Gattinara 2007, Mauro Franchino, 13,5 gradi.

 
Che bella che è Gattinara. Ci arrivi magari come me da Milano, traversando quella Pianura Padana che è  lì piatta e monotona, interrotta solo da strade e capannoni ahimè, ma se sei fortunato e la giornata è soleggiata e propizia, vedrai avanti a te tutto l’arco alpino innevato. Poi però arrivi a Gattinara e ti tuffi in un piccolo mondo antico di portici accoglienti, di insegne démodé, di lampioni di ferro battuto, di cascine ruvide che si accostano alla dolcezza elegante e raffinata di palazzi nobiliari, settecenteschi e Belle Epoque , con le loro modanature ricercate e talvolta un po’ leziose. Poi però ci sono le colline – quelle colline -e sono un colpo al cuore di bellezza: vedile al tramonto, col sole che ne bacia le coste e i pampini, quando l’autunno le infiora d’infinite sfumature dal verde al marrone, calde e terrose; e respirane l’aria. Vai su, sali a piedi nel blu, passeggia attorno alla torre, anzi passeggiane le vigne, con quei suoli petrosi di porfido e granito; guarda i Cru di lontano: Molsino, Valferana, San Grato, Castella…Quella stessa torre sta da decenni sull’etichetta semplice e bellissima del Gattinara di un piccolo produttore all’antica, Mauro Franchino: uno schizzo nero a china su un fondo giallino come le vecchie carte dei salumieri. Il vino: che vino! Ho qui un 2007, riposato e forse anche energicamente domato da due, magari tre anni trascorsi steso in un appartamento. Ho sul fuoco un risotto giallo al salto (la vetusta ricetta di recupero lombarda), apro la bottiglia per subitanea ispirazione, e…meraviglia! Perché nel suo colore sorprendentemente rubino, che si vena appena sul brodo di granato ( e parliamo di un vino che ha 9 anni), trasparente, luminosissimo, con lacrime fitte, veloci, frastagliate, persistenti, non ha bisogno di attese per dispiegare la sua bellezza e illuminare irradiando la mensa. Irradia perché non conosce stanchezza, non conosce vecchiaia: al massimo, l’equilibrio relativo di una certa maturità: tutto in lui è ancora scatto e vita. Sentine l’aroma, sbalzato, dinamico, intensissimo, che varia di continuo: di petali di rose, di mirto e uva spina, di mora e mirtillo ( ma con una riservatissima delicatezza ), di susina, di fragolina di bosco; di pepe bianco, il chiodo di garofano spiccato, la liquerizia dolce; di pietra bagnata,  di limatura di ferro; con un fondo di arancia sanguinella e corbezzolo e un tocco lontanissimo – più che altro evocato – di cannella, terra e sottobosco; aromi tutti riuniti in modo armonioso e continuo. Poi però lo devi bere: e l’amore allora è completo, la concentrazione sulla fredda degustazione impossibile.  Nella tua bocca netto, deciso, forte e essenziale, ben secco, compatto, giusto: in qualche modo lo diresti disciplinato, per come su una linea retta dispone il suo sapore e la sua essenza con ordine, senza sbavature, con uno spirito d’altri tempi, disegnando un arco teso e reattivo. La sua felice contraddizione:
lo troverai sinuoso, poco estrattivo e materico, eppure ancora concentratissimo al gusto, energico e di corpo; ma è fatto della stessa sostanza dei sogni: scorrevole, flessibile, passante, con un tannino così sottile che è cipria, però tenace, risultando poi -piacevolmente- quasi masticabile. La sua acidità è altissima ma non pungente, perché non conosce asprezze: solo un sicuro senso di direzione che scorre snello e punta deciso alla meta.  Ne godo l’intensità sul palato, il tripudio di rose e di frutta rossa, ed una scia di mineralità che guida come un sentiero nel bosco: il centro bocca non lo diresti semplicemente salino, ma decisamente salato! È appena amaricante; ma in una maniera che piace, con quel giusto alcool che dà un po’ di calore e non disturba. Persistentissimo: il finale forte e insieme delicato sfuma in una dissolvenza lenta e continua, senza cadute. L’attendo: la danza delle ore rafforza nel suo aroma la rosa, vi compaiono la menta e l’asfalto; nel suo gusto, ancor più ferro e liquerizia. La serbevolezza, una sua dote. Difficilmente capita di bere da soli quasi una bottiglia di un vino rosso che sviluppa 13,5 gradi e che offra una tale ricchezza di sensazioni e profondità strutturale: ma con questo Gattinara mi è successo, lo ammetto con una certa vergogna. Secondo Woody Allen, nel film Manhattan,  le cose per le quali vale la pena vivere sono:    Groucho Marx, Joe Di Maggio, il secondo movimento della sinfonia Jupiter, l’incisione di Louis Armstrong di “Potato Head Bluess”, i film svedesi, “L’Educazione Sentimentale” di Flaubert, Marlon Brando, Frank Sinatra, le mele e pere di Cezanne, i granchi di Sam Woo’s, il viso di Tracy.   Avesse conosciuto questo Gattinara di Franchino, sono sicuro lo avrebbe aggiunto alla lista.

Gattinara 2001 Travaglini, 13,5 gradi.

