Franciacorta Extra Brut, sboccatura 2 sem 2010 , Faccoli, 12,5 gradi.

Negli ultimi anni mi son tenuto  alla larga da certi gruppi di appassionati di vino, abbastanza da non saper più nemmeno veramente dire che cosa è di moda  e che cosa non lo sia. Mi piace, e mi è sempre piaciuto, seguire un’idea mia, magai un po’ obliqua, trasversale, sghemba, ma libera di andare dove le pare – ed io libero con lei. Ricordo che presso codesti circoli, o piuttosto rassembramenti, il nome degli spumanti metodo classico di Franciacorta era -e forse ancora è- in disgrazia, ben oltre il segno comprensibile di qualche concreto demerito; eppure quello di Faccoli veniva salvato per eccezione e agitato come un feticcio, al punto da risultare quasi antipatico come lo sono tutte le scelte imposte dalla massa, che spesso sceglie senza supporto di un pensiero critico, ma per sentito dire. Entravi in certe enoteche o ristoranti e già sapevi che avresti trovato Faccoli; parlavi con certe persone e: “Io non bevo Franciacorta” (o “non tratto”: la variante), “ solo Faccoli”, dicevano. Al punto che di Faccoli io alla fine nemmeno ne volevo sentir  parlare: me ne ero allontanato così tanto da rimandare, oltre ogni concreto impedimento e giusta ragione, l’apertura e l’assaggio di qualche bottiglia in mio possesso, acquistata appunto anni addietro per genuina curiosità e per l’onda della moda. Inoltre uno spumante di Faccoli, rosato, aperto davvero dopo troppi anni dalla sboccatura, aveva mostrato tutto il peso del tempo trascorso, lasciandomi un certo disappunto e poche speranze per le restanti bottiglie.
Ma quando ho aperto questo extra brut, che è il vino più distintivo dell’azienda, oh meraviglia! Di un bel giallo limone carico, dalla bolla fine e delicata, è eccellente  malgrado i 7 anni passati dalla sboccatura. Nasce da Pinot Bianco e Chardonnay e in massima parte i vini base sono d’annata singola: praticamente è un millesimato. Il Pinot Bianco, con le sue eleganti delicatezze, è  identitario per la denominazione, giacché si trova in molti Franciacorta riusciti; anche qui appone la sua firma, ma il risultato è  personalissimo. Questo extra brut ha un profumo molto intenso, vinoso e fungino: un’abbondanza di porcini secchi, disegnati con precisione. Poi, in dettaglio, fiori di sambuca,  arance e albicocche candite, tocchi di limone fresco, una speziatura dolce di noce moscata ed un senso vegetale di legno che è vivido e naturale, perché è muschio e corteccia ed in particolare corteccia di eucalipto, se la conosci. C’è qualcosa di carnoso, di ematico, di empireumatico, e insieme qualcosa di verde: il profumo dell’alloro e quello sfaccettato di altre erbe botaniche, come le distillano, care alla mia memoria,  i monaci di Camaldoli. C’è qualcosa di anice e di rosa e di mandorle, quelle buone, fresche e semplicemente pelate, non tostate; è una mineralita forse un po’ ammansita, ma scoperta.  Al sorso è notevolissimo, dritto, di quella stessa scabra eleganza che ha il Monte Orfano dal quale proviene, isolato e testardo in mezzo alla Pianura Padana, sola emergenza marina con i suoi conglomerati e i suoli poveri, fiero e ruvido come solo certi bresciani sanno essere. Di buon corpo, con un’acidità  davvero alta e una dolcezza media in senso assoluto (quell’acidità va pure compensata, per avere equilibrio), ma decisamente contenuta per uno spumante, marca appena un po’ di alcool nel lungo finale, ma in sostanza è deciso, energico, longilineo, piuttosto sfaccettato; mi verrebbe quasi da paragonarlo, absit injurias verbis, ad uno champagne di vigneron, per la qualità e la focalizzazione che esprime: un territorio, uno stile, niente compromessi. Da non gustare troppo freddo per goderlo appieno, sulla tavola è flessibile e con lui mi sono divertito a giocare; ma chissà che matrimonio sarebbe stato con un’astice o un’aragosta?

