Bramaterra DOC 2005, Tenute Lessona, 13°

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Amico, amica mia, ascolta che bel nome questo vino: Bramaterra. Che e’ il nome di un luogo sulle colline di Vercelli, non una trovata di qualche esperto di marketing; e nessun davvero saprebbe inventarsi nome piu’ bello. Diciamolo ancora: Bramaterra. Godiamone il suo suono e l’idea: Bramaterra; come se l’uva fosse li’, desiderosa ed avida a struggersi per succhiare ogni elemento, ogni umore, ogni sostanza da quei terreni terreni aridi, sassosi, roccia e sabbia porfirica. DOC storica come poche e come poche desueta. Reperto quasi del tempo che fu, quando altamente questi vini erano pregiati: erano i tempi dell’unita d’Italia, altro mondo, altre economie. Tenuta Sella c’era gia’ allora: la condiceva con pugno di ferro Quintino, primo ministro dell’economia del Regno appena unito…Ed ancora oggi non c’e’ concessione alla moda: botti grandi, fermentazioni lente, vinificazioni classiche. Per trovarsi nel bicchiere che cosa? Guardalo qui -amico, amica mia, questo 2005- che ho lasciato al caldo di un ripostiglio per anni durante il mio piccolo esilio; ma lui -lo apro ora- com’e’ ancora bello, nel suo colore tra il rubino e il granato, limpido. apperta piu’ chiaro ai bordi. Si’, e’ nebbiolo, di grande classicita’; ma non dimentichiamo croatina e vespolina, quelle uve piu’ gentili, che ne smorzano il tono di austero che gli donano queste terre. E l’aroma, cosi’ serio e distinto, d’altri tempi ed altra nobilta’ davvero. Caldo, arancia rossa amara, carruba, corbezzolo, e fragola e lampone, e legna bagnata e ritorni marini. Un bouquet estivo di rose e di viole, poesia gentile nel bicchiere. Il cuoio ben unto, morbido, da accarezzare; uno sbuffo appena, gentile, di cipra, firma di una sottesa, nascosta, raffinata femminilita’. Poi, fascinose, note calde e scure di petrolio, solvente , vernice.Al palato ha un corpo piu’ pieno che medio, ma senza grassezze, pesantezze; piuttosto essenziale, di forza distinta. Acidita’ pulente, ma meravigliosamente integrata nella sua struttura, col tannino ancora presente, deciso, persistente, ma di signorilita’ estrema. E permane un in bocca lungo si’, ma con una grazia soave, come una brezza serale che rinfreschi l’aria del crepuscolo dall’afa estiva. Vino sensibile, elegia di un territorio forse dimenticato, forse prossimo ad una rinascita. Su un pollame nobile, su formaggi non troppo grassi a media stagionatura. Io -onore ai miei genitori- l’ho potuto godere nella sua pienezza su un meraviglioso piccione ripieno; col mio cuore che batteva e si apriva.

