Brunello di Montalcino 2004 (13,5 gradi) e Brunello di Montalcino 2006 (14 gradi), Sanlorenzo.

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Mi ha detto: “Queste però  bevile, che le ho portate al Vinitaly e in giro da qualche altra parte” . Ubbidisco, Luciano: “stasera ho il cinghiale in umido, domani fiorentina” sulla brace vera, odorosa: l’occasioni giuste. Le altre tue – sorelle loro -continueranno il riposo  in cantina. Detto, fatto; e inavvertitamente gustate all’inverso: 2006 sull’umido, 2004 sulla griglia. Avrei preferito l’opposto, ma va bene così: perché la 2006 la risento ora a 27 ore dall’apertura e non è ancora doma. Non che la 2004 scherzi, dopo 15 ore. Non son vini questi Brunello a quali puoi dare del tu: Esigono rispetto e son quasi sangiovese di montagna: 550 metri non sono pochi, anche se si è esposti a sud-ovest con una luce aperta, piena. Ogni volta che arrivo al podere, oltre il bosco, e lascio la macchina in un angolo, scendo e mi fermo un attimo a rimirare quello straordinario cannocchiale prospettico, che è come un balzo sulle montagne russe quando arrivi in cima alla salita e con il cuore in gola il trenino ti scaraventa in picchiata verso la discesa a capofitto. E respiro a pieni polmoni l’aria fresca e pura. Come l’altra mattina: non sarei più andato via e nemmeno quasi entrato in cantina: lo debbo chiedere una volta a Luciano: “portami a passeggiare le vigne”, perché da lì nasce tutto.
Come si fa la verticale – anche se mini, come in questo caso? Di solito vino più giovane al più vecchio, ma c’è chi sostiene anche il contrario: in Francia, credo. Non del tutto a torto: il quelli più vecchi hanno solitamente più fine il tannino, più docile l’acidità: conquistano con la seduzione, non con la forza. Nel dubbio, il mio assaggio è stato ondivago: un sorso qui, uno là, e  me li sono pure portati a tavola, come ti dicevo. Probabilmente neppure avrei dovuto scriverle, le note di degustazione: “Queste però bevile…”. Meglio: la tempra di un vino si misura anche così, alla prova delle battaglie della vita vera: la cantina interrata dalla volte ampie e buie, in fondo, chi ce l’ha? Quindi, più che note, sono appunti sghembi, vergati una sera di febbraio “al canto del foco”.
Il rubino è trasparente  per entrambi, con riflessi cupi, più cupi ancora per il 2006, mentre il 2004 tende un po’ più al granato ed è lievemente di tinta meno carica. Formano entrambi gocciole irregolari, rade, lente, piuttosto persistenti, più massicce forse nel 2006, ma son sfumature. Danzano entrambi piuttosto materici nel calice: muscolosi e sensuali come ballerini e ballerine della compagnia di David Parsons. L’olfatto: eh, una parola: “fermati, attimo, sei bello” brama Faust di dire al momento supremo. Qui, questi profumi non stanno fermi un istante, cambiano come una girandola sospinta da un alito di vento: da ore li sento mutare nel bicchiere, mi tocca cercare di fotografarli all’improvviso. Ora il 2004 nelle mie nari è decisamente intenso, in sviluppo, concentratissimo, netto e sfaccettato,  una stratificazione profonda come ere geologiche di lampone, amarena, pesche noce , prugna, arancia, anche qualche nota di mora di rovo e mirtillo. Ci sono terziari, come una lieve nota di fungo porcino e di pelli, ma lo domina una potenza balsamica che sa di macchia e di eucalipto, con le sue foglie affusolate che se le spezzi sono così odorose, ma anche il suo legno, tracimante di clorofilla profumata e tenero: basta inciderlo con un’unghia per vederla uscire verde smeraldo. Un accenno di spezie dolci: vaniglia, cannella, cacao. Un balugine ematico, ferroso, forse anche affumicato e latteo, come una scamorza lievemente annerita. Una spolverata di pepe nero, rosmarino, olio d’oliva (pure quello, e potrei continuare vista la mutevolezza di questi profumi). Il 2006 all’olfatto è in questo momento più ritroso: concentratissimo anche lui ma di intensità più mediana. Mi verrebbe da dire che è più indietro nell’evoluzione – e ci sta: notazione banale, se è due anni più giovane – ma non in maniera proporzionale rispetto alle attese. Meno aperto del 2004 -in questa fase almeno- gioca tutto il suo fascino olfattivo su un crinale sottile di freschezza fruttata e floreale e note iodate, grafitiche, di muschio, ferrose; come se viole ed amarene e chicchi di melograno freschissimi fossero nascosti in uno scrigno severo e robusto di metallo, del quale solo il tempo è la chiave. Tra essi, mischiate, giuggiole, licis , corbezzoli. Anche qui, pepe, ma bianco e nero insieme; profumi di macchia, ma più sfumati, lontani, prossimi all’orizzonte. Al sorso, sono entrambi vini di grande concentrazione gustativa e di corpo, ma dinamici e pronti allo scatto, freschi.  Il 2004 in qualche modo è più gentile, con un attacco sul palato quasi impalpabile, in un vibrante pianissimo. L’acidità resta come avvolta in trine morbide, ma è notevolissima e trascinante, allungando  su un sentiero salino questo Brunello verso il finale lungo e composto, dove rimane però una certa sensazione di tannino abbondantissimo e ancora austero, fermo come un colonnato  che marca una soglia: guai  a non meritarne l’ingresso. Il 2006 è educato nell’attacco, ma ancora più risoluto nell’instaurare un dialogo col tuo palato: il colpo d’ala nella prima sezione della lingua e sull’arcata dentale è da titano e si avanza poi trionfante a spiegare il suo gran corpo, la struttura saldissima, che si allarga quasi dolce e ricca di polpa a centro bocca , gustosa e succosissima, per poi allungarsi ancora verso un finale a coda di pavone, come diceva Veronelli, ampio e sonante, ben bilanciato. L’acidità è anche qui notevole, ma come più avvolta nella polpa, nella carne viva di frutto, così che fatico a dire quale dei due fratelli l’abbia più alta: persino, assaggia assaggia, mi sbilancerei sul 2006 , ma non ci scommetterei un soldo bucato. Quella che mi par chiara è la qualità del tannino ( la quantità tra i due non si discosta molto): assai più fine è rotondo nel 2006. Insomma, due splendidi fratelli, emozionanti e autentici, simili ma assai diversi: darai del lei al 2004 e del voi al 2006, o viceversa , seconda del tuo gusto e del tuo umore. Sono vini di sorprendente qualità gastronomica, o, se vuoi,  da compagnia, da meditazione: non li offendere con una mera degustazione.  Io, è chiaro, ho avuto stasera la mia preferenza, ma è un attimo bello e domani, chissà. Difatti sono vini ancora lontani dal raggiungere la loro maturazion ideale, naturale seguano un loro ciclo imprevedibile di gioiose aperture e ritrose chiusure.
Mi resta una postilla: fu l’annata 2004, la seconda prodotta da Luciano, eccellente; ancor più la 2006; entrambe a cinque stelle, secondo la valutazione del Consorzio del Brunello.  Vai tuttavia a sentire, amica o amico che mi leggi, quali gioiellini ha tirato fuori Luciano in annate meno felici come la 2011 o la 2014 e mi dirai: con l’esperienza, ancora più rifiniti. Io intanto aspetto curioso le prossime uscite…

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Rosso di Montalcino 2014, Salvioni – La Cerbaiola, 14 gradi.

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Se mi passi una battuta – amica o amico che mi leggi – a Montalcino tutti dicono Brunello; e con ragione, perché il Brunello è la benzina di Montalcino. Io però ho una simpatia particolare per il Rosso: a una certa sua quotidianità unisce nei casi migliori una gioiosità di beva, un’eleganza lieve ed una profondità di sentimento meravigliose e individuali. Ed infatti dice qualcuno che sia una valida alternativa ai Borgogna: ferme restando le evidenti differenze, ci sono in effetti punti in comune di finezza e complessità. È vero tuttavia che la tipologia del Rosso di Montalcino ha una variabilità di esiti notevole, dovuta alla sua origine per dir così ibrida: c’è chi lo interpreta come un vino di seconda categoria dove far confluire le uve meno prestanti, chi come un Brunello meno invecchiato, chi ne adopera il nome per ricercare strade nuove e nuovi equilibri. Alcuni sono ambiziosi e puntualmente eccellenti. Capita poi che certi Rosso di Montalcino nascano per il declassamento di un Brunello non ritenuto all’altezza, a causa di un’annata difficile: sono dei fuori razza che possono riservare sorprese. Fatto sta che lo scorso anno, alla presentazione delle nuove annate di Montalcino, tra tutti i vini proprio un Rosso mi fece letteralmente frizzare le antenne: quello di Salvioni, che in genere non lo produce;  buonissimo, più di molti Brunello che erano sui banchi d’assaggio. Così buono che appena un amico, udito il mio entusiasmo, propose generosamente di cedermi un paio di bottiglie che con alcuni buoni uffici si era procurate, accettai immediatamente con una certa sfacciataggine: volevo proprio riassaggiarlo con calma e forse, ancor più, che me lo volevo godere.
Gli lasciai poche settimane di riposo e lo aprii per Pasqua, il 27 marzo.
Fu la conferma di quei frettolosi assaggi a Benvenuto Brunello: un gran vino, perchè ad una nobile austerità univa lo slancio giovanile, vesti adolescenti su un animo maturo. Il suo colore era rubino perfetto, trasparente, luminoso, appena aranciato sul bordo, con gocciole molto fitte e persistenti sulle pareti del calice. Il profumo intensissimo e molto complesso, giovanile ma con accordi di note terziarie: croccante, profondo, elegante. Ciliegia e marasca in primo piano,  realistiche e mature. Violette e rose. Balzava però subito evidente e distintivo il suo carattere ferroso e minerale. Più sfumati giungevano toni erbacei, da orto dei semplici,  di macchia e di bosco: salvia, rosmarino, origano, leccio e cipresso. Morbido si dipanava un fondale di pellami conciati di fresco, di tabacco, di cera e incenso.  Un tocco appena di solvente. Al sorso profondo, vellutato, lungo e succoso, fresco, gustosissimo, salino, ferroso, ematico, appena vagamente fungino. Corposo, scattante, atletico più che muscoloso, con un tannino abbondante, irruente, molto fine però, ed un’alta  acidità. Uno di quei vini che metti sulla punta del palato e dopo un po’ il sapore si allarga ed esplode con voce di tenore, come certi Nebbioli del nord del Piemonte. Molto puro, partiva netto sul palato e con un ritmo sicuro accelerava sul con un crescendo rossiniano, come fosse l’ouverture della Semiramide, verso un finale lunghissimo e ottimamente integrato,  con un tocco di liquerizia amara che aggiungeva tridimensionalità. Forse, a ben vedere, si sentiva appena un po’ il calore dell’alcol, ma gli dava una spallata di carattere piacevolmente maschio. Lo godemmo con gli arrosti: ottimo sul  fagiano, eccellente  sul cappone. Questo super Rosso si sarebbe tentati di chiamarlo piccolo Brunello – e nemmeno tanto piccolo, anzi- ma gli si farebbe un torto, perché ha un suo profilo personalissimo di forza e di grazia, una bevibilità golosa che non abbisogna di alcun invecchiamento ulteriore -benché non gli sia precluso- perché già si mostrava meraviglioso e sinuoso nel destreggiarsi tra giovanile freschezza e profondità adulta; né, credo, un anno gli abbia marcato grandi differenze.  Insomma, questo Rosso di Montalcino 2014 di Salvioni è una manifestazione evidente delle mille risorse e sfaccettature del Sangiovese di Montalcino. E chi li vede più Bordeaux e Borgogna di fronte a questo carattere, a questa identità?

Rosso di Montalcino 2014, Sanlorenzo, 14 gradi.

L’ultima volta che sono stato a Sanlorenzo l’aria era pulita, limpidissimo il cielo. C’era il vento che, mentre il giorno principiava il suo cammino dal meriggio verso il crepuscolo, faceva stormire le fronde e muoveva i pampini in un’allegrezza silenziosa e mesta. Un profumo permeava lo spazio celeste e le zolle brune di un odore quasi di fieno al sole: chissà, lo portava forse quel vento dai pascoli dell’Amiata. Si vedeva quel giorno all’orizzonte, lontanissimo ma lucente, il mare e persino i monti della Corsica. Bada – amico o amica che mi leggi – sono forse 50 chilometri in linea d’aria di lì alla costa grossetana , magari anche più. E’ che Sanlorenzo sta in alto, a 500 metri d’altezza, una quota che un tempo rendeva difficili le maturazioni del sangiovese. Però, complice l’esposizione prevalente a sud-ovest e la serie di annate piuttosto calde che si sono succedute almeno dal 2003 innanzi, i vini di Sanlorenzo si sono forgiati normalmente ampi, eleganti, potenti, suadenti. Energici, certo, ma anche caldamente comunicativi, con una loro robusta morbidezza. Così il Brunello e così il Rosso, che riesce sempre di qualità sorprendente: ma Luciano è vignaiolo serio e ambizioso e il suo Rosso è semplicemente un’interpretazione altra del grande sangiovese di Montalcino, più pronta e amichevole, non meno raffinata del Brunello.
Certo, di anno in anno suoi  i vini sono stati diversi e questa speciale filigrana è uno tra i loro aspetti più belli, ma l’annata 2014, così piovosa, fredda e difficile, ha originato un Rosso per certi versi atipico: è sempre lui, ha quei lineamenti da sangiovese di razza e sincero,  però sostituisce scatto a distensione, freschezza a calore, grinta a souplesse. E tali caratteristiche  si concretizzano in una beva incisiva, quintessenziale, slanciata, quasi una saetta.  La prova? Versalo. E’ rubino scuro, ma con una trasparenza speciale ed una luminosità interna, rifrattiva; sul vetro del calice lascia  gocciole fittissime e lentissime: ravviva il desiderio. Tuffa allora le tue nari, lascia ti avvolgano i suoi aromi puliti,  intensi e freschi di frutta rossa: eccoli evidenti, vividi, fragola e ciliegia, lampone e fragola di bosco e poi una vaghezza di fiori, che intravedi appena sfumata com’è alla maniera impressionista. Altre note fresche, quasi rapsodiche: salvia, arancia rossa, un ricordo lontano di spezie di norcineria (noce moscata e cannella), persino zenzero, accenni di iodio e di ruggine, sentori appena percettibili di pellame e tabacco: ma sono solo una premonizione .  Assaggialo: riassumendo in pochi tratti, direbbe l’esperto che il gusto, di notevole intensità, è rispondente a quanto offerto all’olfatto; soprattutto però in bocca io trovo il sapore dell’uva sangiovese appena colta, che bambino mangiavo sulle prode, ed insieme vi sento qualche ricordo  di sultanina, più dolce. Ha un’acidità potente, portante come una struttura di pietra forte, ed è assai tannico,  ma di un tannino finissimo e signorile: ecco, mi ricorda certi Nebbiolo giovani, per il suo essere corposo e stilizzato, lungo, articolato, con un finale di gran classe, che è un po’ amaricante, ma con piacevolezza e lascia quasi un retrogusto antico di rabarbaro. Su tutto domina un’enorme freschezza. Si diceva prima della trasparenza nel leggere le annate: credo che mai come con questo Rosso di Montalcino 2014, in tutta la sua particolarità, io abbia realizzato che il Sangiovese di Sanlorenzo è anzitutto un grande sangiovese di altura, con caratteri montani spiccati nelle annate più fredde. Di qui la forza, di qui l’eleganza, di qui la sua originalità, che l’affratella al meglio delle produzioni internazionali e nostrane.
C’è poi un fatto curioso: gustato a settembre da una bottiglia in tutto gemella, era in una fase interlocutoria anche rispetto a precedenti di assaggi: contratto, svelava a nudo tutto il suo spessore strutturale, anche se svaniva un poco l’immediato godimento. Ora invece sì è schiuso come un fiore a primavera; e nello slanciarsi del profumo gioca quasi a nascondino, perchè ora è la struttura a farsi più sfumata. Però  non mi sento di dirlo sbocciato ancora, perché mi pare di sentire che sia solo all’inizio di un suo cammino e che per goderlo appieno, voglia ancora un ascolto attento. Darà ulteriori soddisfazioni negli anni, figlio di un’annata da molti detta minore? Ci vorrebbe la sfera di cristallo, ma tu tienilo nel bicchiere: seguine l’evoluzione, senti come cambia e si esalta. Perciò io ne accantonerò fiducioso e felice qualche bottiglia. L’ho goduto e trovato eccellente su arrosti misti; un po’ fresco, buonissimo.