Monsupello Nature Metodo Classico Pinot Nero, 13 gradi.

Credo che l’Oltrepo’ Pavese sia uno dei distretti vinicoli più belli e sfortunati d’Italia. La bellezza è evidente: basta recarsi colà, in quello che Gianni Brera chiamava “il mio orizzonte di pampini”, per rendersene conto: le colline ubertose, varie in forme e terreni; le differenze altimetriche; le bellezze boschive. In certe parti le vigne si distendono morbide e tonde come sui seni ampi e prosperi di una donna sdraiata che riposa; altrove, le pendenze sono talmente ripide (e i suoli spesso così sassosi) che si potrebbe parlare a ragione di viticoltura eroica. E non mancano – lasciami amico o amica che mi leggi stiracchiare un poco i concetti francesi- i Cru (uno per tutti, il Barbacarlo), gli Chateau storici (ad esempio, Frecciarossa), i vigneron, i villages.
Purtroppo non sono mancati negli anni scandali, frodi, fallimenti, o anche semplicemente  una gestione enologica, commerciale e legislativa zoppicanti, che hanno velato la zona di una nebbia più fitta di quella padana.
Si dimentica spesso poi che l’Oltrepo’ è la piccola patria italiana di uno tra i vitigni più nobili, apprezzati ed alla moda: il pinot nero. Arrivato in zona già a metà Ottocento con barbatelle prelevate in Borgogna, con quasi 3000 ettari esso copre oggi circa il 75 per cento della produzione nazionale. Nei casi migliori si può anche esclamare: “e che pinot nero!”. Infatti anche un produttore leggendario come il langarolo Bruno Giacosa si approvvigiona qui per le uve del suo metodo classico: ampio, vinoso, bellissimo.
Perciò, non è una sorpresa che mi si parli bene di questo  Nature Metodo Classico Pinot Nero, una piccola produzione dell’Azienda Monsupello. Ed io curioso, trovatene una bottiglia, mi dispongo all’assaggio, trovandolo di un bel colore limone carico, sì, ma vorrei dirti biondo, ramato. La sua mousse è delicata, di media persistenza: nulla più.  Ha un buon profumo nitido e fresco, di  media intensità, con aromi agrumati di  limone, arancia e  chinotto, di frutta a polpa bianca fresca, come  buccia di pesche; un po’ di quei sentori che derivano dall’affinamento e dal riposo in bottiglia, come mandorle e crosta di brioche, ma neanche tanto marcati a dispetto dei 30 mesi sui lieviti, a tutto vantaggio di una sensazione ariosa. C’è una nota minerale leggera, come di iodio. È un profumo quasi un po’ da cercare, in fin dei conti, come esprimesse una sua timidezza, chè solo apparenza, se la sostanza è quella che inonda il palato: lì c’è grinta vera, perché è pieno di corpo, secco, persino piuttosto tannico (per la tipologia) e con una acidità altissima: non scherza affatto, avanzando deciso verso un finale molto lungo: se  si può dire, non solo persistente, ma anche pertinace, con una giusta intensità di sapore. Insomma, vista la fama attribuita agli spumanti oltrepadani,  l’aspetti morbido, largo e piacione  e lui invece è netto, dritto, rigoroso fino quasi all’austerità. Più che il lombardone grasso tipizzato da Gino Bramieri, ricorda più certi intellettuali segaligni di stampo protestante e giansenista, come il Carlo Cattaneo delle Cinque Giornate del ‘48. E chissà: se nel salotto risorgimentale della Contessa Maffei tra le note di Verdi si beveva spumante, probabilmente era Champagne, ma a me piace pensare con un falso storico che fosse questo Monsupello. Ottimo, naturalmente, sul pesce e come aperitivo, ma per me, stanco per la  prima giornata di lavoro italiano dopo 5 anni all’estero, il pieno godimento è stato con un salame Milano.

