Margaux 2006, Chateau Tayac, 13 gradi.

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Quando apro un rosso di Bordeaux la curiosità è sempre forte. Non c’è nulla da fare: a lungo i vermigli di quella zona della Francia che si affaccia sull’Atlantico sono stati una archetipo per i consumatori di mezzo mondo e, da un certo momento in poi, soprattutto della nobiltà e di una certa borghesia, talvolta anche molto piccola, se gli studentelli della Boheme pucciniana, al freddo della loro soffitta, esultano a  una bottiglia di generico Bordeaux come al massimo lusso natalizio. Sia prova il fatto che Bordeaux, scritto con la minuscola, è diventato il sinonimo di una certa sfumatura di colore. E poi: l’infinita declinazione territoriale, aziendale e stilistica, coi comuni aldilà ed al di qua della Garonna e della Gironda, le classificazioni degli Chateau, i possibili uvaggi, come variazioni continue di uno stesso tema sortite dalla mano di un superbo contrappuntista. Tutto questo ha un fascino, non si può negare. Certo: ci sono gli Chateau Premier Cru, con bottiglie inaccessibili e superbe; ma anche un tessuto di produttori più semplici, simpatici, che producono vini da gustare sulla tavola,  più che da esibire, come questo Chateau Tayac. Se vedi lo chateau capisci: poco più che una casetta ed un vecchio capannone, fine dello sfarzo. Una gestione familiare, una conduzione corretta e senza grilli, con le fermentazioni in vasche di calcestruzzo e acciaio, l’affinamento ancora nel cemento e in barrique nuove, al 30%. Cabernet Sauvignon al 50%, Merlot al 40%, 10 % di Petit Verdot. Sulle 100.000 bottiglie. Rispecchia lo stereotipo di Margaux, che vuole i vini di questo comune dotati di profumo, grazia e setosa tessitura. Tende già – al doppiare la boa dei dieci anni- la tinta all’amaranto, sebbene ancora i riflessi siano rubini, di discreta profondità. Lascia sul bordo lacrime molto lente, quasi restie a formarsi e poco incise. Ha un profumo intenso, pieno e complesso, sebbene non nitidissimo: come quando con le vecchie reflex non ti riusciva perfetta la messa a fuoco. Così distinguerai al naso la frutta nera e quella rossa, un po’ di mirtillo e di mora e di susina, ma senza troppa evidenza. Avrai, come ti aspetti da un Bordeaux, un tocco di vaniglia, di cera d’api, di tabacco, ma la nota dominante qui sta tra la grafite e la polvere pirica: tutto sfumato però, e se da un lato sfugge, dall’altro non è banale, restando in un educato riserbo. Non conosce mollezze o suggestioni esotiche: malgrado gli anni, mantiene note di vigore giovanile. Anche alla bocca è fresco ed offre un sorso quadrato: ampio, ma non largo; lungo, ma moderato, con la chiusura piacevolmente insistita su quelle note di frutta nera e più ancora di grafite che sono un po’ la sua firma; lasciando un bel ricordo di tannino piuttosto presente ma aggraziato e di un’acidità sicura che gli dona un buon passo, più svelto che in altri conterranei. Come con altri Rossi di Bordeaux mi viene sempre fatto di pensare ad una bella prosa di quelle ampie, cadenzate, chiare, con le giuste pause: ideali per spiegare un concetto, un fatto storico; con qualche ben dosato scarto, anche un bel racconto magari in costume, perché  no. La poesia invece, con le sue accensioni, gli sbalzi, le rarefazioni, la trovo altrove: ma oltre al genio devo accettar sregolatezza. Non è bada, amico o amica che mi leggi, un valore legato al costo della bottiglia di per sé, quanto allo stile; ed, al solito, intendila al netto delle dovute eccezioni. Però questo Chateau Tayac è un vino di rispetto e autentico: vedilo infatti come abbisogna di ore ed areazione per esprimere se stesso e come cambia in positivo se gli dai un po’ di tempo per schiarirsi la voce. Godine rigorosamente al pasto, lì ti sarà compagno; e  gradito, io credo, sulle carni d’agnello. 

Cahors 2012, Clos La Coutale, 13,5 gradi.

