Monteregio di Massa Marittima Brecce Rosse 2007, La Cura, 14 gradi.

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Massa Marittima sta alta su un colle, orgogliosa nelle sue pietre, guardando di lontano il mare che in epoche antiche le stava molto più vicino, lambendole quasi i piedi di gigante. Attorno, selve, verso l’interno tra le più impenetrabili della Toscana. Zona di attività minerarie remotissime, che vi han  portato il bene e il male. Certo risplende ancora della ricchezza e dell’importanza vetusta, basta riguardare la sua piazza monumentale, una delle più celebri d’Italia: molti l’hanno vista almeno una volta filmata o in fotografia, ma pochi saprebbero individuarla. Allo stesso modo sono convinto che l’appassionato si strugga ad indicare su una cartina le tante denominazioni d’origine di quella che viene definita nel mondo del vino “la costa Toscana”; e più ancora a spiegarne le differenze. Limite di comunicazione e legislativo, a mio modo di vedere: da una parte non si evidenziano adeguatamente le specificità, dall’altra si apre la porta ad una confusione di stili e prima ancora ampeleografica. La stessa DOC Monteregio è vasta e varia, a partire dai suoli per finire coi risultati enologici. Se, pistola alla tempia, mi dovessero intimare di indicare una caratteristica comune nei vini del Monteregio, azzarderei (sulla base della mia limitatissima conoscenza) un certo tratto minerale ed un profilo più continentale rispetto a quello dei figli di altre aree costiere. Tuttavia fuori discussione è la vocazione dell’area, che ha una tradizione antica e vanta almeno un paio di produttori di sonante rinomanza. Ricordo l’acquisto curioso di questa bottiglia in un negozio di Massa Marittima un pomeriggio caldo e luminosissimo d’estate (la luce laggiù è speciale): una di quelle gite quando la vita comincia ad invertirsi e tu che bambino venivi portato per mano in scoperta del mondo, ora conduci il passo ai tuoi cari. L’ho ben conservata – nel sottoscala umido e fresco, seminterrato e buio, della casa Toscana- ma dei vini del Monteregio ignoro la longevità: sarà solo bevibile o in buona forma? Affinato o solo invecchiato? In fondo ha più di otto anni al momento dell’assaggio. In realtà mi sorprende fin dal colore, rubino trasparente però deciso, ancora con barlumi di porpora al centro, mentre al bordo ha un’aureola granata. Sul calice è molto viscoso, forma archetti persistenti. I suoi  profumi sono assai intensi e nitidi: ci sono gli aromi terziari dovuti all’invecchiamento, molto tabacco in prima evidenza; ma anche tanta frutta rossa ben matura epperò fresca: i canonici frutti di bosco (mora di rovo, lampone, mirtillo) e -assai più sorprendenti- pesche dalla polpa succosa, quasi anche la buccia di melone. Completano il quadro originale ma non stravagante una speziatura tra il piccante, il dolce e l’amaro (pepe nero, cacao nero in polvere) ed uno sfondo piacevolissimo e intrigante di note di vernice. Una piacevolezza confermata dal sorso: il vino è pieno ma agile grazie ad un’acidità ancora discretamente rinfrescante e ad un supporto salino e minerale che lo rendono molto continuo ed irradiante. Se l’ingresso del palato si compiace di un tannino abbondante ma molto fine, la parte finale ne gode la buona lunghezza, ben bilanciata con l’alcol ottimamente integrato. Su una pasta al sugo di carne e poi ceci bolliti e conditi con la semplicità dell’olio d’oliva vero, pepe e sale, ha reso più bella la tavola donando istanti di gioia. Questo Monteregio, frutto di sangiovese per la maggior parte e di cabernet sauvignon per la restante (non trascurabile), che ancora lo diresti fruttato malgrado i suoi otto anni, sarà magari un capello fuori moda per chi ama i vini più lievi e rarefatti, però ha una sensualità così ferma, moderata e ben definita, da prenderti in contropiede nelle tue certezze: come una continua tentazione.