Sant’Antimo Chardonnay DOC 2015, Enzo Tiezzi Podere Soccorso, 14 gradi.

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Enzo Tiezzi – amico, amica che mi leggi forse già lo sai- è un signore gentile e di lunga esperienza che come pochi altri può parlar d’amore col sangiovese e con le terre di Montalcino, palmo a palmo. Penso sempre che bisognerebbe raccogliere la sua conoscenza e i suoi ricordi in un libro: ci ispirerebbero a guardare avanti e ad andare lontano. Basterebbe pensare al lavoro svolto per recuperare l’antico Podere Soccorso e ai vini che vi produce per capire quanto la sua opera sia meritoria.
Pertanto, quando ho saputo che produceva anche un bianco da uve Chardonnay – credo da un terreno sul versante nord di Montalcino- ho provato un misto di curiosità e di sconcerto: ma come, l’uva bianca borgognona a Montalcino?
Capita – lo dico per onestà – che ne riceva da lui una bottiglia, omaggio delicato e gentile che ne accompagna altre di suo Brunello che avevo richiesto per me e per amici. Capisco allora dalle parole che mi invia, che lui a quel vino tiene parecchio: “Il Bianco è un po’ particolare; fermentato per alcuni giorni sulle bucce;  3 mesi in barriques; e dopo un po’ di acciaio messo in bottiglia senza filtrare e essenza chiarifica. È un mio sfizio”. Difficile resistere a lungo: lo apro alla prima occasione, passata qualche settimana, nella pace della mia vecchia casa, sotto la  penombra dei miei travi, nel caldo estivo; e lo trovo  giallo limone carico, viscoso di gocciole irregolari e lente, “dalle gambe lunghe” . Assai petillant sulle prime: ti ricorda quanto è giovane e che è un imbottigliamento recente. Ha un profumo intensissimo, aderente al varietale dello Chardonnay, ma declinato con il calore e la ricchezza di un clima mediterraneo.  Gli aromi sono sfaccettati, ma precisi e decisi, anche se trascolorano con naturalezza l’uno nell’altro, in un accordo pieno che si espande luminoso tra i gradi della scala: la frutta, le spezie, i fiori; unendo, a dispetto della giovane età maturità e freschezza in modo mirabile ed entusiasmante.  Se lo ascolti, vi trovi susine verdi: le Claudia mature; e pesche mature: le percocche. Poi gli agrumi: buccia di limone, spremuta di arance, succo di pompelmo. Non mancano tocchi tropicali: i frutti della passione, gli  alchicingi, il melone, la banana. Profumi piccanti e dolci: il pepe bianco e la vaniglia; ariosi e segreti: i fiori di limone, di pesco, di albicocco accanto al tabacco biondo. Per finire, un po’ di aldeidi, che sono per me come un dettaglio sexy in una donna: può essere più o meno bella, ma senza non sarà sexy.   All’assaggio, il corpo è assai pieno ma molto dinamico, fresco e reattivo. C’è una sensazione di mela gialla al gusto, ma soprattuto è salino, sospinto da un’acidità ben superiore alla media, accolta tuttavia e nascosta dall’intensità ampia del vino, che si distende ed espande sul palato con una progressione trionfale, di proporzioni wagneriane, risultando sferico, profondo, lunghissimo in una persistenza di minuti, con un alcol indubbiamente presente, ma piacevole perché partecipa ad un gioco di chiaroscuro donatelliano. Rimango incerto se definirlo un grande Chardonnay intimamente toscano o un grande bianco toscano vestito alla francese, però poco importa:  ciò che conta è la mano felicissima di Enzo Tiezzi e la potenza di un territorio. Sottovoce aggiungo che è un bianco forse come vorrei farlo io, se producessi vino. L’abbiamo gustato, con intimo piacere, sul vitello tonnato.

Brunello di Montalcino 2011, Fattoria dei Barbi, 14,5 gradi.

Inutile nascondere la simpatia che provo per la Fattoria dei Barbi: la sua storia, le persone che vi lavorano, i suoi vini. Inoltre, un’azienda che riesce a produrre grandi volumi mantenendo però una cura artigianale ed i valori della tradizione ben saldi, mi incute istintivamente rispetto. Perciò, tra i loro vini, sono particolarmente legato allo storico Brunello di Montalcino “etichetta blu”: con un numero impressionante di bottiglie (credo circa 200.000 in questa annata), è una rappresentazione curata e classica del Sangiovese di Montalcino (si origina da diversi vigneti ed è affinato in botti grandi) proposta a un prezzo ragionevolissimo, che non guasta mai.
Questo 2011 – annata calda e non facile in zona- l’avevo assaggiato in febbraio a Benvenuto Brunello e già mi era piaciuto assai, sebbene appena presentato al commercio  dovesse ancora trovare la sua armonia.  Sono poi stato a Milano a Bottiglie Aperte, una manifestazione eccellente svoltasi ai primi di ottobre a Palazzo Stelline in corso Magenta,  e tra i numerosi vini di alto livello in quel pomeriggio, riassaggiandolo  questo mi colpisce così tanto per la sua virtuosa evoluzione e per la sua rotondità che desidero gustarlo nuovamente a casa e in tutta calma.  Me lo procuro in duplice bottiglia e una  l’apro senza indugio, per trovarlo come l’ho amato. “Old style”, rosso aranciato o persino ammattonato con riflessi rubino, trasparente, con gocciole fitte e veloci, trasmette un senso di conforto domestico anche solo a guardarlo. Esprime un profumo molto intenso, floreale, di viole, di iris, di rose; e poi di frutta rossa, con la ciliegia, la fragola e appena un po’ di amarena sotto spirito che non spiace; quindi cenere e spezie col pepe bianco e nero, la noce moscata, la cannella, i chiodi di garofano ( quasi diresti il repertorio tutto della norcineria, con l’aglio secco persino); qualche tocco erbaceo e gli aromi più profondi e forse terziari  accennati, che si declinano in torba, alloro, macchia, foglie di castagno, il profumo di un bosco di lecci. Al palato è un vino sferico: così avvolgente, ampio, riposato, da risultare confortante e tuttavia ricco di una benvenuta tensione interna; molto secco, di grande intensità gustativa e corpo, con una notevolissima acidità ed un tannino abbondante ma di grana fine; un finale lungo con misura ma soprattutto armonico; un alcol che non scherza com’è normale nella tipologia, ma che si dimentica grazie ad una beva contagiosa e salina, sorprendentemente immediata e facile.  Insomma, a dispetto di quel che scherzando potrei chiamare un corpaccione, questo Brunello si muove con una tale scioltezza ed eleganza che non ci si accorge nemmeno della sua mole: quasi fosse un Bud Spencer dei tempi d’oro che accenni a passi di danza in frac, tuba e bastone. C’è carattere e finezza qui, espressi con un sorriso benigno che sussurra l’unicità del territorio di Montalcino: qualunque confronto con i grandi territori internazionali risulta valido e insieme privo di senso. Soprattutto, in questa fase che conosce ora di eccezionale apertura e facilità,  io con lui sto bene e lo vorrei condividere ogni giorno con gli amici e le persone che amo, come si prendono per mano in un giorno di sole d’autunno e si conducono a scoprire le bellezze di un bosco. L’ho trovato eccellente su una porchetta odorosa.

Rosato Toscana IGT 2009, Il Greppo – Franco Biondi Santi, bottiglia 3027 di 4400, 13,5 gradi.

La scorsa estate, una grande occasione: gli 80 anni di mio padre. Un pranzo speciale. La canicola di luglio che batte sull’aia dalle piastrelle di cotto squadrate e la calura che penetra le stanze persino attraverso le mura massicce, ristagnando sotto i vecchi travi. Serve un vino di alto livello per celebrare degnamente; che sia complesso per stare sulle sapide pietanze, ma fresco, soave. Difficile la quadratura del cerchio,  ma nel buio della cantina scelgo il Rosato di Franco Biondi Santi.
Biondi Santi è uno tra i nomi storici del vino italiano. I Brunello di Montalcino Riserva di questa firma sono vini leggendari che sfidano i decenni, fino a virare la boa del secolo nelle annate migliori. Brunello tradizionalissimi, intransigenti, poco concessivi in gioventù, ma in grado di scolpirsi con gli anni. Quanto a finezza e integrità, anche i loro Rossi di Montalcino sono un riferimento; in certe annate si distinguono anche per una eccezionale forza motrice. Credo però non si possa colgliere in pieno la grandezza di questo produttore se non si conosce anche il loro Rosato, un vino unico e poetico, che nasce da pratiche enologiche tutto sommato semplici: un salasso che Biondi Santi esegue sui mosti del clone di sangiovese BBS11, selezionato negli anni Sessanta nelle loro vigne e caratterizzato – mi si dice – da un acino di grandi dimensioni, quindi con tanta buccia e tannini, ma anche tanta polpa e quindi acqua.  In questo 2009 che apro – e bada, amico, amica mia: un rosato di sei anni – trovo una tinta bellissima, incredibile, tra il salmone e la buccia di cipolla, con riflessi dorati e media profondità. Non lascia gocciole sul calice, ma un velo uniforme che si ritira lentamente, poi si rompe e dissolve. Un piacere per la vista che guida e dispone l’animo all’esercizio dell’olfatto, per scoprire un aroma di media intensità, più sottile che sfacciato, ma molto complesso e profondamente evocativo, che possiede quella vaghezza di leopardiana memoria, scintilla dell’ispirazione. Fiori: le rose, i gigli; poi le erbe: salvia, timo, un tocco appena lieve e piccante di origano; agrumi: la buccia del l’arancia sanguinella, il chinotto; la frutta a polpa: un fondo lontano di melone maturo e pepato, ricordi di cocomero; le spezie: il rabarbaro, la noce moscata, il ginseng; e poi, avvolgendo il tutto come fosse sogno, un che generico e indefinibile di sole, di paglia tagliata nei campi d’agosto, la macchia, le prode riarse, l’aria pura che in lontananza tremula: ricordi di un tempo che passa e forse più non torna.
Vien poi l’assaggio e corona l’intesa come un bacio. Secco, di corpo ma essenziale, è energia e muscolo teso, struttura ma non stazza. Sta dritto su un’alta acidità ed è innervato da una corrente minerale ed estremamente salina che lo percorre per tutta la misura del palato: un’arcata decisa e ininterrotta dall’attacco alla coda, che risuona lunghissima prima di smorzarsi. Ha una grande concentrazione di sapori, che rimandano chiari ai suoi aromi: entra in bocca sottile e si espande nel gusto al punto che ne basta piccolo sorso per soddisfare il piacere, salvo poi desiderarne ancora, per godere nuovamente quella sua tessitura contrastata, giocata a moto perpetuo tra dolce e salato. Un vino signorilissimo, forse non per tutti: figlio di una cultura di equilibrio e di misura, il suo canto è sottovoce e rischia di perdersi nel frastuono del moderno. Per goderlo non serve essere intenditori: ma devi essere disposto ad ascoltare, devi essere disposto ad amare.

Benvenuto Brunello 2016: ieri, oggi, domani.

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Ieri: l’arrivo a Montalcino.

Arriviamo a Montalcino che la notte è già scesa. Sola, in cielo, altissima, brilla la luna piena: ammanta d’argento e di una luce blu l’immane distesa dei campi che si apre alla vista dalla cima del colle, che a riguardarla a un tempo si allarga e si mozza il respiro: gli ulivi, le vigne, le pietre, tutto sembra partecipare di un incanto fatato. Brillano le torri e le mura della Rocca come vi si fossero accesi fuochi arcani, quasi un ricordo di veglie guerresche o di festa che fosse sospeso e perduto negli abissi del tempo.
È fresca l’aria, quasi fredda. Rivedo con gioia un po’ commossa le vie conosciute, le rampe secche di Piazza Garibaldi, la geometria limpida della facciata di Sant’Agostino. Mi piace venire qui l’inverno: il luogo mi trasmette un senso di pace festosa.
Montalcino stasera pare quasi addormita e deserta, cullata dal vento e dalle luci gialle dei vecchi lampioni di ferro. Qualcuno passeggia col cane e risuonano i loro passi lenti sul selciato; qualcun altro fuma tranquillo una sigaretta fuori da un locale, un puntino rosso nell’oscurità della strada. Poco mistero: c’è la cena di gala di Benvenuto Brunello e il paese si è fermato intorno ad essa. È giusto così: qui l’economia è basata sulle sorti del vino, che detta un poco anche i ritmi della vita.
Per me è il terzo Benvenuto Brunello.
Anche quest’anno sono partito dall’Inghilterra; la sosta a Milano, poi il viaggio in auto traversando di netto la Pianura Padana e la solitudine scura dell’Appennino; dopo le luci di Firenze, i monti segreti del Chianti; oltre, le Crete Senesi desolate. E sulla strada Fidenza, Parma, Reggio, Modena, Bologna col suo San Luca illuminato;  Rioveggio, Piandelvoglio, Barberino; poi ancora Poggibonsi, Colle Val d’Elsa, l’orgogliosa corona turrita di Monteriggioni; Malamerenda, Ponte d’Arbia, Buonconvento. Quante volte l’ho percorsa quella strada  ed ogni luogo è una memoria che saluto come un vecchio amico.
Alle spalle un anno faticoso e difficile. Nè io, nè chi mi accompagna possiamo essere sereni: ci sono troppi brutti pensieri. Mi chiedo – sottovoce e tra me – se davvero abbia senso questo viaggio, se non sarebbe stato meglio fermarsi a casa per riposare. Mi ricordo la domanda postami da un amico il giorno di Capodanno: “Che cosa andiamo cercando davvero in un bicchiere?”. Certo a spingermi c’è la passione per il vino, per il Sangiovese, per questa terra; la gioia di rivedere qualche amico: ne già ho sentita la voce al telefono, l’appuntamento è fissato. Eppure la chiave di volta sembra sfuggirmi, mentre misuro quanto è cambiato dallo scorso anno, quando andava in scena l’annata 2010 osannata ancor prima del debutto.

Quest’anno tocca alla 2011 per i Brunello e alla 2014 per i Rosso di Montalcino, annate non facili, che hanno causato grattacapi: la prima per le numerose ondate di calore che avevano messo le viti e le capacità dei viticultori a dura prova –  gli acini che talvolta appassivano sulla pianta;  la seconda, piovosa e nuvolosa, ha richiesto attenzione e cure per evitare malattie ed ottenere  uve sufficientemente mature: sará interessante l’assaggio dei Rossi 2014 anche per formulare qualche ipotesi sui Brunello futuri. Capitolo a parte i Brunello di Montalcino  Riserva 2010:  si sa già dallo scorso anno che l’annata era stata ottima e bisogna solo verificare se i vini rispecchiano le aspettative. Non manca qualche Rosso di Montalcino 2013, uscite ritardate del secondo vino che generalmente svelano piccoli gioielli.

