Barbaresco 1998, Terre del Barolo, 13.5 gradi.

Non si apre tutti i giorni un vino di quasi vent’anni e per un motivo semplice: non tutti i vini resistono a sufficienza; o, se resistono, non sempre vale la pena lasciarli invecchiare: certi sono al loro meglio giovani o giovanissimi, quando possono blandirti con la gioiosa esuberanza dei loro profumi fruttati, dei loro colori smaglianti, del loro gusto spigliato.
Perché un vino invecchi bene ci vogliono caratteristiche specifiche: determinati vitigni, taluni territori. Oh, il territorio! Mi vien quasi da pensare che per la longevità del vino conti persino più della varietà dell’uva stessa – o semmai, che i due fattori si tengano strettamente  braccetto.  
Barbaresco 1998, Terre del Barolo. Il produttore è una cantina sociale di grandi dimensioni, dalle produzioni classicissime, quasi didascaliche: non fosse per la struttura poco emozionante che la ospita, in quello stile razionalista e cementizio delle grosse cantine degli Anni ’50 o ’60, verrebbe di definirla una cattedrale delle botti grandi. Produttore anche sottostimato  rispetto al suo valore: se ne parli in zona,  parecchi vignaioli ti diranno che la Cooperativa (o i suoi conferitori) possiedono terreni in posizioni ottime; ed io non ho mai aperto una loro vecchia bottiglia men che buonissima, persino qualche  Cru di Dolcetto ultradecennale.
Ah, il territorio. Questo è un Barbaresco nudo quasi, come si faceva all’antica: un taglio dei vini di zone diverse, non una selezione delle uve di singole pregiate vigne; ma proprio in questa nudità misuro, amico o amica che mi leggi, la forza di un territorio ed, in ultima analisi, la potenza pregnante di una denominazione storica, checché se ne possa dire per tutte le inconvenienze delle DOC e DOCG.
Perché appena lo apro, mentre ne verso un po’ nel calice per verifica e ne ammiro il color classicissimo granato,  esprime già subito un profumo molto intenso, profondo e segreto, con una distanza, come un suono di viola.
Poi, respira.
Etereo, vaporoso, evoluto, levigato, di una sensualità severa, con bagliori di luce come li vedi in certi quadri notturni di Tintoretto o del Bronzino. Si susseguono incenso, curry, liquerizia, rosa, lavanda e violetta, mora, bacche di gelso essiccate,  ed  un fiato balsamico di menta e rosmarino, una lieve affumicatura,  nota ferrosa e di fungo. Al sorso è un velluto, con un attacco che è dolcissimo e asciutto. Pieno di corpo, in bocca si allarga  invadendola tutta di un’ampiezza distesa, ma sempre con nerbo, robustezza e senso di direzione. Il suo tannino è ancora vivo, abbondante, ma arrotondato e finissimo. Sempre alta la sua acidità, ma fusa a perfezione. Al gusto è lungo, caldo, balsamico ancora di menta e rosmarino, con  l’intensità vibrante della frutta rossa, fino ad un finale lungo e giustamente amaro. Con una compagnia amica, che lo sapeva apprezzare, ci è parso ottimo su un Grana Padano di 24 mesi; ma ho continuato nelle 48 ore successive a provarlo con pecorino sardo e poi con prosciutto di Norcia, trovandolo sempre eccellente. Persino come vino da meditazione l’abbiamo accostato senza rimpianti ad un Porto LBV o a un Madeira di 15 anni. Certe volte i vini vecchi affascinano perché permettono di evocare un passato, un affollarsi di ricordi, e pertanto si perdonano loro difetti, manchevolezze, spigolature. Questo Barbaresco invece era  invece semplicemente buono e si poteva solo amare.

Curtefranca Rosso 2010, Lantieri de Paratico, 12,5 gradi.

