo zuccherino di 45 grammi per litro: ovvero abboccato, usando un termine bellissimo e desueto che si ritrova ( o ritrovava?) per i Lambrusco, gli Orvieto, i Frascati, i Bonarda dell’Oltrepo’. D’altra parte lo Champagne della Russia degli Zar e degli eccessi del Moulin Rouge era ben più dolce di quello che siamo soliti consumare oggi: demi-sec, appunto, o addirittura sec – più dolce ancora. Non dobbiamo dimenticare: fino a 60, 70 anni fa’ una caramella era un lusso,  il gusto dolce raro e particolarmente apprezzato. Inoltre: a berlo fuori pasto, con una soubrette, dopo una lauta cena ( di quelle ottocentesche! Per dirla con Carlo Collodi, l’autore di Pinocchio: “Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa”), ci stava bene un bel vino dolce o con tendenza dolce. Non si trova però facilmente oggi lo Champagne demi-sec: questa bottiglia l’ho trovata in offerta in un supermercato Sainsbury’s e giusto perché si era sotto Natale. Eccolo qui Pinot Nero dal 40% al 50%, Pinot Meunier dal 30% al 40%, un po’ di Chardonnay ( dal 10% al 20%). Un bel color limone, bolle molto fini ma decise, abbondanti e persistenti (direbbero i colti: una spuma cremosa), aroma molto intenso, maturo, di frutta tropicale e candita (ananas e mango), susine verdi, albicocche, vaniglia, un’idea appena di pompelmo a rinfrescare il tutto. Voluminoso in bocca, cremoso e oleoso, non stucca malgrado la dolcezza, perché si mantiene fresco: ha un’acidità altissima e le note ossidative sono ridotte al minimo, giusto una sfumatura per dare profondità. Certo: hai  gli aromi dei lieviti, ma non troppo insistiti. Finale sul palato lungo, a ben vedere un po’ troppo insistito sulla dolcezza, con un ricordo un tantino didascalico e sentimentale di zucchero filato da lunapark o da sabato all’uscita dalla scuola. Pazienza, perché è ora che comincia il gioco, che è quello dell’abbinamento. Provalo – amico, amica che mi leggi- sulle cucine orientali: certe vivande della tradizione thailandese, ad esempio. Se vuoi essere davvero contro corrente però, accostalo a qualcosa di ancora più esotico: certi piatti locali della nostra tradizione, e con essi ti potrai io credo sbizzarrire. Dal piacentino: pancetta arrotolata, pisarei e fasö, torta bortellina. Dal milanese: il riso al salto, la cotoletta con l’osso cotta nel burro, i nervetti. I piatti sapidi della cucina romana: cacio e pepe, pasta alla gricia, l’amatriciana, oserei persino i rigatoni alla paiata e la coda alla vaccinara. (Se ne trovo qualche altra bottiglia giuro che questi abbinamenti li provo tutti). Altrimenti – è di rigore- con una ballerina di can-can.

Rosammare 2013, Rosato Terre Siciliane IGP, Barraco, 11 gradi.