Per cena torniamo all’Osteria di Porta al Cassero: la cucina è rustica come l’ambiente, la  favella toscana domina sulle  straniere. Poi, stanchi, rientriamo. Dalla nostra stanza si vede dall’alto Piazza del Popolo con le sue logge ariose animarsi di gente poco a poco e mi immagino come sarebbe viver qui, in questa dimensione provinciale, più serena e a misura d’uomo. Un’idea  che non riuscirò a scrollarmi di dosso, forse perché ormai mi sento un po’ a casa. Mi addormento immaginando bellezza che mi circonda, gli infiniti  silenzi che la natura qui sa regalare appena oltre le case, fuori le mura, per miglia e miglia.

Oggi: Benvenuto Brunello, benvenuta Montalcino.

È un’alba di sole che filtra attraverso le persiane, una luce linda e definita che tocca e tramuta ogni cosa. Apro la finestra ed oltre il luccichio dei tetti si apre la Val d’Orcia verde e marrone di campi, punteggiata dai cipressi, ancora avvolta qua e lá da una foschia sottile. Laggiù, solenne, scuro, il profilo del Monte Amiata. È lo splendore nudo del Creato. 

Sono le 6 e non ho voglia di alzarmi subito, mi godo l’incanto dal letto. Tanto c’è tempo: l’appuntamento con Luciano l’ho alle 9. Posso pure prendere la colazione con calma e preparare un buon fondo in vista della lunga giornata di assaggi, mentre guardo dalla finestra la luce plasmare le forme in immagini sempre nuove, svelando dettagli prima invisibili. Esco, lascio scorrere le gambe nelle vie con l’aria che piacevolmente mi punge sotto il cielo azzurro.
Con Luciano ci abbracciamo: devo alla sua amicizia ed alla sua gentilezza l’essere qui. Una calorosa stretta di mano con Stefano, compagno d’assaggi impagabile per conoscenza unita ad ironia e leggerezza: un piacere reincontrarlo.
Sfiliamo capannelli di gente che si saluta e chiacchiera davanti all’entrata. Mi ricorda un po’ l’atmosfera del primo giorno di scuola, quando si tornava dalle vacanze: mi aspetta una nuova lezione del Sangiovese di Montalcino e ne sono felice.
Il Sangiovese, croce e delizia:  che a volte lo trovi forte come un toro, altre delicato come una ballerina; che sa rizzarsi con clangore di tromba o distendersi nel sussurro di un ruscello sotto la luna; capriccioso e bizzoso con i terreni, con le esposizioni, col clima, ma capace di riprese incredibili in condizioni avverse: un indomabile Ribot.
Basterebbe per gioire il colpo d’occhio del chiostro dalle belle arcate che ospita i banchi dei produttori,  lì allineati e coperti di tovaglie ancora candide e lisce. Non ho voglia di cominciare subito  gli assaggi: rimando per star lì a chiacchierare con gli amici, per godermi l’ambiente e l’attesa. Intanto studio il taccuino e preparo un piano di assaggi, che ovviamente seguirò solo in minima parte, lasciandomi andare al piacere della casualità.

Quando mi decido, inizio da un nome che mi è assai caro: Fattoria dei Barbi. Vini passisti i loro, che esprimono il loro meglio alla distanza, come certe architetture classiche così imponenti che vanno ammirate da lontano, perché da vicino si perde contezza dell’insieme. Il Rosso di Montalcino 2014 mi pare che rispecchi in modo virtuoso l’annata: è magrolino, non lo nasconde, ma compensa abbastanza bene con una grazia di modi che gli deriva dagli aromi floreali. Tutt’altra stoffa il Brunello di Montalcino 2011: col Rosso sono fratelli solo nella distinzione, perché quest’ultimo invece è potente, alcolico, di spalle larghe, granato alla vista e con un profumo di legno vecchio: travi nodose, mobilia antica.  È un Brunello decisamente old style,  che mi ricorda i vini di 30, 40 anni fa; deve piacere, ma se piace piace parecchio: io l’ho trovato irresistibile. Si passa poi all’assaggio della selezione, il Brunello di Montalcino Vigna del Fiore 2011. L’annata precedente mi aveva impressionato così tanto che ancora mi duole di non essermene procurato almeno una bottiglia, ma anche questo è notevole: tannico, di gran struttura, al momento direi più chiuso e meno arioso dell’altro Brunello (quello con l’etichetta blu), ma pure meno evoluto nei toni: già ne intuisci il floreale, il minerale, la buona lunghezza. Sono persuaso  che sia solo questione di tempo perché sbocci da par suo. Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 segna però un passo diverso: se anch’esso è ancora chiuso, già la differenza è evidente non solo per la sua bella trasparenza visiva: affascina per complessità e profondità aromatica, mentre alla bocca è ancora stretto tra aciditá e tannino imponenti, come in una morsa. Giusto così: le riserve sono (o dovrebbero) esser concepite per durare e abbisognano di tempo per assestarsi.

La Fattoria dei Barbi appartiene da secoli alla stessa famiglia ed è istruttivo dunque assaggiare per contrasto i vini di una azienda dove il passaggio di mano è recente: Podere Brizio. Sarà interessante seguirla perché la virata produttiva sembra netta: un ampliamento della superficie vitata, con gli 11 ettari già  convertiti all’agricoltura biologica mentre si guarda alla biodinamica; in cantina i lieviti sono indigeni e per l’affinamento si prediligono le botti grandi di rovere austriaco. Insomma, apparentemente sono le basi per un lavoro di qualità. Complici forse le annate il cambiamento all’assaggio dei vini balza in evidenza, sorprendente. Il Rosso di Montalcino 2014 è fresco, con sentori insistiti di arancia all’olfatto e al palato, ma – in questa fase almeno – non mi pare del tutto risolto: molto verde, magro, mi sembra abbia alcuni limiti dovuti alle difficoltà di maturazione dell’uva: eccolo qui il tallone di Achille dell’annata 2014, che si manifesterà evidente in alcuni degli altri assaggi. Col Brunello di Montalcino 2011 (lascito della vecchia proprietà) si cambia decisamente registro: avvicinandolo alle nari sono evidenti aromi di fungo, pellami e tabacco. Al sorso è fruttato, luminoso, con appena un leggero tocco di legno, tantissimo tannino e un’aciditá media. Un vino riuscito e con un profilo stilistico molto diverso da quello del Rosso. Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 si muove sui medesimi binari del Brunello d’annata, ma con profondità ed armonia superiori. Sono vini di gusto moderno magari, ma con un deciso senso della misura. Viene da pensare che servirà del tempo prima che il cambiamento produttivo porti a vini altrettanto risolti, che i tempi della natura richiedono un certo assestamento anche delle vigne stesse; ma magari è solo il gioco delle annate a destarmi questa impressione, chissà.

Per ritrovare un confortante senso di stabilità mi accosto ai vini di Poggio Antico, un produttore forse più apprezzato all’estero che in Italia, per motivi mi sfuggono. Certo che anno dopo anno, forti di esposizioni invidiabili, fresche e soleggiate, questi rossi risultano costantemente eleganti, strutturati, lunghi. Tuttavia, frequentando questi vini da tanto tempo, ultimamente li ho trovati con piacere raffinatamente alleggeriti, con estrazioni più calibrate e naturali. Se il Rosso di Montalcino 2014 ha buona materia, ma mi pare che nella sua estrema gioventù debba ancora trovare un pizzico di armonia al sorso e pulizia di aromi, con i Brunello si ha subito un altro passo. Il Brunello di Montalcino 2011, sebbene ancora in assestamento e alcolico, riesce a unire levità e forza, risultando fresco su note modulate di frutta sotto spirito. Il Brunello di Montalcino Altero 2011 ha un’impostazione simile (“stile aziendale” la definirei): in qualche modo più complesso e materico e tuttavia con un bilanciamento ottimo tra acidità e tannini: ha struttura importante e lunga vita davanti a sé, ma è  espressivo e col giusto accompagnamento potrebbe già coronare regalmente la tavola. Tuttavia è all’assaggio del Brunello di Montalcino Riserva 2010 che Stefano ed io incrociamo gli sguardi con stupore, perché il colpo d’ala del fuoriclasse è palese: potente, lungo, vellutato ma allo stesso tempo lieve,  con un’integrazione dei suoi elementi già  pressoché perfetta. Si dice a volte:  "questo vino è femminile", “questo è mascolino”; ecco, la Riserva 2010 di Poggio Antico mi sentirei di definirla un vino androgino, per come sa unire forza e flessuosità in un’armonia inscindibile. Ci piace così tanto che ne chiediamo subito il prezzo in cantina: per una Riserva di questa qualità eccelsa, mi azzardo a definirlo conveniente.

A questo punto, ancora nitide le sensazioni di alcuni assaggi riusciti, sono curioso di assaggiare i vini di Sanlorenzo: che cosa avrà tratto Luciano dalle sue amate vigne? I suoi vini  hanno sempre una distinzione particolare: corposi , di vellutato calore, ma con una grinta sicura che li rende autentici. Il Brunello di Montalcino Bramante 2011 è un vino di grande bellezza e di forme rotonde, dagli aromi complessi; magari non ha la lunghezza che delle annate più favorevoli, ma possiede una beva piena, piacevole ed immediata, sospinta da una congrua dose di freschezza. Mi sono lasciato scioccamente sfuggire il commento un po’ sommario ed avventato che il suo Rosso di Montalcino 2013 (uscita ritardata) sia anche più riuscito; intendiamoci, il Brunello è il Brunello, ma questo Rosso, con i suoi aromi complessi e profondi, la sua struttura importante sorretta da una trama giustamente serrata di acidità e di tannini,  così pieno e perfettamente equilibrato a un tempo, ha un eloquio talmente ricco e bilanciato, un fluire così armonioso che lo definirei spettacolare, se non fosse che questo aggettivo evoca sempre qualcosa di artefatto e di forzato, mentre invece il Rosso di Luciano si esprime con una liquida misura. Infatti entrambi i vini spiccano particolarmente per la compiutezza della materia, la continuità delle sensazioni, la naturale avvolgenza: testimoniano con evidenza quali risultati possa portare un lavoro meticoloso in vigna.

Lì vicino trovo il banchetto di San Giacomo: lo scorso anno questo vini mi avevano tanto bene impressionato. Assaggio solo il Rosso di Montalcino 2013, che ha una misura ed una godibilità rare; solo, in questa fase mi pare abbia qualche nota un po’ burrosa che ne frena un po’ la lucentezza. Per un insieme di circostanze non ho modo di assaggiare il Brunello.

Lì a un passo, i vini di Salvioni. Se è produttore ammirato ci sono motivi ben precisi. Il Brunello di Montalcino 2011: complessità e pienezza da una parte, composte ma non austere; dall’altra slancio e finezza; ed aromi sfaccettati, che possiedono l’ariosità misteriosa della macchia, del timo e dell’origano selvatici. Viene presentato anche il Rosso di Montalcino 2014: l’occasione è particolare, perché abitualmente qui si produce solo Brunello. La ragione è semplice: vista la difficoltà dell’annata, del 2014 si imbottiglierà solo il vino cadetto. Cadetto…insomma! Perché il Rosso di Montalcino 2014 di Salvioni è un vino di razza e di gran stoffa, che nulla ha da invidiare tanti Brunello di celebrate annate. Fresco, giovanile, rigoglioso, slanciato ma complesso è un vino coinvolgente e goloso, spigliato ma profondo: una delizia assoluta,  pericolosissima, perché invita a un bere festoso, bacchico, senza pensieri.

Da un porto sicuro all’altro: se Salvioni è il prototipo del piccolo produttore che con i suoi vini artigiani non sbaglia un’annata, Col d’Orcia è la sicurezza della grande azienda, dall’imponente parco vitato, dove la tradizione viene rispettata con cura, sottoponendola semmai a prudenti e precisi colpi di lima. Per intenderci: 17.000 bottiglie contro 700.000; 4 ettari contro 142. Con la recente conversione  è la più grande azienda vinicola biologica della Toscana: un dato non banale. Con Stefano decidiamo di aprire gli assaggi con il Rosso di Montalcino 2014, che ha un’eleganza giovanile e un po’ acerba all’olfatto, ma è piacevolmente rotondo in bocca.  Il Brunello di Montalcino 2011 condivide col “fratello minore” la stessa eleganza d’impianto e la stessa rotondità all’assaggio, ma gli aromi sono più profondi ed evoluti, terziarizzati, e tuttavia è più compiutamente fruttato. Un vino, com’è naturale aspettarsi, complessivamente più solido, con un tannino importante ed una acidità  ben marcata seppur non altissima. Dopodichè, il Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 2008: un vino, si evince facilmente dall’annata presentata, concepito con una cura particolare e sottoposto a un lungo affinamento. Il risultato è una delle più potenti e raffinate espressioni di Sangiovese che io conosca. Tradizionale nel suo colore aranciato, con un naso estremamente complesso, dove si trovano vernice, petrolio, spezie, pellami, terra; con un impatto al palato distinto e potente, pieno e calibrato, lunghissimo. Un sorso, quello di Poggio al Vento, che esprime anno dopo anno una maestà rara.

Il piacere del contrasto: passare ai vini di Collelceto di Elia Piazzesi  significa ritornare ad una dimensione artigianale e contenuta. Azienda del quadrante sud ovest della denominazione, posta a quote non particolarmente elevate, tra i 150 e i 180 metri sul livello del mare, con suoli prevalentemente argillosi. Qui i vini sono naturalmente ampi e fruttati: ne è un una prova il Rosso di Montalcino 2014, con note di frutta in bella evidenza appunto, assai piacevole e di discreta struttura, che pare destinato ad esaltare la tavola. Decisamente uno dei migliori Rosso 2014 che ho avuto modo di assaggiare. Se le caratteristiche del territorio d’origine,viene fatto di pensare, hanno giocato a favore in una annata fredda e piovosa come la 2014, che sarà cosa successo invece col caldissimo 2011? Certo, il Brunello di Montalcino 2011 ha tutta la forza della sincerità nel riportare i caratteri dall’annata, ma lo fa con una classe e una distinzione rare: l’olfatto è molto ricco,  quasi sensuale: esprime subito molto aroma di tabacco, e poi pelli, e rovo, e sa sviluppare un ricamo di spezie e di incensi; e benché l’acidità resti a mio avviso in una fascia poco più che mediana, il sorso è risolto in un canone di rustica eleganza,  con un’evidente ricerca di levità che rinfranca. Del Brunello di Montalcino Riserva 2010 mi piace soprattutto lo spirito artigiano: un vino caldo, dal tannino e dall’acidità potenti, lasciati in evidenza nella loro nuda e ruvida bellezza di pietre sbozzate; ma allo stesso momento dotato di una flessuosità che li integra e li dispone secondo una spontanea armonia.

Tutt’altra zona e tutt’altra tempra per i vini de Le Chiuse: qui siamo nel quadrante nord di Montalcino, dove le esposizioni sono generalmente più fresche e lo stile aziendale predilige vini longilinei, anche lenti ad aprirsi,  ma nati per durare ed evolversi nel tempo. In queste coordinate il Rosso di Montalcino  2014 è un bel vino particolarmente fresco e luminoso, ma arricchito dai cenni di evoluzione degli aromi terziari. Il Brunello di Montalcino 2011 mi pare invece molto potente, alcolico, austero e bisognoso di tempo per esprimersi compiutamente, come pochi altri in questa annata: quasi direi che non è ancora del tutto maturo, ma ha una florealità all’olfatto che lo contraddistingue e ne riporta con evidenza la zona d’origine.