Cahors fa parte, io credo, di quelle denominazioni francesi un po’ appannate, famose più per il retaggio di una storia lontana che per un’effettiva conoscenza, perlomeno al di fuor dei patri confini. D’altronde questa denominazione, parte di quella amplissima regione vinicola che viene rubricata sbrigativamente il Sud-ovest, ha sempre subito più che la concorrenza, la dittatura di Bordeaux, areale posto poco più a nord e a ridosso di fiumi e di mare: accesso al commercio più facile e perciò prodotti privilegiati dai mercanti e dagli investitori. Non è poco: il vino di Cahors, stimato già nel Medioevo per la longevità derivante da una carica tannica ed antocianica che lo rendeva nero e davvero godibile dopo molti anni, finiva al palato più moderno per risultare rustico: e forse lo era, se i mancati commerci non favorivano gli studi sul campo ed il rinnovamento virtuoso in cantina. Certo che acqua sotto i ponti (e vino nelle botti…) ne è passata: il Malbec localmente ampiamente usato -e chiamato cot- rimane quasi come curiosità a Bordeaux (dove un tempo era più diffuso), mentre è diventato il vino-vitigno simbolo dell’Argentina. A Cahors però non si è rimasti a guardare: se qualcuno insiste con i robusti vini tradizionali e perciò merita un plauso, altri hanno ricercato una certa freschezza, a rischio però di  appiattirsi sui modelli diretti e fruttati che vengono dal Nuovo Mondo – o di generare brutte copie dei vini di Bordeaux, a dispetto di un clima anche più favorevole: più stabile e temperato com’è da influssi che giungono addirittura dal Mediterraneo.
Questo di Clos La Coutale – a dispetto della bella  etichetta d’antan – è un buon compromesso con le tendenze moderniste, anche grazie ad un 20 % di Merlot che ammansisce l’ intransigenza del cot. Rubino al colore, assai e piacevolmente luminoso, di pregevole trasparenza, purpureo sui bordi e con lacrime fitte e regolari, ha un aroma molto intenso di frutta rossa, con una certa preminenza di fragola candita e ciliegia che fa quasi pensare ad una macerazione semi carbonica delle uve, che tuttavia non è esplicitamente dichiarata. Però – e questo è più interessante – la frutta rossa non te la butta sul muso, con l’ovvietà di tanti vini del Nuovo Mondo o anche – perché no- di parecchi Beaujolais, ma è finemente contrappuntata da una trina speziata e minerale che frappone una distanza che sa di riserbo, ritrosia, fascino, seduzione, come uno sguardo che saetta ma repentino sfugge: e dunque alloro, polvere pirica, cannella, noce moscata, chiodo di garofano, eucalipto, rosmarino, ricordi di pelle conciata. Di corpo misurato in bocca, ma saporito, ha un tannino ben presente ma garbato, piacevolmente terroso, forse un po’ verde. La sua acidità si colloca nella fascia media della banda, o poco più, mentre la lunghezza regala una certa compiaciuta soddisfazione, come l’allungarsi di una gatta su un divano. Certamente, ha un carattere nordico: rassomiglia ad una di quelle giornate soleggiate di fine febbraio, quando la campagna già riluce di verde e si profuma, ma l’aria è ancora quella fredda dell’inverno. Un vino buono insomma ( anche grazie ad una resa limitata a 45 quintali per ettaro, meno della metà di quanto previsto dai disciplinari di tante DOC italiane), non banale, di quelli che regalano una piacevole compagnia ed un dialogo garbato sulla tavola,  tutti i giorni se con lui tu stai bene. Ti piacerà anche il prezzo: credo intorno ai 6 euro al privato in cantina. Lancio la mia moneta: vorrei provarlo con un bell’umido: di pollo, di coniglio, di maiale, persino con braciole alla pizzaiola o osando salsicce e fagioli. Però: conoscessi forse bene Cahors e i suoi vini classici e antichi, sapessi quel che può dare la terra, forse non mi saprei accontentare e griderei magari persino allo scandalo. Beata ignoranza: mi sta bene così.