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L’ultima volta che ho incontrato Nino Barraco è stato per una degustazione di suoi vini a Londra. Intendiamoci: non che noi si abbia dimestichezza, giacché ad onor del vero lo avevo incontrato di persona un’altra volta soltanto, io credo; ma di questo vignaiolo intellettuale – anzi, mi verrebbe da dire filosofo-  mi era rimasto un ricordo vivissimo. I suoi vini! Quelli sì li ho incrociati più volte: roba da cadere in ginocchio come davanti a un’apparizione. Perché sono buoni? Sì, lo sono. Perché sono perfetti? No, non sono perfetti; per nulla. Però, se sostituiamo alla parola “perfezione” la parola “identità” allora sono dei vini di grandezza assoluta, delle vere bombe H. Questo vignaiolo siciliano coltiva le terre nella zona di Marsala, quelle vigne dalle quali si dovrebbe trarre storicamente il vino base -chiamiamolo così- per il Marsala: tradizione locale antica di vini secchi di qualità – che sappia io – nemmeno l’ombra, al massimo qualche damigiana per autoconsumo. Anzi: certe vigne di Nino sono così vicine al mare, con le radici che affondano nella sabbia e la riscacca che gioca il suo canto  lì a pochi metri, da essere state in passato considerate di valore infimo. Da quelle vigne appunto viene questo Rosammare, che ho acquistato in primavera a quella degustazione londinese, in un locale che se ben ricordo si chiama Uncorked. L’ho detto: i vini di Nino non sono necessariamente facili da capire, né si curano di una serie di norme di quella che potremmo chiamare la grammatica enologica; però sono vivi, autentici: se la maggior parte dei vini in commercio parla una lingua pulita e colta, sia pure con qualche inflessione locale, i suoi parlano in dialetto; ma in modo ammaliante, seducente, ipnotico. Sennò non si spiegherebbe che una quarantina di persone (io l’unico italiano), abituate a bere etichette “internazionali” dalle più commerciali alle più prestigiose, pendesse quella sera dalle labbra di Nino e più ancora dai suoi vini. Questo  Rosammare era forse il più difficile da capire, tra i tre presentati; infatti nemmeno io l’ho capito: pensavo di essermi portato a casa un rosso, mentre invece è un rosato: così l’etichetta. È che a guardarlo a me ricorda proprio i vini rossi di una volta, quelli che facevano i contadini: molto trasparente, rubino, appena aranciato sui bordi, le gocciole fitte ma appena accennate sul calice (perfetto dopo due anni e bada: non ci sono solfiti aggiunti a proteggerlo e garantirne la serbevolezza, qui le lavorazioni sono ridotte al minimo, senza filtrazioni nè chiarifiche). Ecco, lo voglio dire: mi ricorda il vino di mio nonno, non importa se di là ci fosse sangiovese e qui Nero d’Avola, là Valdinievole e qui  il Trapanese. Anche il profumo: appena pungente ma così vivido e sfaccettato, dove ogni aroma è anzitutto un’immagine che trascolora nell’altra: così la macchia lascia spazio ai gigli della sabbia ed ai fiori di rosmarino, alle more selvatiche; certo, anche un tocco di rose se vogliamo, e di lamponi; ci puoi anche sentire i limoni e le zagare se vuoi, la pietra bagnata, il fondo del fogliame, i pinoli, un’idea ematica e di carne, di spezie, di sale e di pepe, come entrare in una norcineria. Ricordi – amico, amica che mi leggi- lo studio di Leopardi sull’aggettivo “vago”, quanto più potente è secondo lui l’evocazione se non dettagliatamente definita? Se però poi lo bevi, nella tua bocca hai il mare: così saporito, così salato, che non lascia dubbi; e il sole, così luminoso, così asciutto: non un’ombra di residuo zuccherino qui ed in compenso un’acidità affilata, da luce verticale del mezzodì. Anche a costo di apparire più che essenziale, scabra, la sua trama traduce immediata un’idea di territorio: la sabbia baciata dal mare, che fa l’amore nel vento. E leggero e croccante com’è, e infiltrante, non smetteresti mai di berlo: non solo per i suoi 11 gradi, ma per  come tannino ed acidità pungono in maniera diffusa e delocalizzata,  continuando a stuzzicarti in un finale così lungo che non puoi quasi farne a meno, tanto genera assuefazione. Sarà che mi piace proprio perché mi ricorda tanto il vino di mio nonno, quello sì dichiaratamente rosso ? Oppure perché come per una magica evocazione mi mette davanti agli occhi, quasi un poster per sognare ed andare lontano, la sua terra ed il suo mare? Io l’ho gustato – eccome – con un trancetto di tonno scottato in padella con olio extravergine d’oliva di Montalcino, pepe bianco e semi di finocchio; ma non mi stupirei sorprendesse per flessibilità non solo sulla tavola nostra, ma anche sulle preparazioni orientali. Poi in etichetta si consiglia di berne a dieci gradi, mentre a me piace appena appena fresco, quasi a temperatura ambiente: per meglio sentirne le autentiche asperità. Lo dicevo prima: in zona il vino da secoli è per lo più dolce in varie gradazioni e fortificato, non secco e con alcol naturale: Barraco è la contraddizione di un pioniere che lavora con metodi tradizionali se non arcaici. Quella sera a Londra Nino disse una frase molto bella: che lui con questi vini cerca quei colori del suo territorio che spera altri dopo di lui sapranno usare. Caro Nino, tu oltre ai colori hai preparato un bellissimo disegno!

Neromaccarj 2003 Nero d’Avola Sicilia IGT, Gulfi, 14 gradi.