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Perché la Franciacorta sia così sottovalutata sui vini rossi, produzione storica anteriore ai metodo classico, è qualcosa che stento a capire senza inquadrarla in dinamiche strettamente commerciali e comunicative. Si noti che la produzione di vini fermi e rossi in particolare è di tradizione antica, mentre la via spumantistica ha storia relativamente breve, le prime prove risalenti agli Anni Sessanta del secolo  scorso; vedi, amica o amico che mi leggi, lo storico “I vini d’Italia” che Luigi Veronelli diede alle stampe nel 1961 per i tipi di Canesi: di spumante nemmeno l’ombra ed al contrario si cita il vino da pasto e “se ben vinificato, vino fine da pasto” , per altro con base ampeleografica assai diversa dall’attuale ed acidità totali stupefacenti agli occhi nostri contemporanei. Io inoltre ricordo che bambino nel ristorante di famiglia i Franciacorta erano bianchi e rossi (correvano i primi Anni Ottanta), mentre  i metodo classico della denominazione bresciana comparvero solo in seguito, credo a seguito della rinomanza dovuta a un pranzo di stato durante il quale bottiglie di Bellavista o Ca’ del bosco vennero servite alla Regina Elisabetta d’Inghilterra.
Fatto sta che spesso quando stappo un rosso di Franciacorta, giovane o invecchiato, sono belle sorprese.
Ad esempio questo Curtefranca Rosso di Lantieri de Paratico,così composto: Cabernet Sauvignon 40%, Cabernet Franc 25%, Merlot 20%,  Nebbiolo 10%, Barbera 5%; è un gioiellino, sorprendente lieve e giovanile, dinamico e complesso. Eccezionalmente bello e luminoso nella sua veste color rubino trasparente, che tende al granato. Lascia sul calice lacrime irregolari, evidenti e sostanziose, mentre si muove flessuoso e leggero. Vi trovo un profumo freschissimo e di grande intensità e purezza, nitidissimo e gentile. Floreale ed erbaceo, anzitutto: si sentono le uve bordolesi, la speziatura del Cabernet Franc, con un certo che di pepe verde e un tocco mentolato. Emergono però poi netti i vitigni piemontesi, nebbiolo e Barbera: la rosa, la liquirizia, un certo pepe nero, il rosmarino. Un po’ di frutta rossa a polpa gialla: pesche noci estremamente mature, che fanno da fondale alle rose, ma anche amarena, lampone, persino fragola.  Al di sotto mirtilli, more. Un cenno appena si insinua come di tabacco biondo ed un altro ematico, una spolverata di grafite, di polvere di caffè e cacao amaro. Una nota affumicata, tostata, che deriva dal legno di affinamento, in effetti c’è, ma minima: si sente più nel calice vuoto.  Di corpo medio, all’attacco sul palato è lieve e carezzevole, vellutato, ma poi si allarga in un centro bocca ampio, gustoso, succoso, pieno di polpa,  che schiocca un bacio ed avvolge, ma che non sta fermo e prosegue il suo cammino allungandosi come un’ombra della sera armonico, asciutto, salino,  appena un po’ ammandorlato, con una persistenza discreta – non epocale – ma irradiante e pura, che si giova del misurato contenuto di alcol. Possiede tannino in media quantità, fine ma non privo di grinta; acidità assai spiccata, brillante per come mi pare integrata, invitantissima. Lo immagino ottimo su paste al ragù, lasagne, cannelloni, magari su carne bianca arrosto e da osare sulla tinca ripiena, alla maniera di Clusane. Questo vino aggraziato e robusto, gentile ed energico, quotidiano e signorile, amichevole più che amante, s’appaia bene a certa pittura lombarda, dolce e materica, come quella di Savoldo, di Moretto, o degli Induno, con quell’eleganza del caso anche un po’ ruvida. E mi par bello che in una zona sotto i riflettori come la Franciacorta ci siano ancora vini da scoprire; di più, cantine da scoprire: perché a dispetto della sua storia Lantieri de Paratico non è esattamente sulla bocca di tutti, ma io non ho mai assaggiato una loro bottiglia che fosse men che precisa, equilibrata, elegante.

Carema 2013, Cantina Produttori “Nebbiolo di Carema” , 13 gradi.