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Questo Gattinara fu uno tra i miei primi acquisti da appassionato, quando iniziavo pieno di meraviglia, curiosità e sorpresa quell’affascinante viaggio tra gli stili, le denominazioni e i territori che tuttora dura e mai mi stanca.
Ricordo persino il momento e il luogo dell’acquisto: in un supermercato di Milano, quasi alla fine di via Padova, una sera buia dei giorni del’Avvento. Del Gattinara avevo sentito parlare a lungo come di un vino nobilissimo e un po’ fuori moda, ma una delle massime e più longeve espressioni di uva nebbiolo. Di quello di Travaglini in particolare, avevo recentemente letto giudizi molto lusinghieri sulle guide. Che cosa ci facesse lì, nella sua bottiglia caratteristicamente obliqua e immutabile dagli Anni Cinquanta, quel vino non proprio comune e all’epoca ancor meno alla moda di quanto possa esserlo oggi- era e rimane per me un mistero; così come quanto tempo quella bottiglia fosse rimasta sugli scaffali ad impolverarsi.
E assai a lungo è rimasta sdraiata in ulteriore attesa nella mia cantina, finché un giorno, d’improvviso, stanco da un viaggio di lavoro lunghissimo mi sono deciso ad aprirlo tornato dai miei cari, forse troppo impulsivo ed ancora nervoso, malferme le mani, non lucida la mente: e, maledetto, il tappo che si rompe, rimane a mezzo nel collo della bottiglia, si sbriciola irrimediabilmente, e poi vino tocca scaraffarlo e filtrarlo per sperare di rimuovere tutti quei corpuscoli. Sarà ancora buono, però, questo Gattinara, o avrà sofferto?  Eppure subito l’assaggio, perché già mi affascina col suo color granato di media profondità, il fondo da vino vecchio, gli archetti sul calice che preludono una ricchezza interiore. L’aroma è intenso, ma deve assestarsi: è un turbinio scomposto di aldeidi, di rose appassite, di bacche di mirto, di pelli, di chiodi di garofano, di cioccolato,  e preminentissima, abbondante, una nota di asfalto. C’è tutto il fascino del Nebbiolo invecchiato in quei profumi, seppur compressi e liberati in modo brutale, ex abrupto. Ancora più complesso in bocca: con un’acidità e un tannino ancora imponenti – e quest’ultimo forse ancora un po’ verde – esprime sapori concentrati di chinotto, di fungo, di liquerizia amara, che si aggiungono ai rimandi dell’olfatto. E tagliente: lo diresti magro sulle prime, ma invece è essenziale, perché in realtà riempie la bocca con un sorso sostenuto, salino, minerale, ferroso, ematico. Appena un po’ alcolico forse, ma piacevolmente. È assai lungo. Un vino a suo modo antico e magari non facile e non per tutti, ma che delle cose antiche ha il fascino unico ed ineffabile.

Sforzato di Valtellina Selezione 2008, Casa vinicola Pietro Nera, 15 gradi.

Una bottiglia, se ami il vino, è un regalo che ricevi sempre gradito e che lascia un impronta durevole nella memoria. Difficile aver gioia maggiore che condividerlo con chi te l’ha regalato, seppur magari – come nel mio caso – di vini assai poco intenditore; ma è persona speciale come la terra che origina questo rosso, la Valtellina. Terra dura, terra di montagna. Quante volte ci siamo sentiti raccontare dei terrazzamenti ripidi, dei muretti a secco, delle zolle strappate alla montagna a forza viva di braccia e sudore.
Non suoni tuttavia vuota retorica questa; corrisponde al vero, così come vere sono le tracce storiche di commerci del vino, con la vicina Svizzera in particolare: i rossi valtellinesi, che per la loro potenza stupivano il grande Leonardo qui si recò a misurare rocce per crear strade e difese, nei secoli sono stati fonte primaria di ricchezza per la valle. Fatica e ricchezza, quasi si parlasse di metalli preziosi da estrarre a forza dalla montagna, con ingegno e dedizione, figli della miniera. Ingegno, dunque, ed esperienza millenaria di viticoltori che sfidavano l’imprevedibilità della natura in epoche dove bastava ben poco a perdere un raccolto, in assenza delle moderne tecniche di allevamento e gestione della vite offerte oggi dal progresso e dalla scienza. Lo Sforzato – o Sfurzat, nella parlata  locale- nasce e nasceva dall’appassimento delle uve dei vigneti a quote più elevate, perche’ lassù era più difficile arrivare a piena maturazione, ma in compenso i grappoli erano sani, per la buona ventilazione. Con l’appassimento gli zuccheri e tutte le altre  sostanze dell’uva si concentravano e si poteva trarne un discreto vino. Questa, che era una tecnica tradizionale messa a punto per massimizzare l’uso della materia prima (e, si badi, non solo in Valtellina, ma anche in altre zone di montagna, persino in Lucchesia), è ormai impiegata piuttosto per produrre vini di qualità e stile particolari. Nel caso dello Sfurzat l’uva di partenza è il nobilissimo nebbiolo (la medesima -amico,amica mia- del Barolo, del Barbaresco) e pertanto i risultati possono essere sontuosi: perché l’appassimento, se ben condotto, ne preserva la naturale finezza, esaltandone la potenza e smussandone gli spigoli. Ed al morbido abbraccio di uno Sfurzat talvolta si ha bisogno di riandare, per quel senso di placido appagamento, di calma maestosa che riesce ad ispirare: quella sensazione che si prova di fronte allo scorrere pacato ma costante di un grande fiume. Questo di Nera è uno Sforzato molto tipico, invecchiato oltre diciotto mesi in botte grande e in bottiglia, ottenendo una tinta che sfuma con gradualità dal granato del bordo al rubino del centro, trasparente e luminosa. Lascia lacrime molto fitte e molto lente, persistenti ma indefinite e irregolari. Il suo aroma è intenso: petali di rosa essiccata e liquerizia anzitutto; sullo sfondo susine nere e tocchi di arancia rossa, ma sfumati, quasi lontani, perfettamente fusi con la polvere di caffè, il pepe nero, il tabacco biondo, i pellami. Lo troverai sul palato fine, elegante e di nerbo. Attacchera’ sottile, quasi tagliente, ma si aprirà  subito irraggiando un sapore altamente concentrato, sostenuto con intensità e tensione. Ne godrai l’acidità che è alta-non altissima: giusta, per richiamar e mai stancare; il gran corpo che sa essere leggero e scorrere continuo sulla lingua, laddove tanti vini d’ambizione ristagnano in opportune pesantezze e sfibrature; il tannino abbondante, ma sottile e rotondo. Certamente lo troverai caldo di alcool, ma in modo gradevole, misurato, e ti darà il piacere di una sosta al canto del fuoco l’inverno. E’ che vive nel contrasto tra questo calore alcolico ed una freschezza interna come di neve, che non deriva semplicemente dall’acidità, ma dall’insieme dell’aroma, del gusto e delle caratteristiche strutturali; e questo senso come di neve l’ho ritrovato, come una firma, nei più autentici vini di Valtellina. Non sarà magari lunghissimo nella persistenza come te lo aspetteresti, ma essa è nitida, bilanciata. Ecco, benché delizioso gli manca forse un po’ della complessità dei migliori, ma dalla sua ha la classicità e la naturalezza di un profilo dove non si affaccia la tentazione inopportuna di enfatizzare le dolcezze di legno di affinamento, dove non si cercano concentrazioni esagerate per stupire: insomma, uno Sforzato non sforzato, se mi si passa il gioco di parole, che si afferma per ciò che è anziché fingersi ciò che non è. Di questi tempi, non è poco. L’abbiamo sposato, in due, con un arrosto morto di manzo alla toscana.