Mi piace l’idea di attraversare idealmente il territorio di Montalcino sorvolandolo con la mente come rondine a primavera, per raggiungerne quasi un estremo opposto: quelle pendici assolate che si aprono verso l’Orcia e l’Amiata, superato Castelnuovo dell’Abate che le sorveglia severo e pietroso. Ricerco un altro volto del sangiovese nei vini di Poggio di Sotto, che qui si manifesta da sempre ampio, potente, ma allo stesso impalpabile, sul filo di una controllata evoluzione e di colori visivamente scarichi, antichi se non primitivi. Però assaggiando il Rosso di Montalcino 2013, quasi allibisco:  com’è che mi sembra un po’ più giovanile del solito e  con un color più nettamente  rubino piuttosto che quell’aranciato quasi firma di Poggio di Sotto? Mi si spiega che è praticamente un campione di botte, è appena stato imbottigliato, che la selezione in vigna è stata severissima e che questo sembra ne abbia rallentato l’evoluzione. Ha veramente le caratteristiche di un grande Sangiovese: giocato su trasparenze struggenti, dall’aroma complesso e profondo, salino, caldo, appena un po’ alcolico; però mi sembra in qualche modo normalizzato:  mi manca in lui – almeno in questa fase- quel certo che di imponderabile e sottilmente arcaico delle storiche produzioni di Poggio di Sotto. Lo ritrovo invece nel Brunello di Montalcino 2011 ed ancor più nella Riserva 2010.   Il Brunello annata può avere sulle prime un impatto difficile per un certo spunto di acetaldeidi, ma attendendolo nel calice emergono complessità e levità di aromi. Alla bocca quasi inganna: lì per lì sembra leggero e un po’ evoluto, poi si realizza quanto il sapore sia  intenso ed il corredo tannico notevole ma delicato, l’acidità superiore alla media ma ben fusa. Da ultimo, Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 , un lascito della vecchio proprietario Piero Palmucci, dove ritrovo in pieno le caratteristiche dei vini di Poggio di Sotto che più ho amato. Un vino, mi sento di dire, semplicemente eccezionale. Sul palato ha la solidità di un colonnato dorico e la leggerezza di un origami di carta; unisce potenza e complessità: un acciaio con la consistenza e la flessibilità dell’acqua o anche di più. Sembra poter coprire ogni sapore nel suo lunghissimo arco gustativo, dalle erbe medicinali alla pienezza della frutta. Acidità e tannino sono ai massimi livelli, ma così perfettamente diffusi che sul palato scorre senza offrire nessuna asperità, largo e avvolgente ma senza peso. Non so se qui ci sia ancora la sua mano, ma questa era la maniera dei vini di Giulio Gambelli, il Maestro del Sangiovese che da qualche anno non c’è più.

Viene naturale che la prossima tappa del vagabondare tra gli assaggi sia il Podere le Ripi, per almeno due buoni motivi: uno, le vigne mi dicono essere vicinissime a quelle di Poggio di Sotto, se non contigue; l’altro, il loro giovane enologo Sebastian Nasello è il fresco vincitore del Premio Gambelli 2016. In effetti qualche punto in comune con lo stile dei vini di Poggio di Sotto c’è, soprattutto nel Rosso di Montalcino 2011 (un’uscita particolarmente ritardata, che la dice lunga sulle ambizioni di questo produttore): ha un aroma molto bello, intenso e complesso, marcato piacevolmente da tocchi di solvente, ed un sorso giocato su toni di frutta, molto naturale, morbido ma reattivo. Davvero un ottimo Rosso: gustoso e croccante, quasi un piccolo grande Brunello, sarà  uno degli assaggi migliori della giornata. Trovo buono anche il Brunello di Montalcino Riserva 2010, ma a mio modo di vedere in qualche modo più costruito, meno sciolto del Rosso: aranciato alla vista, al naso è muschiato e balsamico, con note casearie, un po’ polveroso; il sorso è croccante e bilanciato, con una densità piacevole. Mi annoto mentalmente di seguire questo produttore negli anni a venire.

Ancor più, però, mi interessa seguire il percorso del Sangiovese, il suo mutare di zona in zona. Passo quindi da quella che è una delle mie cantine del cuore, Tiezzi: il loro operare nobilmente artigiano restituisce sempre con bella trasparenza le caratteristiche dei territori che ospitano le vigne: Cerrino, Cigaleta, la Vigna Soccorso. La mano leggera e rispettosa si sente bene nel Rosso di Montalcino 2014, dove confluiscono le uve dei diversi appezzamenti. È un vino che vince per equilibrio e carattere: ha un aroma intenso, sulle prime un po’ affumicato e un po’ evoluto; poi nel calice recupera freschezza, con un netto profumo di rosa che in bocca diventa sapore, con un’acidità superiore alla media che lo conferma fresco; e ha un tannino che non scherza, segno felice di pienezza strutturale. Il Brunello di Montalcino 2011 Cerrino, da quel versante nord favorito in teoria nell’annata calda,  è un’altra ottima riuscita, con profumi bellissimi, puri, di fiori, di macchia e di spezie. Fresco, leggero, armonioso, diciamo pure fruttato, ma sostenuto da un saldissimo nerbo.
Il Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2011 viene dallo storico Cru volto a sud-ovest ma alto sul colle di Montalcino, a ridosso delle mura. Anche in un’annata calda come la 2011 riesce un vino grandissimo, che sembra irradiare una luce di montagna. Fresco, con note di solvente in evidenza, sapido, complesso e lungo e tuttavia sussurrato: la vera distinzione. C’è in assaggio anche il Brunello di Montalcino Vigna Soccorso Riserva 2010: profondissimo, lunghissimo, con una struttura potentissima che gli consentirà io credo di sfidare gli anni, eppure già armonioso, godibilissimo.

Tra i piaceri di Benvenuto Brunello c’è  quello di scoprire attraverso gli assaggi e le persone realtà a me sconosciute; mi lascio spesso guidare da Stefano e ci accostiamo ad alcuni piccoli produttori. Ad esempio Il Bosco di Grazia: magari l’assaggio del Rosso di Montalcino 2014 , malgrado un certo impianto fruttato e una bella  speziatura non mi convince appieno, ma il Brunello 2011 è veramente piacevole, godibile fin d’ora: fruttato e speziato anch’esso, fresco grazie ad un’acidità decisa ma ben integrata, forse appena un po’ alcolico, è rotondo in bocca e ti invita a berlo senza tanti discorsi, abbandonandoti felice al suo piacere. Ordine inverso, verrebbe da dire, con i vini di Cerbaia: il Rosso di Montalcino 2014 all’olfatto è evoluto e complesso, giocato sui terziari; sul palato invece mi pare morbido e tannico: un bel vino da fiorentina.  Il Brunello di Montalcino 2011, più tannico che acido, un po’ rustico, ha però il gran pregio dell’autenticità. Rimango meno convinto, onestamente, davanti alla Riserva 2010, ma la mia magari era solo una bottiglia poco fortunata. La vera sorpresa, però, è Il Pino. Il Rosso di Montalcino 2013 (un’uscita ritardata) è fine, potente, fresco, appena un po’ alcolico, con una bella struttura dove il tannino è in evidenza ed ha un certo gusto di liquerizia sul finale, che personalmente trovo piacevole. Mi verrebbe da dire, in senso positivo, che nebbioleggia un poco: intendo (passami amico o amica che mi leggi il paragone ardito) che se il Sangiovese è tenore ed il Nebbiolo baritono, questo Rosso è un tenore dal timbro piacevolmente scuro: più Domingo che Carreras. Trovo ottimo anche il Brunello di Montalcino 2011: dal colore aranciato scarico old style , con profumi di macchia intensi ed ariosi,  in bocca è fruttato, pieno,potente, forse appena alcolico.

Dopo le sorprese, con Lisini gli assaggi ritornano su una rotta sicura: qui da decenni la qualità si declina secondo uno stile molto tradizionale. Così il Brunello di Montalcino 2011 appare un campione di classicismo e proporzione, con una giusta austerità; rispetto ad annate più favorevoli, tuttavia, mi pare non abbia una persistenza lunghissima. Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 è ancora un campione da botte ed a mio avviso è appunto  in cerca di quell’equilibrio ed integrazione per i quali è richiesto un ulteriore riposo; pure, nel suo muoversi ancora un po’ grezzo tra tannini abbondanti e alcolicità, già si delineano in lui le forme di una classica figura. Il Brunello di Montalcino Ugolaia 2010 segna però un altro passo. Qui il classicismo trova articolazione e movimento, esaltando un corpo potentissimo dotato di un tannino addirittura monumentale: un nudo michelangiolesco. Non assaggio ahimè il Rosso 2014: un po’ di stanchezza comincia a farsi sentire, preferisco concentrarmi sui Brunello.

Ci sono tanti modi di declinare la tradizione, tanti quanti i territori e le mani di chi li produce: per esempio i vini di Fornacina sono un fermo caposaldo dello stile più classico e tradizionale, ma lo declinano in un’identità riconoscibilissima e felicemente artigianale. Come mi dice Stefano, “sono vini che non ci devi parla’ sopra” e come al solito coglie nel segno in maniera fulminante. Sono vini giocati sulle trasparenze aranciate del colori, in equilibrio dinamico tra freschezza e evoluzione, tra forza e leggerezza. Vini serissimi come chi li produce, forte di un’ambizione ed una misura genuinamente contadine. Il Rosso di Montalcino 2014, per esempio, è uno dei migliori assaggiati alla manifestazione: simpatico, ha un un tocco piacevole di quello che gli inglesi chiamano farmyard  e di note affumicate, poi scatto fruttato, con una screziatura di spezie. Mi pare ancora un po’ scomposto in bocca, ma saporito, assai pieno in relazione all’annata, croccante. Un vino, immagino lì per lì, da provare subito col mallegato toscano. Lo ritroverò un paio di mesi dopo al Vinitaly più riposato, più nitido e luminoso e scoprirò che il produttore per quell’annata ha deciso di non imbottigliare il Brunello, spiegando così in parte la qualità straordinaria di questo rosso. Passando al Brunello di Montalcino 2011, si muove su un medesimo stile, ma è più complesso e lungo. Stupisce quanto sia scattante e dinamico, provenendo da un’annata così calda: qualcuno lo definirebbe, a ragione, finto semplice. C’è poi il Brunello di Montalcino Riserva 2010: ha ancora la stessa impronta, è piacevolmente salino, forse appena un po’ alcolico, ma a mio avviso ha chiaramente la fatidica marcia in più. Peraltro sono tutti vini offerti a prezzi molto corretti.

Con Fattoi, un produttore che fin dai primi assaggi ho sempre amato molto, non ci allontaniamo dalla tradizione; ma vuoi i terreni, vuoi la mano, i vini sono assai diversi dai precedenti. Hanno
sempre un calore particolare, che è piuttosto una profondità di voce baritonale. Anche il Rosso di Montalcino 2014 è così, malgrado l’annata magra: rotondo, piacevolmente evoluto, fa pensare piuttosto ad un 2013. Il Brunello di Montalcino 2011 riporta a quella voce grave così tipica di Fattoi in maniera ancora più marcata, con quegli aromi complessi e misteriosi di sottobosco che tanto mi affascinano e stupiscono. Magari non così lungo come in altre annate, ma che importa se in compenso è già tanto godibile? Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 è semplicemente uno tra  migliori Riserva che ho assaggiato: si muove sempre nei binari dello stile di questo produttore, con quella visceralità così vibrante, qui unita a una grandissima struttura e ad una bellezza radiosa che sboccia dal suo equilibrio, dall’intensità, dallo slancio. Un vino che difficilmente si dimentica.

Forse è proprio l’assaggio di quest’ultimo che inconsciamente muove le mie gambe verso il banchetti di Canalicchio di Sopra: perché  i vini della famiglia Ripaccioli mi sono sempre sembrati tra i più potentemente strutturati di Montalcino, al punto da apparire forse indomiti in gioventù. Questo spirito altero e ribelle, che resta però controllato da una cura che non conosce sbavature o incertezze di esecuzione, me li fa molto amare. Il Rosso di Montalcino 2014 mi sembra ancora un po’ verde, abbisogna d’assestarsi,  ma è pulito, curato, con aromi interessanti di erbe officinali. In questa sua immatura gioventù sarebbe da provare a mangiarci sopra le castagne arrosto: non so se funzionerebbe, ma nel caso, che meraviglia! Altra musica col Brunello di Montalcino 2011, a segnare come specchio  la diversità dell’annata: vino che sta in equilibrio tra note calde e fresche, con un supporto salino e minerale al palato che lo rende scattante ed energico. Non conosce mollezze, anche se ti conforta e blandisce con un po’ di aroma e gusto di uva sultanina, perché ha dalla sua un gran tannino, una notevole acidità e una discreta lunghezza. Nel Brunello di Montalcino Riserva 2010 direi che si ritrova lo stesso stile, ma con ancor maggior struttura, che è di proporzioni monumentali, e  soprattutto molta più complessità. Tuttavia allo stesso tempo è estremamente spigliato, offrendo una beva luminosa,  tridimensionale, ficcante e lunghissima, di eccezionale carattere.

Il contrasto con i vini del Castello di Velona è notevole. Il Rosso di Montalcino 2013, un’uscita ritarda, è molto piacevole: un po’ alcolico, fruttato e levigato, fors’anche un po’ piacione; però immediato, pronto, si beve bene e senza pensiero, che non è poco. Il Brunello di Montalcino 2011 segna un balzo notevole in un’ipotetica scala qualitativa. Succoso, anch’esso un po’ piacione, ma credo rimanga felicemente nei binari della tipicità, sebbene mi pare di cogliervi un residuo zuccherino non timido per la tipologia e non lo metterei tra quelli a più alto potenziale di invecchiamento (lo dico sottovoce però: si fa presto in quest’ambito a prender cantonate).

Sarà la suggestione rimasta da questo assaggio se anche i vini successivi, quelli di Capanna, mi paiono caratterizzati da una rotondità zuccherina non consueta e che stento a ricordare in questa firma. O sarà piuttosto la loro intensità fruttata così piena e marcata a confondermi, vista la stanchezza che dopo tanti assaggi in piedi, lo ammetto, comincia a farsi strada? Certo sono vini di carattere: riconoscibili, ma legati alla tradizione con un doppio nodo. Il Rosso di Montalcino 2014 mi sembra veramente piacevole, soprattutto all’olfatto: complesso, terziarizzato, bellissimo. Al palato ha una discreta concentrazione e struttura, ma ciò che è più importante possiede freschezza, al punto di avere accenni un po’ verdi; però risulta sempre un po’ dolcino, come a smussare gli spigoli. Il Brunello di Montalcino 2011 ha un profilo olfattivo simile, ma più intenso. Soprattutto però ha un carattere più spiccato, ribelle vivaddio: perché l’intensità fruttata si sposa con la grinta che gli deriva più dal tannino che dall’acidità, e se anche lui mi pare un po’ dolcino, il quadro finale è comunque di un buon equilibrio. Brunello di Montalcino Riserva 2010 mi pare giochi a sua volta con questo carattere risolutamente fruttato al quale affianca una bella struttura che al momento deve però parecchio affinarsi: di nuovo, non ho certo la sfera di cristallo, ma a mio vedere col tempo si farà, eccome. Chiudiamo con Il Moscadello di Montalcino Vendemmia Tardiva 2011: dopo ore di assaggi di vini rossi poderosi, con tutti i tannini e l’acidità che giustamente ci si aspettano dal sangiovese di Montalcino, questo vino dolce e  profumatissimo arriva quasi come una benedizione: è un balsamo per il corpo e per lo spirito. Sarà la sua levità, la morbidezza glicerica, la dolcissima carezza, ma mi sembra che possa stare al pari – hic et nunc– con certi  celebrati Sauternes .

Un peccato che mi sia accostato solo alla fine ad un produttore solido come Fanti, che non rientra in realtà tra quelli che conosco meglio e  doppiamente me ne dispiaccio, perché la stanchezza del palato e della testa ormai è evidente. Bisognerà che il prossimo anno rimedi, se la fortuna mi assiste, così da inquadrare meglio questa firma. Tra questi assaggi in zona Cesarini mi è piaciuto molto il Rosso di Montalcino 2013, che mi pare sia di levatura superiore: succoso, piacevole, speziato. Per un verso o l’altro mi sono trovato meno sintonia con i Brunello: il 2011 a mio parere buono, ma con qualche eccesso zuccherino e alcolico; il Brunello di Montalcino 2011 Selezione Vallocchio di grande struttura e densità, ma di nuovo un po’ dolcino e con una persistenza che lascia qualcosa di non detto; il Sant’Antimo Rosso Sassomagno 2013 mi pare lontano dalle mie corde. Ripeto: ero stanco, sono note queste mie ultime da leggersi con tutto il possibile beneficio del dubbio. A riprova, il vino che ho maggiormente apprezzato e meglio gustato è il Sant’Antimo Vinsanto 2009: ottimo! Morbido, glicerico, giustamente alcolico, dolcissimo, forse un po’ in debito di aciditá, ma difficilmente lascia insensibili nel suo librarsi in equilibrio tra note di solvente ed di una liquerizia dolce e nitida, ricca di caramello e  melassa, come una rotella Haribo.