Sarebbe meglio a volte non leggere, dimenticare Soldati. Come fai scrivere di Carema dopo aver letto e amato le sue pagine? Ne sei influenzato nell’apprezzamento del vino e impedito nell’originalità. Lo pensava anche Verdi circa la musica altrui e lo sbocciare della genuina ispirazione artistica: “Tu sai le mie opinioni sul sentir troppo…”, scriveva all’amico Conte Arrivabene. Eppure, a versarlo anche incognito questo vino, l’amore è immediato. Devi però prestargli attenzione, non è con la forza che si farà notare, ma con una grazia riservata e poetica. Granato trasparente,  scarico  ma estremante limpido, brillante e ricco di riflessi purissimi, rubino al nucleo, con gocciole fitte, molto lente, regolari. Una tonalità di colore antica, autunnale, bellissima, che ricorda un Porto Tawny invecchiato 20 anni. Profumo di media intensità, quasi timido o piuttosto sottile , ma di grande concentrazione e ariosità, che è a mio vedere quel buon profumo di erba, di piante e di rocce che si sente quando l’aria è pulita, ad esempio in montagna o dopo un fortissimo temporale. Su tutto lampone e rosellina fresca: ricorda il profumo del rosolio, ma molto migliore, perché è naturale,  non ha le note alcoliche e di confettura del liquore. Cannella, noce moscata, un tocco affumicato che ricorda il legno. Al palato, secco,  avvolgente, vellutato, di corpo, però magicamente leggero allo stesso tempo, quasi fatato: ecco, se ninfe, elfi, silfi ,  bevessero Nebbiolo, sarebbe un vino così:  un soffio etereo. Eppure ha tannini in quantità, ma la loro grana è polvere di stelle; ha acidità, ma così naturale e diffusa che devi davvero concentrarti per decrittarne la reale intensità; rischi quasi di scordare che sia una bevanda alcolica.  Attacca in bocca definito ma non brusco, poi si espande al palato, come risuonasse sotto la volta di una sala da concerto. Ha un gusto particolare, coerente coi profumi, che rintracci tutti in bocca, ma c’è anche chiodo di garofano ed una freschezza intrinseca che ricorda il sapore della neve: se bambino in montagna la trovavi bianca e fresca e ne mangiavi, capirai, altrimenti prova, tenta, immagina. Nel finale è lunghissimo, vibrante, equilibratissimo, con un fondo amaro gradevolissimo e quasi balsamico: ma non è il solito mentolato di tanti eccellenti Cabernet Sauvignon, per intenderci, è  una forma più sottile che a me ricorda gli aghi dei pini , degli abeti, dei ginepri. Vive tra un’avvolgenza quasi setosa ed un’asprezza naturale spontanea  di uva che cresce al freddo, in montagna, stentando ma facendosi forte. Veronelli nel suo venerabile “I vini d’Italia ” del 1960, scrive : “ Maturo a 3 anni, perfetto a 5”. Questo, di anni ne ha quattro: alla perfezione, se esiste, è vicino.  Veronelli lo diceva perfetto per entrés. Io l’ho trovato buono su una tagliata di manzo con patate al forno, ancor più su una minestra in brodo, eccellente con un salamino valtellinese di asino, assai stagionato e tagliato massiccio (mica facile abbinare il rosso coi salumi), e molto buono su un Asiago pressato del Caseificio Pennar. Ma è un vino così parlante che mi piace berlo anche da solo e ascoltare le sue storie. Se ti dico il prezzo in cantina, amica o amico mio, ridi. Al buon Carema, lunga vita.

Gattinara 2007, Mauro Franchino, 13,5 gradi.