Bolgheri Superire Bolgherese 2010 Tenuta Di Vaira, 14,5 gradi.

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La sorpresa è il bello del vino; o, perlomeno,uno degli aspetti più belli; come quando un tempo si facevano le fotografie e Impazienti si portava dall’ottico per sviluppare la pellicola e si aspettava trepidando di vedere come fossero venute fuori: così è l’istante di attesa quando si stappa ogni bottiglia, e più ancora quando il vino è sconosciuto. Questo Bolgheri Superiore della Tenuta di Vaira mi arrivò regalo inatteso da mio nipote Mattia e dalla  sua fidanzata Federica. Ecco: un pochino di cultura in materia penso di averla, ma il nome Di Vaira mi era del tutto sconosciuto: vedi – amico, amica che mi leggi- un caso di produttore interessante che a quanto pare sfugge alla maggior parte delle guide. Ed una bella sorpresa! Perché come lo apro già subito mi dispensa una grazia superiore. Ora: se tu pensi a Bolgheri pensi ad una terra assolata, mediterranea, con la risacca del mare che quando il vento ulula l’inverno quasi imbianca di sale le vigne; ma quando c’è il sole la distesa delle acque fa con il cielo un doppio specchio riflettente, che dona una luce unica, sconosciuta altrove nel mondo. Ma se guardi ai vini – stante la vulgata- talvolta li trovi grevi ed aduggiati da un eccesso di sentori del legno usato per l’affinamento. Questo invece ha un altro canto: già appena aperto ha quel buon profumo  di cantina che ti rimanda all’ infanzia, quando il naso di soppiatto mettevi in quegli antri oscuri. Lo ritrovi, il sole, nel suo rubino fitto e perfetto, profondo ma non del tutto impenetrabile, così ricco da rilasciare gocciole in archetti fittissimi. Poi un aroma intensissimo che spazia dalla frutta nera e rossa (oh quanto odoroso ginepro, che sa dei segreti delle macchie! Poi more, mirtilli,susine e duroni), a lievissimi tocchi di vaniglia, per arrivare al tabacco, alla cera, al legno di cedro, ai pellami. In mezzo, ancora macchia salsa e rosmarino, forse tocchi di corbezzolo ed un ricordo di petrolio e di torba, note fresche erbacee che ricordano la menta, l’eucalipto, la cicoria. Bada però di concedergli il tempo del respiro, cosicché a te si apra e perda quel certo che di chiuso o di riduzione, che dir si voglia. Lo porterai poi alla bocca. È 50% Merlot e 50 % Cabernet Sauvignon; attaccherà sul tuo palato morbido, avvolgente; proseguirà flessuoso, ondeggiante come in danza; chiuderà poi energico come un colpo di reni. Morbidezza e croccantezza meravigliosamente fuse. Come si può però descrivere la grazia? Tannino ricco, fitto, maturo, ben distribuito e fuso, presente ma non altissimo; corpo che ha quella carnosità che tanti vini toscani classici non conoscono (quella che un sangiovese autentico difficilmente potrà mai dare), una buona lunghezza ed una perfetta integrazione dell’alcool: i 14,5 gradi come se nemmeno ci fossero. Un Bolgheri quindi tutto sussurri, poesia e ballo sulle punte? Sì: danza sul palato come una ballerina provetta; ed al sole a picco del mezzodì contrappone i pallori notturni della luna riflessa sulla costa del Tirreno. Rinuncio dunque volentieri alla muscolatura di potenti tannini e di spinta acida per questa sua eleganza naturale, che pare non conoscere belletti di cantina o, ciò che più conta, li sa ben dissimulare. Perché, se mi si passa l’analogia pittorica, sta a un Brunello buono come un Piero da Cortona sta a Giotto e Cimabue: e non è per forza un male, se restando tra gli uvaggi bordolesi mette facilmente in riga blasonatissimi cugini d’ Oltralpe e Californiani. Ne ho goduto su una fettina di cervo alla griglia semplicemente condita con olio di Seggiano ( d’oliva, ça va sans dir) e pepe in grani e poi con un pecorino toscano di media stagionatura e pizzichino; però è vino assai flessibile e sarei curioso di sentirlo sui tortelli al sugo o sulle lasagne. La mia sola raccomandazione  -amico, amica che mi leggi- è di berlo ora, di non aspettare: “ chi vuol essere lieto sia, del doman non c’è certezza” diceva Lorenzo il Magnifico. Non mi sento di pronosticare vita lunghissima a questo Bolgheri Superiore, non so interpretarlo in tal senso; ma se questo è il suo zenith, non indugiare; anche perché – t’informo- vedo in rete che il prezzo è a tuo favore.  