Terre di Franciacorta Rosso 2001, Bersi Serlini, 13 gradi.

Se dici Franciacorta dici spumante metodo classico. Oggi. ‘Antanni fa avresti detto magari vini rossi. Prendi Bersi Serlini di Provaglio d’Iseo,  attiva dal 1886:  il rosso lo fa  ancora, se tu guardi sul sito però è nella categoria “piccole produzioni”, la scena restando tutta ai vini con le bolle. Se consulto “I vini d’ Italia” di Veronelli, edito da Canesi sul finire del 1961, gli spumanti nemmeno compaiono, ma si parla di vini da pasto e “fini da pasto” (definizione bellissima e desueta) a base di barbera, berzamino (e quest’uva, che cos’è?), sangiovese e vernaccia bianca: uvaggi, come usava per lo più nella nostra bella (ex?) Italia. Ho qui con me un Bersi Serlini del 2001, allora ufficialmente Terre di Franciacorta, non ancora Curtefranca come da nuova denominazione. Le sue uve: Cabernet e Merlot fino ad un 90% del totale, un saldo di Nebbiolo e Barbera, fino a un 10% ciascuno, secondo l’annata; diverso quindi dal tipo citato nel venerando (e venerabile) volume veronelliano. Pero’ quell’essere “sapido, generalmente con accentuato retrogusto amarognolo” tutto lo riconosco in questo vino vecchio di 14 anni, granato di media profondità nel mio calice, con archetti radi, irregolari e veloci a scorrere sul vetro. Veduta personale e lombarda dell’uvaggio bordolese, più dinamica, piu’ scattante e alla mano. È tuttavia emozione quella che ti sale al naso, quando il fruttato ed erbaceo giovanile gioca ora con trame più dense di foglie e sottobosco d’autunno, perfin della torba del vicino lago Sebino, con quella nota sottilmente idrocarburica ed empireumatica che avvolge di profondità e mistero la frutta nera dei mirtilli e ginepri, delle prugne secche, della buccia di fichi neri, appuntita da tocchi di nespole e erbe: la selvaggia amata cicoria di campo. Si’, i sentori del legno: vaniglia e fume’ ma leggerissimi, piacevoli come il tepore e il crepitare di un camino,  Eccolo in bocca: pieno, non imponente, ancora con quella acidita’ un po’ ammandorlata che lo spinge, fine ma non domo di tannino, soprattutto sapido e succoso, intenso, lontano anni luce da certi anemici Bordeaux ( e per prova provata ve ne sono!), perfetto nel suo tenore alcolico, che scalda solo quel che serve e si vuole da un rosso, infine discretamente lungo. Appena un po’ rustica e ruvida la sua trama, lana grezza più che seta e velluto, ma quella bella, fatta all’uncinetto per te dalla nonna. Cenni al gusto, aggiuntivi, quasi di pasta di pane e lievito. Veriddio che più che Bordeaux io penso al Chianti: altra terra per lo più d’uvaggio, altro vino di scatto e tenuta. Però, e’ come paragonar Leonardo ai leonardeschi: di la’ la complessa dimensione intellettuale, di qua una concretezza terragna e padana, alla maniera del Luini, del Moroni: vere entrambe di una verità diversa. Vino da bere e da godere questo, non da osannare: è difatti l’ho goduto, su conchiglie artigiane ed un mio sugo rosso odoroso coi porcini secchi. La mia chiosa: questo rosso con garbo e fermezza sussurra che la Franciacorta non è sol terra di metodo classico, ma a tutto campo, su quelle fatate colline, e’ terra da vini. Vini forti e rotondi, di dolcezza e pienezza lombarde: felicita’. Poi: ci siamo davvero accorti che la Lombardia, tra Franciacorta, Valtellina, Garda, Oltrepo’ e’ terra di grandi vini, tra le prime d’Italia, che non cede il passo a Veneto, Sicilia, Piemonte  e Toscana, per fattura, gusto e personalità? Eppure vedi -amico, amica che mi leggi- dove il lombardo e’ caduto in fallo: quella grandezza non l’ha saputa abbastanza promuovere e raccontare.