Ho girato a lungo la Sicilia, amandone i colori ed il cielo, sempre diversi da paese a paese: le rocce nere tormentate dei lungomare catanesi e l’ocra delle coste distese di Marsala, Mazara spagnoleggiante e la normanna Palermo, le lande di Enna ed i campi verdi di Pachino; un moltiplicarsi di vedute e di realtà che trova armonia solo nel ripetersi della diversità e della contraddizione, così come il silenzio del fischio solitario di un pastore e’ mano tesa verso la folla rumorosa delle feste e delle processioni. L’eccezione che diventa regola, il senso del mistero la porta dello svelamento. Quante volte, invece, sulle etichette dei vini vediamo IGT Sicilia, come se l’identità parcellare dei singoli luoghi non contasse e non lasciasse la sua impronta. Prendi il Nero d’Avola: c’è magari un’idea di come debba essere -piacevole, diretto, fruttato, pieno, non troppo impegnativo- che ci è stata data precostituita da tanti Sicilia IGT. Però se vai a vedere di zona in zona sa essere gioviale, burbero, forte, soave, scontroso: la tavolozza stupenda di un quadro d’insieme, che si giova del pittore che sappia accostare con gusto i colori (l’arancio, l’argento, il bianco, il marrone), senza sovrapporli, evidenziandone la loro bellezza primigenia. Questo di Gulfi e’ un IGT Sicilia, e’ vero, ma ha nel nome il suo segreto. Maccarj e’ mil nome di una delle contrade della Sicilia orientale, come Buraleffi e tante altre che questo produttore ha saputo elevare a rango di Cru; o, piuttosto, ha saputo rispettare nella loro essenza, perché già la memoria contadina da tempo conosce la scala dei valori; ma anche la memoria, senza alimento, diventa polvere. Lo apro nel suo rubino trasparente ma fitto di lacrime bellissime, irregolari ma di trama proporzionata come la trina di un rosone, e rilascia aromi assai intensi e concentrati  di frutta rossa e nera: ecco more e mirtilli, prugne e ciliegie. Lo rinfrescano un’idea di chinotto e di arancia rossa, come lasciati in infusione a macerare. Trovi il rovo, la terra bagnata, ma esposta alla luce e all’aria fresca e tiepida, come  il verde di Pachino al limitare di gennaio, quando già un po’ svanisce l’inverno. Vino caldo, ma solare, è in bocca che sorprende: ha un attacco dolce di morbidezza e grazia femminile (non zuccherina), per poi rilasciare una frustata acida che sembra lo sguardo fiammeggiante della Lupa di Verga, è però è  ben integrata, ad aggiungere malia. Bocca al centro bellissima, piena, fresca, regala un sorso setoso, di tannino finissimo ma ben innervato, con la  consistenza della cipria o più ancora di una vibrazione luminosa. Quasi non noti il calore dell’alcol, tanto è il gusto: così lungo, imponente su un fondo misuratissimo di legna aromatica sul fuoco che arde, ma percepita da remotissima distanza,  dominato dalla bellezza del frutto e della sua evoluzione, esprimendo dopo 12 anni il suo essere siciliano nel contrasto perenne tra giovinezza vitale e decadenza fascinosa e controllata. Godilo, amico o amica che mi leggi, con pari piacere sull’agnello o sulla cacciagione da piuma.

Bilaccio 2010, Toscana IGT, Az. Agr. Il Borghetto, 14,5 gradi.