E dunque, amico o amica che mi leggi, vuoi sapere come mi sono sembrati tirando le somme i vini di queste annate?
Come detto, la 2014 e la 2011 non sono state annate facili e qualche traccia nel calice l’hanno lasciata; la 2014 particolarmente e difatti più di un produttore non imbottiglierà Brunello. Alcuni Rosso di Montalcino 2014 mi sono sembrati onestamente magrolini, alcuni un po’ scomposti ed acerbi. Chi ha declassato il vino atto a divenire Brunello ha tratto però  risultati  eccellenti per la categoria e a volte in senso assoluto; e tanti che hanno lavorato bene e su esposizioni vantaggiose hanno comunque ottenuto vini equilibrati e piacevoli, che invogliano a mettersi a tavola. Il disciplinare permette come è noto di tagliare il vino dell’annata con altro più giovane o più vecchio, e chi ha potuto se n’è avvantaggiato, giustamente: è lecito per tutti i migliori vini del mondo ed è una vecchia e saggia pratica contadina: il vino deve essere anzitutto sano (nei limiti di una bevanda alcolica) e buono.
Tale taglio ha aiutato probabilmente anche la riuscita di molti vini dell’annata 2011, generalmente migliori delle aspettative e con una sufficiente riserva di freschezza all’assaggio malgrado la calura dell’annata. Il risultato però è stato a macchia di leopardo:  taluni Brunello,  favoriti da esposizioni  fresche o da un terreno propizio o da viti vecchie o da una mano esperta o fortunata,  spiccano perché possiedono scatto, forza e equilibrio: insomma, hanno il passo dei grandi; altri sono buoni vini, comunicativi e di piacevolezza immediata sebbene non profondissimi.
I pochi Rossi di Montalcino 2013 presentati come uscita ritardata confermano l’annata equilibrata: classica, come spesso è stata definita.
I Brunello di Montalcino Riserva 2010 sono un capitolo a parte: su di essi ho ascoltato numerosi pareri anche contrastanti, ma per il mio poco capire i migliori confermano la grandezza dell’annata proprio nel loro essere talvolta ostici e arrabbiati: un Brunello Riserva deve essere un vino da attendere, a mio vedere l’attesa è parte della loro essenza. Purtroppo taluni vini mi hanno ricordato in modo trasparente che metter mano a una Riserva non è facile , anche in un’annata fortunata: ci vogliono il terroir, le giuste viti (cloni, porta innesti, un’età congrua),  esperienza e un pizzico di buona sorte.

Domani: dopo Benvenuto Brunello.
Domani, domenica, torneremo a casa da Montalcino dopo aver sostato ancora una volta a Sant’Antimo come pellegrini per dire una preghiera: chissà in mille e più anni queste pietre e questi ulivi quali e quante accorate richieste avranno accolte: desideri e speranze. Il nostro questa volta invano: lunedì una farfalla volerà via – troppo presto – ormai fattasi leggera, quasi sulle note di una barcarola; come il Sangiovese delicata e forte, domestica e nobile.
Saranno allora pensieri cupi e domande, guardarsi indietro interrogandosi su che cosa davvero conta, “donde veniamo e verso dove andiamo”, come diceva il mio professore d’italiano al ginnasio.
Guardando indietro alle giornate ilcinesi, mi resterà la visita alla cantina dell’Hotel al Brunello, in rispettoso silenzio: centinaia di bottiglie preziose, etichette che farebbero la gioia di ogni appassionato dei vini di Montalcino e non solo: vecchie annate di Soldera, di Casanova di Neri, e di tanti altri produttori di culto; ma a colpirmi particolarmente una antica bottiglia di Moscadello ed una di Chianti Colli Senesi 1968, entrambe a firma Biondi Santi: segni di un’epoca passata, di un tempo forse più modesto, ma più sano e più  umano. Mi resterà l’immagine della bimba di Fattoi al banchetto, che concentrata e attenta versa il vino al degustatore occasionale: forse nemmeno otto anni e  il padre accanto che la guarda orgoglioso; e rivederli poi che rincasano dalla manifestazione al tramonto, tenendosi per mano: la tradizione che vive e si eterna. Mi stuccano perciò, lo scopro, tanti discorsi sul vino, tanto vuoto bla bla al quale io stesso contribuisco: neminem nostrum esse sine culpa . E più di tutto mi dispiace certo vantarsi, darsi importanza, passare a setaccio l’opera altrui con la penna rossa del maestrino. Ecco finalmente la risposta alla domanda del mio amico Fabrizio, che cosa cerco in un calice: un mondo di valori umani veri, l’accoglienza sincera che fa sempre trovare all’ospite un fiasco sul tavolo;  la solidarietà e la tolleranza antiche della terra: se hai fatto il vino buono sei bravo e fortunato, e se è un po’ meno buono pazienza, e se hai aggiunto un po’ di acido tartarico per aggiustarlo amen, purché ci sia in te l’onestà, il senso della misura. Più  che al calice, ormai, mi garba piuttosto accostarmi alle vigne: ai fiori sulle prode, all’erba verde tra i filari, ai grilli e agli insetti e agli uccelli che le popolano, ai boschi fitti che le proteggono. Giro le campagne di Montalcino e vi trovo soprattuto questo: sono pochi o nulli i filari col sottofila striato d’arancione  per il diserbo chimico, che vedo invece tristemente in altre zone vinicole;  e seppure  capisco  la necessità a volte e  la fatica di chi la lavora, è sempre l’immagine della terra che muore. Perciò l’assaggio più bello di questo Benvenuto Brunello me lo regala Luciano nella sua cantina spillando da una botte grande un po’ di vino dell’ultima annata, atto a divenire Brunello di Montalcino 2015: nella sua energia ancora selvaggia, coi tannini ribelli come puledri e l’acidità saettante e tutto quel sapore, è una massa informe, è un neonato che porta in sè, in potenza, ogni avvenire; è la promessa della natura che ogni anno si rinnova; è la speranza della vita che continua in un futuro migliore. 

Tiezzi, o il sorriso della bellezza.

La prima volta che incontrai il nome di Tiezzi e della Vigna Soccorso fu diversi anni addietro su una guida dell’Assiciazione Italiana Sommelier. Erano ancora i passi acerbi della mia passione per il vino, quando già però incominciavo a formarmi l’idea di ciò che andavo cercando in un calice.  M’affascinò la storia della vigna pregiatissima recuperata dall’oblio, la rinascita dell’antica etichetta; mi piacque – per quel che leggevo – la dimensione familiare, contadina, artigiana, felicemente piccola; le vinificazioni tradizionali.
Poi, molti anni dopo, l’assaggio del Vigna Soccorso ad un Benvenuto Brunello, abbagliante come la luce del sole sulla neve. Fu la scoperta, anche, dei vini che vengono dal Podere Cerrino e dalla Cigaleta, trasparenti e accoglienti come lo sono i Tiezzi. Seguirono altri assaggi che rinnovarono apprezzamento e meraviglia, risultando anche in una certa consuetudine ed affezione personale. Sfuggiva però da parte mia la visita promessa e con essa la conoscenza vera delle persone e della terra: maledetta la distanza e gli impegni tiranni.

Da qualche anno però trascorro alcuni giorni delle vacanze estive tra il Monte Amiata e la Val d’Orcia: laggiù e in quel periodo agostano il Creato risplende ancora glorioso in tutta la sua maestà, tra i giorni assolati e le notti stellate, tra le acque che scorrono nelle fonti e gli ulivi che levano i loro bracci al cielo come una preghiera: i fiori e i frutti dai vividi colori sembrano nascere per la prima volta tra i voli di uccelli e delle api, tra le lepri e le volpi che si rincorrono nei boschi.
Sfavilla Montalcino al sole, sempre ventilata, mai troppo calda o troppo fredda, alta su quel panorama così ampio e armonioso da allargare il cuore: dominante e tuttavia così piacevole nelle sue strade di pietra, sotto le logge ariose, negli scorci che si aprono a gran volo aperto sui campi biondi lontani, tra le taverne, le botteghe e i caffè, linda di geometrie bizzarre ma precise. Amo quando posso andare per cantine: conoscere da dove vengono i vini, la gente e le zolle. Non favorevolissimo questa volta il momento, purtroppo: è la finestra di tempo breve quando il cielo è stabile, i lavori in vigna e in cantina sono minimi e i vignaioli si concedono qualche attimo di riposo: chi lo trovi a campeggiare in Maremma, chi ti risponde gentile dalla barca mentre pesca (e speri in cuor tuo che non gli stesse abboccando un pesce proprio in quell’istante…), chi si trova in viaggio. Tutto giusto e meritato, ma per me poca fortuna: telefono al numero dell’Azienda Tiezzi che sta in cima alla mia lista e nel cuore  per la promessa da mantenere e nemmeno lì riesco a prendere appuntamento: bottiglie esaurite. Certo non mi sono fatto riconoscere: non sarò io a disturbare chi ha impegni o si riposa, ponendolo in imbarazzo per una forma d’obbligo di cortesia. Poi però passano le ore, ci penso su, rifletto che l’attimo non colto può rimandare l’occasione a un tempo indefinitamente lontano che forse mai verrà e mi decido a mandare in privato un messaggio a Monica Tiezzi. La risposta è immediata e a braccia aperte, l’appuntamento al Podere Soccorso fissato.

Eccoci perciò a risalire i tornanti della strada dall’Orcia e dal Castello di Velona, oltre Castelnuovo dell’Abate ed il miraggio bianco di Sant’Antimo, superando i Barbi e il Greppo, ormai familiari, fino alla cima del colle dove siede Montalcino, in vista delle torri della Rocca, costeggiando il paese fino alla Chiesa della Madonna del Soccorso: che sta lì sul bordo, semplice ed elegante, leggera come un sipario oltre il quale si apre l’infinito. Per scendere al Podere Soccorso bisogna passare dietro la chiesa, quasi sospettando di infilarsi nella canonica, percorrendo invece una stradina stretta e ripida in discesa che costeggia ed attraversa sterrata alcune proprietà private. Il panorama che si apre a occidente su vigne, fiori ed orti, da un’altezza di quasi 600 metri, è solenne, luminoso, sempre nuovo a ogni snodo, a ogni curva. Si individua infine una casa in pietra, col ballatoio, il loggiato, le scale esterne tradizionali: una figura femminile, indefinibile l’età, sta sulla balaustra e legge, accarezzata appena dal vento: un immagine di poesia questa, e lì è il Podere Soccorso. Sotto la vecchia colonica, dove si apre uno spiazzo, la cantina nuova perfettamente mimetizzata, interrata e giustamente rustica; intorno  la celebre Vigna Soccorso col sangiovese coltivato ad alberello, magnificamente esposta a sud-ovest, morbidamente terrazzata per vincere la pendenza notevole, i filari ordinati come viali di giardini con le rose a punteggiarli e le pietre che li bordano come pause di un racconto. Siamo qui a 500 metri sul livello del mare, appena fuori le mura di Montalcino che ci sorvegliano severe, ma sembra di essere per magia lontani nello spazio e più ancora nel tempo, come trasportati improvvisamente indietro a qualche secolo fa: sfugge alla nostra epoca tanta bellezza, tanta armonia.  Basta guardarsi intorno e viene voglia di fermarsi lì felici e protetti a respirare il verde della vegetazione e l’azzurro del cielo, il susino dai frutti bruni, il melograno, le piante fiorite, che creano un piccolo Eden a misura d’uomo. Non basta a rompere l’incanto l’arrivo lontano del fuoristrada di Monica ed Enzo, perché anch’essi ci portano un sorriso senza tempo.
Il saluto è affabile, schietto, familiare: ci si sente come a casa. Trovarsi di fronte ad Enzo Tiezzi, tuttavia, è un’emozione che un po’ intimidisce: a questo signore sorridente, dal viso vagamente etrusco, vivace e brillante malgrado abbia passato da tempo la settantina, viene da rivolgersi con deferenza, perché pochi come lui rappresentano la storia degli ultimi sessant’anni a Montalcino e sanno raccontarla con tanta lucidità ed un tocco ironico di toscanissima arguzia. Bada, amico o amica che mi leggi, non la storia del Brunello soltanto, perché sarebbe limitativo di quel che Enzo Tiezzi ha da raccontare.