Saint-Estèphe 2012, Chateau Ormes de Pez. 13 gradi

Parlare dei vini di Bordeaux è come entrare nel mondo dell’alta aristocrazia: ci sono gli Chateau fissati dalla classificazione del 1855, praticamente immutabile, i 58 che producevano vini rossi e i 21 che producevano vini bianchi, il circolo chiuso della nobiltà. Bordeaux ha avuto però anche i suoi rivoluzionari: quegli Chateau che nel 1932, dopo 77 anni di immobilismo, si dichiararono Crus Bourgeois per elevarsi dalla massa dei non classificati: la rivincita della la plebe. In realtà la storia non è così lineare e a raccontarla tutta sarebbe più lunga e complessa della trama di un Grand Operà in 5 atti, tali e tanti i ribaltamenti e le vicissitudini. Quando la classificazione dei Cru Bourgeois venne rinnovata nel 2003, nove di essi vennero classificati come Exceptionnel: tra questi, c’era Chateau Ormes des Pez; e il fatto rimane, benché poi la lista sia stata annullata a suon di battaglie legali. Caso vuole ch’io ne trovi ed acquisti una bottiglia di 2012 a prezzo assai ridotto, a causa dell’etichetta rovinata. Si dice che i vini di Chateau Ormes des Pez diano il loro meglio dopo 6 o 7 anni dalla vendemmia, ma per una volta non so resistere, tanta è la curiosità di incontrarlo: ed in parte è un peccato, davvero l’ho aperto troppo presto. Al di là della sua tinta rubino profonda e giovanile, con intensità olfattiva dispiega la complessità dei profumi tipici dei vini del Medoc: frutta nera (mirtillo e more), poi un tocco di quella rossa (lamponi,susine e fragole), ricordi vegetali di foglia di cavolo, tanta grafite e cera d’api, la vaniglia e le note affumicate: legno, tabacco e pelle, ma lontani, non troppo marcati (vengono impiegate barrique in buona parte usate per il suo affinamento). Al palato è più incisivo che delicato: concentrato, rimane tuttavia fresco in maniera sorprendente, grazie ad un’acidità marcata benché nascosta da tanto estratto, bilanciando un tannino abbondantissimo che ne segna l’attacco. Prosegue salmastro al centro bocca, per finire su una persistenza lunga e ben bilanciata, senza eccessi alcolici,  che riespone i toni fruttati e affumicati.  È che Chateau Ormes des Pez ha caratteristiche peculiari e facilmente riconoscibili: in lui parla il territorio di Saint- Esthepe, che si trova più a nord di Margoux e Saint-Julien e rispetto ad essi ha un clima più freddo ed un suolo più ricco d’argilla, portando a privilegiare quote non marginali di Merlot nel taglio e originando vini potenti ma abbordabili, seppur con tannini cocciuti e terrosi. Il vino di Chateau Ormes des Pez ne risulta elegante come può esserlo un gentiluomo di campagna: più cordiale che suadente col suo tannino rustico, a un tempo orgoglioso e domestico; indubbiamente nordico ma non algido, perché terragno. Ecco, la terra: quella che conta più di qualunque classificazione, l’imprescindibile costante dove l’uomo deve affondare le sue mani. Gastronomico e flessibile negli abbinamenti, sarà su una tavola imbandita che ne apprezzerai la sua robusta prosa, preferendola ad altezze verticali di poesia.

Chateau Tour de Capet 2011, Saint-Emilion Grand Cru, 13 gradi.

Da che parte si comincia a parlare di Bordeaux? Dalle grandi uve delle sue vigne? Dalla varietà dei suoli e dei microclimi? Dalle differenze -marcatissime- tra i vini della Riva Destra e della Riva Sinistra? O dai grandi nomi ricercatissimi, che strappano prezzi da capogiro? Stando alla zona di Saint-Emilion, dove la vite si coltiva da epoca romana, quelli altisonanti di Chateau Angelus, Chateau Ausone, Chateau Cheval Blanc, e via via, una serie lunghissima. Oppure si può restare coi piedi per terra e annotare che la realtà si fonda su un tessuto di produttori meno celebrati, talvolta di piccole dimensioni, e che non mancano nemmeno le cooperative. Non ti annoierò -amico, amica che mi leggi – con numeri e statistiche; tanto vino tuttavia, che se non ha l’opulenza e la concentrazione dei massimi, ha in tanti casi una benvenuta misura di buonsenso borghese. Prendi questo Tour de Capet: non cerca di strafare e nemmeno di stupire, in un senso o nell’altro; ma non è un male. Ha un bel colore rubino medio, con riflessi ancora purpurei al centro ma già un po’ granati sull’unghia, e lascia sul bordo del bicchiere archetti fitti e veloci. Una certa intensita’ di profumi ti rammenta in trasparenza la sua origine: merlot  per quattro quinti e cabernet franc per il restante, frutta rossa da una parte e toni più vegetali dall’altra: susine e alloro. Un tocco di vaniglia, anche troppo insistito, e voila’. Al palato ha tannino: fine, in discreta quantità; l’ acidita’ -buona- lo raffresca. Il corpo, la trama: sono medi, resta ben sorvegliato per non offendere, serra il palato ma senza stringere: lo riempie, ma non lo sorprende. Sa esattamente quale sia il suo ambito, quale il confine a lui riservato, quale il limite di rifinitura oltre il quale non gli è dato di andare – ed al di qua  del quale non gli è dato di stare. Ecco la sua inclinazione: il ruolo sulla tavola, dove restare compagno affidabile e discreto che non dispiace a nessuno, solido e certo giorno dopo giorno, pasto dopo pasto. Più che una poesia, una prosa scorrevole e tranquilla, senza scarti e sorprese e invenzioni immaginifiche. Perciò, se vuoi avere il suo meglio, eleggilo alla tua mensa con le vivande classiche della cucina borghese e ne avrai un matrimonio di conforto. Per me l’abbinamento perfetto – la rara reciproca esaltazione di cibo e di vino- e’ stato con la borghesissima e lombarda frittura piccata, com’essa si ritrova in un vecchio testo – questo si’ veramente scoppiettante: La Pacciada.

