Spumante Gigli Metodo Classico Brut, lotto 1-15, sboccatura 16-03-18, 11 gradi.

La Garfagnana è terra di straordinaria fascinazione, un angolo di Toscana per certi versi ancora appartato e segreto.

Si snoda lunga e stretta lungo il corso del Serchio, tra alture boscose, imponenti e ripide, intervallate qui e là da vallecole minori che si aprono come diverticoli, nascondendo borghi, grotte, torrenti. “La Garfagnana è posta tra l’Appennino, che la divide dalla valle del Po, e le Alpi Apuane che la separano dal mare Tirreno: la cruna di quelle sue giogaie è appunto in gran parte il confine naturale e insieme amministrativo della Garfagnana” (da “La Garfagnana”- Atti della giunta agraria 1883).

Una terra dura e severa, scavata dalle acque, che hanno tagliato le montagne in orridi spettacolari, gli strati geologici nudi. Un paesaggio introverso, quasi nordico, che pare uscito dai quadri dei pittori romantici di primo Ottocento, dagli scorci vertiginosi di un Caspar David Friedrich; specie l’inverno, quando le cime ardite emergono dalle nebbie del fondovalle, quasi memore dell’origine lacustre: 2054 metri la vetta del Prado, 1946 metri il Monte Pisanino, a occidente.

Chi la visita, tuttavia, non sfugge a un sentimento di magia sospesa: saranno i suoi silenzi, le pievi millenarie, le stratificazioni storiche, i rimandi sonori delle acque e degli uccelli; o una certa luce, qui spesso indiretta, schermata dai monti e dalle gore che la curvano e la sbiecano in lame. Terra di leggende popolate di fate e folletti, come forse solo l’Amiata è pari in Toscana; e, come l’Amiata, luogo eletto di eremitaggi e misticismi.

Tanta bellezza, tuttavia, cela una storia di miseria: terra fredda, le Apuane la escludono dai venti marini, la più fredda della Toscana; e la più piovosa: in media, 1356 mm l’anno, che erano oltre 1770 millimetri negli Anni Venti e raggiungono massime di 3000 mm l’anno. Per confronto, la media annuale di pioggia a Castellina in Chianti è 921 mm, a Udine 1377 mm, a Londra 690 mm, a Reims 625 mm, a Beaune 912 mm. “...il garfagnino cerca i mezzi minimi di esistenza nello sfruttamento del bosco e del sottobosco…“: così denunciava un rapporto prefettizio dei primi del Novecento, quando la disoccupazione qui arrivava al 70% e la gente emigrava in massa, verso il Nord, Oltralpe, o le Americhe; fenomeno iniziato già a metà Ottocento e protrattosi per oltre un secolo.

Ai giorni nostri, fortunatamente, la situazione è cambiata: industria, artigianato, turismo, sagre, festival musicali, giacimenti enogastronomici; per qualcuno è “la valle del bello e del buono”. Nuove attività e colture hanno soppiantato quelle tradizionali, inclusa la viticoltura: del vigneto più estremo della Toscana rimangono muti testimoni chilometri di ripidi terrazzamenti, che il bosco inesorabile ricopre, come nel Nord Piemonte; e una mezza dozzina di antiche varietà locali. Alcuni coraggiosi vignaioli producono vini di qualità, ma le vigne rimaste sono pochissime rispetto all’estensione dell’antica viticoltura.

Capitai appunto qualche anno addietro – era l’aprile o il maggio 2018- a Borgo a Mozzano, piccolo comune sulla destra orografica del Serchio, in occasione della locale Festa dell’Azalea, la cui origine è del 1970, quando il Centro Studi Agricoli constatò che quei fiori vi crescevano spontaneamente, vuoi per il terreno, o la ricchezza delle acque, o il particolare microclima, influenzato dal fiume e dai monti che cingono il paese: se questo si adagia su uno stretto pianoro a 96 metri sul livello del mare, lo dominano vette e altopiani che si elevano bruschi, sfiorando i 1000 metri. Il Centro Studi Agricoli aiutò chi fosse stato disponibile alla floricoltura e alla commercializzazione, creando così nuove entrate e occupazione in questa terra marginale che viveva, così, l’onda lunga del boom economico.