 
Che bella che è Gattinara. Ci arrivi magari come me da Milano, traversando quella Pianura Padana che è  lì piatta e monotona, interrotta solo da strade e capannoni ahimè, ma se sei fortunato e la giornata è soleggiata e propizia, vedrai avanti a te tutto l’arco alpino innevato. Poi però arrivi a Gattinara e ti tuffi in un piccolo mondo antico di portici accoglienti, di insegne démodé, di lampioni di ferro battuto, di cascine ruvide che si accostano alla dolcezza elegante e raffinata di palazzi nobiliari, settecenteschi e Belle Epoque , con le loro modanature ricercate e talvolta un po’ leziose. Poi però ci sono le colline – quelle colline -e sono un colpo al cuore di bellezza: vedile al tramonto, col sole che ne bacia le coste e i pampini, quando l’autunno le infiora d’infinite sfumature dal verde al marrone, calde e terrose; e respirane l’aria. Vai su, sali a piedi nel blu, passeggia attorno alla torre, anzi passeggiane le vigne, con quei suoli petrosi di porfido e granito; guarda i Cru di lontano: Molsino, Valferana, San Grato, Castella…Quella stessa torre sta da decenni sull’etichetta semplice e bellissima del Gattinara di un piccolo produttore all’antica, Mauro Franchino: uno schizzo nero a china su un fondo giallino come le vecchie carte dei salumieri. Il vino: che vino! Ho qui un 2007, riposato e forse anche energicamente domato da due, magari tre anni trascorsi steso in un appartamento. Ho sul fuoco un risotto giallo al salto (la vetusta ricetta di recupero lombarda), apro la bottiglia per subitanea ispirazione, e…meraviglia! Perché nel suo colore sorprendentemente rubino, che si vena appena sul brodo di granato ( e parliamo di un vino che ha 9 anni), trasparente, luminosissimo, con lacrime fitte, veloci, frastagliate, persistenti, non ha bisogno di attese per dispiegare la sua bellezza e illuminare irradiando la mensa. Irradia perché non conosce stanchezza, non conosce vecchiaia: al massimo, l’equilibrio relativo di una certa maturità: tutto in lui è ancora scatto e vita. Sentine l’aroma, sbalzato, dinamico, intensissimo, che varia di continuo: di petali di rose, di mirto e uva spina, di mora e mirtillo ( ma con una riservatissima delicatezza ), di susina, di fragolina di bosco; di pepe bianco, il chiodo di garofano spiccato, la liquerizia dolce; di pietra bagnata,  di limatura di ferro; con un fondo di arancia sanguinella e corbezzolo e un tocco lontanissimo – più che altro evocato – di cannella, terra e sottobosco; aromi tutti riuniti in modo armonioso e continuo. Poi però lo devi bere: e l’amore allora è completo, la concentrazione sulla fredda degustazione impossibile.  Nella tua bocca netto, deciso, forte e essenziale, ben secco, compatto, giusto: in qualche modo lo diresti disciplinato, per come su una linea retta dispone il suo sapore e la sua essenza con ordine, senza sbavature, con uno spirito d’altri tempi, disegnando un arco teso e reattivo. La sua felice contraddizione:
lo troverai sinuoso, poco estrattivo e materico, eppure ancora concentratissimo al gusto, energico e di corpo; ma è fatto della stessa sostanza dei sogni: scorrevole, flessibile, passante, con un tannino così sottile che è cipria, però tenace, risultando poi -piacevolmente- quasi masticabile. La sua acidità è altissima ma non pungente, perché non conosce asprezze: solo un sicuro senso di direzione che scorre snello e punta deciso alla meta.  Ne godo l’intensità sul palato, il tripudio di rose e di frutta rossa, ed una scia di mineralità che guida come un sentiero nel bosco: il centro bocca non lo diresti semplicemente salino, ma decisamente salato! È appena amaricante; ma in una maniera che piace, con quel giusto alcool che dà un po’ di calore e non disturba. Persistentissimo: il finale forte e insieme delicato sfuma in una dissolvenza lenta e continua, senza cadute. L’attendo: la danza delle ore rafforza nel suo aroma la rosa, vi compaiono la menta e l’asfalto; nel suo gusto, ancor più ferro e liquerizia. La serbevolezza, una sua dote. Difficilmente capita di bere da soli quasi una bottiglia di un vino rosso che sviluppa 13,5 gradi e che offra una tale ricchezza di sensazioni e profondità strutturale: ma con questo Gattinara mi è successo, lo ammetto con una certa vergogna. Secondo Woody Allen, nel film Manhattan,  le cose per le quali vale la pena vivere sono:    Groucho Marx, Joe Di Maggio, il secondo movimento della sinfonia Jupiter, l’incisione di Louis Armstrong di “Potato Head Bluess”, i film svedesi, “L’Educazione Sentimentale” di Flaubert, Marlon Brando, Frank Sinatra, le mele e pere di Cezanne, i granchi di Sam Woo’s, il viso di Tracy.   Avesse conosciuto questo Gattinara di Franchino, sono sicuro lo avrebbe aggiunto alla lista.