Giunsi la prima volta a Il Borghetto una grigia mattina di febbraio ed una malinconia sottile, silenziosa, sembrava accarezzare i fianchi delle colline di quel verde quasi argenteo che è proprio dell’inverno toscano. Quando si pensa al Chianti Classico non è San Casciano il primo paese che viene in mente, semmai Radda, Castellina…ed in effetti qui siamo in Val di Pesa, cioè fuori dalle zone dell’antica Lega del Chianti; eppure il paesaggio e’ morbido e struggente, quasi volesse aprirsi all’affaccio su Firenze: i poggi solatii hanno una magia sospesa e i cipressi solitari, le piccole pievi, le ville e i castelli che li punteggiano ordinati, sono pause e sospiri in un armonioso discorso musicale. Nascono grandi vini a San Casciano, da sempre si vorrebbe dire: qui sta Antinori coi suoi secoli di storia ed i suoi milioni di bottiglie. Il Borghetto e’ di contro una realtà molto piccola, solo poche migliaia di bottiglie e qualche ettaro di terreno; ma è una boutique ed ha saputo tracciare in pochi anni un sentiero personalissimo e intrigante, grazie alla cura estrema in ogni gesto: quante cantine trovi dove si parcellizzano le vinificazioni con tale miniaturistico rigore, da far quasi parlare la singola zolla? E -chi lo ama lo sa- il sangiovese e’ ignorante, bizzoso come una gran dama: generoso e’ vero nel darti tanta uva, ma avaro ed avido di cure se la qualità da lui desideri. Questo Bilaccio, che usciva un tempo con l’insegna di Chianti Classico, scommette sul sangiovese solo, 100%, tentando un volo leonardesco e senza rete, sfidando un po’ sia l’usanza che la moda chiantigiana, dove altre uve proteggono e riparano dalle intemperanze del clima e dagli errori dell’uomo. Eccolo dunque ancor giovane nel calice, rubino trasparente luminoso e bellissimo, che è un piacere riguardarlo mentre sta fermo o danza luminoso, gioioso e leggero. Profumatissimo e nitido, intenso, finissimo e morbido, offre quantità di frutta rossa fresca e fiori, traboccanti ceste di vimini diresti, appena riportate dai campi cariche di ciliegie e di fragoline di bosco ed ornate di rose, viole, gerani; giungono poi tocchi di mirtilli e ginepro; ed ancora accenni di cuoio, rabarbaro, liquerizia, una speziatura fine ed incenso, pietra bagnata, quasi fossero dettagli che emergono dallo sfondo scuro di un dipinto ad olio; e vaniglia: si’, proprio quella tipica di pregiati carati nuovi. Fresco alla bocca, centrato e compatto, si distende sul tuo palato elegante, continuo, dinamico, con un corpo pieno ma snellissimo, innervato di mineralita’, dal tannino impalpabile ma ben presente e dalla bella acidità vividissima in bilanciamento perfetto con l’alcol, si’ che questo la smussa e quella lo ravviva. E’ lungo e irradiante, mosso da una tensione interna che non è nervosa, ma pura disposizione dell’anima, ripetendo nei sapori i suoi aromi come uno specchio perfetto ricrea le immagini secondo una proporzione aurea, ricamando la trina di un merletto. Però anche qui torna quel tanto di vaniglia, di legno nuovo: si sente il carato come nei Borgogna più giovani ed ha veramente qualcosa del Vougeot e dello Chambolle Musigny, quasi che, si’, potresti scambiarlo per un Pinot Nero. Buonissimo dunque, ma anche tipico? Confesso di sentirmi inadeguato a rispondere oggi, sarebbe da riassaggiare tra qualche anno, sulla distanza, allorché il sangiovese avrà modo di esprimere il suo carattere appieno: perché, malgrado un certo calligrafismo, del sangiovese senti già l’energia maschia e ribelle su di un corpo femmineo.

Per saperne di più: http://www.borghetto.org

Cerasuolo di Vittoria Classico 2008, Az. Agr. COS, 13 gradi.