Quel giorno il paese era tutto una festa: correvano i bimbi tra le bancarelle, gorgogliavano le acque dei numerosi torrenti che l’attraversano, le bandiere dei rioni gareggiavano con le azalee nel’osanna dei colori. Sotto un portico in via Roma, dipresso al palazzo del Comune, stava il banco dei Vignaioli di Borgo a Mozzano, quattro o cinque aziende, se ben ricordo. Fui particolarmente incuriosito dai vini di un signore dagli occhi cilestrini ed il sorriso franco e aperto, che sfoggiava un cappello di paglia sulle ventitré e vistose bretelle. Mi raccontò, con passione e sense of humor, che nella sua azienda, Cantina Gigli, produceva artigianalmente due spumanti, un metodo classico ed un sur lie, da una vecchia e rara varietà rossa locale, la barsaglina.

Comprai due bottiglie senza nemmeno assaggiarle, forzando un po’ la mano, perché non le riteneva ancora pronte: gli promisi che le avrei sistemate in cantina, lasciandole maturare qualche mese.

Per i casi della vita, le due bottiglie rimasero a riposare ben più di qualche mese. Nel frattempo, però, ho incontrato quel signore in varie manifestazioni, scoprendo che il suo nome è Angelo Bertacchini, di professione agronomo-enologo, e ho assaggiato alcuni vini delle aziende per le quali è consulente: ottimi, di espressione sincera ed elegante, raffinatamente artigianali, precisi nell’evocazione di terroir.

Finalmente mi sono deciso ad aprire quel metodo classico di Cantina Gigli, che tanto mi aveva incuriosito: una bottiglia del lotto 01-15, sboccata il 16 marzo del 2018.

Così buona, interessante e sorprendente, che ho contattato immediatamente Angelo per rinfrescare la mia memoria e saperne di più.

Ho ricevuto” mi racconta Angelo “questa mia piccola azienda dai miei nonni, Alvaro e Anna, che erano contadini a tutto tondo a Borgo a Mozzano. Due vacche, formaggio, ortaggi, frutta, azalee: di quello loro campavano, ma avevano anche una produzione di olio e di vino, che vendevano ai ristoratori della vallata in damigiane e fiaschi.

Quando ho preso le redini, ho pensato fosse impossibile gestirla in quel modo ed ho puntato sulla passione comune che avevo con mio nonno: il vino.

I due vigneti erano esauriti, una babilonia di vitigni, allora ho pensato di scegliere il più promettente e rappresentativo del territorio. Fu cosi che nel 2010 ho piantato mezzo ettaro di barsaglina, circa 3800 piante.

I vigneti si trovano a circa 180 metri di altitudine, subito alle spalle di Borgo a Mozzano, in una conca esposta a sud e ripatata dal “cavallone”, una nebbia fredda che discende ogni mattina lungo la vallata del Serchio.

Da prima pensavo di fare un rosso, vista le caratteristiche del vitigno, ma poi mi sono reso conto delle sue potenzialita’ come rosato e, in special modo, spumante. Dal 2012 ho iniziato a fare prove, ma la prima annata in commercio e’ la 2014, sboccata nel 2018 ed imbottigliata nel 2015, con un 15% di una quota di riserva.”

L’Azienda si trova nella frazione di Oneta e nella piccola cantina le operazioni sono artigianali: remuage, sboccatura, tappatura, tutto avviene manualmente, con mezzi di essenzialità francescana. L’approccio in vigna – che mi dicono bellissima – è il medesimo: lo stretto necessario, accordandosi all’ambiente naturale circostante, boschivo, più che a qualche certificazione.

Con queste premesse, facilmente si immagina un vino originale, ma nulla prepara alla personalità ed alla compiutezza del Metodo Classico di Cantina Gigli, rilasciato come brut nell’annata in oggetto, extra brut in altre uscite.

E’ ramato trasparente e luminoso, un particolarissimo punto di colore, raro, simile – ma non uguale- alla tinta degli Champagne da Pinot Meunier o di qualche Sorbara fortuitamente invecchiato.

In poche manciate di secondi, si smaltisce nel bicchiere l’ossigeno intrappolato, che confonde l’immagine con le sue bolle grosse e disordinate, e nitida risalta una mousse fine, sottile, continua, elegante, molto durevole: ottima.