Champagne Nectar Imperial Demi-Sec n.m. Moet & Chandon, 12 gradi.

image

Ecco lo Champagne del vero snob! In un’epoca che la moda vuole spumanti secchi, extra brut, pas dosé, pas operé, e di piccoli produttori artigiani, ecco qui il vino spumeggiante di un colosso produttivo da dieci e più milioni di bottiglie dalla qualità implacabilmente costante, declinato nella versione demi-sec, con un residuo zuccherino di 45 grammi per litro: ovvero abboccato, usando un termine bellissimo e desueto che si ritrova ( o ritrovava?) per i Lambrusco, gli Orvieto, i Frascati, i Bonarda dell’Oltrepo’. D’altra parte lo Champagne della Russia degli Zar e degli eccessi del Moulin Rouge era ben più dolce di quello che siamo soliti consumare oggi: demi-sec, appunto, o addirittura sec – più dolce ancora. Non dobbiamo dimenticare: fino a 60, 70 anni fa’ una caramella era un lusso,  il gusto dolce raro e particolarmente apprezzato. Inoltre: a berlo fuori pasto, con una soubrette, dopo una lauta cena ( di quelle ottocentesche! Per dirla con Carlo Collodi, l’autore di Pinocchio: “Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa”), ci stava bene un bel vino dolce o con tendenza dolce. Non si trova però facilmente oggi lo Champagne demi-sec: questa bottiglia l’ho trovata in offerta in un supermercato Sainsbury’s e giusto perché si era sotto Natale. Eccolo qui Pinot Nero dal 40% al 50%, Pinot Meunier dal 30% al 40%, un po’ di Chardonnay ( dal 10% al 20%). Un bel color limone, bolle molto fini ma decise, abbondanti e persistenti (direbbero i colti: una spuma cremosa), aroma molto intenso, maturo, di frutta tropicale e candita (ananas e mango), susine verdi, albicocche, vaniglia, un’idea appena di pompelmo a rinfrescare il tutto. Voluminoso in bocca, cremoso e oleoso, non stucca malgrado la dolcezza, perché si mantiene fresco: ha un’acidità altissima e le note ossidative sono ridotte al minimo, giusto una sfumatura per dare profondità. Certo: hai  gli aromi dei lieviti, ma non troppo insistiti. Finale sul palato lungo, a ben vedere un po’ troppo insistito sulla dolcezza, con un ricordo un tantino didascalico e sentimentale di zucchero filato da lunapark o da sabato all’uscita dalla scuola. Pazienza, perché è ora che comincia il gioco, che è quello dell’abbinamento. Provalo – amico, amica che mi leggi- sulle cucine orientali: certe vivande della tradizione thailandese, ad esempio. Se vuoi essere davvero contro corrente però, accostalo a qualcosa di ancora più esotico: certi piatti locali della nostra tradizione, e con essi ti potrai io credo sbizzarrire. Dal piacentino: pancetta arrotolata, pisarei e fasö, torta bortellina. Dal milanese: il riso al salto, la cotoletta con l’osso cotta nel burro, i nervetti. I piatti sapidi della cucina romana: cacio e pepe, pasta alla gricia, l’amatriciana, oserei persino i rigatoni alla paiata e la coda alla vaccinara. (Se ne trovo qualche altra bottiglia giuro che questi abbinamenti li provo tutti). Altrimenti – è di rigore- con una ballerina di can-can.