Margaux 2006, Chateau Tayac, 13 gradi.

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Quando apro un rosso di Bordeaux la curiosità è sempre forte. Non c’è nulla da fare: a lungo i vermigli di quella zona della Francia che si affaccia sull’Atlantico sono stati una archetipo per i consumatori di mezzo mondo e, da un certo momento in poi, soprattutto della nobiltà e di una certa borghesia, talvolta anche molto piccola, se gli studentelli della Boheme pucciniana, al freddo della loro soffitta, esultano a  una bottiglia di generico Bordeaux come al massimo lusso natalizio. Sia prova il fatto che Bordeaux, scritto con la minuscola, è diventato il sinonimo di una certa sfumatura di colore. E poi: l’infinita declinazione territoriale, aziendale e stilistica, coi comuni aldilà ed al di qua della Garonna e della Gironda, le classificazioni degli Chateau, i possibili uvaggi, come variazioni continue di uno stesso tema sortite dalla mano di un superbo contrappuntista. Tutto questo ha un fascino, non si può negare. Certo: ci sono gli Chateau Premier Cru, con bottiglie inaccessibili e superbe; ma anche un tessuto di produttori più semplici, simpatici, che producono vini da gustare sulla tavola,  più che da esibire, come questo Chateau Tayac. Se vedi lo chateau capisci: poco più che una casetta ed un vecchio capannone, fine dello sfarzo. Una gestione familiare, una conduzione corretta e senza grilli, con le fermentazioni in vasche di calcestruzzo e acciaio, l’affinamento ancora nel cemento e in barrique nuove, al 30%. Cabernet Sauvignon al 50%, Merlot al 40%, 10 % di Petit Verdot. Sulle 100.000 bottiglie. Rispecchia lo stereotipo di Margaux, che vuole i vini di questo comune dotati di profumo, grazia e setosa tessitura. Tende già – al doppiare la boa dei dieci anni- la tinta all’amaranto, sebbene ancora i riflessi siano rubini, di discreta profondità. Lascia sul bordo lacrime molto lente, quasi restie a formarsi e poco incise. Ha un profumo intenso, pieno e complesso, sebbene non nitidissimo: come quando con le vecchie reflex non ti riusciva perfetta la messa a fuoco. Così distinguerai al naso la frutta nera e quella rossa, un po’ di mirtillo e di mora e di susina, ma senza troppa evidenza. Avrai, come ti aspetti da un Bordeaux, un tocco di vaniglia, di cera d’api, di tabacco, ma la nota dominante qui sta tra la grafite e la polvere pirica: tutto sfumato però, e se da un lato sfugge, dall’altro non è banale, restando in un educato riserbo. Non conosce mollezze o suggestioni esotiche: malgrado gli anni, mantiene note di vigore giovanile. Anche alla bocca è fresco ed offre un sorso quadrato: ampio, ma non largo; lungo, ma moderato, con la chiusura piacevolmente insistita su quelle note di frutta nera e più ancora di grafite che sono un po’ la sua firma; lasciando un bel ricordo di tannino piuttosto presente ma aggraziato e di un’acidità sicura che gli dona un buon passo, più svelto che in altri conterranei. Come con altri Rossi di Bordeaux mi viene sempre fatto di pensare ad una bella prosa di quelle ampie, cadenzate, chiare, con le giuste pause: ideali per spiegare un concetto, un fatto storico; con qualche ben dosato scarto, anche un bel racconto magari in costume, perché  no. La poesia invece, con le sue accensioni, gli sbalzi, le rarefazioni, la trovo altrove: ma oltre al genio devo accettar sregolatezza. Non è bada, amico o amica che mi leggi, un valore legato al costo della bottiglia di per sé, quanto allo stile; ed, al solito, intendila al netto delle dovute eccezioni. Però questo Chateau Tayac è un vino di rispetto e autentico: vedilo infatti come abbisogna di ore ed areazione per esprimere se stesso e come cambia in positivo se gli dai un po’ di tempo per schiarirsi la voce. Godine rigorosamente al pasto, lì ti sarà compagno; e  gradito, io credo, sulle carni d’agnello. 