Maggiorina 2013, vino rosso, Le Piane, 12,5 gradi.


“A mille ce n’è, nel mio cuore di fiabe da narrar…”: cominciavano così quand’ero bimbo – con un coro accompagnato dal suono sfumato dei corni – le Fiabe Sonore Fabbri. Avevo imparato a mettere il 45 giri sul giradischi, a sollevare con la manina il braccio ed a posarlo sul primo solco delicatamente, perché la puntina non si danneggiasse. Un breve sfrigolio per la carica elettrostatica del vinile e la magia cominciava, in un attimo la penombra del grande appartamento che abitavamo allora nel centro vecchio di Milano si popolava di personaggi immaginifici e mi sentivo portato via in una dimensione meravigliosa, come varcando la soglia di uno specchio o volando su una nuvola. Anche Boca potrebbe raccontare una favola: coi colori del suo vino, con le sue colline, coi suoi boschi, con i suoi personaggi; e parole dove l’accento lombardo cede il passo al piemontese, in queste terre novaresi dove il confine si spostò più volte. Colline un tempo ricche di viti, una distesa ad ornare i pendii in orditi regolari, geometrici, bellissimi, come le trame di un tessuto nato da mani amorose ed esperte, ideato nell’estasi da un sommo stilista. Tessuto, si’: e proprio l’industria tessile fu poi la rovina della viticoltura di queste colline, strappando le braccia alla fatica della terra certo, forse anche alla miseria materiale – non so dire – offrendo in cambio un mondo nuovo: ma lo abbiamo poi visto quel mondo nuovo, com’e’. Non dirmi – amico, amica che mi leggi – “passatista!”: so del buono e del cattivo nel progresso, non discuto; ma la caduta di tradizioni millenarie non è fonte di romantico rimpianto, piuttosto perdita di un equilibrio che generazioni avevano impiegato a costruire: dell’uomo con l’uomo, dell’uomo con la Terra, della Terra con il Cielo. Allora, vedi, se le viti qui si piantavano per allevarle a maggiorina, un motivo c’era: con le piante che a gruppi di quattro da un punto centrale venivano fatte crescere verso gli angoli di un quadrato col supporto di pali inclinati verso l’interno, quasi fossero alberelli o cespugli in equilibrio a formare una tettoia di verzura, ecco che l’uve restavano protette dalle grandinate frequenti in zona, ma bene esposte all’aria ed al sole; così era almeno fino dal Milleseicento. E si dice che laggiù, se vai per boschi, trovi ancora nel folto sulla terra le basi che formavano la maggiorina, come fossero belle addormentate nella foresta incantata: la’ dove era riso e canto alla vendemmia, ora la natura vela nell’ombra il ricordo. I signori di Le Piane ancora conservano qualche vigna a maggiorina, di qui il nome di questo rosso: un po’ il loro vino da tutti i giorni, quello per darsi un confortino, fatto con un po’ di nebbiolo, di croatina, di vespolina, di uva rara e di altre che ancora abbellano le vecchie vigne. Eppure, come lo trovo scontroso questo vino, lui che in fiera mi aveva sorriso cosi’ pimpante e leggero. L’aduggia forse il lungo viaggio? O quel brutto tappo in truciolato l’ha mortificato, depresso, turbato, indebolito? Digrigna i denti con un tannino slegato, seppur i profumi siano li’: e’ viso di bimba dal broncio testardo. Io però lo aspetto: passa un giorno, due, tre…ma come, non era un vino quotidiano, da bersi presto? Quattro, forse cinque, chissà, ho perso il conto! Ma lo riconosco infine, con la sua tinta rubina trasparente, perfino scintillante, minime e lente le lacrime sul calice. Profumo finalmente disteso e ritrovato: di muschio e di bosco, di colline l’autunno, di una magrezza che rifugge il compiacimento del crepuscolare. Poi more e fragoline di bosco, già zuccherate e servite con quel poco di succo di limone, primaverili ed invitanti. Infine una speziatura che sussurra “son la vespolina” e che parla di ricette di casa semplici e vere, trovate e perdute, perdute e trovate: pepe bianco e cannella. Ecco la bimba col broncio adagio si fa donna, secondo i suoi tempi, uno sguardo fuggevole che quasi ti fulmina, ma è solo un momento: altro tempo, altra maturazione per essere un Boca, con la DOC. Freschezza al palato, questo è; e pulizia succosa, di acidità che solletica con forza, di una linea minerale ovvero sottilmente salina che si disegna sul palato, piccola forse, ma che testarda perdura: sembra che scappa via e poi indietro ritorna. È un vino un po’ all’antica questo qui: prima lo devi guardare, poi odorare, infine gustare con un piccolo sorso, come tu prendessi l’Ostia in chiesa; non te ne riempire la bocca, non ti travolgerà di corpo e di alcol, ma tenuto li’ sulla punta della lingua ecco che diffonderà l’intensità del suo sapore, come un primo bacio timido adolescenziale, trasmutando l’aroma, arricchendolo di bacche di ginepro. E pazienza se il suo tannino, pur fine, resta un poco verde immaturo. Perché, come si diceva nelle Fiabe Fabbri, per sognare “…basta un po’ di fantasia e di bontà’”.

Nebbiolo D’Alba Cumot 2004, Bricco Maiolica, 14 gradi.