6/10/2013 Il cliché del vino siciliano moderno e’ quello di un vino mediterraneo, solare, fruttato; in definitiva, semplice e immediato. E quante volte capita di berne così: Cabernet, Merlot e Neri d’avola, con poco riferimento territoriale, dimentichi della specificità che ogni singolo luogo porta con se’, come se la storia e la tradizione locale fossero spianate dalla ricerca di un sapore omologato ma bene accetto dal mercato ; così, senza pensieri, senza bisogno di alcun sforzo di comprensione e di immedesimazione: ole’, basta il nome dell’uva; che importa la voce della terra, che esprima la lingua della sua specifica unicità, parcella per parcella? Eppure a cercarla la tradizione c’è, vini che parlano di luoghi dove zolla racconta la sua storia. Questo Cerasuolo di Vittoria dell’Azianda Agricola Cos: 60% nero d’ avola, 40 % frappato; 5 anni e da me conservato senza troppo riguardo. Rubino luminoso e di media profondità, ma con l’unghia che già prelude al granato,  danza morbido nel bicchiere lasciando archetti persistenti di glicole: ma come posso dire la dolcezza amorosa con cui accoglie e avvolge lo sguardo? Con naturalezza, senza accenni di concentrazione; con grazia, senza rusticità alcuna. La poesia degli aromi, complessi e seri, che fanno più pensare ad un vecchio Barolo piemontese che ai vigorosi vini del sud: ma anche questo e’ solo un cliché, come se negassimo alla terra di Sicilia l’evocazione di una nobiltà antica; eppure lì sono i palmenti nei campi assolati, lì le ville e i palazzi ombrosi, senza dover evocare fantasmi di Gattopardi al di la’ dei cancelli del tempo. Goditi dunque con mente libera il “goudron”: quelle note di asfalto, torba, petrolio e solvente che sanno fondersi in un insieme armonioso e sensuale; e più non pensi  a materie chimiche e minerali, ma a voci calde di canti di donna, al poesiare di un mondo antico, dove il  sacro era aroma di incensi bruciati in un braciere. In piu’, ancora, hai la freschezza di una ciliegia, di buccia di pesche calde al sole, di polpa di arance. Storia e mito, presente e passato, territorio e poesia a fondersi in un ventaglio di aromi. Bevilo, fresco e succoso sul palato, ma caldo nel sapore; pieno si’ di gusto e vivido di acidità , ma delicato e rotondo nei tannini fini come cipria, progredendo sul palato infiltrante ed al contempo suadente e carezzevole; chiudendo poi con un bacio squillante, asprigno e appena un po’ amaro, che pulisce la bocca, mantenendo a lungo vivezza e sapore. Vino finissimo e signorile, nelle sue proporzioni femminee non mi fa rimpianger ne’ Bordeax ne’ la Borgogna, perché leva qui la terra di Vittoria un canto di zolla inimitabile e unico, mediterraneo, ma non sguaiato; piuttosto, con l’ombra di una decadenza, lo struggersi di una bellezza. Godine, come ho fatto io, su una pasta al sugo: per me,oggi, garganelle al ragù bianco di coniglio.

per saperne di più: http://www.cosvittoria.it/

Spumante Metodo Classico Brut “Quattro”, Opificio del Pinot Nero di Marco Buvoli.


Si ha un bel dire che il vino spumante metodo classico si dovrebbe aprire anche fuori dai momenti di festa. Rimane sempre collegata ad esso, al gorgogliare delle sue bolle, un’idea di godimento speciale e allegro nel puro bevitore; un’aspettativa segretamente ansiosa nell’appassionato, che sa quale alchimia e dedizione ci vogliano per crearlo: la manualità’ di certe operazioni (ma è ancora tale?) dai suggestivi nomi francesi (remuage, degorgement), le corrette basi (da miscelare accuratamente), la magia dei lieviti sui quali il vino dovrà a lungo riposare (per prendere spuma e carattere), l’accorta aggiunta dei liquori di tiraggio e di spedizione, che sono come la vernice sui violini di Stradivari, cioè il tocco finale e segreto dell’artista. Ecco, se apro questo Brut di Marco Buvoli non posso non pensare all’opera di un architetto, tale e’ l’equilibrio delle sue parti, quasi a ricercare una proporzione aurea di palladiana memoria, che sa pacificare l’animo riannodando armoniosamente l’interna tensione che lo pervade. Vedine la tinta chiara, luminosa, di limone con riflessi ramati, il perlage fine e persistente. Sentine l’aroma nitido e screziato, che sa essere sottilmente vinoso -come t’aspetti da uno spumante di Pinot Nero in purezza- ma con la misura di una seduzione notturna e insinuante di un chiaro di luna; che ha il calore e la sensualità del burro, della pasta di brioche, delle nocciole, ma delicata, ingenua, giocata sulle mezze tinte, subito dispersa come nuvola leggera da una freschezza dolce di limone, di pompelmo, di cedro, di pesca. Elegante, senza asprezze: c’è come una mielatura che ha l’effetto delle vecchie sordine di pelle sugli archi, che creavano un senso sfumato di attenuazione e distanza ed ogni nota diveniva ancora più preziosa, evocativa; ma oggi non s’usano più. Anche alla bocca la risenti, dimenticandola subito sulle tracce di un’alta salinità, di una dissetante acidità, di un meditato contrasto che ne fanno il portamento fiero e dritto, ma senza forzature, aggraziato; anche di corpo, ma senza grassezza. C’è in esso, in ogni suo dettaglio, una sorvegliata veduta d’insieme, un raffinato congiungersi dell’alfa con l’omega. Marco Buvoli e’ vignaiolo per passione, non per vivere; lo crea – mi si dice- con metodi complessi ma semplicissimi a un tempo. La cura delle sue mani, dei suoi occhi, del naso, del palato e soprattutto di una mente architettonica: per arrivare a un tale risultato il disegno devi averlo ben chiaro in testa dall’inizio; come la campata si fonde alla colonna, come il transetto si innesta alla navata, definiscono lo slancio che volterà la cupola. Questo spumante si chiama “Quattro” e significa che riposa 48 mesi sui lieviti, che sono tanti; ma rappresenta solo l’ouverture degli spumanti di Marco Buvoli: aspetto che s’apra il sipario e di assaggiare l’Otto, magari visitando l’Opificio del Pinot Nero, a Gambugliano in provincia di Vicenza, per conoscere questo architetto del vino.