Cahors 2012, Clos La Coutale, 13,5 gradi.

Cahors fa parte, io credo, di quelle denominazioni francesi un po’ appannate, famose più per il retaggio di una storia lontana che per un’effettiva conoscenza, perlomeno al di fuor dei patri confini. D’altronde questa denominazione, parte di quella amplissima regione vinicola che viene rubricata sbrigativamente il Sud-ovest, ha sempre subito più che la concorrenza, la dittatura di Bordeaux, areale posto poco più a nord e a ridosso di fiumi e di mare: accesso al commercio più facile e perciò prodotti privilegiati dai mercanti e dagli investitori. Non è poco: il vino di Cahors, stimato già nel Medioevo per la longevità derivante da una carica tannica ed antocianica che lo rendeva nero e davvero godibile dopo molti anni, finiva al palato più moderno per risultare rustico: e forse lo era, se i mancati commerci non favorivano gli studi sul campo ed il rinnovamento virtuoso in cantina. Certo che acqua sotto i ponti (e vino nelle botti…) ne è passata: il Malbec localmente ampiamente usato -e chiamato cot- rimane quasi come curiosità a Bordeaux (dove un tempo era più diffuso), mentre è diventato il vino-vitigno simbolo dell’Argentina. A Cahors però non si è rimasti a guardare: se qualcuno insiste con i robusti vini tradizionali e perciò merita un plauso, altri hanno ricercato una certa freschezza, a rischio però di  appiattirsi sui modelli diretti e fruttati che vengono dal Nuovo Mondo – o di generare brutte copie dei vini di Bordeaux, a dispetto di un clima anche più favorevole: più stabile e temperato com’è da influssi che giungono addirittura dal Mediterraneo.
Questo di Clos La Coutale – a dispetto della bella  etichetta d’antan – è un buon compromesso con le tendenze moderniste, anche grazie ad un 20 % di Merlot che ammansisce l’ intransigenza del cot. Rubino al colore, assai e piacevolmente luminoso, di pregevole trasparenza, purpureo sui bordi e con lacrime fitte e regolari, ha un aroma molto intenso di frutta rossa, con una certa preminenza di fragola candita e ciliegia che fa quasi pensare ad una macerazione semi carbonica delle uve, che tuttavia non è esplicitamente dichiarata. Però – e questo è più interessante – la frutta rossa non te la butta sul muso, con l’ovvietà di tanti vini del Nuovo Mondo o anche – perché no- di parecchi Beaujolais, ma è finemente contrappuntata da una trina speziata e minerale che frappone una distanza che sa di riserbo, ritrosia, fascino, seduzione, come uno sguardo che saetta ma repentino sfugge: e dunque alloro, polvere pirica, cannella, noce moscata, chiodo di garofano, eucalipto, rosmarino, ricordi di pelle conciata. Di corpo misurato in bocca, ma saporito, ha un tannino ben presente ma garbato, piacevolmente terroso, forse un po’ verde. La sua acidità si colloca nella fascia media della banda, o poco più, mentre la lunghezza regala una certa compiaciuta soddisfazione, come l’allungarsi di una gatta su un divano. Certamente, ha un carattere nordico: rassomiglia ad una di quelle giornate soleggiate di fine febbraio, quando la campagna già riluce di verde e si profuma, ma l’aria è ancora quella fredda dell’inverno. Un vino buono insomma ( anche grazie ad una resa limitata a 45 quintali per ettaro, meno della metà di quanto previsto dai disciplinari di tante DOC italiane), non banale, di quelli che regalano una piacevole compagnia ed un dialogo garbato sulla tavola,  tutti i giorni se con lui tu stai bene. Ti piacerà anche il prezzo: credo intorno ai 6 euro al privato in cantina. Lancio la mia moneta: vorrei provarlo con un bell’umido: di pollo, di coniglio, di maiale, persino con braciole alla pizzaiola o osando salsicce e fagioli. Però: conoscessi forse bene Cahors e i suoi vini classici e antichi, sapessi quel che può dare la terra, forse non mi saprei accontentare e griderei magari persino allo scandalo. Beata ignoranza: mi sta bene così.