Terre di Franciacorta Rosso 2001, Bersi Serlini, 13 gradi.

Se dici Franciacorta dici spumante metodo classico. Oggi. ‘Antanni fa avresti detto magari vini rossi. Prendi Bersi Serlini di Provaglio d’Iseo,  attiva dal 1886:  il rosso lo fa  ancora, se tu guardi sul sito però è nella categoria “piccole produzioni”, la scena restando tutta ai vini con le bolle. Se consulto “I vini d’ Italia” di Veronelli, edito da Canesi sul finire del 1961, gli spumanti nemmeno compaiono, ma si parla di vini da pasto e “fini da pasto” (definizione bellissima e desueta) a base di barbera, berzamino (e quest’uva, che cos’è?), sangiovese e vernaccia bianca: uvaggi, come usava per lo più nella nostra bella (ex?) Italia. Ho qui con me un Bersi Serlini del 2001, allora ufficialmente Terre di Franciacorta, non ancora Curtefranca come da nuova denominazione. Le sue uve: Cabernet e Merlot fino ad un 90% del totale, un saldo di Nebbiolo e Barbera, fino a un 10% ciascuno, secondo l’annata; diverso quindi dal tipo citato nel venerando (e venerabile) volume veronelliano. Pero’ quell’essere “sapido, generalmente con accentuato retrogusto amarognolo” tutto lo riconosco in questo vino vecchio di 14 anni, granato di media profondità nel mio calice, con archetti radi, irregolari e veloci a scorrere sul vetro. Veduta personale e lombarda dell’uvaggio bordolese, più dinamica, piu’ scattante e alla mano. È tuttavia emozione quella che ti sale al naso, quando il fruttato ed erbaceo giovanile gioca ora con trame più dense di foglie e sottobosco d’autunno, perfin della torba del vicino lago Sebino, con quella nota sottilmente idrocarburica ed empireumatica che avvolge di profondità e mistero la frutta nera dei mirtilli e ginepri, delle prugne secche, della buccia di fichi neri, appuntita da tocchi di nespole e erbe: la selvaggia amata cicoria di campo. Si’, i sentori del legno: vaniglia e fume’ ma leggerissimi, piacevoli come il tepore e il crepitare di un camino,  Eccolo in bocca: pieno, non imponente, ancora con quella acidita’ un po’ ammandorlata che lo spinge, fine ma non domo di tannino, soprattutto sapido e succoso, intenso, lontano anni luce da certi anemici Bordeaux ( e per prova provata ve ne sono!), perfetto nel suo tenore alcolico, che scalda solo quel che serve e si vuole da un rosso, infine discretamente lungo. Appena un po’ rustica e ruvida la sua trama, lana grezza più che seta e velluto, ma quella bella, fatta all’uncinetto per te dalla nonna. Cenni al gusto, aggiuntivi, quasi di pasta di pane e lievito. Veriddio che più che Bordeaux io penso al Chianti: altra terra per lo più d’uvaggio, altro vino di scatto e tenuta. Però, e’ come paragonar Leonardo ai leonardeschi: di la’ la complessa dimensione intellettuale, di qua una concretezza terragna e padana, alla maniera del Luini, del Moroni: vere entrambe di una verità diversa. Vino da bere e da godere questo, non da osannare: è difatti l’ho goduto, su conchiglie artigiane ed un mio sugo rosso odoroso coi porcini secchi. La mia chiosa: questo rosso con garbo e fermezza sussurra che la Franciacorta non è sol terra di metodo classico, ma a tutto campo, su quelle fatate colline, e’ terra da vini. Vini forti e rotondi, di dolcezza e pienezza lombarde: felicita’. Poi: ci siamo davvero accorti che la Lombardia, tra Franciacorta, Valtellina, Garda, Oltrepo’ e’ terra di grandi vini, tra le prime d’Italia, che non cede il passo a Veneto, Sicilia, Piemonte  e Toscana, per fattura, gusto e personalità? Eppure vedi -amico, amica che mi leggi- dove il lombardo e’ caduto in fallo: quella grandezza non l’ha saputa abbastanza promuovere e raccontare.