Champagne Brut Reserve, Pol Roger, 12,5 gradi

È difficile aggiungere qualcosa sugli Champagne di Pol Roger, maison antica e celeberrima della quale tanto è stato detto e scritto. Un milione e mezzo di bottiglie annue innanzi alle quali appassionati e intenditori si inchinano; una storia iniziata nel 1849; una presenza rilevante nel mercato inglese dai tempi della Belle Epoque, suggellata dall’apprezzamento di Winston Churchill ( nientepopodimenochè), amico di famiglia e dedicatario di una celebrata Cuvee. Stasera sono di fronte al Brut Reserve, lo Champagne più facilmente reperibile di Pol Roger, il più semplice se di semplicità si può parlare: un taglio di 30 vini di due vendemmie da uve Pinot Noir, Pinot Meunier e Chardonnay, ciascuno nella misura di un terzo; affinato ulteriormente in bottiglia dopo la sboccatura finché il componente più giovane non abbia almeno tre anni. È la porta d’ingresso nel mondo Pol Roger. Non un ingresso facile, però: tutto è fuorché accondiscendente; piuttosto, consideralo l’avvio di un percorso iniziatico. Anzitutto: oltre alla tinta limone, all’apertura un’esplosione di spuma persistente -segno, mi si dice, di ricchezza proteica- che poi si placa in bolle fini e cremose, seppure un po’ tumultuose. L’olfatto sulle prime è velato: col tempo – ed a temperature senz’altro più alte di quelle alle quali si berrebbe normalmente uno Champagne da aperitivo – emergono la scorza di limone e di arancio caramellata, sentori di fiori gialli, note balsamiche d’eucalipto e tostate: mandorle e arachidi e nocciole che si confondono col profumo del lievito, su “nuance” fungine. Il palato è sorprendentemente molto salino: e sul sale permane, come nota sola, sulla lingua, al punto da farti quasi scordare il dosaggio e la -chiamiamola così- riserva zuccherina; risultando perciò  minerale, ma non scarno, quasi anzi su un crinale di opulenza, in un’affascinante sciarada. Appena tannico, potente, dalle spalle larghe ma insieme acidissimo, lo vorresti se possibile anche più persistente, ma così non è: ti lascia con un desiderio inespresso. Questo il punto: non è concessivo, anzi, è riservato come un vero gentiluomo d’altri tempi o come una gran dama che  sta sulle sue: da te  pretende il riguardo e non sarà certo lei a venirti incontro e a compiacerti. Però: che equilibro, che classe! Mai trovi in lui quelle note spiacevolmente amare,lì nascoste sul finale, che aduggiano tanti Champagne e spumanti di nominalmente pari livello. Da aperitivo? Forse; ma dopo aver cacciato, coi panni inumiditi, gli stivali coperti di fango e l’odore dei cavalli ancora addosso, impregnato nel tabarro, perchè v’è un lui qualcosa di vagamente autunnale, che suggerisce lunghe passeggiate nei boschi e letture innanzi al camino mentre fuori piove più che l’estroversione di party nei dancing alla moda. C’è chi lo suggerisce su un vassoio di ostriche: può darsi. Io stasera l’ho gustato con un salame bresciano speziatissimo, dono di mio zio:  fresco di carne ed evidente in lui il chiodo di garofano. Però -amico, amica che mi leggi- lo vedrei bene con tartine di paté di fagiano, se ti riuscisse di trovarne.

Metodo Classico Brut 2009, Murgo, 12.5 gradi.

Nei miei sogni giovanili la Sicilia era l’isola del sole.  
Sarà stato magari il ricordo di un piccolo carretto siciliano giocattolo che mi regalarono da bambino, giallo e variopinto; la sovrapposizione dell’immagine della triscele con quella geografica dell’isola; o semplicemente la suggestione delle novelle di Verga lette a scuola, coi loro colori abbaglianti e l’umanità forte. Tale restò, realtà su immaginazione, al tempo del primo viaggio che vi feci, ad ovest, una calda estate.
Poi, tornato molti anni dopo in inverno e ad est, ad abbacinarmi non fu il bagliore del sole, ma quello della neve, bianchissima sulle rughe nere dell’Etna, come un’iride nel blu uniforme del cielo e del mare che osservavo dall’oblò dell’aeroplano.
Così, pensando ai vini di Sicilia, l’immaginazione mia va ai potenti passiti, agli eterni ossidativi fortificati, ai rossi generosi, magari anche ai bianchi  ampi che odorano di Mediterraneo. Agli spumanti, difficilmente. Eppure questo Brut di Murgo, acquistato per curiosità e per gioco, mi ha riportato alla mente quell’immagine innevata lasciandomi candido di stupore e senza fiato come quella volta sul jet. Perché uno spumante metodo classico etneo da uve nerello mascalese così nitido, diritto e puro, io proprio non me lo aspettavo. Qui -amico o amica che mi leggi- hai un vino spumante che sulla tua tavola può stare col meglio delle produzioni mondiali al minimo
del prezzo ed al massimo dell’originalità. Bello nel suo luminoso color paglierino medio, piacevole alla vista e al palato per una mousse delicata e raffinata. Non pensare a un vino accomodante e tutto svenevolezze, però. Perché gli aromi sono decisi, definiti, saldi. Un trionfo fresco di zagara, di chinotto, di limoni maturi, di cedro: gli agrumi. La mollica di pane: il segno dei lieviti e della loro permanenza in bottiglia per ventiquattro mesi e oltre prima della sboccatura. Lo zolfo: forse c’entra la terra del vulcano? E quelle spezie orientali così marcate che pare di essere ai mercati di Istambul, con lo zafferano in particolare evidenza, e quel profumo insistito di mandorle sono solo il bagaglio della varietà dell’uva o ancora è la terra che parla, con la fusione secolare delle culture greche, latine, arabe, normanne? Sensazioni che si ritrovano alla bocca sotto forma di sapore molto intenso e assai salino, in un corpo medio e piuttosto secco (relativamente: è pur sempre uno spumante), dove l’acidità è alta e l’alcol è ottimamente integrato, con una persistenza appagante, molto lunga e piacevolmente ammandorlata. Eccelso aperitivo – amico, amica che mi leggi – se disdegni morbidezze, consuetudini e convenevoli; se invece ami la parlata sincera, lo sguardo fiero e intenso, ecco farà per te e lo terrai anche al pasto, su preparazioni di mare saporite, magari: per berne e goderne – e quello già sarà il tuo festeggiare.