Un giro di chiave nella toppa di una porta in legno che si apre sul fianco destro della cantina e la favola comincia nelle penombre di una sala bassa, pietrosa, appoggiata alla roccia, dove riposano le botti di legno colme di vino: “Questa era la cantina del Professor Paccagnini, che qui invecchiava il Brunello della Vigna Soccorso” e in quello stesso luogo un secolo dopo, grazie ad Enzo Tiezzi, il Brunello della Vigna Soccorso è tornato a riposarvi. Vibra una magia penetrando più ancora la  cantina storica  (piccola! Non t’aspettare antiche strutture monumentali come troveresti in Piemonte a Fontanafredda, o a Nervi, a Montalcino stessa ai Barbi: il Vigna Soccorso era in  confronto quel che potrebbe definirsi un vin de garage), fino allo studiolo dove sono esposte riprodotte le medaglie e i diplomi vinti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo dal Professor Paccagnini, gli originali conservati dai discendenti a Livorno. È lì che Enzo e Monica evocano questo personaggio a lungo dimenticato e la sua opera, con un certo orgoglio misto a commozione per un esistente rapporto di parentela. Riccardo Paccagnini, che insegnava agraria a Bari, Piacenza e Roma, era in contatto con i maggiori luminari del suo tempo; aveva a quanto pare anche il pallino della meccanica e fu tra i primi a Montalcino ad impiegare certe attrezzature che la tecnologia metteva a disposizione per migliorare il lavoro nei campi e in cantina. Il vino che ricavava dalla Vigna Soccorso risultava per i tempi senza dubbio un vino moderno: secco, limpido e stabile; oggi, anche leggendo quei dati chimico fisici rimasti da coeve analisi, lo diremmo un Brunello classico, di corpo ed atto a un buon invecchiamento. Peraltro fu autore anche di un manuale di vinificazione le cui prescrizioni per l’affinamento già preludono nei fondamentali a quelle del disciplinare moderno. L’etichetta del suo Brunello di Montalcino Vigna Soccorso – da Paccagnini personalmente disegnata-  è la più antica etichetta di Brunello conosciuta, forse davvero la prima; ed è la stessa che con modifiche minime si trova oggi sul Brunello di Montalcino Vigna Soccorso di Tiezzi; deliziosa nella sua grafica che da un lato strizza l’occhio al liberty e dall’altro porta con sè tutto il retaggio del Rinascimento, con quei puttini acrobati che sembrano discendere monelli da quelli danzanti di Donatello o di Jacopo Dalla Quercia. Vinse Paccagnini con quel vino numerosi riconoscimenti internazionali, 45 medaglie: affermarsi con un Brunello di otto anni a Bordeaux in quell’epoca (1904), in terra di Chateaux Premier Cru era un’impresa ardita. Paccagnini non era però un tipo facile: oltre a girare per il paese con tutte le medaglie vinte appuntate in bella mostra sul panciotto, baldanzoso come un capo indiano che mostri orgoglioso le piume del suo copricapo, pare non avesse un gran fiuto per gli affari. Cosicché, morto il Paccagnini, passato di mano il podere, la storia fu dimenticata e la Vigna Soccorso abbandonata, finché  Enzo Tiezzi, che di Paccagnini e della Vigna Soccorso aveva sentito parlare da parenti della moglie, ha modo di aquistarlo alla fine degli Anni Novanta. La casa con la cantina antica, malmessa; la Vigna, una landa di rovi ed un aggroviglìo di cavi elettrici e telefonici; viti, se ce n’è, sono inselvatichite. Enzo Tiezzi è uomo d’azione e si rimbocca le maniche: restaura la casa, costruisce una cantina interrata dove accomodare più agevolmente ed igienicamente i tini di fermentazione, l’imbottigliatrice e le bottiglie in stoccaggio; ripulisce la vigna e, preparando lo scasso, tutti i massi trovati nel terreno vengono accantonati per rivestire il muro della cantina interrata, onde si integri armoniosamente nella natura circostante, quasi a non disturbare quel luogo di bellezza con aggiunte tardive. Tanto fa e tanto briga, bussando insistente alle porte, che riesce a far interrare tutti i cavi, ma nemmeno questo colma la misura del suo amore di bellezza: decide di allevare il sangiovese ad alberello perché “ero riuscito a far eliminare tutti i fili, non volevo metterne degli altri e rovinare tutto: mi piaceva che sembrasse un giardino”. Ammettendo anche di essersi preso una gatta da pelare, perché il sangiovese ad alberello risponde diversamente da quello allevato a guyot o a cordone speronato e lui non aveva esperienza: si è trattato di reimparare a conoscere quella stessa pianta con la quale aveva da sempre lavorato ed in qualche modo crescere con lei: la bellezza di pensare a questi organismi come un maestro orientale penserebbe a un bonsai. Ecco che la Vigna Soccorso rinasce, produce frutto che diventa vino con quei metodi che la storia e la tradizione hanno codificato e che Enzo Tiezzi ha imparato nel corso di una vita spesa tra vigne e cantine: i tini di legno, le fermentazioni spontanee, le botti grandi, i travasi, l’attesa; quella semplicità trasparente che rende tutto più difficile, perché non puoi barare e devi sapere esattamente ciò che fai. La storia: essa scorre come una favola bella nella voce di Enzo. Quando ragazzino subito dopo la guerra lavorava a Poggio alle Mura, che era allora un’azienda agricola a tutto tondo, con colture diverse ed il bestiame: la classica fattoria toscana; ed era un viaggio andarvi allora da casa sua su quelle strade, tre ore con la vespa; e perciò si stava laggiù per mesi senza mai tornare, dormendo in stanzoni di quella parte del castello risparmiata dai bombardamenti (c’erano ancora intorno le pietre della rovina), gli uomini divisi dalle donne, tutti chiusi a chiave la notte per evitare inconvenienze amorose;  lavoro duro, ma anche tanto imparare, tanto far pratica: con la terra ma anche con le macchine, perché Enzo era uno dei pochi ad avere studiato e a saper mettere le mani su un organo meccanico. Poi la battaglia per poter tenere l’auto al castello, ciò che era visto quasi come un’insubordinazione dal capoccia, vinta da Enzo con volitività e maestria parlando direttamente col proprietario che aveva possessi anche in Argentina. Lì conobbe sua moglie – la mamma di Monica – venuta come maestra per insegnare a quei braccianti confinati nel remoto Poggio alle Mura e ritrovatasi il letto posto nel bel mezzo della piazza d’armi del castello per ripicca: secondo quella gente, si era posta troppo da “signorina di città”; fu poi tutto risolto, naturalmente. Scene che sembrano tratte da un film e fanno sorridere, ma raccontano vivide una realtà ormai lontana e sparita, che era vita e fatica, pena e gioia; colori, suoni, odori. Continua la favola, vivida per l’animarsi continuo dello sguardo. Gli anni della professione: ancor assai giovane  la direzione tecnica a Col d’Orcia dei Marone Cinzano, in un’epoca che quando l’annata era difficile lo era davvero, non c’erano in vigna le conoscenze e le possibilità attuali e i vini se venivano magri, erano magri: vedi la ‘74. Il ricordo di Giulio Gambelli, coi suoi modi garbati ma schietti, che se tagliavi con percentuali minime il Sangiovese  (molto meno di quanto all’epoca fosse permesso), non solo se ne accorgeva “a naso” e a distanza senza nemmeno assaggiare il campione, ma ti diceva anche quanto e che cosa tu avessi aggiunto, produttore compreso! La Direzione del Consorzio e la nascita del Rosso di Montalcino, con la stesura del disciplinare: nei suoi auspici e nel pensiero dei soci di allora un Brunello da vendersi più giovane per una virtuosa rotazione di cassa, non un vino di serie B. Poi nell’80 comincia a far da solo, con i vigneti al Poggio Cerrino ed alla Cigaleta, a circa 300 metri sul livello del mare, sul versante nord.  La preoccupazione oggi per una Montalcino che cambia: famiglie storiche in difficoltà, aziende vendute senza più referenti coi quali tessere un dialogo e fare gruppo in sede di Consorzio. Certo, cambiamenti ce ne sono stati tanti, da quella prima ondata di forestieri che qui comprarono terra negli anni Settanta e Ottanta, fino poi al più recente boom del Brunello. Lo si coglie anche nelle parole di Monica, che è persona colta e sensibile, quando parla di certi equilibri da rispettare; quando ricorda come fosse più autentico il Castello di Velona prima della conversione ad albergo di lusso (anzi, a resort esclusivo) e come sopravvivessero un tempo addossate sul fianco del Castello di Poggio alle Mura le vecchie case dei contadini, piccolo borgo ancora intessuto di memorie e strutture medievali, scomparso con la ristrutturazione e rimasto oggi solo nella memoria di chi lo vide: al suo posto un moderno bastione ingloba i servizi dell’hotel. Si ripristinano antiche strutture a nuova vita, ma qualcosa irrimediabilmente va perduto.

Certo, viene il momento che assaggiamo anche i vini, le varie annate presenti in botte perché le poche bottiglie ancora in cantina son già tutte imballate da spedire. Non è facile accanto a un esperto vero come Enzo Tiezzi, bisogna aver un po’ di arroganza in realtà – o di incoscienza- per fiatare. Amico, amica che mi leggi, che dunque potrò dirti io di loro? Che sono una restituzione pura del sangiovese, dei suoi tratti più eleganti fusi a quelli più scorbutici, ciò che ne costituisce l’autentica nobiltà e distinzione. Vini trasparenti ed energici al tempo stesso, più larghi e pronti quelli del Poggio Cerrino e della Cigaleta, più verticali, minerali, strutturati e bisognosi di tempo quelli della Vigna Soccorso. Tutti però con una caratteristica freschezza e tensione interna, persino le annate caldissime 2011 e 2012, potenti e vibranti, che stupiscono promettendo una eccellente riuscita. Vini che respirano, in levare, che sanno leggere l’annata e se anche è più minuta, come la 2014, rinunciano alla forza ma non all’equilibrio.

Si parla di progetti futuri, perché Enzo è mente e volontà che non conosce posa: più spazio per vinificare in cantina, perché oggi si è costretti a vendere le uve quando il raccolto è abbondante e buono; il recupero di un appezzamento poco più a valle della Vigna Soccorso, ripido anch’esso e tuttora a coltura mista, con la vite che si intreccia all’ulivo e agli alberi da frutto: un altro cru, il San Carlo.
Monica annuisce e sorride, orgogliosa a un tempo e preoccupata.
Ecco: vederli insieme, padre e figlia, continuano e completano in qualche modo quel senso di armonia che viene dalla terra, ciascuno con un suo ruolo ben definito e complementare,  preparando in un gioco di sguardi e di non detti una staffetta, come è naturale e inevitabile che sia. Per ora ed ancora a lungo la divisione dei compiti è chiara: se Monica cura in qualche modo le pubbliche relazioni (seguendo eventi, fiere, internet…) con la fatica di ritagliare il tempo da un lavoro impegnativo come quello di medico, in vigna e in cantina è Enzo il sovrano, indiscusso.
Arriva il momento dei saluti. Non posso acquistare ovviamente tutti i vini che vorrei per riascoltarli (sì, come fossero musica) nella calma della mia casa, essendo tutti impegnati per i distributori di mezzo mondo e già imballati per essere spediti,  ma i gentili Tiezzi hanno tenuto da parte una Magnum del Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2010, bellissima, che sarà depositata nell’angolo più protetto della mia cantina, tra le bottiglie più amate. Partiamo, risaliamo a passo d’uomo con la mia Alfa rossa l’erta verso le mura, arricchiti. Io sono felice e malinconico insieme, quasi non mi va di parlare, per trattenere i ricordi di questo pomeriggio e farli sedimentare. Ho da un lato la certezza che finché a Montalcino resteranno famiglie come i Tiezzi l’autenticità di questi luoghi magici non andrà perduta; dall’altro so che se questi settant’anni di dopoguerra sono stati una rivoluzione, il mondo corre in fretta e continua ad accelerare: come un treno lanciato a velocità folle che non si cura delle parti che incominciano a usurarsi, dei bulloni che si perdono, delle bielle chi si flettono; spinge finché ne ha, finché la macchina non esplode per forza della stessa pressione che ha generato. Se Enzo Tiezzi volesse farci un gran regalo! Condensare tutto quello che ha visto e imparato in un libro: i territori di Montalcino, i climi e i terreni, l’arte della vinificazione e di curar la vigna e la loro evoluzione nel tempo, la storia di queste campagne e della gente e delle aziende. Chissà: magari uno dei tanti bravi giornalisti del vino lo potrebbe aiutare ed il Consorzio sostenere il progetto. Perché credo che abbiamo più di sempre bisogno che qualcuno ci aiuti a ricordare da dove siamo venuti e che ci detti il passo, ascoltando, invece di quello della macchina e dell’elettronica, il tempo della natura e dell’uomo.

(visita nell’agosto 2015)

Rosato Toscana IGT 2014, Sanlorenzo, 13,5 gradi.

Tornare a Montalcino e’ sempre una gioia: le sue torri ti guardano come lo scintillio degli occhi d’un bimbo sul sorriso del creato. L’estate, in quel periodo di fibrillazione che va tra l’invaiatura e la vendemmia, quando l’occhio insegue le nuvole in cielo per accertarsi che non portino una pioggia maligna o peggio; e invocandole invece, se la stagione e’ stata arida. Allora, quando il caldo un poco molla, e’ tradizione ormai che vada a trovare Luciano. Quest’anno ho un motivo di curiosità in più perché ha fatto il suo primo Rosato. E non l’ha fatto a caso: l’annata scorsa 2014, fresca e piovosa, si prestava. Un bel salasso, all’antica. Non preoccuparti -amico, amica che mi leggi- se non sai che cosa sia il salasso in enologia: se un po’ ti intendi, apprezzerai la sensibilità di Luciano, la sua capacità di interpretare l’annata; altrimenti ti basti sapere che l’ha fatto per la gioia, sua e degli amici e di chiunque voglia berne: è un vino ancora più buono in compagnia, nell’allegra condivisione, e le uve sono quelle di Montalcino, quel sangiovese in purezza potente e benedetto. Così abbiamo fatto noi, portandocelo a tavola per un pranzo che sconfinava ormai nella merenda dopo infiniti assaggi di rossi in cantina. Allora vedi: le ombre sono corte col sole delle tre che batte, i passi quasi risuonano sul selciato perché i più farebbero la siesta anziché sedersi a tavola, e la bocca e’ già stanca. Eppure a versalo, la curiosità gli ruota intorno: rosa molto intenso, quasi corallo: più che rosato lo direi cerasuolo, rubino chiaro con unghia buccia di cipolla. Per gustarlo davvero e’ meglio appena fresco che freddo: così apprezzi l’aroma intenso ma delicato, che ricorda prima l’iris e il giaggiolo e poi l’amarena, i lamponi. Ha una complessità nitida, che spazia tra gli estremi dello spettro aromatico della polpa di frutta, dalle pesche ai tocchi di corbezzolo, ma è un’espansione trattenuta, distinta, aggraziata e tuttavia sicura: perché la orna all’olfatto e più ancora al palato sul finale una speziatura delicata ma convinta di noce moscata, di pepe e di foglia d’alloro. Al palato appunto: potente e voluminoso, ma piacevolmente perché reattivo; accenna a passi di danza con movenza e trama vellutata, appena un po’ tannica, col gusto che si espande e si irradia, rilasciando una notevole persistenza. Secco e giustamente; ma non perché si regga minuto su gambine magre: ha piuttosto una gran struttura, estratti in abbondanza ed un’aromaticità familiare per chi conosce i vini di Luciano; quasi che avesse per magia tramutato i suoi rossi in rosati, distillando le componenti più fresche e leggere. Allora scherzando gli dico che ha creato un Brunello in minigonna, ma in realtà c’è poco da scherzare qui: e’ un vino serissimo e perciò ci pensa lui a far finire la brigata in riso, nell’allegria leggera di un bel pasto con un buon vino ( balsamo per il corpo e per l’anima, parafrasando un vecchio detto di Giuseppe Verdi)  e catalizzerà su di se’ l’attenzione solo alla fine, proprio perché noterai stupito quanto ti ha fatto star bene. Lo abbiamo festeggiato rendendo onore alle norcinerie e ai pascoli toscani, alle delizie estive del popone e del cocomero; però qualche giorno appresso l’ho trovato eccellente con la pasta al germe di grano e il sugo di pesce spada. Luciano dice che è semplice farlo questo Rosato: sia pure, ma bada che lo affina in legno, con il risultato perfetto di fondere e valorizzare e di non coprire. Si diceva all’epoca delle corse in Vespa e dei ruzzoloni, quando uno era bravo davvero:“che manico!” . Berremo anche il Rosato 2015? Chissà…a me piace pensare che Luciano vi porra’ mano solo se glielo sussurreranno le vigne.

Il giorno, a Benvenuto Brunello 2015

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L’alba.

La mattina e’ piovosa e umida, fredda; le mura massicce del Castello di Saltemnano si ergono fra la foschia che ingolfa desolata la valle dell’Arbia, la coltre grigia delle nuvole in cielo. Lontano, remota e quasi un punto, Montalcino con le sue torri che si stagliano su uno squarcio più luminoso d’orizzonte: la nostra meta. Che differenza rispetto all’anno passato, quando l’inverno già si discioglieva all’abbraccio tiepido della primavera e si aprivano al sole i germogli. Sarà per questo che una malinconia sottile mi prende, come un lieve disagio? O sarà forse la preoccupazione del confronto con quello scorso Benvenuto Brunello, il mio primo, e le sue emozioni? Magari è solo un poco di quel disincanto che si prova addentrandosi nella conoscenza: quel pizzico di magia che va inevitabilmente perduta. Sono pensieri però che si scacciano in fretta, tanta e’ la voglia di tornare su quel colle, di respirarne l’aria pura, di vederne le vie e con voli rapaci dello sguardo abbracciarne i paesaggi solenni a volo; e stringere le mani di quella gente. La strada sale dal fondovalle poco oltre Buonconvento, annodandosi su se stessa come le spire di un serpente: curva dopo curva, cantina dopo cantina, vigneto dopo vigneto. Per molti solo asfalto, automobili, traffico; per me percorso iniziatico, esercizio dell’animo: Benvenuto Brunello non è semplicemente la presentazione di nuove annate, l’assaggio di grandi vini;  per me è soprattutto calarsi in una realtà diversa, in un altro sentimento del tempo; e’ interrogarsi sulle ragioni della terra, sul seme che mi ha generato; e’ domandare al sangiovese di svelarmi i suoi segreti, intessendo con lui un dialogo muto, concentrandomi allo spasimo per intercettarne le vibrazioni più intime. Perché il sangiovese e’ come una gran dama: sempre un po’ sfuggente; e sotto la coltre dell’immediatezza vela spesso una complessità straordinaria. È come uno specchio che riflette sempre qualcosa della sua zolla, di chi l’ha coltivato e vinificato, persino di chi lo beve. Ecco: quest’anno vorrei tracciarne per me i confini, quel ritratto che ho ancora incompleto.