“Maledetto!”: questo il mio primo pensiero mentre cerco di estrarre il tappo che, riottoso, si spezza e si sbriciola così minuziosamente da costringermi prima a forzare l’estrazione delle singole schegge attaccate al collo della bottiglia con una punta di lama, poi a misure ancora più estreme perché i pescoli di sughero sono ormai finiti nel vino. “Maledetto” mi ripeto, mentre con un colino d’acciaio inox lo filtro versandone i primi centilitri nel decanter. “Maledetto”; so che così lo sto ossidando e che sto facendo vivere ad un vino invecchiato uno shock ambientale che potrebbe pregiudicarlo. Dieci anni non sono tantissimi in assoluto, ma nemmeno uno scherzo, sebbene mi stupisca un po’ la fragilità del tappo: altri più vecchi, conservati nelle medesime condizioni, li ho trovati impeccabili. Per mia fortuna, tuttavia, il vino c’è e me ne accorgo già mentre effettuo quelle operazioni, investito come sono dagli aromi inconfondibili e preziosi del Nebbiolo di qualche lustro. Perché quel liquido color granato, ma che ancora conserva sorprendentemente ricordi rubini nelle sue rifrazioni, e che lascia sul calice lacrime irregolarissime, lente e rade, sa confortarti con la pronunciata avvolgenza di un mondo di aromi familiare e antico, che non finisce mai di stupirti, come quando riapri dopo mesi la porta della vecchia casa di campagna e lo ritrovi lì ad aspettarti, l’odore della tua infanzia e della tua adolescenza: a ciascuno il suo. Qui, sono le rose al tardo meriggio, i gelsomini, il ribes, le fragole e le prugne rosse, le ciliegie sotto spirito, polvere di liquirizia e tabacco trinciato, vecchi legni, annosi pellami, afflati ematici e minerali (ruggine, gomma) ed un tocco di vaniglia, ricordo del legno di affinamento, lieve ma sensibile (piace, non piace: questione di gusti, qui però ormai e’ bene integrato). In bocca e’ caldo, di corpo pieno, magari più largo che slanciato da una tensione costante, seppure l’acidità sia sempre ben vivida e la struttura tannica importante, di consistenza terrosa, ma grana fine. Il gusto e’ appena meno concentrato di quanto non fosse l’aroma, ma più variegato, con accenni di cola e di tostatura, terminando armonico, con una lunghezza giusta, ma che vorresti poter trattenere ancora più a lungo. E se certo suo profilo potrebbe far la gioia di chi ama il Pinot Nero di Borgogna invecchiato, pure ha quell’espressività seria che è solo piemontese; e quelle risonanze profonde, bronzee come suoni di campane lontane, proprie dei grandi vini delle Langhe da uve nebbiolo. Non fa però, bada bene, il verso al Barolo ed al Barbaresco: ha un carattere più gentile e familiare, una sottile eleganza rustica, come quella della Parrocchiale di Diano D’Alba, che sovrasta in mezzo il paese; imponentemente barocca, ma semplice nel suo paramento ammattonato, quasi che la terra da cui nasce questo vino avesse voluto da sola farsi miracolosa un monumento, metà grotta di Betlemme, metà volta di cantina.
Godine su secondi di grandi carni, prestando speciale attenzione alla temperatura di servizio, che non sia troppo alta; per me il piacere e’ stato un raro arrosto di spalla di cervo, amore perfetto.

Barbaresco 1995 Cantina della Porta Rossa, 13,5 gradi.


Fu l’anno della mia maturità il ‘95: noi di un liceo classico privato del centro di Milano mandati a Bruzzano per le prove scritte e orali, con le galline fuori che crocchiavano sui pochi prati di periferia. Che estate! Bella, soleggiata, serena, aperta alla vita. Le risate, le speranze, le vacanze a Ponza, gli amici, le ragazze. Era già l’epoca in cui il sabato mi fermavo a lungo con gli amici in chiacchiera davanti alla scuola; non veniva più mio padre a prendermi con la BMW antracite o la Tipo verde oltremare per quei pranzi invernali, quelli del biancostato bollito -tenerissimo- con la salsa di rafano e, spesso, una bottiglia di Barbaresco: la mia prima vera infatuazione per un vino che non fosse un Chianti toscano. Ne amavo la diversità orgogliosa, potente e nobile a un tempo: come leggevo in un vecchio libro, “il lucente bagliore dell’armatura di un condottiero”. Frugo nella mia cantina per cercarvi le bottiglie per il pranzo di Natale e trovo questa di vino vecchio di 18 anni: tanti ne sono passati da allora, eppur mi sembra ieri; e capisco all’improvviso il senso di quell’argento che mi s’affaccia alle tempie, che mi bisbiglia parole che non voglio ascoltare. Eccolo qui. Poco resta, dopo tanti anni, della gloriosa lucentezza, dell’energica freschezza giovanile. La sua tinta già si è fatta brunita, trascolorando il rubino fin oltre il granato. Eppure, che fascino emana; come uno sguardo melanconico in cui specchiarsi ritrovando traccia di se stessi, dei propri pensieri, quasi una specola oscura da cui sondare le profondità e le infinite pieghe del proprio spirito; cercando risposte nelle lacrime che scendono lente, indifferenti e mute sui bordi del calice ballon. Ricordi di vecchie versioni latine: gli aromi inalati per ispirare i vaticini delle Pizie. Qui, invece, un liquore mentolato distintamente sussurrando sprigiona odori di liquerizia, petali di viole e rose canine, chiodi di garofano, noce moscata, foglie di the’, terra bagnata, grafite, confettura di mirtilli; arancia amara, chinotto, cedro essiccati; tartufo, polvere di cacao amaro, prugne nere, lamponi; con una qualità cangiante e instabile che spiazza e annichilisce. Il suo corpo in bocca e’ pieno, stretto in un maglio poderoso di acidità spiccatissima che tutto sorregge e tannino fine, monumentale, che mordono non placati sulla bocca a discapito di componenti più morbide e fruttate, lasciate in secondo piano per formare la quinta di un gusto sottile, ma di lunga persistenza. Ancora una volta l’instabilità e’ la sua cifra: più inapprocciabile o più disteso secondo il momento, l’istante in cui lo cogli; e bada che l’ho bevuto dopo 12, 18, 24 ore e a più riprese. “O Fortuna, velut luna, varia et variabilis”. Il senso di questo momento della mia vita: il Barbaresco del ’95 della Cantina della Porta Rossa di Diano D’Alba -tradizionale, assemblaggio delle uve di diversi vignaioli e luoghi come usava un tempo in Langa- non mi può rispondere; ma intorno a lui ci siamo radunati in famiglia confondendoci nel nostro calore, intrecciando storie del presente e del passato, racconti di noi; segnando punti della nostra traiettoria, nella speranza senza voce ne’ parole di una eterna rinascita, silenziosa accorata preghiera: il significato del mio Natale. Ravioli in brodo, un fagiano, un cappone; i propri cari.