Champagne extra quality brut Ployez Jacquemart NM .


C’è poco da fare: quando si ha qualcosa da celebrare una bottiglia di Champagne fa sempre la differenza. C’è il fascino del nome, certo, esotico il giusto e così onomatopeico che nemmeno il più celebrato studio di comunicazione del mondo potrebbe trovar meglio: Champagne, e già nella parola c’è tutta la spuma e il gorgoglìo di quelle bolle sottili quando sotto e ai lati della lingua.
Più difficile capire il perché dell’approvazione universale che ottiene anche da parte di chi, in tutta onestà, poco si cura del vino e certo poco si fa blandire dai nomi altisonanti. Però, quando se ne ha una bottiglia sulla tavola per un pranzo o una cena, e la compagnia e’ buona e le vivande di livello, ecco si aggiunge piacere a piacere, ed il senso critico stenta proprio a restar desto: diciamo anzi che non c’è nessuna voglia di analizzare e si pensa piuttosto a godere. Così e’ stato per me con questo Extra Quality Brut di Ployez Jaquemar, perché un fatto era evidente: sarà pure la cuvee più semplice di questa firma di Ludes, ma era uno Champagne di alta distinzione. D’altra parte alcune sue caratteristiche produttive, come il minimo dosaggio e l’impiego maggioritario dei vini d’annata, indicano chiaramente una cura ed una ricerca di fresca eleganza non frequentissime nelle etichette di ingresso. E se il corpo e’ medio, e se non ostenta complessità particolari, il suo bilanciamento e’ da applauso, con una liqueur d’expedition perfettamente integrata, con abbondanza di limoni e note agrumate che sottolineano si’ una acidità veramente alta, ma che al momento giusto sanno farsi da parte lasciando la scena a più calde nocciole, e nitidi ma delicati accenni di panificazione, firma del processo di autolisi, presentati senza alcun compiacimento, senza indulgere in una faciloneria per così dire da basso ventre, da baritono bercione che cerca l’applauso ingrossando la voce. Soprattutto e’ raffinato, diritto, di un’eleganza cesellata da fine dicitore che sa come fraseggiare anche se la voce non e’ sempre uniforme (l’astringenza), minerale nelle sue rifrangenze aromatiche e gustative, bianco e cristallino alla vista; dove le bolle sono fini, lente, pacate, ma a lungo persistenti.
Un fedele compagno troverai in lui per le piccole e grandi celebrazioni, per donare un momento di gioia e rispetto a chi ami . (21luglio 2014)

Brut Argentina Methode Traditionelle , Chandon, lot.17273, 13 gradi.