Gattinara 2001 Travaglini, 13,5 gradi.

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Questo Gattinara fu uno tra i miei primi acquisti da appassionato, quando iniziavo pieno di meraviglia, curiosità e sorpresa quell’affascinante viaggio tra gli stili, le denominazioni e i territori che tuttora dura e mai mi stanca.
Ricordo persino il momento e il luogo dell’acquisto: in un supermercato di Milano, quasi alla fine di via Padova, una sera buia dei giorni del’Avvento. Del Gattinara avevo sentito parlare a lungo come di un vino nobilissimo e un po’ fuori moda, ma una delle massime e più longeve espressioni di uva nebbiolo. Di quello di Travaglini in particolare, avevo recentemente letto giudizi molto lusinghieri sulle guide. Che cosa ci facesse lì, nella sua bottiglia caratteristicamente obliqua e immutabile dagli Anni Cinquanta, quel vino non proprio comune e all’epoca ancor meno alla moda di quanto possa esserlo oggi- era e rimane per me un mistero; così come quanto tempo quella bottiglia fosse rimasta sugli scaffali ad impolverarsi.
E assai a lungo è rimasta sdraiata in ulteriore attesa nella mia cantina, finché un giorno, d’improvviso, stanco da un viaggio di lavoro lunghissimo mi sono deciso ad aprirlo tornato dai miei cari, forse troppo impulsivo ed ancora nervoso, malferme le mani, non lucida la mente: e, maledetto, il tappo che si rompe, rimane a mezzo nel collo della bottiglia, si sbriciola irrimediabilmente, e poi vino tocca scaraffarlo e filtrarlo per sperare di rimuovere tutti quei corpuscoli. Sarà ancora buono, però, questo Gattinara, o avrà sofferto?  Eppure subito l’assaggio, perché già mi affascina col suo color granato di media profondità, il fondo da vino vecchio, gli archetti sul calice che preludono una ricchezza interiore. L’aroma è intenso, ma deve assestarsi: è un turbinio scomposto di aldeidi, di rose appassite, di bacche di mirto, di pelli, di chiodi di garofano, di cioccolato,  e preminentissima, abbondante, una nota di asfalto. C’è tutto il fascino del Nebbiolo invecchiato in quei profumi, seppur compressi e liberati in modo brutale, ex abrupto. Ancora più complesso in bocca: con un’acidità e un tannino ancora imponenti – e quest’ultimo forse ancora un po’ verde – esprime sapori concentrati di chinotto, di fungo, di liquerizia amara, che si aggiungono ai rimandi dell’olfatto. E tagliente: lo diresti magro sulle prime, ma invece è essenziale, perché in realtà riempie la bocca con un sorso sostenuto, salino, minerale, ferroso, ematico. Appena un po’ alcolico forse, ma piacevolmente. È assai lungo. Un vino a suo modo antico e magari non facile e non per tutti, ma che delle cose antiche ha il fascino unico ed ineffabile.

Sforzato di Valtellina Selezione 2008, Casa vinicola Pietro Nera, 15 gradi.