Per saperne di più: www.portarossa.it

Valtellina Superiore Sassella 2007, La Castellina – Fojanini, 13 gradi.

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Quand’ero un bimbo di 4, 5 anni, le domeniche d’inverno i miei mi portavano in montagna ai Piani di Artavaggio, sopra Lecco. Si prendeva la funivia a Moggio e in un attimo si era lassù, oltre le nuvole, nel silenzio, davanti a un mare di neve. A pranzo si andava al vecchio rifugio Castelli, che spiccava con le sue mura rosse ed i tetti aguzzi di legno sul gelido manto bianco. C’era un bel tepore dentro, un vociare e un odore speziato di stufato e spezzatino: chiodi di garofano e cannella. Mio padre, immancabilmente, ordinava un vino valtellinese: un Inferno o più frequentemente un Sassella, che preferivano trovandolo più leggero e più fine. A me quei nomi (e quello della cantina Negri) parevano tanto esotici rispetto al nostro domestico Chianti; e più bruni, rocciosi, arditi. Me ne davano giusto uno sporcabicchiere e mi sembrava un vino austero, che non dava confidenza; ma cominciai formarmi l’idea che fosse un vino importante, da andarlo a cercare lontano, da berlo nei giorni di festa, nei momenti felici, per trovarvi un po’ di calore quando fuori fa freddo. Di fronte a questa bottiglia della Fondazione Fojanini riemergono intatti quei ricordi: perché ritrovo nel vino una rarefazione che mi incanta straniandomi, accompagnandomi nei passi della memoria, come quando lassù in mezzo alla neve mi fermavo sopraffatto da tanta immensità ad ascoltare la voce del vento – e il resto era silenzio. Così il colore da perfetto nebbiolo d’altura, trasparente e luminoso rubino scarico e delicato, appena granato ai bordi. E’ restio a concedersi questo vino, perfino nel lasciare archetti sul bordo del calice: e perciò mi intriga. E’ austerissimo appena aperto: all’olfatto, quasi muto. Gli do’ allora il tempo di respirare: 12, 24, 48 e perfino 50 ore prima di trovarlo perfetto – o, piuttosto, vicino ad un’inattingibile perfezione. Come una donna che voglia essere scoperta poco a poco: svelata in un buio cieco, una veste via l’altra nel suo mistero. Ecco allora i magici tesori, a comporre un profilo di bellezza personalissima e unica: rosmarino, timo, maggiorana, sangue, iodio, alla lunga anche aromi di menta e floreali; ma con nitore, pulizia, respiro, quasi fossimo all’entrata solenne di un bosco, tra lo slancio verticale degli abeti: e’ forse resina quella che sento? In bocca, ecco il piacere, l’estasi immensa e sottile: un’esplosione controllata. Il fragore di una cascata la sua acidità, arginata solo da un tannino minuto ma tenace, ciottoli che frenano la furia di un torrente; e da una salinità minerale che gorgoglia nella tua bocca. Dati analitici a disegnare i punti cardinali sul palato; ma c’è altro tra questo alfa ed omega verticale, in questa polifonia medievale: c’è la ragione del canto che dovrai scoprire fra le note, un’intensità di frutto che sa essere aperta e solare, altopiano retico, davvero “divin del pian silenzio verde” di carducciana memoria. Ci trovi le giuggiole, il melograno, il corbezzolo, frutti dimenticati come l’emozione di questo vino, intensissimi, ma tutti come concentrati in un punto, sublimati in essenze longilinee, puntiformi, adimensionali. Lui ti accompagna lungo, lo sai, come lo sfumare di un ricordo caro; e pertanto ancor più cerchi di tenerlo con te. Dagli come compagno un arrosto, uno spezzatino, un risotto ai funghi, ma non berlo distratto: vuole la tua concentrazione, i tuoi piccoli sorsi e un cuore aperto.

per saperne di più: http://fondazionefojanini.provincia.so.it/

Lessona DOC 2006, Proprietà Sperino, 13,5 gradi.