Saint-Estèphe 2012, Chateau Ormes de Pez. 13 gradi

Parlare dei vini di Bordeaux è come entrare nel mondo dell’alta aristocrazia: ci sono gli Chateau fissati dalla classificazione del 1855, praticamente immutabile, i 58 che producevano vini rossi e i 21 che producevano vini bianchi, il circolo chiuso della nobiltà. Bordeaux ha avuto però anche i suoi rivoluzionari: quegli Chateau che nel 1932, dopo 77 anni di immobilismo, si dichiararono Crus Bourgeois per elevarsi dalla massa dei non classificati: la rivincita della la plebe. In realtà la storia non è così lineare e a raccontarla tutta sarebbe più lunga e complessa della trama di un Grand Operà in 5 atti, tali e tanti i ribaltamenti e le vicissitudini. Quando la classificazione dei Cru Bourgeois venne rinnovata nel 2003, nove di essi vennero classificati come Exceptionnel: tra questi, c’era Chateau Ormes des Pez; e il fatto rimane, benché poi la lista sia stata annullata a suon di battaglie legali. Caso vuole ch’io ne trovi ed acquisti una bottiglia di 2012 a prezzo assai ridotto, a causa dell’etichetta rovinata. Si dice che i vini di Chateau Ormes des Pez diano il loro meglio dopo 6 o 7 anni dalla vendemmia, ma per una volta non so resistere, tanta è la curiosità di incontrarlo: ed in parte è un peccato, davvero l’ho aperto troppo presto. Al di là della sua tinta rubino profonda e giovanile, con intensità olfattiva dispiega la complessità dei profumi tipici dei vini del Medoc: frutta nera (mirtillo e more), poi un tocco di quella rossa (lamponi,susine e fragole), ricordi vegetali di foglia di cavolo, tanta grafite e cera d’api, la vaniglia e le note affumicate: legno, tabacco e pelle, ma lontani, non troppo marcati (vengono impiegate barrique in buona parte usate per il suo affinamento). Al palato è più incisivo che delicato: concentrato, rimane tuttavia fresco in maniera sorprendente, grazie ad un’acidità marcata benché nascosta da tanto estratto, bilanciando un tannino abbondantissimo che ne segna l’attacco. Prosegue salmastro al centro bocca, per finire su una persistenza lunga e ben bilanciata, senza eccessi alcolici,  che riespone i toni fruttati e affumicati.  È che Chateau Ormes des Pez ha caratteristiche peculiari e facilmente riconoscibili: in lui parla il territorio di Saint- Esthepe, che si trova più a nord di Margoux e Saint-Julien e rispetto ad essi ha un clima più freddo ed un suolo più ricco d’argilla, portando a privilegiare quote non marginali di Merlot nel taglio e originando vini potenti ma abbordabili, seppur con tannini cocciuti e terrosi. Il vino di Chateau Ormes des Pez ne risulta elegante come può esserlo un gentiluomo di campagna: più cordiale che suadente col suo tannino rustico, a un tempo orgoglioso e domestico; indubbiamente nordico ma non algido, perché terragno. Ecco, la terra: quella che conta più di qualunque classificazione, l’imprescindibile costante dove l’uomo deve affondare le sue mani. Gastronomico e flessibile negli abbinamenti, sarà su una tavola imbandita che ne apprezzerai la sua robusta prosa, preferendola ad altezze verticali di poesia.