Una bottiglia, se ami il vino, è un regalo che ricevi sempre gradito e che lascia un impronta durevole nella memoria. Difficile aver gioia maggiore che condividerlo con chi te l’ha regalato, seppur magari – come nel mio caso – di vini assai poco intenditore; ma è persona speciale come la terra che origina questo rosso, la Valtellina. Terra dura, terra di montagna. Quante volte ci siamo sentiti raccontare dei terrazzamenti ripidi, dei muretti a secco, delle zolle strappate alla montagna a forza viva di braccia e sudore.
Non suoni tuttavia vuota retorica questa; corrisponde al vero, così come vere sono le tracce storiche di commerci del vino, con la vicina Svizzera in particolare: i rossi valtellinesi, che per la loro potenza stupivano il grande Leonardo qui si recò a misurare rocce per crear strade e difese, nei secoli sono stati fonte primaria di ricchezza per la valle. Fatica e ricchezza, quasi si parlasse di metalli preziosi da estrarre a forza dalla montagna, con ingegno e dedizione, figli della miniera. Ingegno, dunque, ed esperienza millenaria di viticoltori che sfidavano l’imprevedibilità della natura in epoche dove bastava ben poco a perdere un raccolto, in assenza delle moderne tecniche di allevamento e gestione della vite offerte oggi dal progresso e dalla scienza. Lo Sforzato – o Sfurzat, nella parlata  locale- nasce e nasceva dall’appassimento delle uve dei vigneti a quote più elevate, perche’ lassù era più difficile arrivare a piena maturazione, ma in compenso i grappoli erano sani, per la buona ventilazione. Con l’appassimento gli zuccheri e tutte le altre  sostanze dell’uva si concentravano e si poteva trarne un discreto vino. Questa, che era una tecnica tradizionale messa a punto per massimizzare l’uso della materia prima (e, si badi, non solo in Valtellina, ma anche in altre zone di montagna, persino in Lucchesia), è ormai impiegata piuttosto per produrre vini di qualità e stile particolari. Nel caso dello Sfurzat l’uva di partenza è il nobilissimo nebbiolo (la medesima -amico,amica mia- del Barolo, del Barbaresco) e pertanto i risultati possono essere sontuosi: perché l’appassimento, se ben condotto, ne preserva la naturale finezza, esaltandone la potenza e smussandone gli spigoli. Ed al morbido abbraccio di uno Sfurzat talvolta si ha bisogno di riandare, per quel senso di placido appagamento, di calma maestosa che riesce ad ispirare: quella sensazione che si prova di fronte allo scorrere pacato ma costante di un grande fiume. Questo di Nera è uno Sforzato molto tipico, invecchiato oltre diciotto mesi in botte grande e in bottiglia, ottenendo una tinta che sfuma con gradualità dal granato del bordo al rubino del centro, trasparente e luminosa. Lascia lacrime molto fitte e molto lente, persistenti ma indefinite e irregolari. Il suo aroma è intenso: petali di rosa essiccata e liquerizia anzitutto; sullo sfondo susine nere e tocchi di arancia rossa, ma sfumati, quasi lontani, perfettamente fusi con la polvere di caffè, il pepe nero, il tabacco biondo, i pellami. Lo troverai sul palato fine, elegante e di nerbo. Attacchera’ sottile, quasi tagliente, ma si aprirà  subito irraggiando un sapore altamente concentrato, sostenuto con intensità e tensione. Ne godrai l’acidità che è alta-non altissima: giusta, per richiamar e mai stancare; il gran corpo che sa essere leggero e scorrere continuo sulla lingua, laddove tanti vini d’ambizione ristagnano in opportune pesantezze e sfibrature; il tannino abbondante, ma sottile e rotondo. Certamente lo troverai caldo di alcool, ma in modo gradevole, misurato, e ti darà il piacere di una sosta al canto del fuoco l’inverno. E’ che vive nel contrasto tra questo calore alcolico ed una freschezza interna come di neve, che non deriva semplicemente dall’acidità, ma dall’insieme dell’aroma, del gusto e delle caratteristiche strutturali; e questo senso come di neve l’ho ritrovato, come una firma, nei più autentici vini di Valtellina. Non sarà magari lunghissimo nella persistenza come te lo aspetteresti, ma essa è nitida, bilanciata. Ecco, benché delizioso gli manca forse un po’ della complessità dei migliori, ma dalla sua ha la classicità e la naturalezza di un profilo dove non si affaccia la tentazione inopportuna di enfatizzare le dolcezze di legno di affinamento, dove non si cercano concentrazioni esagerate per stupire: insomma, uno Sforzato non sforzato, se mi si passa il gioco di parole, che si afferma per ciò che è anziché fingersi ciò che non è. Di questi tempi, non è poco. L’abbiamo sposato, in due, con un arrosto morto di manzo alla toscana.