Certo che un Metodo Classico argentino incuriosisce…e quel nome, Chandon?Massi’, come hai fatto a non pensarci! Voila’: la celebre Maison di Champagne Moet & Chandon sul finire degli anni Cinquanta cercava nuovi spazi – in tutti i sensi- ed andò fino in Argentina per scovarli. Poi, già che c’era, si concesse altre zingarate, in Australia ad esempio, ma questa e’ un’altra storia. Fatto sta che ai piedi delle Ande trovo alcune zone adatte ad impiantarvi Chardonnay e Pinot Noir per le basi spumante; il bagaglio tecnico certo non mancava…c’è eccoci qua. “Sicche’, com’è codesto spumante?”, tu mi dirai, “assomiglia a uno Champagne?”. Piano, piano: si sente che è un Metodo Classico fatto molto bene, senza sbavature, con tanta sapienza; ma, tecnica a parte, il territorio conta ancora qualcosa e quello dello Champagne dice ancora la sua: o piuttosto la sventola, la esibisce con una grazia ed una forza di convincimento senza pari. Però qui hai un ottimo spumante, con un bel colore dorato scarico, una mousse sulle prime quasi un po’ aggressiva ma dalla bolla molto fine e persistente. Al naso e’ un po’ più caldo, maturo e fruttato (ecco un termine in voga tra la fine degli anni Novanta e i Duemila!), di uno Champagne, con belle note di cedro, di buccia di albicocca, di lime, di banana; ma non mancano poi gli aromi di lieviti, di crosta di pane e di mandorla amara, e soprattutto una certa affumicatura intrigante, si’, ma insistente. Ed alla bocca e’ importante, benché non pesante, di buon corpo e discreta lunghezza, con un che di piacevolmente salato che rende dinamica ed interessante la beva, ed una acidità bella alta, eppure sempre più abbordabile di quella di un “vero” Champagne; e sempre quella certa terrosa affumicatura, che si sostituisce alla snella slanciata eleganza dei migliori francesi e che, per dirla tutta, un pochino -poco- mi fa pensare a un Cava di Spagna. E dunque? A me garba, perché interpreta in un modo originale, più ciccione e caciarone, un’idea di vino spumante diversamente non solo elegante, ma persino austera, rendendola gioviale ed amichevole perché virata sul frutto, sulla bolla titillante senza timidezze (anzi, quasi un po’ aggressiva), su na acidità non bassa ma certo contenuta, su una certa carnosità cui contribuisce un dosaggio mi pare non proprio minimo, forse consono agli standard gustativi del cosiddetto Nuovo Mondo. Tuttavia -amico, amica che mi leggi- ti prometto che si fa apprezzare come e più di certi Franciacorta nostrali (quelli, sia chiaro, vinificati senza troppa cura). Ed infatti senza troppo riguardo me lo son goduto -absit injuria verbis- con due salsicce toscane bollite.

Franciacorta Brut Enrico Gatti, sboccatura ottobre 2010, 13 gradi.