La mattina.

Si giunge a Montalcino che è mattina presto, le valige nei confortevoli silenzi ariosi di Palazzo Saloni; si camminano in fretta le vie profumate di pane appena sfornato, buono; si rivedono i selciati conosciuti, i canti, le insegne, i tetti, mentre la gente principia le attività quotidiane; con la sensazione felice di sentirsi in una casa ritrovata. Ecco l’ingresso sotto l’arco di pietra, l’abbraccio affettuoso con Luciano Ciolfi, al quale devo l’invito e la visita nel giardino del Brunello. Quest’anno si accede alla manifestazione dalla parte del museo, con la suggestione delle arcate possenti, delle teche che vegliano tesori nella penombra; si ha il chiostro bellissimo li’ da vivere e le sale appena ridipinte, di candida bellezza. Peccato solo l’odore della vernice fresca, per me fastidioso, ma onestamente nessuno mi pare se ne lamenti, sicche’ sarà il mio naso. C’è tanta gente e l’atmosfera della festa, perché la tanto attesa annata 2010 e’ di scena. Il mio disagio in parte si svela: quanti entusiastici giudizi ho letto anticipatamente su questa annata e quanti invece ruvidamente contrari alla 2009, spesso superficiali e irrispettosi del lavoro e della fatica di quella gente che suda allo stesso modo da un anno all’altro, anzi di più in quelli meno felici.  Sicuro, la  2010 e’ molto buona, però ancora una volta sono le differenze tra un vino e l’altro che più mi affascinano: di stile, di mano e di territorio, ciascuna a formare una piccola tessera del mosaico del Sangiovese di Montalcino, esprimendone le singole individualità. Ha detto bene un assaggiatore notissimo: “non c’è il Brunello 2010, ma cento Brunello 2010” . Che posso aggiungere a quanto scritto da tanti piu’ esperti di me? Eppure mi voglio provare. Contando che ho assaggiato in piedi ai banchetti dei produttori, quindi con tutte le approssimazioni del caso, mi pare un’annata luminosa, solare, di forza e di equilibrio, che a mio parere ha originato molti vini di traboccante energia, sicuramente godibili fin d’ora ma che in alcuni casi – forse quelli migliori- richiederanno anni di bottiglia per assestarsi appieno e ricomporsi in una grazia superiore; giocando poi un tiro mancino da una parte ad alcuni Brunello Riserva 2009, verso i quali lo stacco mi è sembrato a volte minimo e talvolta a vantaggio del vino d’annata. Quanto ai Rossi di Montalcino 2013, sono sempre freschi, piacevoli e benfatti, ma direi con una profondità e continuità qualitativa un po’ inferiore rispetto ai 2012 assaggiati lo scorso anno. Paradossalmente l’annata 2013, per così dire classica, ha ancor più  differenziato chi interpreta il Rosso come un  Brunello adolescente e chi semplicemente come un buon vino da pasto.

Il mezzodì e il meriggiare.

Che piacere assaggiare con Luciano, lui che in vigna e in cantina si sporca le mani e vi trova l’orgoglio e la pena. Che piacere assaggiare e confrontarsi con Stefano Paparelli, finissimo palato, che sa riassumere il senso di un vino in una battuta. Che piacere poter legare un assaggio alla chiacchiera col produttore sull’annata, sulla vinificazione, sul suo terreno, e scoprirne le interrelazioni nel calice. Talvolta nemmeno quello serve: basta un gesto, uno sguardo soltanto e dalla persona che hai davanti capisci tutto il vino. Oppure puoi chiudere gli occhi e concentrarti solo sul calice, senza preconcetti, simpatie e antipatie. Purché nel calice ci sia Brunello di Montalcino, quello che nelle sue mille differenti sfumature, buono o meno buono, mi picco di riconoscer come tale, che parla toscano con la voce del sangiovese. Perche’ un paio di vini che ho assaggiato – ottimi senz’altro – non parlano quella lingua: concentrati, fruttati, rifiniti secondo un gusto internazionale, mi pare che in essi la sapienza abbia la meglio sulla natura dell’uva e del territorio, perlomeno come io l’ho vagheggiata; sontuosi persino: ma io vorrei prenderti per mano, amico o amica che mi leggi,  e portarti li’ a due passi nelle sale del Museo di Montalcino, di fronte alle monumentali Madonne su fondo oro del Dugento Senese: nude e scabre forse, ma potentemente spirituali, di un rigore severo che a riguardarle si scioglie in una dolcezza senza tempo, un’idea di fede insieme mistica e laica, perché universale. Ecco, immagina che d’improvviso accanto v’appaia una pittura perfetta ma esteriore, barocca nel senso della sovrabbondanza cortigiana: così mi suona la lingua di quei due vini tanto internazionali. Perciò oggi che si presenta tra gli osanna l’annata 2010, le tante attenzioni estere nutrono la mia inquietudine e il mio disagio: temo una deriva e seppur io sappia per esperienza che il mercato e’ vita, fatico a scrollarmi di dosso quelle sensazioni.Saranno altri vini a riportarmi al sorriso, attraverso le ragioni della terra. Quelli dove sentirò una vibrazione che mi appartiene e che mi azzardo a ricondurre a queste zolle, a queste mani, a questa storia ilcinese. Di essi scriverò: di quelli che mi hanno trasmesso – come diceva un vecchio direttore d’orchestra – un tono vitale.

Per cominciare partendo in quarta, i vini di Sesti, con un Rosso di Montalcino 2013 elegante e molto fine, dal colore tenue e con toni un po’ verdi al palato, che però non mi dispiacciono: sono tocchi di freschezza. Anche il Brunello 2010  e’ molto fine, di grande struttura e di equilibrio già miracoloso, con una persistenza lunghissima ed una tessitura passante che è come un eloquio naturale, sciolto ed insieme profondo, da grande oratore: più ancora, il discorso di un leader. Il Brunello di Montalcino Riserva 2009 e’ anch’esso strutturato e lunghissimo, ma meno bilanciato nell’uso del legno e il suo parlare un po’ più impostato, meno energico. Tutti i vini di Sesti sono comunque luminosi ed al tempo stesso potentemente chiaroscurati, dinamici e ariosi, con la purezza di un cielo stellato. 

Passo subito dopo ai vini di Sanlorenzo, quelli di Luciano, per godermi appieno il gusto del contrasto con i precedenti: perché i suoi, lo so, son vini forti, potenti, materici, ma che mantengono sempre abbastanza freschezza e quel tocco appena un po’ ruvido per non stancare mai.  Vendemmia dopo vendemmia vanno acquistando focalizzazione e quella  rifinitura sottile che è attenzione al dettaglio, non preziosismo. Sorprende quasi il Rosso di Montalcino 2013, meno alcolico del solito, diverso, forse anche più godibile: magari al momento di Benvenuto Brunello ancora un po’ da farsi ( e’ in bottiglia da poco), ma si capisce benissimo che la sua e’ la struttura di un Rosso di categoria superiore. Il Brunello 2010: per me che l’ho assaggiato in più fasi della sua evoluzione e’ una conferma, ma che conferma!  Ha tutto quel che deve avere un grande vino: potenza e levita’, magari ancora un po’ da armonizzarsi direi, ma la stoffa e’ tutta lì, con una bocca che è già carezzevolissima ed un’alta acidita’ già ben integrata, col tannino potente e fine. Vino sempre più raffinato il suo Brunello, ma questo 2010 ha dentro un’energia speciale che scalpita e trabocca. Lo diresti un vino a trazione posteriore: quasi delicato e di stoffa dolce sulle prime al palato, poi vi si espande travolgente, spingendo forte sul gusto.

Su suggerimento di Luciano provo i vini dei suoi vicini di “banchetto”, San Giacomo, che non conosco, e questa è forse la sorpresa della giornata. Vini luminosi, puri, strutturati; magari in queste fasi giovanili un po’ lineari in termini di complessità aromatica, ma con una bellissima naturalezza sul palato, che invoglia a berne e a mettersi a tavola in loro compagnia, più che a degustarli. Vorrei proprio poterli riassaggiare con più calma e agio, approfondire il loro racconto, sfogliando la pagina delle annate e camminandone la terra. 

Li’ vicino c’è Salvioni ed il loro Brunello di Montalcino e’ spettacolare: bellissimo fin dalla tinta luminosa, e’ all’olfatto e al gusto che dispiega un carattere veramente in technicolor, perché ha già in se’ la giovinezza e la maturità perfettamente fuse,  coi frutti da una parte e dall’altra gli umori della pelle, degli anfratti segreti nel bosco. Non si smetterebbe mai di gustarlo tanto in bocca e’ lieve e forte, ben tannico e ben acido. Leggero, lungo, carezzevole, vien quasi da chiedersi se non sia il vino perfetto, ma è una domanda senza senso per chi ama il vino: la perfezione non è di questa terra e nel piacere contano di più le differenze e i distinguo che le asserzioni,  la ricerca  del contrasto e dell’individualità che l’inseguimento di perfezioni immutabili. E se tu che mi leggi non sei disposto ad amare, non seguirmi: non mi capirai. 

Proprio per amor di contrasto, se mi segui, ti porterei all’assaggio dei vini de Le Chiuse: ecco che alla colorata esuberanza si contrappone una misura classica, composta, quasi antica nel suo rigore. Sono vini lenti a mio vedere, nordici, che si concedono nel tempo, ma il Brunello 2010 ha fin d’ora una capacità comunicativa stupefacente, che dissimula ed alleggerisce una struttura enorme, di trascinante energia, però mai sopra le righe. Ritrovo in lui quelle sensazioni compatte di pietra che tanto mi affascinano, ma accompagnate da una pienezza di sapore rara: un’architettura ravvivata dalla poesia dell’arte. 

Altro produttore, altra terra, altro stile di Brunello: quello di Donatella Cinelli Colombini. Ne amo anzitutto il colore: trasparente, luminoso rubino, brillantissimo, ricco di riflessi cromatici. Il profumo e’ dolce, con sfumature di cipria, di fascino femmineo e persino civettuolo. Lieve al sorso, con un’acidità alta ma che stuzzica maliziosa e piace, di rifinitissima tessitura e piuttosto lungo. Sarà che la conduzione aziendale e’ al femminile o e’ solo la mia suggestione? Così garbato da risultarmi  leggermente impostato, e il mio gusto preferisce vini più ruvidi, ma più diretti. Vedi, tuttavia? Nella pratica conta il momento e la tavola: in certi giorni, con talune persone, a lui rivolgerei gioioso la mia scelta, privilegiandolo tra altri.

Non fermiamoci però: se cerchi il registro dell’eleganza c’è tanta varietà col Sangiovese di Montalcino. Mi accosto ai vini di Poggio Antico: qui l’eleganza si combina col rigore, la modernità della rifinitura si chiude ad avvolgere un anima di classico equilibrio. Stupisce che a strutture così monumentali e ad una persistenza  lunghissima, davvero fuori dal comune,  non manchi mai lo slancio e la freschezza: queste sono le stigmate di vigneti privilegiati in posizioni favorevolissime e di una mano notevole in cantina. Sono vini da condottieri dei tempi nostri questi: avanzano sicuri e a testa alta in un bel completo grigio, eleganti e formali, col passo dei vincenti ma senza strafare. 

Quanta differenza con i vini di Pian delle Querci: delicati, teneri, lirici. Cantina artigianale e familiare come poche, nella timidezza degli sguardi la favola stessa del vino. Un Brunello 2010 levigato e lieve, appena ancora un po’ marcato dal legno ma dagli aromi complessi e nitidi. Al palato ha struttura giusta, di grande equilibrio, più tannico che acido. Al gusto e’ pieno, ma in sottrazione; non conosce pesantezze, ha una dimensione cameristica. Se sai un po’ di musica mi capisci: qui non gli sforzati di Beethoven, ma i più aerei accenti mozartiani. Vedi il sangiovese? Quanta varietà.

Mi sposto verso Collelceto, altro produttore di dimensioni e spirito artigiano, i cui vini mai avevo assaggiato, e più che la musica mi evocano la pittura: il Brunello 2010 e’ una sorpresa, luminoso e scuro, saporito e stuzzicante all’olfatto, spinge forse appena un po’ nell’effluvio alcolico, ma in modo non spiacevole. Al sorso riluce la sua la sua bella struttura: acido, sapido e tannico, col tempo troverà ancor miglior fusione, io credo. Il Rosso 2013 e’ piacevole, corposo ma non pesante. 12.000 e 10.000 bottiglie, rispettivamente.

Di proposito seguo a questi i vini di Col d’Orcia. Azienda di grandi dimensioni, una tra le più estese di Montalcino: 250.000 bottiglie del Brunello 2010, 200.000 del Rosso 2013. Non assaggio questi vini da anni e li ritrovo quadrati, caldi, tradizionali, con un certo tocco fume’ che li accomuna. Però qui c’è anche il Brunello di Montalcino  Riserva “Poggio al Vento” 2007: 8.000 bottiglie da 5 ettari, ed è un’altra storia: la zampata del leone. Vino potentissimo, una vera forza della natura: il sangiovese che si alza orgoglioso, indossa una corazza e leva un inno di guerra; si’ perché questo è un Brunello che disdegna mollezze: non ha il corpo ampio e bolso dei vini di stampo internazionale, ma la schiena dritta, con la forza strutturale e senza belletti del sangiovese autentico. Anche questo è un vino da condottieri, ma all’antica, con l’elmo e l’alabarda.  

Mi viene l’istinto di accostare a questi i vini di Fattoria dei Barbi: altra azienda di dimensioni rilevanti nel panorama ilcinese, col Brunello 2010 che si attesta intorno alla 200.000 bottiglie, non uno scherzo. Vini di impronta felicissimamente tradizionale, hanno quella capacità di emozionare che spesso sfugge quando i numeri crescono, grazie ad una cura superiore ed al coraggio di non piegarsi a mode e gusti altrui. Tra i Brunello annata preferisco solitamente quello con la leggendaria etichetta blu, che ovviamente e’ buono anche quest’anno, ma per una volta è stato il Brunello “Vigna del Fiore” a colpirmi maggiormente: direi che ha una marcia in più in termini di struttura ed una fusione, un amalgama, una pienezza – in altre parole, una centratura- che ne fa uno di quei vini di classe signorile che si allungano sul palato e irradiando lo avvolgono pulendolo, con una sensazione di piacere tattile che permane non solo alla bocca, ma più ancora nella memoria. 

Dai Barbi al prossimo assaggio il filo e’ sottile, come la strada meravigliosa porta giù a Castelnuovo dell’Abate curva dopo curva, costeggiando Sant’Antimo dall’alto. Un fatto di cuore e di persone, in parte segreto, che non sarò io a svelare. Ci viene versato nei calici il Brunello 2010, trasparente nel suo colore granato carico ed evoluto, persino ammattonato, che si ama o si odia. Per alcuni sono vini arcaici; per me il loro aroma e’  poesia che si libra nel cielo, il sorso e’  complesso e impalpabile. Esclama Stefano Paparelli: “E poi c’è Poggio di Sotto!”: la definizione è perfetta, non occorre aggiungere altro. Non ho la conoscenza adeguata per azzardare il paragone con altre annate di Poggio di Sotto, ma per me Brunello 2010 e Rosso 2012 (uscita ritardata) sono semplicemente signori vini. Il Brunello 2010, insieme potente e leggiadro come il velo trasparente di una dea, per me indimenticabile.