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Lessona è un piccolo paese di collina nel Nord del Piemonte, a ridosso delle Alpi: il Monte Rosa vi chiude lo sguardo come un sipario di maestosa bellezza e riluce nell’aria con le sue cime aguzze quasi fosse la pala d’oro di un polittico medievale. Li’ si fa il vino da tempo immemorabile, ma ormai sono rimaste poche le vigne: erano 40.000 ettari prima della guerra, oggi sono solo 400. Reclamavano negli anni ‘50 braccia e sudore le fabbriche di Biella, di Novara, di Torino, di Milano. La terra, lasciata per la catena di montaggio, si riprese ciò che aveva concesso e, dov’erano le viti, la zolla ritorno’ bosco: l’opera paziente di generazioni dell’uomo riconquistata dal selvatico, avvolta nell’oscurità vegetale. Le campagne si spopolarono, non c’era più gente ad attendere i campi. Non c’era più spazio per il vino fine, elegante e longevo di Lessona, quello famoso del brindisi per l’Unita’ d’Italia, quello che già nell’Ottocento si esportava a New York: andavano invece i vini economici, industriali. L’oblio avvolse ogni cosa col suo manto nero: anche la Proprietà Sperino, un tempo famosa, celebrata, tristemente si arrese. Abbandonati i terreni, venne chiusa la cantina sotto la villa, lasciando le grandi botti vuote sotto le volte, a cullare svaniti i fantasmi di un passato; si deposito’ la polvere nei saloni affrescati, sui canapè, sui ritratti di famiglia (medici, ministri, che più importa?), sui registri per secoli compilati con meticolosa cura annotando stagioni, vendemmie, gradi alcolici. Giorno dopo giorno, sempre più fu il silenzio a regnare. Ma se sei bambino, ed un luogo così l’hai visto operoso, ridente di voci e di fragranze e di ribollir di tini, tu non puoi dimenticare. Se poi ne hai vissuto l’inizio dell’oblio, avrai vagato fra le botti risonanti e ormai inutili come vuote armature, sentendone il fascino magico di strumenti di creazione alchemica, di portali d’ingresso per mondi incantati. Poi, crescendo, la notte in sogno ti sarai ritrovato di nuovo la’ e le sale fatiscenti avrai visto rianimarsi d’incanto per una festa al chiaro di luna, rifiorire le vigne liberandosi dagli sterpi, stridere ancora i torchi e fremere i tini per la danza allegra di donne e bambini che pestano i grappoli. Allora un giorno – tu che ormai sei andato lontano, in un altrove che hai reso tuo e dove la tua opera e’ stimata- decidi che quel sogno deve diventare realtà: spalanchi il portale pesante della villa, dai aria alle stanze e tutto trovi fermo a com’era un tempo, quasi tu salissi su un immaginifico Titanic per una ricerca del tempo perduto. E se nella cantina, che vuoi riadattare alla vinificazione con spirito archeologico per fare quel vino “come una volta”, trovi bottiglie coperte da incrostazioni di polvere – quasi fossero gioielli in una grotta- del 1840, del 1859, del 1868, e ancora son buone e vitali, allora provi il senso di una benedizione che ti giunga da chi è stato li’ prima di te, col suo ingegno e la sua passione, dando un senso più alto e compiuto alla parola “tradizione”. Chissà’ se davvero erano questi i sentimenti che ti hanno lanciato in questa folle, bellissima impresa. Io li indovino, e con essi te e tuo figlio, solo attraverso il vostro vino, che si materializza nel mio calice come un’evocazione, fin dal suo rubino trasparente, lucido come uno specchio segreto, con riflessi granata ai bordi e più giovani, quasi purpurei al centro, dove offre più resistenza alla luce, come se nemmeno essa potesse indagarne tutta la profondità’ insondabile. Vino lentissimo a dispiegarsi: appena aperto lo devi cercare col tuo olfatto, e quasi non lo trovi; come se la terra, a lungo muta di vigne, stentasse a trovare le parole, dovendole cercare da un lontano ricordo. E’ un cavo d’acciaio che ti attraversa il palato, sottile eppur tenacissimo. E’ una dama in un lungo abito da sera nero, scintillante, che passa oltre senza darti confidenza, senza degnarti di uno sguardo. Ci vuol tempo con una donna così perché scoppi la passione, che arriverà invece poco a poco, sul filo di un non detto, fino a travolgerti. Dagli, amico, amica mia, ventiquattr’ore: avrai allora la rivelazione di un sogno, un trattenuto trepidante abbraccio. Mai sarai sopraffatto dal suo aroma, ma sedotto e conquistato poco a poco per i suoi caleidoscopici rimandi. Ed ancora il tempo e’ la sua dimensione: più lo attendi fermo nel bicchiere, più i profumi sembrano gonfiarsi come nuvole. Serve poi dire che vi troverai fragoline di bosco, lamponi, violette e peonie, liquirizia e quarzi, se poi sa cangiare ad ogni istante trascorso, svelando via via ferro, sangue, timo, rabarbaro, meringa, grafite, petrolio, balsami, mente, incensi ed infiniti altri aromi? Forse lo berrai, se fuggirai dal baratro dell’olfatto in cui potresti perderti, novello Ulisse con le Sirene. Non avrai qui un vino da travolgerti il palato, da riempirti la bocca lasciandotela scossa dal cozzare su di essa di una massa pesante. Altra sorta di magia ti aspetta, inaudita: più piccolo sarà il tuo sorso, più intenso ne trarrai sapore; più a lungo in bocca lo terrai, più ti pervaderà il palato: si farà ampio, intenso, solenne fino a stordirti, fino a doverlo fare parte di te. Ancora la dimensione del tempo a dominare, una dimensione di lentezza che credevamo estinta se non in pochissimi superstiti,eroici, dinosauri e dei di un mondo scomparso. Serve allora dirti che il tannino e’ finissimo, più sottile ancor che cipria, che il corpo ha la nitida tenacia di un diamante, che la sua lunga persistenza e’ salina e acida? Vai a vedere i terreni dove i De Marchi hanno ripiantato giovani le viti di nebbiolo (in zona lo chiamano spanna; e chissà che vini daranno, invecchiando!); guardane la sabbia friabile e compatta, giallo rossastra, ricca di minerali; e capirai. Terra rarissima: era Lessona la spiaggia di un mare preistorico; ed un po’ di quel purissimo incanto primordiale -mi piace pensare- trasfonde nei vini. Non l’ho finita questa bottiglia: come quando leggo un libro che mi prende il cuore, ad un certo punto rallento per tenerlo ancora con me; non vorrei mai arrivare in fondo. Domani, lo sento, sarà ancora più grande. E così è, alla prova: ancora più complesso, ancora più balsamico. Sposalo, se puoi, con la cacciagione da piuma, arrostita: un fagiano, la beccaccia; anche le quaglie van bene. Oppure altri arrosti, di vari animali; o formaggi stagionati a pasta semidura, di latte vaccino; perfino un risotto di terra, che non sia però speziato. Delibalo senza fretta, in intima concentrazione, per piccoli sorsi. Ma su tutto, ascolta il mio consiglio, amico, amica che mi leggi: una bottiglia procuratene, sistemala bene nel miglior cantuccio della tua cantina e dimenticatene per almeno diec’anni. Te ne ripagherà. Io, come con una donna, per la fretta di averlo non l’ho avuto appieno.