Per saperne di più: http://www.opificiopinotnero.it

Morellino di Scansano “Nero” 2000, Fattoria Acquaviva, 13 gradi.


Se pensi ad un grande rosso italiano da invecchiamento la mente corre facilmente alle tre “B” (Barolo, Barbaresco, Brunello di Montalcino), non certo al Morellino di Scansano, perché con esso solitamente intendi un vino giovane, gioviale, che è bello gustare con gli amici, in una bella grigliata e magari all’aperto. Io però oggi ho qui con me questo Morellino “Nero” della Fattoria Acquaviva di Montemerano, che spariglia le carte e racconta una verità diversa: quella della colline tra il Fiora e l’Ombrone, che dal Mar Tirreno si inoltrano verso l’Amiata, con i loro poggi assolati, le loro brezze, le macchie selvatiche, le zolle di terra: argille, formazioni calcaree e vulcaniche; la storia della Creazione si fonde con quella delle genti che nei secoli dei secoli hanno abitato questi luoghi. Sangiovese, Alicante, Malvasia: ci sono nelle uve che lo compongono le tracce delll’Etruria e della Spagna conquistatrice all’epoca dello Stato dei Presidi, l’impronta di migrazioni antiche, di viaggi e sbarchi sulla costa non lontana. Lo sveglio dal suo sonno annoso estraendo un tappo di sughero intero, bellissimo, lungo, ancora integro; lascio che si risvegli e si distenda con la calma dovuta, il tempo di qualche ora; ma già ne intendo la sostanza eletta, l’eccellente qualità di rosso invecchiato. Ancora rubino trasparente e molto luminoso, appena granato sull’unghia, dimostra certo molto meno dei suoi 13 anni abbondanti ed è bellissimo vedere come sa ondeggiare sontuoso ed elegante nel calice, rilasciando archetti pigrissimi e persistenti, che evidenziano la presenza di frazioni pesanti ed oleose nella sua struttura. Ma è il suo respiro a conquistarti: perché non puoi parlar d’aroma, tanta è la profondità e l’altezza di quel fiato, che è come il mare increspato, come brezza lieve le sere d’estate più calde, come il sole sulla pelle, come rintanarsi accanto al fuoco; non è questione del fascino dei singoli aromi, ma la loro perfetta fusione, la millimetrica cesellatura operata dal tempo. Note eteree, di solvente, di vernice, di grafite, di roccia bagnata, che inestricabilmente si fondono al muschio, al tabacco, alle foglie bagnate, all’alloro, ai fondi bruni di carne, alla polvere di caffè, al cioccolato amaro, alla liquirizia; sotto, sfumate ma ancora vive e presenti, fragole, pesche, more, bacche di ginepro e corbezzolo; delicatissima, misurata, la speziatura di un chiodo di garofano, di noce moscata, tritati fini e fragranti, come mi ricordo si sentiva un tempo – ed oggi non piu’- affettando d’autunno il mallegato appena insaccato. Stupisce la bocca, a un tempo giovane e matura, sensuale, femminea: fruttata e carnosa, larga e avvolgente nell’attacco, morbida, vellutata, dal tannino fine, rotondo, ma ancora ben presente ed energico; che prosegue poi piena, corposa, ma decisa, senza alcuna mollezza, aggiungendo piuttosto una componente minerale sostenuta da un’acidità alta si’, ma perfettamente inserita e da una notevole carica salina, per una chiusura persistente e piacevolmente amaricante. Fascinoso dunque, e lo troverai ipnotico, se ti attarderai ad ascoltarne le variazioni cui darà vita nel tuo calice, di momento in momento. Ed allora, riscriviamo la geografia del vino? Non esattamente, ma questo Morellino di Acquaviva, che pur nasceva all’epoca senza tanti ambizioni ma con un giusto tappo (ed è fondamentale!) ci ricorda che certi blasoni nacquero non solo da qualità intrinseche, ma anche dalla presenza di strade, di porti e di mercati adatti ad assorbire il vino: la Torino sabauda e poi la Milano industriosa per il Barolo, Parigi e Londra capitali per i vini di Bordeaux. La vecchia Maremma amara, fangosa, solitaria, mefitica, buona giusto a prenderci la malaria e a perderci l’amore, non aveva bocche e ventri borghesi, ma solo braccia misere per la vanga e le gambe dei butteri.