Montecarlo DOC Rosso 2007, Fattoria del Buonamico, 13 gradi.

La Fattoria del Buonamico!  Il primo luogo dove andai a comperare il vino in cantina, e mi sembrava un atto da carbonaro, un po’ proibito e un po’ segreto. E quello stabile lassù, a Montecarlo sul poggio della Cercatoia, aveva già di suo quasi un aspetto da bunker, basso com’era di mattoni, e scuro, dove si scendeva nella penombra: non c’era certo all’epoca il concetto dell’accoglienza che c’e’ oggi, con la bella sala dalla grande vetrate e gli erogatori tecnologici per un assaggio estemporaneo. Però c’erano gli occhi e la voce di Vasco Grassi, all’epoca e per tantissimi anni anima della cantina: e si parlava dei vecchi contadini e di Gino Veronelli (avessi capito di più all’epoca che gigante fosse stato Veronelli, avrei investito di domande chi ne aveva avuto il privilegio dell’amicizia). Questo 2007 e’ una bottiglia particolare: ha ancora la vecchia etichetta col paesaggio del Vasari e l’intestazione Fattoria del Buonamico, anche se il viticoltore risulta già la “Tenuta del Buonamico s.r.l.”, cioè la ragione sociale della nuova proprietà, che compare oggidi’ sulle nuove etichette. Ho aspettato tanto ad aprirlo per pura nostalgia: mi dispiaceva intaccare questa bottiglia testimone di una storia; ma più ancora mi sarebbe spiaciuto perdere il vino ( eh! e’ fatto per essere bevuto) e si è finalmente presentata l’occasione del cibo giusto. Nemmeno sapevo se avesse tenuto ( non hanno gran fama di longevità i vini di Montecarlo), ma ho provato ed ho fatto bene. Il tappo di plastica mi ha provocato uno spavento, tuttavia debbo ammettere che si è ben comportato ed ho trovato nel calice un vino assolutamente vivo, giovanile, ancora perfettamente rubino scuro di media profondità, con lacrime abbondanti, fitte e lente;  dall’aroma vinoso ed intenso, sfaccettato tra note fruttate di amarena e mirtillo e mora selvatica ed altre più ricercate ed intriganti di terra bagnata, di legna affumicata, di saggina, di alloro e ginepro, una speziatura delicata dolce e un po’ piccante, giocata lì’ tra pepe e cannella che un poco richiama alle sapide complessità del locale mallegato. In bocca e’ magari un peso medio, ma ha una bella acidità , una lunghezza sorprendente, una certa sapidità , un tannino felicemente “ignorante”, terroso ma maturo. Vino rugoso si’, ma non rustico: piuttosto naturale e ben bilanciato, col suo blend tipico della zona fin dall’Ottocento, dove il predominante sangiovese e canaiolo si fondono ai francesi cabernet, syrah e merlot: il nerbo toscano mitigato da una piacevolezza e garbo francesi, per un insieme mediterraneo si’, ma con misura: la luce non buttata in faccia ad invadere l’intimita’ riservata di una stanza, filtrata invece dalla delle persiane a creare lame soffuse nella penombra; ed ecco che rimane così lo spazio ed il modo di perdersi nelle ombre segrete di un ricordo. Per me questa sera – amico, amica che mi leggi- il piacere e’ stato averlo appena fresco su tranci di tonno appena scottati; ma te lo direi su una pasta al sugo, su una saporita zuppa di terra o di mare e sulle carni bianche .

Non lo so 2011, vino rosso, Enoteca Cattaneo, 13,5 gradi.