Anche il profumo richiede un po’ pazienza per perdere qualche velatura riduttiva, ma è un attimo: poi il vino è comunicativo, con un profumo delicato, tuttavia penetrante, etereo, nitido, complesso.

Il candore di una fioritura primaverile di peschi e acacie; la freschezza del melograno, del ribes, del lampone; la polpa delicata e soda della mela renetta, dell’albicocca; la ricchezza dorata dei cereali, il malto in evidenza; poi, tratti boschivi e minerali: il mallo di noce, il muschio, la pietra bagnata al sole, sullo sfondo il terriccio, cenni di aldeidi. Il profumo dei lieviti, pur percettibile, è misurato, armonioso, tridimensionale.

Bevendolo conquista: il sorso nitido, drittissimo, penetrante, asciutto, estremamente sapido ed acido; quasi percussivo, ma bastevolmente ampio e contrastato, equilibrato e virile nel notevolissimo allungo perdurante freschezza; il grado alcolico gentilissimo.

Per trovare spumanti metodo classico così verticali, vibranti, stilizzati, bisogna normalmente guardare molto più a settentrione, varcando, se è il caso, le Alpi. Questo Metodo Classico di Cantina Gigli, però, ha una identità tutta sua: spiazzante minimalismo e forza interiore.

L’abbinamento perfetto forse sui grandi sapori artigianali della tradizione locale: la norcineria e i formaggi, ma sarebbe stato bello sperimentare, ne avessi avuta un’altra bottiglia, con le paste, le carni, i pesci, osando persino – potendo – la selvaggina da piuma.

Vino visionario, questo, perché ritrae fulminante l’asprezza e l’armonia di un territorio duro, freddo, montano: le sue ombre e le luci, le morbidezze e gli angoli scabri.

Più ancora, perché indica magistralmente una via inesplorata e possibile: ripenso ancora a quei terrazzi coperti dal bosco, a quei muri a secco che ostinatamente si arrampicano sui monti, quasi volessero toccare le cime innevate, come li ho visti d’inverno dalla spianata aerea e sospesa del candido Duomo di Barga; e come sarebbe bello vederli rivivere, gettare pampini di barsaglina, di sangiovese e di altre uve ancora, esplodere di grappoli diventando la patria toscana di spumanti eroici e ricercati.

Ridgeview Cavendish 2011, 12 gradi

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Ci sono momenti nei quali è giusto e bello fermarsi e voltarsi indietro: esercizio forse nostalgico e sottilmente malinconico, ma  in fondo utile e fors’anche necessario; adatto ai giorni del Natale, che ispirano un ripiegamento intimo.
Mi volgo indietro e misuro la strada percorsa. Nel mio frugare trovo alcune vecchie note di assaggio relative a uno spumante metodo classico britannico: sono del 19 settembre del 2014; tuttavia mi sento di proportele – amica o amico che mi leggi- perché parlano di un vino che ritengo interessante e ricordano un pezzetto della mia vita. Questo, in fondo, il senso del mio scrivere delle bottiglie mie: fermo un istante cullandomi nel sentimento del tempo, senza guardare all’attualità.
Vivevo allora in Inghilterra e le produzioni locali mi incuriosivano e vieppiù quei metodo classico che avevo sentito tanto decantare e che sapevo avevano riscosso ampi consensi e premi sorprendenti. In fondo, il freddo clima inglese si adatta assai meglio alla tipologia spumante che ai vini fermi; e i suoli,  frequentemente così calcarei, clamorosamente bianchi (li vedevo in pareti rocciose passando col treno tra Reading ed Oxford lungo la valle del Tamigi, all’altezza di Pangbourne e della collina Whitchurch Hill), sono spesso una continuazione di quelli che si trovano Oltremanica, in Chablis e in Champagne.
Avevo già assaggiati alcuni metodo classico locali davvero validi, come quelli dell’azienda Nyetimber, ma a conquistarmi furono soprattutto quelli di Ridgeview,  e primo fra tutti questo Cavendish, un classico taglio di Pinot Noir, Pinot Meunier, Chardonnay – appunto, alla maniera dello Champagne più classico e didattico.
Era quasi dorato allo sguardo, con bolle fini e cremose , di buona persistenza. Trovai l’aroma di intensità superiore alla media, nitido e complesso: con tanti frutti neri, un tocco di cedro e di mela cotogna e, in quantità: lievito, biscotti, burro, nocciola, noce moscata. A sorprendermi però fu soprattutto il sorso: appena off-dry, pieno, corposo,  salato, con un’acidità assassina che non perdona e che assicura una spinta notevolissime, quasi una folle corsa con l’acceleratore sempre schiacciato, alla maniera di un Nigel Mansell impazzito. Magari non complessissimo nell’articolazione questo Cavendish, ma con una buona lunghezza ed una persistenza salata che contrasta con un riverbero di gusto che nell’insieme evoca ancora la mela cotogna e quasi – direi-i cantucci toscani e la pasta di mandorle, ed ancora tanto lievito . Un metodo classico tosto, scuro, con una sua grandeur britannica, in grado di reggere l’abbinamento persino con costine di agnello alla griglia (e che delizia!). Forse non perfetto ed elegante come i cugini francesi, ma maschio ed di gran spessore. Carattere, quello è: indimenticabile.