Beaune Premier Cru Cent Vignes 2007 Albert Morot, 13 gradi.


Nel 1395 un editto proibì in Borgogna la coltivazione dell’uva gamay in favore del più nobile pinot noir e fu l’inizio della fortuna: tutte le attenzioni concentrate su quella sola uva nera e sulla classificazione dei territori a lei più adatti; l’unicità a favorire il commercio.L’Europa si riprendeva allora lentamente dalla strage e dai lutti della peste, la Morte Nera. “Tintinnabula non sano lacrimæ non clamans. Tan nos did eram expectant mortem” (“Le campane non suonavano più e nessuno piangeva. L’unica cosa che si faceva era aspettare la morte”): quasi la metà della popolazione finita a riempire le fosse, forse 25 milioni di persone. La città di Beaune era un luogo di passaggio obbligato da nord a sud, da est a ovest. Mercanti, nobili, faccendieri, pellegrini, studenti, dame e prostitute: la vita riprendeva il suo corso, con fame rabbiosa di piacere, di dimenticare gli incubi, con la consapevolezza che tutto sarebbe stato diverso. “In taberna quando sumus, non curamus quid sit humus”: “quando siamo all’osteria, non ci curiamo se siamo cenere”, e brindisi e gozzoviglie e baci e risa. Questo Cent Vignes di Albert Morot, così gioioso, diretto, spigliato lieve e succoso; vino per trovar calore da un viaggio nel gelido inverno o per ristorar la sete, o per sciogliervi la malinconia, per cercarvi compagni, per brindare all’amore. Perché, se appena aperto e’ appesantito dagli odori dei legni di affinamento, presto se ne libera, come da un’inflessione provinciale cui tu più non badi. Ne amerai il rosso rubino di media intensità, luminoso, che rilascia sul vetro archetti irregolari che subito si sciolgono in gocciole che scorrono veloci come dopo il piacere. L’odorerai, e saran subito tuoi intensi i lamponi, il ribes, le selvatiche fragoline, scorza di mela rossa red delicious ed un che di incenso, di noce moscata e di cannella, di chiodo di garofano, di liquerizia, perfino di tavola ben liscia, oleosa, opra fina d’un falegname, per una volta non spiacendoti, ma regalandoti un senso benvenuto di solidità, di tranquillo approdo ai piaceri e soprattutto al conforto del desco. Soave nel tannino sottile, elegante ma con una punta di piacevole rusticità terragna, leggero di corpo e gustoso, in bocca ti stuzzicherà con un’acidità ben schietta che è come uno scherzo ingenuo o piuttosto una schermaglia amorosa. Vino questo che è femmina, si’, ma spiritosa, arguta, fisico piacente e scattante ma soprattutto sorriso, sguardo brillante. Vino questo per brindare alla vita. Te lo dico sul pollame in tutte le maniere, o su certe formaggette vaccine semi stagionate o a crosta fiorita, delle quali son maestri gli amici francesi.

Toscana IGT Pinot Nero Lyncurio, 2012, Castello di Potentino, 14,5 gradi.