Chateau Tour de Capet 2011, Saint-Emilion Grand Cru, 13 gradi.

Da che parte si comincia a parlare di Bordeaux? Dalle grandi uve delle sue vigne? Dalla varietà dei suoli e dei microclimi? Dalle differenze -marcatissime- tra i vini della Riva Destra e della Riva Sinistra? O dai grandi nomi ricercatissimi, che strappano prezzi da capogiro? Stando alla zona di Saint-Emilion, dove la vite si coltiva da epoca romana, quelli altisonanti di Chateau Angelus, Chateau Ausone, Chateau Cheval Blanc, e via via, una serie lunghissima. Oppure si può restare coi piedi per terra e annotare che la realtà si fonda su un tessuto di produttori meno celebrati, talvolta di piccole dimensioni, e che non mancano nemmeno le cooperative. Non ti annoierò -amico, amica che mi leggi – con numeri e statistiche; tanto vino tuttavia, che se non ha l’opulenza e la concentrazione dei massimi, ha in tanti casi una benvenuta misura di buonsenso borghese. Prendi questo Tour de Capet: non cerca di strafare e nemmeno di stupire, in un senso o nell’altro; ma non è un male. Ha un bel colore rubino medio, con riflessi ancora purpurei al centro ma già un po’ granati sull’unghia, e lascia sul bordo del bicchiere archetti fitti e veloci. Una certa intensita’ di profumi ti rammenta in trasparenza la sua origine: merlot  per quattro quinti e cabernet franc per il restante, frutta rossa da una parte e toni più vegetali dall’altra: susine e alloro. Un tocco di vaniglia, anche troppo insistito, e voila’. Al palato ha tannino: fine, in discreta quantità; l’ acidita’ -buona- lo raffresca. Il corpo, la trama: sono medi, resta ben sorvegliato per non offendere, serra il palato ma senza stringere: lo riempie, ma non lo sorprende. Sa esattamente quale sia il suo ambito, quale il confine a lui riservato, quale il limite di rifinitura oltre il quale non gli è dato di andare – ed al di qua  del quale non gli è dato di stare. Ecco la sua inclinazione: il ruolo sulla tavola, dove restare compagno affidabile e discreto che non dispiace a nessuno, solido e certo giorno dopo giorno, pasto dopo pasto. Più che una poesia, una prosa scorrevole e tranquilla, senza scarti e sorprese e invenzioni immaginifiche. Perciò, se vuoi avere il suo meglio, eleggilo alla tua mensa con le vivande classiche della cucina borghese e ne avrai un matrimonio di conforto. Per me l’abbinamento perfetto – la rara reciproca esaltazione di cibo e di vino- e’ stato con la borghesissima e lombarda frittura piccata, com’essa si ritrova in un vecchio testo – questo si’ veramente scoppiettante: La Pacciada.

Terre di Franciacorta Rosso 2001, Bersi Serlini, 13 gradi.