Per saperne di più: http://www.proprietasperino.it/

Barolo “Ravera” 2006, Terre del Barolo, 14°

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Quando ero bambino il Barolo era il vino delle grandi occasioni: aprirlo era la misura stessa dell’importanza del momento. Ricordo mio padre, ristoratore, maneggiarlo quasi con sacralità: “annusa, assaggia, questo è Barolo. Lo senti che è diverso, lo senti com’è robusto?”. Sì, babbo, lo sento. E quel nome stesso, Barolo, evocava una profondità risonante, come un baratro oscuro e misterioso, mugghiante di un’eco infinita, quasi di acqua tumultuosa e lontana in una forra, come il suono attutito delle pelli percosse di un tamburo. Ho sempre poi amato ritrovarvi nell’aroma e nel sapore di un Barolo l’idea di quel suono profondo, austero, intransigente, autorevole. Terre del Barolo era un marchio di casa: Dolcetti, Barbere, Barbareschi allineati sugli scaffali ricavati nello spessore delle volte bianche delle sale sotterranee del nostro ristorante, a far corona all’indiscusso re. Ero ignaro allora dell’importanza storica di questa cantina sociale, di un’epopea di Langa fatta di agricoltori, partigani, vinattieri e vignaioli; di casali che si svuotavano perché la Fiat di Torino e la Ferrero di Alba crescevano e chiedevano braccia, davvero rubate all’agricoltura; e di quei cocciuti resistenti aggrappati ad un pezzetto di terra. Nulla sapevo io dei “cru” e dei “sori’”, nomi di vigne elette che crescendo mi avrebbero affascinato come i gioielli nella grotta di Alì-Babà : Cannubi, Monvigliero, Lazzarito; ed appunto Ravera, anfiteatro orientato a sud-est e sud in comune di Monforte d’Alba, madre di vini equilibrati e possenti. Ancora da venire, io bambino, le polemiche tra produttori tradizionalisti e modernisti. Terre del Barolo fu l’ancora di salvezza di tanti piccoli vignaioli altrimenti costretti ad abbandonare le loro colline; fu ed è un approdo sicuro per chi cerca vini solidi e di impianto tradizionale . Ed ecco che che nel mio calice si materializza così, classicamente granato sull’unghia e appena più rubino al centro, trasparente e gioiosamente non concentrato : parla qui voce vera l’uva nebbiolo, che di suo non è ricca di quegli antociani che danno il colore. L’aroma, sfugge imprendibile come la bellezza e il tempo, perchè cambia di minuto in minuto: ma è in questo mutare dinamico che sa commuoverti e parlarti. Caldo e fresco: rose e amarene, cacao e incenso, erbe aromatiche ed erbe officinali, terra e roccia, muschi e vernici; legna e ferro. Autunnale e struggente. La pioggia che bagna i campi; il bosco che segreto accoglie la nascita dei funghi porcini, chiodini, prataioli; un orizzonte bigio, illuminato in controluce attarverso le nuvole che diffondono la luce sui bricchi, sui castelli. Son questi aromi? Forse no: mi inganno ed è illusione. In bocca allora, per verificare la misura possente della sua struttura: acidità decisa, vigorosissima; tannino incisivo, fermo; corpo ampio, ma senza grassezza alcuna, senza mollezze: non c’è infingimento mellifluo, non dovizia di carezze traditrici; ma avaramente meditate e, dunque, vieppiù intense, permanendo sul palato a lungo, quale il ricordo di un bacio a lungo desiato. Tanta forza ricomposta in un equilibro di grazia pensosa, la firma nobile della Ravera. Grandi umidi o cacciagione per lui; o, al meno, nobilissimi aromatici arrosti di antica costituzione (il n° 534 del libro dell’Artusi -arrosto morto lardellato- che ho cotto con extravergine del Montalbano e quasi punto burro in una cazzaruola di ghisa). Per poi perdersi col naso nel bicchiere, seguendo il suo trascolorare da una tono all’altro, come una stagione scivola impercettibilmente nella successiva, secondo un ciclo da sempre infinito.

Per saperne di più: http://www.terredelbarolo.com/getcontent.aspx?nID=1&l=it