Certo che bere bollicine (non amo questo termine, ma mi adeguo!) e’ sempre un piacere, soprattutto quando non c’è altro “perché” se non la gioia della tavola.
Bollicine quotidiane? Magari così si esagera, diciamo piuttosto che ci son bottiglie che tale piacere invogliano a regalarselo di quando in quando, o magari anche spesso. Prendiamo questo a Franciacorta Brut di Enrico Gatti, che produce in totale 130.000 bottiglie, nemmeno tantissime per gli standard della zona. Al di la’ della veste accattivante dell’etichetta,semplice ma signorile (anche l’occhio vuole la sua parte) e’ soprattutto un vino benfatto e direi sincero: perché non si atteggia, non fa il di più, non vuol sembrare ciò che non e’; insomma, lontano da certi spumanti (e ce ne sono! Anche in Franciacorta) che fan la voce grossa senza averne adeguata struttura, ma solo a forza di dosaggi zuccherini e liquorosi e di lunghe permanenze sui lieviti, cercando così di mascherare, possibilmente, le carenze del vino base e dell’uva. Questo di Gatti, 100% chardonnay, tenuto 18 mesi sui lieviti ( malgrado sia stato sboccato tre anni e mezzo fa, e’ ancora in un’ottima condizione giovanile) fa il suo con onestà, col suo color paglierino scarico e con un perlage sottile, persistente e fitto ed assai spumoso, che titilla più che accarezzare. Non ti soverchia di aromi e non cerca complessità’ estreme, ma profuma intensamente di fiori bianchi e gialli, pompelmo, susine verdi, banana, un tocco di nocciole fresche, di miele d’acacia e crosta di pane, ma non di un robusto filone campagnolo, piuttosto di un panino all’olio. Forse appena una punta di burro ve la puoi trovare. Soprattutto però è nitido, pulito, solare. Al sorso e’ giustamente secco, ha una bella mineralita’ salina, un’acidità più che sufficiente a caratterizzarlo nel senso di una tensione sonante, piuttosto che in uno sfrangiarsi cremoso sul palato – anche fosse, però, che ci sarebbe di male se fosse salva la misura? Ma il corpo c’è e pure al persistenza, ancora su ricordi appena un po’ iodati, delicati di nocciole fresche e più decisi di pompelmo. Ne’ largo, dolciastro, piacione e tutto lustrini; ne’ meditabondo come il Pensatore di Rodin o i cupi santi di El Greco e giocato sul filo dell’ossidazione, neppure tagliente ed ossuto come vogliono certe tendenze un po’ autopunitive (e…“io bevo solo Pas dose’” dice l’enochic), piuttosto impostato sulla freschezza, sul conservare una certa purezza della materia, ma senza ossessioni; insomma, la sua chiave e’ un’equilibrio che direi quasi mozartiano laddove e’ la levità sorridente della forma a creare la sostanza. Forse per questo non sarà mai di moda: parafrasando una vecchia battuta e restando in tema musicale, l’equilibrio e’ come la musica da camera: buona, ma la praticano in pochi.

Per saperne di più: http://www.enricogatti.it

Curtis in Lama Rose’, Fiorini dal 1919, lotto L08 147 , vino spumante di qualità, 12,5 gradi


Che si può dire di uno spumante emiliano? Ora: la terra dello Champagne e’ lontana, ma in Italia abbiamo sonanti i nomi del Trentino, di Franciacorta, del Pavese e l’Emilia e’ piuttosto terra di Malvasie, Ortrughi, Barbere e Lambruschi frizzanti, sovente rustici e beverini. E, certo, chi vuol esser chic di solito beve metodo classico, non spumanti rifermentati in autoclave: Prosecco o Asti, più economici, talvolta purtroppo – nei casi meno fortunati- perfino dozzinali. Tutto quindi congiura contro questo Curtis in Lama di Fiorini, azienda artigiana attiva dal 1919 a Ganaceto, dalle parti di Modena. Però qui nel mio calice stasera c’è di che ricredersi: perché questa bottiglia ormai annosa -un lotto del 2008 che comperai anni addietro alla cantina in una fredda, uggiosa mattina
dicembrina- dispiega un fascino arcano, antico, seducente, che ha la grazia sottile delle cose più belle e vere. Non sarebbe da invecchiamento, ma lo ritrovo dopo quasi sei anni ancora così vivo, così comunicativo, da sorprendermi e lasciarmi di stucco. Dolcissimo a vedersi, di un color salmone molto carico che già prelude al sangue di bue, ma trasparente e luminoso; con un perlage di bolle così fitte, sottili e stupefacenti in persistenza, che le preferisco a quelle di tanti metodo classico: saranno magari un po’ più disordinate e rustiche, ma sono così umane, così vitali. Dentro ci trovi per lo più lambrusco ed un tocco di pinot nero. All’olfatto i duroni di Vignola e le fragole ben mature, grosse, succose e zuccherine, si sovrappongono a più vinosi aromi; ma sempre spiccano il mirtillo maturo e le spezie: polvere di liquerizia come un ricordo d’oriente, uno splendore bizantino penetrato chissà come dalle rive di levante e poi giunto nell’interno della valle Padana. E c’è pure, in questa fase lunga di evoluzione, un sentore di frutta secca tostata, di crosta di pane, di carciofi alla giudea, che viene per una volta dall’invecchiamento e non da altri giochi di cantina. In bocca e’ teso, va dritto allo scopo di dare piacere: senza flettere o dispensare dolcezze, appena cremoso ma soprattutto stuzzicante in virtù delle bolle, ha dalla sua una grinta da vendere , cominciando dalla forte spinta acida e più ancora da una potenza salina senza pari, che sembra di vedere discendere dalle zolle stesse della terra, nere e farinose; e certe sue note tostate e caramellate servono solo ad aggiungere complessità ad un profilo che è invece piuttosto minerale e quasi austero, senza mai però arrivare a velarlo o appesantirlo. Lungo nel sapore, ha una purezza e una così spiccata beva che un sorso tira l’altro, con un crescendo adamantino. Spumante eccellete e versatile, sa trovare il suo spazio con i tradizionali antipasti di terra locali, ma anche su robuste preparazioni di pesce; sa essere a suo agio con formaggi vaccini di media e lunga stagionatura, con le pizze e perfino con le cucine orientali. Io però vorrei tanto assaggiarlo su una indimenticabile, morbidissima oca arrosto che gustai tantissimi anni addietro – veramente millanta- alla Trattoria Vernizzi di Frescarolo, nei miei ricordi ormai sbiaditi minuscola rasserenante frazioncina di Busseto, non lontana da le Roncole, circondata dai campi; e la memoria di quel verde e di quei cieli azzurri si confonde struggente in questo calice rosato.