Spumante metodo classico Asprinio d’Aversa DOP Priezza, Masseria Campito, 11,5 gradi.

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La sorte dell’Asprino d’Aversa è paradossale. Vino storicissimo, come pochi altri vanta citazioni letterarie di alto livello ed entusiastiche: indimenticabili quelle di Paolo Monelli, di Luigi Veronelli, di Mario Soldati; tre mammasantissima, come dicono a Napoli. Ed, appunto, anticamente l’Asprinio era il bianco per antonomasia della città partenopea, che si accattava ghiacciato dai vinai nelle grotte ad una lira e venti centesimi al litro: così negli gli Anni Trenta si combattevano la sete e la calura. Eppure già qualche cosa doveva essere andato storto se Soldati, negli anni Sessanta, si stupiva commosso finalmente trovando da assaggiare l’Asprino presso un oscuro vinaio sulla Riviera di Chiaia. Oggi la situazione è quasi drammatica , se mi si dice che gli ettari di questo vitigno nell’agro aversano calano di anno in anno, col rischio di veder scomparire per sempre le monumentali alberate: viti allevate in filari, alte come pioppi ed ad essi maritate,  coltivate secondo forma antichissima, italica, etrusca o forse pre-etrusca: ci vogliono le scale per vendemmiarle ed una vocazione da uomini ragno. In verità la maggior parte della coltura oggi è bassa, nei canonici filari a guyot, ma è proprio la vite dell’Asprinio che rischia di scomparire, per mancanza di domanda del vino. La moda predilige oggi altri prodotti, come la più concessiva Falanghina, ubiqua in Campania. Perché, dal suo nome l’avrai capito, l’Asprinio tutto è fuor che un vino che indulga in mollezze. Però frecce nell’arco ne avrebbe assai, proprio partendo da quelle sue doti che son croce e delizia: l’acidità indomita, la secchezza assoluta, il corpo tenue, la delicatezza aromatica, l’alcolicità ridotta. Qualità queste che possono risultar gradite ad un buon numero di bevitori contemporanei, direi quasi postmoderni, se non addirittura futuribili; ad oggi, comunque, pur sempre una nicchia, seppur cospicua. Tuttavia, quelle caratteristiche poc’anzi menzionate sono doti tecniche perfette, anzi,  veri assi pigliatutto se legati proprio a un’altra moda, quella dei vini spumanti. Difatti da anni i produttori locali lo spumantizzano, con esiti più o meno felici, ma con una visibilità  ahimè molto limitata. Questo Metodo Classico di Masseria Campito mi pare una riuscita eccellente, che non china il capo di fronte a nessunissimo Metodo Classico, parlando in termini generici: nel senso che è un Metodo Classico nobilissimo e di pura razza, sebbene il suo territorio con le vigne in pianura a 50 metri sul livello del mare, a quella latitudine così meridionale, praticamente l’opposto di quello dello Champagne,  possa far temere qualche deriva pretenziosa. Già il suo colore è bello e originale, limone carico o paglierino carico, con riflessi dorati. Ha un  profumo nitido e intenso, dominato dai limoni di Sorrento, ammorbidito da miele di fiori di limone e d’arancio, reso arioso da qualche cenno vegetale come di salvia e basilico fresco, connotato forse anche una lievissima speziatura di noce moscata. I profumi riconducibili all’uva sono in equilibrio ed in ottima integrazione coi sentori classici dei lieviti della spumantizzazione: la crosta di pane, le nocciole fresche. La spuma – pardon: la  mousse- è cremosa, il sorso  ampio e scattante, ingannatore: se il corpo medio, è la concentrazione del sapore superiore alla media ad amplificarne l’apparenza, e l’acidità taglientissima dell’Asprinio completa il gioco di prestigio: essa non fa sconti,  ma qui rinfresca alla perfezione l’assetto gustativo, e spinge sul palato, fornendo eleganza e un passo sicuro. In più, possiede una certa  salinitá ed una buona lunghezza. Pur essendo uno spumante che risolutamente tocca le corde della freschezza, è molto più complesso ed elegante di quel che ci si possa aspettare. Ecco allora che questa miscela riuscita, spinta dalla forza motrice incredibile dell’alta acidità dell’Asprinio, ne fa davvero un’ alternativa credibile a certi Champagne dritti come fusi, benché nel corpo e nei sapori emerga tutta l’anima sua mediterranea. Sorridendo,  rifletto che l’insinuazione di Monelli nel suo venerando testo “Il ghiottone errante” che di Asprino ne venisse mandato assai in Francia per farne Champagne, non fosse solo una battuta legata a quei tempi lontani di orgoglio italico e di autarchico regime.