La Brianza: quel triangolo di terra lombardo che ha per vertici Milano, Como e Lecco, mi diceva la maestra elementare quand’ero bambino. Per chi e’ cresciuto a Milano tra gli anni ‘70 ed ’80 era la palestra delle gite fuori porta, dei picnic in famiglia sui manti d’erba verde prima, e delle scorribande in vespa poi. Per molti altri, soltanto distese di capannoni laboriosi ed artigiani, dove curvare la schiena ed imperlare la fronte: la culla dell’industria milanese. Tra una manifattura e l’altra, però, le cascine dai cortili silenti, le travi pesanti appoggiate su granitiche colonne e festoni di mais ad adornare i ballatoi inarcati di legno tarlato: il retaggio del passato agricolo glorioso e dimenticato, dove i buoi sbuffavano avanzando nel freddo delle nebbie, donne in vesti nere filavano sulle sedie di paglia malmesse, pescatori attendevano nelle acque ferme dei canali e dei laghi minori incorniciati dalle selve, campane monotone e lente annunciavano tristi processioni con la risonanza di colpi uniformemente scanditi. Un mondo perduto e incantato, misero e dignitoso,spazzato via nel volgere breve di qualche decennio, dove il sovrano regnante era il piccolo baco da seta. Ma se la nostra macchina del tempo ci portasse ancora più indietro, prima che giungesse la filossera, ecco che sul gelso troveremmo maritata la vite e dal frutto tratto il vino. Così apprezzato da Manzoni, dal Porta; e, ne son certo, vi si ritemprava l’Ortis foscoliano in viaggio per abbracciare a Bosisio il caro Parini. Figuriamoci quel mondo, tra Settecento e Ottocento: la bella nobiltà, le parrucche, le vesti adamantine, le carrozze imperiose, i romantici fervori; la sosta rinfrancante in una rustica osteria, il cocchiere attendendo al ristoro dei cavalli, coi gatti capricciosi d’intorno. Tutto sparito e con esso le viti, sopraffatte dal moderno e da più lucrative occupazioni. Eppure tanto può la passione che qualcuno ripianta barbatelle: a Triuggio, località Ronco Vecchio, 370 metri sul livello del mare. Correva l’anno 2007. Ora: Carlo e’ un amico e devo a lui alcune delle mie più belle serate enologiche; e non solo. Eppure, senza piaggeria, questo suo vino rosso non filtrato ne’ chiarificato mi ha fatto batter il cuore. Perché è come una luce nella nebbia. Se ben capisco, tre quarti merlot, un quarto cabernet franc; ed io non amo il merlot. Ma di fronte alla bellezza di questo rubino molto fitto, ma non impenetrabile, luminosissimo, dall’unghia ancor quasi violacea, che posso dire? Giusto il tempo di osservarne gli archetti lenti, fitti, regolari, ma sottili ed evanescenti, per poi tuffarvi il naso alla scoperta di un aroma pulito, nitido, intenso, deciso ma per nulla sfacciato, mantenendo piuttosto una ritrosia, una elegante velatura seducente di dama che non ama svelarsi, ma piuttosto trattenerti nel suo mistero. Ecco che la frutta a bacca nera (le more e i mirtilli, ma anche le prugne) sovrasta quella rossa senza opprimerla (lamponi, ciliegie,ed ancora susine) in un dialogo seducente e amoroso; ecco che tutto s’ammanta di una screziatura vegetale e speziata, silvestre, come fuga errabonda fra i castagni, le acacie e le robinie in cerca di un riparo: ecco il pepe verde e il chiodo di garofano a mozzare il respiro nel riguardare l’ansimare del petto -l’afrore segreto della pelle- e il tabacco, tuffando la passione fra i capelli. Giù dunque nella gola, godendolo al palato incantevole per freschezza indomita, finanche nervosa; per la sostanza estrattiva e corposa che fa godere ma non stanca, in virtù di una spinta acida impetuosa, appassionata; di un residuo zuccherino importante ma non stucchevole; di un tannino fitto, abbondante, elegantemente definito, ma sempre di una misura nordica; di una mineralita’ salina evidentissima che grida le lodi della terra al cielo; per una persistenza lunga, bilanciata, con un alcol che non disturba un percorso così regolare, dall’attacco deciso, allo sviluppo compatto, al finale irradiante e lungo; ma sempre, comunque, leggiadro, danzante, di vitale leggerezza, a lui ignoti morbosi languori, tutto vincendo con la grazia della naturalezza. Fate, se potete, tappa all’enoteca Cattaneo di Carate, per procurarvene l’assaggio. Abbinamenti? Quando un vino e’ buono, e’ anche insospettabilmente versatile: io l’ho provato con pasta al sugo di cinghiale, con cacciatorino di Stradella; ma il mio breve nirvana l’ho avuto con un Parmigiano Reggiano di 30 mesi.