Per saperne di più: http://www.poderifiorini.com

Metodo Classico Brut Rosso Cuvee Extra 2007 Francesco Bellei & C.


A sedici, diciotto anni, ricordo, quando d’agosto si facevano le spiaggiate, le ragazze volevano il Lambrusco: fresco, con le bolle, zuccherino. E si mangiava sotto le stelle il pollo con le mani: non esattamente high society. Altre generazioni, diverse dalla mia, l’hanno associato alla festa dell’unità paesana e alla salamella, altre ancora al tressette con le carte truccate sotto la pergola. Ma si può invece prenderlo sul serio, il Lambrusco, scordandosi la sagra e pensando piuttosto al respiro infinito dei campi padani, ai castelli dalle sale solenni e silenziose, ai colli morbidi, verdi e ventilati, ad una cultura millenaria che leggiamo sulle abbazie fondate da Matilde di Canossa e che non teme confronti? Bellei sceglie le uve della varietà Sorbara, quella che da’ i vini più fini, profumati e con acidità sostenuta, e li vinifica secondo il metodo classico: il più complesso, quello dello Champagne, tutt’altra cosa rispetto all’autoclave che va per la maggiore. Il risultato e’ uno spumante originale e di classe, di color rubino trasparente antico, dal perlage raffinato seppur un poco evanescente, dall’aroma intenso e non aggressivo di piccoli frutti rossi, di ciliegia, di chiodo di garofano; di alloro e di rose, come quando si entra in certi vecchi giardini dimenticati, che per una malia il progresso non abbia toccato, ed ancora all’olezzo sembran risuonare delle conversazioni cortesi di una cavalleria ottocentesca che più non conosciamo, distinta e provinciale insieme: quella che a Busseto animava le stanze di Palazzo Orlandi, residenza verdiana; quella che risuona in certe pagine de “La Traviata”. Brindiamo allora nei lieti calici, godendone il sapore intenso, minerale, profilato di acidità e salinità notevoli, che attacca al palato energico ma calibrato e fine, con tannini misuratissimi, sottilissimi, poco più che ombre fugaci. Del metodo classico di razza ritrovi la persistenza al palato, gli aromi di lieviti e crosta di pane e di nocciole, ma sfumati, che non disturbano in alcun modo la purezza degli aromi e dei sapori dell’uva e del territorio; la mano e’ sempre leggera.
Tenetelo per un abbinamento di classe con i migliori prodotti della sua terra: culatello, tortellini in brodo, zamponi di provetti artigiani o di artisti di questi cibi meravigliosi; bolliti misti, oche arrosto. Ma, come un vero uomo di mondo, sarà a suo agio su pietanze straniere: lo immagino delizia su un sushi di tonno.