Se vai a vedere il castello di Potentino, e’ difficile restare insensibili al suo fascino. Chiuso nella sua vallecola verde di ulivi e di vigne, arcigno su una rupe, ma addolcito dal Fiora gorgogliante che scorre li’ da presso, dal tubare delle colombe, dall’abbaiare di un canino. Li’, dalle viti che si distendono serene in basso, risalendo il pendio che sta innanzi all’ingresso, si coltiva il Pinot Nero, che vinificato con un contatto breve con le bucce dell’uva da’ vita a questo rosato Lyncurio.  Affascinante; fin dal colore, cosi’ tenue e sfaccettato, che ricorda la seta antica della cortina del baldaccchino di un letto nobiliare, con riflessi di corallo, come le venature di un prezioso marmo. Disegna sul bordo archetti fini, persistenti, irregolari, come una trama di pietre di un muro antico. Se ne ascolti l’aroma, avrai una tenue fragolina di bosco e la pesca ad intrigarti, seguita da note minerali e iodate e di lieviti, a disegnare una tessitura fine, ricamata a maglie serrate. In bocca e’ ampio e verticale, elegante e lungo, alcolico ma corposo, ma equilibrato da una forza acido-sapida lo ravviva di contrastanti effetti chiaroscurali, con un tannino sulla soglia dell’impercettibilita’. Se pensi -amico, amica mia diletta – che  rosato non sia vin serio, questo tu devi sentire con ascolto attento. Bevilo non freddo, quasi a temperatura ambiente per strapparne tutto il gusto: l’avrai li’, nel bicchiere, accogliente in un silenzio austero; tra slancio ed introversione, ritratto ideale del luogo in cui e’ nato.

Per saperne di più: http://www.potentino.com/index.aspx?site=125&page=none

Pinot Noir Santa Barbara, Au Bon Climat, 2009

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Difficile resistere al fascino del Pinot Noir: quest’uva così sensibile, esigente, delicata e fragile sa attrarre appassionati, vignaioli, enologi come poche altre. Forse per il fascino elegante del vino che produce, sfuggente come il sorriso di Monna Lisa? Vero è che – in una sorta di novella corsa all’oro-  si è tentato di piantarla in ogni dove; ma, si sa, lei ama climi freschi, se non freddi. Certo, la California che sognammo, quella dei lungomare ornati di palme, delle spiagge dorate, dei surfisti, dei macchinoni pinnati coi rombanti ottovù non risponde al quadro pastorale richiesto: quello un po’ nordico e continentale di Borgogna, patria indiscussa del Pinot Noir. Eppure c’è una zona più interna in California, dove si insinuano per le valli, tra i declivi attraversando le colline, le brezze fresche del Pacifico: il respiro benefico dell’Oceano. A Santa Maria Valley, nella Santa Barbara County, il Pinot Noir ha trovato una casa, un clima favorevole: temperature contenute, lunga e asciutta la stagione in cui l’uva può maturare, sviluppando i suoi aromi in salubri condizioni. Il risultato eccolo qua, nel bicchiere: rubino ben trasparente, appena più pallido ai bordi; ecco l’eleganza, il fascino femmineo che cerchiamo. Portalo al naso, disponiti ad ascoltare i  suoi aromi intensi: fragoline di bosco,  ciliegie e fragole mature,  prugne rosse, perfino un tocco di bacche di ginepro; nitidi, puliti, decisi ma con grazia. E c’è poi un’altra dimensione, più profonda, sensuale; che ti parla di terra bagnata, di foglie di tabacco, di legna affumicata e di una netta, sorprendente ma inconfondibile, nota resinata. E la carne, quell’aroma ematico  che tipicamente regalano i grandi di Borgogna nell’evoluzione, sorta di summa, di scalata finale e difficile ad ardue vette di piacere, riservate ad eletti; ma qui è però discreto, rifinito, pulito. Bevilo questo Pinot Nero californiano, apprezzane la concentrazione e la pienezza matura dei sapori nel corpo leggero ma rotondo, equilibrato, dal tannino piccolo e gentile, dall’acidità rinfrescante ma confidenziale. Sentilo avanzare sul palato con grazia decisa e ritmata, come un battito d’ali, vaporoso come la scia di un aeroplano nel cielo terso. Razza purissima di Pinot Noir, senz’altro: complesso, ben fatto, ispirato. Cosi’ capace di ricordare il modello eccelso borgognone,  eppure cosi’ profondamente nell’anima americano: perché lui sì, non se la tira;  ti si porge, è alla mano, informale; ti viene incontro, ti rivolge per primo la parola; senza misteri, senza ombre. Forse è pure il suo limite, ma non è detto che sia un male. Servilo fresco – non freddo!- per una cena estiva,  accompagnando un petto di pollo ai ferri con una miscela di extravergine della Valdelsa, di polvere finissima di salvia essicata, di pepe bianco e nero, di sale marino. Ancora più fresco, godine su un tonno appena scottato. Lascati conquistare anche tu, senza opporre resistenza, dal suo fascino discreto e sottile.