Franciacorta DOCG Cuvee Imperiale Brut, Guido Berlucchi, sboccatura 2014, L0235/13A2E114I , 12,5 gradi.


Se fossi snob, non vi parlerei di questo vino. Diamine: lo trovi anche alla Coop, all’Esselunga, all’aeroporto di Fiumicino dove l’ho acquistato per 13 euro o poco più. Ma io non sono snob, amo gli spumanti metodo classico e qui in Inghilterra mi son comperato anche qualche Cava spagnolo in offerta da Sainsbury’s; e pure qualche Champagne economico prodotto da una delle varie cooperative. Poi, se alla Royal Festiva Hall mi son preso un prosecchino, beh, tanto meglio se non ne ho chiesto il nome. Questo per dire che, a dispetto del favore che i vini spumanti incontrano, in giro si trova di tutto e la qualità non e’ necessariamente garantita; e il consumatore, consciamente o meno, vi si adatta.
Però questo Franciacorta DOCG, a dispetto dei tre milioni e duecentomila bottiglie nelle quali e’ prodotto, segna proprio un altro passo. E lo vedi subito nella sua spuma ben definita, cremosa, senza arroganza, che illumina la sua tinta di pallido color limone. Lo godi all’olfatto, che e’ intenso, nitido e fruttato seppur le note di lievito e pane non manchino: eppure sono così perfettamente, elegantemente integrate in aromi di agrume ( tanto mi ricorda il dolce limone di Amalfi! ) e di frutta a polpa gialla e bianca (albicocca e pesca noce), da apparire come colpi di pennello che rifiniscono caldi una tela sfumando e approfondendo un paesaggio, parti di una vibrazione atmosferica come il principio del sole che tramonta, arricchiti poi da una fuggevolissima ma apprezzabile idea di chiodi di garofano e di ruta. Ed alla bocca lo troverai ben bilanciato, riposato ma non grasso, carezzevole ma giustamente sorretto da una bella acidità, senza nessuna inutile svenevolezza, senza quella grassezza ed amaroticita’ che, a torto o a ragione, si attribuisce con biasimo ai Franciacorta. Anzi: ha un allungo più che discreto ed ordinato, ma soprattutto: amico, amica che mi leggi, qui c’è carattere! Non la controllata evoluzione degli Champagne, non la consistenza piacevolmente terrosa dei Cava, ma una nitidezza luminosa e solare fruttata che gioca qui il ruolo di una sigla di italianità; quasi ponendosi, se ben mi intendi, piacevolmente a metà tra un complesso Vintage ed in immediato Prosecco. C’è di che esserne, come italiani, estremamente orgogliosi: a quei volumi, a quel prezzo! Certo, starà bene, se lo vorrai provare, su antipasti di pesce o magari, persino, sulla tinca ripiena come la fanno sul Lago d’Iseo a Sulzano. Tuttavia, perché non giocarlo come un jolly su un tagliere composto dai meravigliosi formaggi bresciani dai nomi sonanti? Bagoss, Fatuli’, Rosa Camuna, Silter…

Per saperne di più: http://www.berlucchi.it/prodotti/#cuvee

Spumante Metodo Classico Brut “Quattro”, Opificio del Pinot Nero di Marco Buvoli.