Per saperne di più: http://www.tenutesella.it/lessona.php 

colline novaresi rosso 2008, la torretta

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C’era un tempo in cui dalle colline novaresi scorrevano fiumi di vino, a dissetare le mense del nordovest Italiano: la Torino dei Savoia e di De Amicis, la Milano di Manzoni e di Radetzky, e via via il mondo della  Belle Epoque, della Scapigliatura, della piccola borghesia che si faceva popolo italiano, stingendosi intorno all’allor vivido Tricolore. Erano in quel tempo le colline di Ghemme, di Sizzano, di Fara, di Boca, onuste di vigne; laddove ora son malinconiche brughiere o cadenti manifatture, rese vetuste dal mondo moderno e globale. Eppure c’è chi resiste ed addirittura fremono fermenti nuovi. La Torretta è un’azienda seria e giovane, semplice ma di solidi, accurati intenti. La vasta cantina interrata, le botti allineate e nuove, la pulizia: c’è ancora -e si respira- quello spirito antico positivista dell’ Italia speranzosa e umbertina. Eccolo questo Colline Novaresi, dove trova casa sua maestà il nebbiolo; gli fan corona, aggiustandone gli spigoli e la potente austerità che regala in queste terre, la vespolina e l’uva rara: han mai avuto damigelle d’onore più poetici nomi? E’ nell’intensità del suo rosso rubino, carico, che si manifestano sensuali e pudiche; nella speziatura lieve, ma presente e viva, balsamica, che corrobora intrigante il melodiare di frutti di bosco (lampone, mora, mirtillo, ribes) che appaiono evidenti al palato, come una passeggata nel bosco; mai però stucchevoli. Ed è al palato che le senti, ancora: bocca che s’apre più accogliente che ampia (perché il corpo rimane più snello ed elegante, che bolso e muscolare; minerale più che succoso; e si sente la terra), carezzevole e dolce, appena un po’ amaricante nel tannino; per una profondità ed una lunghezza non infinite, ma che si chiudono su una scia acida, questa sì, nettamente nebbiolesca. Ma -non temere-  è innocua, come la coda del dragone delle fiabe, nei disegni dei libri che leggevamo da bambini; come nell’insegna di ferro, sull’uscio di una vecchia osteria, che ondeggia ai venti invernali; dentro t’attende, caldo, lo sfavillare di un camino. Te lo consiglio su salumi non troppo speziati, su formaggi freschi, sui primi leggeri della tradizione più teneramente domestica: un risotto non troppo carico, raviolini di magro al burro fuso; una pasta artigiana in brodo. Bevilo a tavola con la tua famiglia, dando un bacio a tua moglie e ai tuoi bambini, se ne hai.

Valtellina Superiore Sassella Rocce Rosse 1997

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Chi scriva la storia della cantina Ar.Pe.Pe non puo’ che intitolarla “del coraggio” o “della tenacia”. Non c’e’ in questi vini la sola fatica di strappare il frutto della vite a terrazzamenti scoscesi, sfidando rigidi inverni; c’e’ anche una concezione rigorosa ed etica della vita. Netta, la ritrovi nei vini. Guardiamo il Sassella Rocce Rosse: il suo granato, la sua trasparenza, l’eleganza mentre ruota nel bicchiere. Il profumo caldo e misterioso, come un baule a lungo chiuso che sveli timidamente, uno a uno, i suoi molteplici tesori:  selvatici frutti di bosco, nascosti tra oscuri cespugli (senti un piccolo lampone, un mirtillo sodo, il ribes pungente…); fiori appassiti  (un mazzo intrecciato di rose); scorze d’arancia affumicate al fuoco del camino, dolci di glassa; fieno ed erbe essicate, che sprigionano aroma; un cesto di nocciole; castagne secche;  l’odore di antichi ferri: una chiave. Alla bocca, di contrasto, e’ freschissimo, dissetante: ricorda la neve che da bambini si prendeva con le mani per sciogliere in bocca. E’ tannico, ma felpato; e’ acido, ma con dolcezza solleticante;  salino e lungamente appagante, ritmicamente minerale; di perfetto equilibrio, che ne nasconde, per classica proporzione, l’ampiezza del corpo in snellezza di  gazzella. Trattenuto, aristocratico, senza tempo, se non quello cocciuto e testardo del suo affinamento prima della messa in commercio: cinque anni in vasi di cemento, quattro in grandi botti di castagno, e poi ancora decine di mesi in bottiglia. Ruotano le stagioni fuori dalla cantina scavata nella roccia, cadono e si sciolgono le nevi, scorrono le piogge, splendono i soli; tutto racchiude nell’attesa. Su grandi carni e pazienti cotture; c’e’ chi lo dice -a ragione- su un tonno rosso di Sicilia appena scottato, unendo l’onda e il monte. Soprattutto, per me, per chiudere gli occhi e sognare infinite storie e silenzi, nel ricordo del “tralcio dai retici balzi”.