Chianti Leonardo 2000, Cantine Leonardo da Vinci, 12,5 gradi.

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 31/8/2013 Comprai questa bottiglia  di Chianti Leonardo in una Coop di Ponte Buggianese, quella sulla via che porta alla Casabianca. Una magnum? Via, siamo onesti: stride quel termine col vino  che s’ha da spendere in tavola, da dividere con una diletta compagnia per un’ora di gioia. Magnum e’ parola che va bene per chi sul vino vuole investire e la bocca riempirsi non di buon cibo o di buon bere, ma di altisonanti nomi di domaine e chateau. Lo lasciai li’, nel silente, buio e fresco sottoscala, per una lunga attesa, un sonno durato tredici anni.  Il 2000 fu una buona annata e me ne facevo forte, lasciandolo li’, a coprirsi di un velo di polvere. Mai non veniva il momento giusto di cavarne il sughero, la tavolata perfetta: quelle con tanti parenti, come quando ero bambino sul seggiolone e risuonavan sotto i travi le voci del babbo e della mamma, dei nonni, degli zii e dei cugini. Stasera, invece, mi son deciso: troppa la curiosita’ di sentirlo; ne godranno – ripartito ch’io sia – i miei. Un po’ di timore mi accompagna mentre sfilo il suo tappo, di conglomerato con un’ampia rondella di sughero intero alla base e ben intriso e arrossato: il vino avra’ resistito? Non un prodotto prezioso, ne’ da invecchiamento. Ma subito, giusto all’olfatto avvicinando le nari alla bottiglia, ogni incertezza svanisce: il Chianti e’ li’ vivo, fresco, ammaliante, quasi giovanile. E lo vedi dal colore, da quel rubino scuro solo minimamente aranciato ai bordi, trasparente ma con una certa velatura a sottolinearne l’annosa attesa, coronata di archetti persistenti, fitti e lenti a discendere. Al naso affascina, parlandoti una lingua che da giovane gli era sconosciuta: bottiglie consorelle erano rotonde, di corpo ma poco nerbo, con un domino del placido merlot, che pur in piccola quota ne completa l’uvaggio. Qui, forte, chiaro e schietto, parla il sangiovese, con tutta la sua tipicita’, oscurando completamente il merlot,che e’  come svanito. E l’aroma ti parla di terra e di mare: l’acqua che lambisce i porti, quella che canta sugli scogli, quella dispersa e polverizzata dal vento nell’aria, odorosa di paesi lontani, di resina di pino, di storie sconosciute di barche e marinai; e di grotte, spiaggie, promontori lontani; di aria e di sole. E ti viene fatto di pensare a quando ti portarono in visita alle Cantine Leonardo, sulle colline tra VInci e Cerreto Guidi, mostrandoti nella terra l’abbondanza di conchiglie, ricordo di un antico mare. Quelle stesse che Leonardo bimbo trovava curioso e schizzava sul suo quaderno di appunti e vi fantasticava di diluvi e di creazione di continenti: l’origine del Codice Hammer. E vi trovi, nell’aroma del vino, anche il vello animale, la terra bagnata, il fungo, ciliegia, marasca, fragolina di bosco, violetta e mora di rovo. In bocca e’ fresco, leggero, salmastro, saporito di acidita’ pulente e rinfrescante: i Chianti del Montalbano, si diceva un tempo, tra tutti erano i piu’ beverini e non tradisce quella nomea; ma qui vi trovi una cura, uno spessore, che si fondono alla grazia, con un tannino croccante ed un guizzo quasi da uva appena invaiata ed ancora un po’ verde colta sulle prode e direttamente spremuta in bocca, per rinfrescarsi le labbra  ela gola dalle fatiche dei campi. Io ne ho gioito su una pasta con un sugo di carne, ricco dell’aroma di rosmarino e pomodoro; matrimonio di tradizione e d’amore, in un momento di piacere perfetto.

per saperne di più: http://www.cantineleonardo.it/it/default.asp

Sant’Ippolito 2004 IGT Toscana, Cantine Leonardo da Vinci, 12,5 gradi.