Se dici Franciacorta dici spumante metodo classico. Oggi. ‘Antanni fa avresti detto magari vini rossi. Prendi Bersi Serlini di Provaglio d’Iseo,  attiva dal 1886:  il rosso lo fa  ancora, se tu guardi sul sito però è nella categoria “piccole produzioni”, la scena restando tutta ai vini con le bolle. Se consulto “I vini d’ Italia” di Veronelli, edito da Canesi sul finire del 1961, gli spumanti nemmeno compaiono, ma si parla di vini da pasto e “fini da pasto” (definizione bellissima e desueta) a base di barbera, berzamino (e quest’uva, che cos’è?), sangiovese e vernaccia bianca: uvaggi, come usava per lo più nella nostra bella (ex?) Italia. Ho qui con me un Bersi Serlini del 2001, allora ufficialmente Terre di Franciacorta, non ancora Curtefranca come da nuova denominazione. Le sue uve: Cabernet e Merlot fino ad un 90% del totale, un saldo di Nebbiolo e Barbera, fino a un 10% ciascuno, secondo l’annata; diverso quindi dal tipo citato nel venerando (e venerabile) volume veronelliano. Pero’ quell’essere “sapido, generalmente con accentuato retrogusto amarognolo” tutto lo riconosco in questo vino vecchio di 14 anni, granato di media profondità nel mio calice, con archetti radi, irregolari e veloci a scorrere sul vetro. Veduta personale e lombarda dell’uvaggio bordolese, più dinamica, piu’ scattante e alla mano. È tuttavia emozione quella che ti sale al naso, quando il fruttato ed erbaceo giovanile gioca ora con trame più dense di foglie e sottobosco d’autunno, perfin della torba del vicino lago Sebino, con quella nota sottilmente idrocarburica ed empireumatica che avvolge di profondità e mistero la frutta nera dei mirtilli e ginepri, delle prugne secche, della buccia di fichi neri, appuntita da tocchi di nespole e erbe: la selvaggia amata cicoria di campo. Si’, i sentori del legno: vaniglia e fume’ ma leggerissimi, piacevoli come il tepore e il crepitare di un camino,  Eccolo in bocca: pieno, non imponente, ancora con quella acidita’ un po’ ammandorlata che lo spinge, fine ma non domo di tannino, soprattutto sapido e succoso, intenso, lontano anni luce da certi anemici Bordeaux ( e per prova provata ve ne sono!), perfetto nel suo tenore alcolico, che scalda solo quel che serve e si vuole da un rosso, infine discretamente lungo. Appena un po’ rustica e ruvida la sua trama, lana grezza più che seta e velluto, ma quella bella, fatta all’uncinetto per te dalla nonna. Cenni al gusto, aggiuntivi, quasi di pasta di pane e lievito. Veriddio che più che Bordeaux io penso al Chianti: altra terra per lo più d’uvaggio, altro vino di scatto e tenuta. Però, e’ come paragonar Leonardo ai leonardeschi: di la’ la complessa dimensione intellettuale, di qua una concretezza terragna e padana, alla maniera del Luini, del Moroni: vere entrambe di una verità diversa. Vino da bere e da godere questo, non da osannare: è difatti l’ho goduto, su conchiglie artigiane ed un mio sugo rosso odoroso coi porcini secchi. La mia chiosa: questo rosso con garbo e fermezza sussurra che la Franciacorta non è sol terra di metodo classico, ma a tutto campo, su quelle fatate colline, e’ terra da vini. Vini forti e rotondi, di dolcezza e pienezza lombarde: felicita’. Poi: ci siamo davvero accorti che la Lombardia, tra Franciacorta, Valtellina, Garda, Oltrepo’ e’ terra di grandi vini, tra le prime d’Italia, che non cede il passo a Veneto, Sicilia, Piemonte  e Toscana, per fattura, gusto e personalità? Eppure vedi -amico, amica che mi leggi- dove il lombardo e’ caduto in fallo: quella grandezza non l’ha saputa abbastanza promuovere e raccontare.