Si ha un bel dire che il vino spumante metodo classico si dovrebbe aprire anche fuori dai momenti di festa. Rimane sempre collegata ad esso, al gorgogliare delle sue bolle, un’idea di godimento speciale e allegro nel puro bevitore; un’aspettativa segretamente ansiosa nell’appassionato, che sa quale alchimia e dedizione ci vogliano per crearlo: la manualità’ di certe operazioni (ma è ancora tale?) dai suggestivi nomi francesi (remuage, degorgement), le corrette basi (da miscelare accuratamente), la magia dei lieviti sui quali il vino dovrà a lungo riposare (per prendere spuma e carattere), l’accorta aggiunta dei liquori di tiraggio e di spedizione, che sono come la vernice sui violini di Stradivari, cioè il tocco finale e segreto dell’artista. Ecco, se apro questo Brut di Marco Buvoli non posso non pensare all’opera di un architetto, tale e’ l’equilibrio delle sue parti, quasi a ricercare una proporzione aurea di palladiana memoria, che sa pacificare l’animo riannodando armoniosamente l’interna tensione che lo pervade. Vedine la tinta chiara, luminosa, di limone con riflessi ramati, il perlage fine e persistente. Sentine l’aroma nitido e screziato, che sa essere sottilmente vinoso -come t’aspetti da uno spumante di Pinot Nero in purezza- ma con la misura di una seduzione notturna e insinuante di un chiaro di luna; che ha il calore e la sensualità del burro, della pasta di brioche, delle nocciole, ma delicata, ingenua, giocata sulle mezze tinte, subito dispersa come nuvola leggera da una freschezza dolce di limone, di pompelmo, di cedro, di pesca. Elegante, senza asprezze: c’è come una mielatura che ha l’effetto delle vecchie sordine di pelle sugli archi, che creavano un senso sfumato di attenuazione e distanza ed ogni nota diveniva ancora più preziosa, evocativa; ma oggi non s’usano più. Anche alla bocca la risenti, dimenticandola subito sulle tracce di un’alta salinità, di una dissetante acidità, di un meditato contrasto che ne fanno il portamento fiero e dritto, ma senza forzature, aggraziato; anche di corpo, ma senza grassezza. C’è in esso, in ogni suo dettaglio, una sorvegliata veduta d’insieme, un raffinato congiungersi dell’alfa con l’omega. Marco Buvoli e’ vignaiolo per passione, non per vivere; lo crea – mi si dice- con metodi complessi ma semplicissimi a un tempo. La cura delle sue mani, dei suoi occhi, del naso, del palato e soprattutto di una mente architettonica: per arrivare a un tale risultato il disegno devi averlo ben chiaro in testa dall’inizio; come la campata si fonde alla colonna, come il transetto si innesta alla navata, definiscono lo slancio che volterà la cupola. Questo spumante si chiama “Quattro” e significa che riposa 48 mesi sui lieviti, che sono tanti; ma rappresenta solo l’ouverture degli spumanti di Marco Buvoli: aspetto che s’apra il sipario e di assaggiare l’Otto, magari visitando l’Opificio del Pinot Nero, a Gambugliano in provincia di Vicenza, per conoscere questo architetto del vino.