Se parlo di vini del cuore, può mancare Tiezzi? Il Brunello proveniente dal Poggio Cerrino e quello della Vigna Soccorso sono due interpretazioni, classiche, ispirate, rigorose di Sangiovese, ognuna bella della nudità del suo territorio. Vini che se ne hai un po’ di dimestichezza puoi seguirli nel loro cambiare, preferendo a volte l’uno, a volte l’altro. Il Brunello Poggio Cerrino 2010 e’ fruttato, ha un aroma in questa fase assai giovanile con aldeidi in piacevole evidenza, un attacco alla bocca dolce e amichevole, con una tessitura piacevolmente ruvida, artigiana. È salato nel dispiegarsi al sorso, strutturato e assai lungo. Il Brunello Vigna Soccorso 2010! Lo ritrovo il vino di questa zolla benedetta come lo ricordo: un raggio di luce dal cielo. In questa annata e’ dotato di una materia particolarmente ricca che sembra agitarsi ancora scomposta, dando origine a piccole imperfezioni e sbandamenti che sono, a mio avviso, solo il segnale  di una potenza compressa. Il tempo sarà galantuomo: perché qui c’è gran struttura di tannino, corpo, acidita’, ed una lunghezza quasi infinita, pura, che commuove. 

Con i vini de “Il Paradiso di Manfredi” siamo sempre nei territori dell’artigianalita’, qui anzi piuttosto spinta. Sono vini a volte umorali, scontrosi, difficili da capire. Ecco, quest’anno ne sono rimasto affascinato e incerto, attratto ma non del tutto persuaso. Il Rosso 2013 mi è sembrato, come dire, un po’ verde, ma subito dopo questa prima impressione ecco farsi largo fiori e frutta: tanti fiori, ed erbe con aromi puri quasi portati da una brezza al sole d’inverno. Di contro, il sorso ha i toni caldi dell’arancia e delle carrube, la velatura della castagna. Anche il Brunello 2010 e’ rimasto un po’ enigmatico: da un lato  ha un fascino carnale e terroso, dall’altro un fin troppo insistito odore di farmyard (come lo chiamano gli inglesi con elegantissima voce). Eppure sono vini di percepibile vibrazione autentica, che non lasciano indifferenti, ai quali vorrei tornare con più calma e tra qualche mese o anno, aspettando che il tempo abbia compiuto la sua opera. 

Proseguendo su vini un rimastimi un po’ enigmatici, ecco Le Macioche: il Brunello 2010 ha gran struttura, con maggior rilievo tannico che acido; e’ un po’ eccentrico all’olfatto con un che di mentolato, però è affascinante; ecco altro vino che magari si gioverà del tempo e di un po’ di assestamento. Di contro, il Rosso di Montalcino 2013 de Le Macioche mi pare uno dei campioni della categoria: di grande equilibrio, pulizia, intensità e tannini potenti.

Carte inverse da Lambardi, un produttore che amo per il respiro classico  e artigiano dei suoi vini: del Rosso di Montalcino 2013 apprezzo il naso sfaccettato, sottile, e la carica tannica; ma il Brunello 2010 e’ tutta un’altra musica, perché se ammalia fin dal colore rosso rubino vivissimo, conquista per la fusione perfetta dei suoi aromi nitidi, insieme giovanilmente fruttati e più evoluti, terziari, di terra e solvente. Elegantissimo e profondo, e’ col suo bacio che ti fa innamorare: una stoffa bellissima che si distende longilinea e salata, piena di gusto e lunghissima, una struttura importante e molto tannica che forse ancora deve raggiungere il suo zenith, ma che è già luminosa. È la vittoria di un classico equilibrio: perché con tutta la sua forza e la sua intensità mantiene un’armonia composta, una netta misura; quasi che a segnarne i confini fosse il tratto ispirato di un pittore che disegni una Primavera o una Nascita di Venere, nella loro apparente semplicità. 

Altra voce che amo: quella di Fattoi. E dico voce – amico, amica mia – perché questi vini hanno sempre un tono caldo, appassionato, baritonale, o da violoncello; che canta con uno spirito antico, d’altri tempi. Ricordo mia nonna aveva una vecchia radio Magnadyne degli anni Trenta da pavimento, un mobile a colonna di legno pesantissimo con un enorme altoparlante tondo alla base: magari il suono non era perfetto e immacolato come quello degli apparecchi moderni, ma ogni disco acquistava un vocione, un timbro particolare che sembrava risalire dalla terra stessa e andare dritto al cuore e più ancora alla pancia. Ecco, Rosso 2013 o Brunello di Montalcino 2010, così sono per me i vini di Fattoi: alla bocca magari un po’ rugosi ma travolgenti, con note scure e di bosco che promettono i misteri di una foresta incantata alla luce della luna, in una notte di mezza estate. 

Fornacina e’ un altro produttore dove mi pare di individuare un timbro comune tra Rosso e Brunello: una nota fume’ che li marca entrambi. Scambio due parole qui e là con i tanti esperti che affollano le sale, alcuni mi dicono che è dovuta ai legni d’affinamento, non tutti la gradiscono. A me invece non spiace: aggiunge un tocco personale ed una dimensione di profondità; soprattutto pero’ questo Rosso 2013 e questo Brunello 2010 se la possono permettere, tanta e’ la struttura che esprimono: di sicuro non ne restano coperti. Il Rosso ha profumi di intensità fruttata che sposano note più scure: le pelli conciate, la macchia; vino suggestivo, di grande fascino sensuale. Il Brunello 2010 e’ invitante, quasi spigliato per nel suo essere un po’ retro’; ritroviamo anche qui quelle note di pelli conciate, di affumicato, unite ai profumi primari della frutta, ed in più il ferro: il bilanciamento tonale – se così lo possiamo chiamare, e’ più serio e formale. A marcare veramente lo stacco, pero’, e’ il sorso: una bocca di forza, appena un po’ dolce e non del tutto ancora assestata, ma di grande acidita’ e con tannini maestosi. 

Le Potazzine: anche qui assaggiando Rosso 2013 e Brunello 2010 si potrebbe parlare di stile comune; ma è la mano dell’uomo o il territorio a parlare? Probabilmente entrambe e ancora una volta i vini de Le Potazzine mi paiono tra i più raffinati, piacevoli, precisi e compiuti tra quanti assaggiati della denominazione: dolci non per zucchero, ma per la loro trama, per come accarezzano il palato; immediati, senza un chiaroscuro particolarmente marcato in questa fase giovanile, ma con una grande struttura sotto, che soddisfa e promette: una lusinga di futuro. 

E la struttura non manca certo nei vini di Canalicchio di Sopra! Il Rosso 2013 e’ un vino molto bello, rotondo e al sorso ha un’intensità esplosiva. Pieno,equilibrato, forse il miglior Rosso di Montalcino della giornata. Magari, mi è sembrato leggermente esuberante di alcool, ma ha tanto tannino ed un’acidità nitida che gia’  lo bilanciano e probabilmente ne favoriranno l’equilibrio nei prossimi mesi. Il Brunello si comporta, giustamente, da fratello maggiore: e’ persino ancora più pieno, con tanta materia ed una trama tannica possente. Mi e’ parso che qualche sentore dei legni d’affinamento dovesse ancora amalgamarsi del tutto, ma con una struttura così eroica e’ solo questione di aspettare. 

Il Brunello 2010 di Pietroso e’ un altro vino di struttura imponente, rotondo, alcolico, la declinazione classica di un modello di Brunello potente, giocato sul filo di una virtuosa evoluzione, che non si piega alle mode e ad innaturali concentrazioni o mollezze. Un Brunello che non deve chiedere mai, ma con un’anima gentile, persino poetica. Nel Rosso 2013 il classicismo si manifesta invece con una veste giovanile, fruttata e ricca tuttavia di chiaroscuri. È un vino molto intenso, con una dolcezzadi stoffa e non zuccheri, piacevole, un gusto pieno su un corpo misurato, un’acidità fresca e robusta, ma delicata. Se qua e là manifesta piccole angolosità, tu lascia spazio alla sua maturità e le vedrai ricomposte. 

Passiamo ai  vini di Fuligni, ma siamo sempre nell’alveo della classicità; tu però  non la intendere come una codificazione rigida e magari un po’ monocorde, perché loro manifestano una personalità marcata. Prendi il Rosso 2013, ancora un campione da botte: giovanile e fruttato all’olfatto com’è lecito aspettarselo, ma alla bocca e’ già pieno, ricco, carezzevole, con un’alta acidita’ e una tannicita’ materica. Soprattutto e’ molto intenso, con un’alcolicità appena in evidenza, ma piacevole. Anche il Brunello di Montalcino 2010 e’ molto saporito, con abbondanza di frutta rossa; ma soprattutto e’ quasi pepato, mosso da un interno chiaroscuro che lo fa più profondo e come avvolto in una morbida pelle profumata.

Vedi? Se assaggi ora i vini di Tenuta di Sesta, difficile non dirli classici; eppure hanno un altro passo, un altro respiro. Intensi, eccome, ma diversi dai precedenti: più aerei, fini e quasi, mi verrebbe da dirti, di ispirazione borgognona. A cominciare dal Rosso 2013, rubino e molto vivido, floreale all’olfatto ed al palato succoso, dolce nell’attacco, pieno, strutturato ma con molta misura, per acconciarsi senza sforzo alle più vare occasioni ed alla tavola quotidiana. Una tavola di lusso tuttavia, lungo com’è; e con intriganti note di confettura e canditi che creano uno strato ulteriore sulla sua fresca intelaiatura. Ben altra struttura il Brunello 2010 ed ancor maggiore intensità ; al punto di risultare un po’ scomposto in questo istante giovanile al limitar dell’inverno, come un puledro di razza che scalpita e si impenna. Viene presentato anche il Brunello di Montalcino  Riserva 2009 ed è un assaggio molto istruttivo: sempre fine, persino soave, di struttura superiore  al pur maestoso Brunello 2010; ma se da una parte lo apprezzi perché più riposato e risolto, dall’altra noti – almeno: così è parso al mio palato- una nota finale amara, che pare il segno di una forzatura; o semplicemente, un indice di minore armonia interiore, che nemmeno il tempo del tutto slega. Ed eccola qua, per contrasto, la grandezza dell’annata 2010.

Per ultimo, ti voglio narrare degli assaggi al banchetto de Il Marroneto. Qui si firmano grandi vini di profilo classico, che ho assai apprezzato anche in passato. Tuttavia in questa annata 2010 la loro trasparenza espressiva lascia il segno: il lapis corre sul foglio degli appunti e ne rimarca la grande struttura; poi, quasi inaspettatamente, spuntano le parole: “vecchio stile”. Ecco, questo non l’avevo mai notato prima. La struttura potente del Brunello 2010 si stempera declinando la sua dote di frutto nella trama setosa di una controllata evoluzione, che l’arricchisce di screziature all’olfatto e alla beva. La dolcezza zuccherina e glicerica perde ogni mollezza e guadagna nerbo affondando nella tinta un po’ aranciata del vino. Queste caratteristiche si elevano al cubo nel raro Brunello di Montalcino Selezione Madonna delle Grazie 2010, un grande Sangiovese senza filtri e senza rete in solo 5986 bottiglie, per una struttura ancora maggiore, un frutto dolcissimo di grande intensità, con un’evidente richiamo di ciliegia sotto spirito. La sua trama, pero’ è fresca e aerea, fatata. E quel colore magico, aranciato, ancora più evidente. Da “tradizionale”  il descrittore si sposta piuttosto su “ arcaico”; come può esserlo, nella sua immateriale eleganza, un fondo oro del Dugento. Ecco il mio cerchio che si chiude: questo Sangiovese che torna all’antico mi sembra futuristicamente moderno.

A sera.

Si lascia la manifestazione sul fil dell’imbrunire, quando le voci della folla sembrano attenuarsi in sussurro. Le mura del museo ancora sfavillano, ma già la penombra le tocca: si dispone ad avvolgerle materna. Si allungano le ombre sui selciati antichi di Montalcino: e’ bello camminarvi anche se piovono gocce. Scende la sera. Una sosta rinfrancante a Palazzo Saloni: le stanze grandi e comode calzano come un guanto sulla mia stanchezza, le luci calde e tenui carezzano gli occhi. Dalle finestre ampie, mentre si fa buio, vedo in lontananza le colline nere illuminarsi di bagliori: un canto sospeso. Ho appuntamento in cantina da Luciano. L’Alfa borbotta un poco uscendo dal paese, poi si slancia  in un canto allegro danzando sotto la pioggia sulle colline. Una danza lenta, perché la strada me la godo adagio. Malgrado il freddo abbasso un poco il finestrino, voglio sentire i profumi dei boschi e delle vigne. I miei fari illuminano lo sterrato familiare, finché svolto a sinistra sotto una coltre fitta di alberi, e sono sull’aia di Sanlorenzo: luogo ormai del cuore questo. Una lama di luce filtra dallo spiraglio della porta. Dentro saranno assaggi di annate vecchie e nuove e future, chiacchiere di uve, di botti, di fermentazioni, di lieviti, di mercati, di America e Napoli e Hong Kong, un po’ in italiano e un po’ in inglese, per la varia umanità presente. E pecorino e prosciutto e pane. Più ancora il senso squisito e raro dell’ospitalità e dell’amicizia. 

Notte.

Si fa tardi, l’appuntamento è  a cena al Ristorante al Brunello. Io devo ripassare per Montalcino, ma sono in anticipo; non molto, giusto qualche minuto. Allora, giunto alla rotonda di fronte alla Rocca, mi prendo un momento tutto per me: svolto a destra, scivolo in silenzio le ruote sull’asfalto per i chilometri di strada prima tortuosa e poi aperta e stesa che va verso Castelnuovo dell’Abate. Li’ a sinistra giace il Greppo e le sue memorie, più avanti la Fattoria dei Barbi, ma la mia meta e’ oltre: voglio vedere Sant’Antimo. Sant’Antimo la notte, illuminata nel silenzio dell’oscurità,  quasi un faro come doveva apparire nei secoli oscuri ai pellegrinini in marcia; laggiu’ nella sua valle, col prato verde intorno e gli olivi vecchi a farle corona. La vedo di lontano; scendo verso di lei, le vado incontro, solenne e solitaria. Le sono davanti, nessuno intorno, solo io e lei: piccolo nel freddo notturno sotto la sua abside maestosa. Sto muto di fonte a quella promessa di fede scolpita nella pietra. So che le vigne sono intorno: ne sento il respiro, le sento sussurrare, raccontano una storia antica, umile e fiera: la fatica delle generazioni, la forza di una tradizione. Poi la cena: le chiacchiere allegre della bella compagnia, l’ottimo cibo, i grandi Champagne e le prelibatezze dolci e salate portate da Stefano, i tantissimi Brunello di annate giovani e vecchie: perché accanto a quelli come me venuti da fuori per Benvenuto Brunello stanno intorno al tavolo tanti giovani produttori ilcinesi: uniti, affiatati, che si scambiano idee e assaggiano insieme. Questi sono i custodi della terra, nelle loro mani e’ il futuro del Brunello e più ancora di Montalcino, il baluardo contro una vuota deriva internazionale, che sembra creare paradisi per ricchi, ma morde e fugge e non lascia che gli avanzi: peggio, una terra arsa di sale. Li guardo e mi sento tranquillo che qui non si faranno macerie dell’autenticita’.Dopo la cena, ormai a notte fonda, sono tornato a Sant’Antimo. Questa volta non da solo. Mi serviva ancora un momento di silenzio e la conferma di una promessa. La chiesa buia ormai, ma non importa. 

Epilogo.

Domani ancora una mattina di Benvenuto Brunello, ma sarà come nuotare in un sogno. Tanta ressa, quasi impossibile assaggiare e la stanchezza si sente.  Difatti gusto i vini di Cerbaia ma senza la concentrazione dovuta e gli appunti vanno a vuoto: occasione perduta, mio torto da recuperare. Mi resterà però il senso di essere a casa: le chiacchiere del più e del meno in Piazza del Popolo con Raffaella incontrandoci per caso, come si facesse due passi la domenica mattina per comprare il giornale; i sorrisi e le tante persone che si ricordano di te da un anno all’altro e  anche più. Questo il senso dell’autenticita’.

Arrivederci Montalcino!

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