Terre di Franciacorta Rosso 2001, Bersi Serlini, 13 gradi.

Se dici Franciacorta dici spumante metodo classico. Oggi. ‘Antanni fa avresti detto magari vini rossi. Prendi Bersi Serlini di Provaglio d’Iseo,  attiva dal 1886:  il rosso lo fa  ancora, se tu guardi sul sito però è nella categoria “piccole produzioni”, la scena restando tutta ai vini con le bolle. Se consulto “I vini d’ Italia” di Veronelli, edito da Canesi sul finire del 1961, gli spumanti nemmeno compaiono, ma si parla di vini da pasto e “fini da pasto” (definizione bellissima e desueta) a base di barbera, berzamino (e quest’uva, che cos’è?), sangiovese e vernaccia bianca: uvaggi, come usava per lo più nella nostra bella (ex?) Italia. Ho qui con me un Bersi Serlini del 2001, allora ufficialmente Terre di Franciacorta, non ancora Curtefranca come da nuova denominazione. Le sue uve: Cabernet e Merlot fino ad un 90% del totale, un saldo di Nebbiolo e Barbera, fino a un 10% ciascuno, secondo l’annata; diverso quindi dal tipo citato nel venerando (e venerabile) volume veronelliano. Pero’ quell’essere “sapido, generalmente con accentuato retrogusto amarognolo” tutto lo riconosco in questo vino vecchio di 14 anni, granato di media profondità nel mio calice, con archetti radi, irregolari e veloci a scorrere sul vetro. Veduta personale e lombarda dell’uvaggio bordolese, più dinamica, piu’ scattante e alla mano. È tuttavia emozione quella che ti sale al naso, quando il fruttato ed erbaceo giovanile gioca ora con trame più dense di foglie e sottobosco d’autunno, perfin della torba del vicino lago Sebino, con quella nota sottilmente idrocarburica ed empireumatica che avvolge di profondità e mistero la frutta nera dei mirtilli e ginepri, delle prugne secche, della buccia di fichi neri, appuntita da tocchi di nespole e erbe: la selvaggia amata cicoria di campo. Si’, i sentori del legno: vaniglia e fume’ ma leggerissimi, piacevoli come il tepore e il crepitare di un camino,  Eccolo in bocca: pieno, non imponente, ancora con quella acidita’ un po’ ammandorlata che lo spinge, fine ma non domo di tannino, soprattutto sapido e succoso, intenso, lontano anni luce da certi anemici Bordeaux ( e per prova provata ve ne sono!), perfetto nel suo tenore alcolico, che scalda solo quel che serve e si vuole da un rosso, infine discretamente lungo. Appena un po’ rustica e ruvida la sua trama, lana grezza più che seta e velluto, ma quella bella, fatta all’uncinetto per te dalla nonna. Cenni al gusto, aggiuntivi, quasi di pasta di pane e lievito. Veriddio che più che Bordeaux io penso al Chianti: altra terra per lo più d’uvaggio, altro vino di scatto e tenuta. Però, e’ come paragonar Leonardo ai leonardeschi: di la’ la complessa dimensione intellettuale, di qua una concretezza terragna e padana, alla maniera del Luini, del Moroni: vere entrambe di una verità diversa. Vino da bere e da godere questo, non da osannare: è difatti l’ho goduto, su conchiglie artigiane ed un mio sugo rosso odoroso coi porcini secchi. La mia chiosa: questo rosso con garbo e fermezza sussurra che la Franciacorta non è sol terra di metodo classico, ma a tutto campo, su quelle fatate colline, e’ terra da vini. Vini forti e rotondi, di dolcezza e pienezza lombarde: felicita’. Poi: ci siamo davvero accorti che la Lombardia, tra Franciacorta, Valtellina, Garda, Oltrepo’ e’ terra di grandi vini, tra le prime d’Italia, che non cede il passo a Veneto, Sicilia, Piemonte  e Toscana, per fattura, gusto e personalità? Eppure vedi -amico, amica che mi leggi- dove il lombardo e’ caduto in fallo: quella grandezza non l’ha saputa abbastanza promuovere e raccontare.