Per saperne di più: http://www.opificiopinotnero.it

Montellori Brut Blanc de Blancs Pas Dose’ 2006


Stasera, a Londra, degustazione di otto -diconsi: otto! – Chardonnay borgognoni di livello stellare. Siccome sono romantico però,tornato a casa ho bisogno di Italia. Ecco qua: Montellori Metodo Classico Pas dose’ (non dosato, quindi) 2006, elaborato a Fucecchio da uve chardonnay di proprietà coltivate a 500 metri sul livello del mare sul Montalbano. Dove confinano le provincie di Prato, Pistoia e Firenze, sono piaggie fresche e ventose, su terre magre di roccia. Li’, l’ uva. La cantina, a Fucecchio : ricordo ‘ant’anni fa’ una visita alla cantina con Selene dagli occhi belli che li’ lavorava pur essendo aretina; e la piccola stanza segreta dove al buio stavano a riposare le bottiglie sulle tradizionali pupitre. Ammetterlo devo, l’ho conservato male : due anni abbondanti in un appartamento, al caldo più’ che altro. Però lui c’è ancora, spumeggiante con decisione, appagante nel suo bel nitido giallo limone, fragrante per le sue bolle fitte, fini, ordinate, da metodo classico di prestigio, che è un piacere guardare salire in controluce ordinate e danzanti, baluginando come perle. Una certa velatura aromatica lascia coi minuti il posto a toni floreali di sambuca, di finocchio selvatico; mele e pere gialle di varietà’ desuete, dimenticate; con delicatezza la crosta di pane, la mollica stessa; appena un sentore di brioches; e soprattutto, distinte, mandorle preziose in una cesta, in attesa di trovare l’impiego sulla mensa, secondo le ricette di una cucina antica. Bevilo ed in bocca lo trovi a un tempo fine e potente: suppur l’acidità potrebbe essere più alta, non ha grassezze inopportune, ma è solido, roccioso, con screziature minerali ed intensamente salino, come sempre ho trovato essere i vini di questa zona: li’ il suo carattere, li’ la sua territorialità. Vai sul Montalbano, che era fondo marino: vedrai il terreno ricco di quelle conchiglie fossili che affascinavano il giovane Leonardo e che per tutta la vita rimasero nei suoi pensieri, nella sua ansia di comprendere, fino agli schizzi di diluvi vergati nell’estrema vecchiezza. Ed anch’io me ne affascino: perché se ti novello di questo spumante l’odore, e’ al mare che penso; e’ marino il suo sapore; marine le bolle, come in un sogno forse solo sognato, per il perdurare del tempo della sua lunghezza ed oltre. Ne ho goduto su un prosciutto toscano, su scogli di parmigiano; ma non posso non pensarlo – qui ed ora, a questo punto del suo cammino – con un nobile astice semplicemente cotto al vapore.

Per saperne di più: http://www.fattoriamontellori.it/?lang=it

Saumur methode traditionelle AOC Bouvet Ladubay NM

 Quando si ragiona di bolle, in Italia, si parla per lo più di Champagne contro spumante (Franciacorta o Trento, non altro: si capisce); sì, proprio a partiti contrapposti, in un’eterna contesa tra guelfi e ghibellini. Eppure: quanto varia e interessante sarebbe la scelta, in Italia, in Francia e nel resto del mondo. Si prenda questo affabile Saumur: non è forse intrigante con le sue bolle cosi’ fini, ordinate e peristenti? Non fittissime magari, ma è un bel perlage, un elegante collier su uno sfondo pallido, delicato, di limone sorpreso dalla luce lunare. E la sua bocca diritta, risolutamente ma equilibratamente acida, non ti invita alla beva? Leggero, delicato all’olfatto e alla bocca, ma con quel sentore netto di miele citrigno, agrumato, che è caratteristico dello Chenin Blanc che si coltiva laggiù nella Loira? E migliora -eccome- a ore dell’apertura, arricchendosi. Se lo trovi -ti chiederà pochi euro- provalo piacevole aperitivo; o esaltalo, io dico, su un crudo di mare, coi crostacei e i frutti di mare, madidi d’acqua salmastra, freschi nel loro solido guscio.

Bloomsbury Brut 2009 Ridgeview

Un bel colore giallo, un po’ ambrato; un perlage fitto, croccante e persistente; poco profumo e non complesso, è vero (solo un po’ di crosta di brioche), ma una bocca piena, ben equilibrata, dritta e ficcante, che invoglia a nuovi sorsi. Belle credenziali di un metodo classico…inglese! Sì, perché anche l’Inghilterra ha una sua antica storia vinicola: di colture e non di soli commerci. Già da qualche anno non mancano i riconoscimenti: in fondo, la Champagne non è lontana ed i terreni calcarei si trovano abbondanti anche qui Dal Sussex un virile metodo classico, da non prender sotto gamba.