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16/11/2012 A 11 ore dall’apertura si presenta impenetrabile inchiostro, misterioso. Al naso, frutti di bosco scuri: more e mirtilli. Alla bocca, tannini ormai ben fusi, giusta acidita’, freschezza; i legni di affinamento sono ormai un ricordo lontano, che il vino ha assorbito e fatto suo, senza stonature. E’ un supertuscan  da sirah e merlot che mantiene una sua levita’, sigla principe del suo territorio di orignine, quella terra benedetta di vigne e colline che si distende sulle alture del Montalbano, incastonata come perla presiosa tra Monsummano, San Miniato e Carmignano. Ha una voce sue, piu’ nordica, riservata e nobile di quella di tanti vini del Nuovo Mondo, cosi’ aperti, cosi’ diretti. Eppure, ha una nota sola: quell’assenza di polifonia e’ il segno e il limite che lo separa dal gran vino. Pensi a che cosa darebbero le uve nostre, il Canaiolo, il Sangiovese con la sua classe cristallina, in un terreno cosi’ vocato, se soggetti a pari cure. E li immagini, perche’ ne conosci i modelli, piu’ leggiadri, fini, articolati, luminosi. Piu’ unici e poetici: cio’ che in fondo, in ogni dove, l’appassionato oggi cerca per una stretta al cuore.

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Colli Euganei Merlot DOC 2008, Urbano Salvan, 13,5 gradi.

L’intenditore chic – e chiunque abbia visto Sideways – non ama il merlot. Io, che pure non l’ho mai amato, nemmeno miscelato in uvaggio insieme ad altre uve, ho cominciato invece a guardarlo con la tenerezza che si riserva al brutto anatroccolo. Perché, diciamocelo: se certi vini da merlot in Italia sono nati per moda, con l’intento di stupire, larghi e piacioni  per strappare prezzi stratosferici – talvolta immotivati – tanti altri invece raccontano storie più antiche, dignitosamene contadine o distaccatamente nobiliari. Perché il merlot è uva generosa, che docile si adatta a terreni infelici e climi freddi; e facilmente si vinifica, dando un vino piacevole, corposo ed avvolgente al palato. Così, dopo che la fillossera distrusse le vigne tra Ottocento e  Novecento, tanti lo piantarono -nel nostro Nordest soprattutto-a sostituire vecchie varietà, per riavere in fretta il vino; e generazioni ne bevvero, ristorandosi dalle fatiche agrarie, dal lavoro delle fabbriche, dalle miserie quotidiane. E’ sciocco ignorare tutto questo e  far di tutta l’erba un fascio. Questo Merlot Riserva dei Colli Euganei dell’Azienda Salvan mi racconta quella storia, con orgoglio e dignità, fin dal colore; dove il rubino di media concentrazione si tinge appena di granato ai bordi: una veste demodé, a rimarcare un lungo affinamento in botte grande; pratica ormai desueta, ma che fece grande la nostra enologia. Appena aperto, ci restituisce sentori da vino di vecchia concezione: riduzioni ne velano l’aroma, una volatile insistente ci punge, un diffuso odore di quel che gli inglesi chiamano elegantemente “farmyard"lo appesantisce. Ma e’ solo l’inganno di una timidezza antica, di una donna che vuol essere svelata nel buio e col tempo. Riposa dunque bottiglia una giornata intera, il foro ben coperto da una garza; finché torno da te e finalmente ti trovo: finalmente calda, finalmente pulita al mio naso; dove ora son le prugne mature, le bacche di mirtillo, le more selvatiche, i lamponi, il ribes, in un bella intensità misurata, riservata, non diretta, ma saggiamente celata. Più sotto, note verdi di sedano, foglie di tabacco e torba, lievi ricordi di pelle e di affumicatura; ritorna quel "farmyard”, ma ora è solo un ricordo lontano, intrigante, di un’aia nel silenzio del crepuscolo, all’ultimo stridere delle rondini.  In bocca il suo corpo è medio, ma flessuoso; largo più che dritto e lungo; sornione più che impetuoso o autoritario. Eppure intenso è il suo sapore,  importante il suo tannino, vivida la sua acidità; e persiste sul palato. Un po’ scomposto ed arruffato, come un gatto che si gode il sole accoccolato su un davanzale, roteando la coda, guardandoti fisso, sfinge rustica ed elegante; che, lo sai, alla bisogna non manca di graffiare. Sui piatti più sapidi  della tradizione contadina, come pollami nobili lungamente cotti allo spiedo, sugosi, odorosi di legna. Io, per brevità, l’ho gustato sulle chiocciole col sugo di salsiccia ed un mio sentimento di casa.

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