St. Julien 2001, Chateau Gloria, 12,5 gradi.

Viene persino troppo facile il gioco di parole e dire che qui c’è tutta la gloria del miglior Bordeaux della riva sinistra. Eppure è così: questo rosso quindicenne, di uno Chateau non classificato nella  celebre partizione del 1855 principalmente perché nato nel solo nel 1942 (che cosa significa la continuità aziendale a Bordeaux!), ma con vigne su terreni di tenute incluse nella classificazione 1855, possiede grazia, riserbo, profondità e sensualità combinate in modo rarissimo. Vino femminile, evoca quel tipo di donne da sposare: che ti faranno godere la vita intera, ma senza scosse, sapendo di poter sempre contare su di loro. Un Bordeaux questo che sa anche garantire poesia, non solo prosa. Di color rubino tendente nettamente al granato, profondo ma non impenetrabile, con gocciole veloci, fitte, che si dispongono in archetti irregolari, anche appena aperto sa esprimersi immediato e bene, con un olfatto intensissimo e molto concentrato, ma sfaccettato, profondo, commovente: sa di casa, di amore, di ricordi; ma qual è il profumo dell’amore? Più prosaicamente – amico o amica che mi leggi- vi troverai frutta nera principalmente: mirtilli e more,  prugne, ma anche tocchi di uva sultanina; non manca però la rossa : lamponi, ciliegie e amarene; e persino la buccia di pera. Ovviamente c’è quello che gli inglesi chiamano cigarbox e che per me è una commistione di tabacco, legno e cera: è la firma di un buon Medoc invecchiato. Poi, quasi rinfrescandolo, un deciso spunto mentolato, unito a note di pietra focaia. Infine, l’erbaceo: muschio, foglie di leccio e chioma di cipresso ( ma sono sicuro che qualcuno qualcuno citerebbe la marjuana….). Però  tutti questi aromi, benché variegati e ricchi, presi singolarmente non dicono molto: è la loro fusione perfetta a rendere questo vino commovente; perché possiede un che di antico, ma vitale, com’era la chiesa di San Barnaba di Milano prima dei lavori, con la devozione popolare: nell’oscurità della volta e dei muri il baluginare delle candele e degli ex voto, il fascino macabro delle reliquie nella cripta, poi tutto ahimè normalizzato sotto una coltre asettica di oro ed avorio. Tornando a questo Chateau Gloria magari vi distingui ad esempio la vaniglia, ma l’insieme è più che altro il ricordo di una credenza, o l’odore di un palazzo d’epoca (ricordo la villa Garzoni di un tempo, a Collodi, quando ne giravo bambino le stanze barocche dai pavimenti di cotto, lucidi). Al palato è delicatissimo ed estremamente signorile, ma con energia e dinamismo interno, come avesse un filo d’argento sotto traccia che lo anima. Vino senza dubbio secco, senza residui zuccherini, eppure puoi dirne l’attacco dolcissimo, perché quasi impalpabile. Ha progressione sicura verso un’ apertura solare del gusto, in sequenza,un vero crescendo. È croccante, persino.  Ha acidità solida, un tannino ben presente ma raffinato, un corpo gentile ma polposo, una lunghezza notevole: magari non eterna, ma equilibratissima, anch’essa sfaccettata e profonda, calda. Un vino che ha la dote rara di saper essere essere lieve, flessibile, carezzevole, avvolgente, fresco, malgrado la sua complessità e forza. L’ho trovato discreto su straccetti di vitello, ottimo su un formaggio inglese vaccino ( Hawes Wensleydale), eccellente su pancotto integrale con patate e carote, lo proverei su selvaggina da penna fiducioso di trovarvelo ideale. L’appassionato snob che beve solo Borgogna, poverino, sentisse questo Bordeaux! Colto in uno splendido stato di grazia, poco importa se come una farfalla che dura solo una notte perda rapidamente intensità ed anche l’equilibrio ne risenta: il ricordo della sua perfezione provvisoria resta indelebile.

Saint-Estèphe 2012, Chateau Ormes de Pez. 13 gradi

Parlare dei vini di Bordeaux è come entrare nel mondo dell’alta aristocrazia: ci sono gli Chateau fissati dalla classificazione del 1855, praticamente immutabile, i 58 che producevano vini rossi e i 21 che producevano vini bianchi, il circolo chiuso della nobiltà. Bordeaux ha avuto però anche i suoi rivoluzionari: quegli Chateau che nel 1932, dopo 77 anni di immobilismo, si dichiararono Crus Bourgeois per elevarsi dalla massa dei non classificati: la rivincita della la plebe. In realtà la storia non è così lineare e a raccontarla tutta sarebbe più lunga e complessa della trama di un Grand Operà in 5 atti, tali e tanti i ribaltamenti e le vicissitudini. Quando la classificazione dei Cru Bourgeois venne rinnovata nel 2003, nove di essi vennero classificati come Exceptionnel: tra questi, c’era Chateau Ormes des Pez; e il fatto rimane, benché poi la lista sia stata annullata a suon di battaglie legali. Caso vuole ch’io ne trovi ed acquisti una bottiglia di 2012 a prezzo assai ridotto, a causa dell’etichetta rovinata. Si dice che i vini di Chateau Ormes des Pez diano il loro meglio dopo 6 o 7 anni dalla vendemmia, ma per una volta non so resistere, tanta è la curiosità di incontrarlo: ed in parte è un peccato, davvero l’ho aperto troppo presto. Al di là della sua tinta rubino profonda e giovanile, con intensità olfattiva dispiega la complessità dei profumi tipici dei vini del Medoc: frutta nera (mirtillo e more), poi un tocco di quella rossa (lamponi,susine e fragole), ricordi vegetali di foglia di cavolo, tanta grafite e cera d’api, la vaniglia e le note affumicate: legno, tabacco e pelle, ma lontani, non troppo marcati (vengono impiegate barrique in buona parte usate per il suo affinamento). Al palato è più incisivo che delicato: concentrato, rimane tuttavia fresco in maniera sorprendente, grazie ad un’acidità marcata benché nascosta da tanto estratto, bilanciando un tannino abbondantissimo che ne segna l’attacco. Prosegue salmastro al centro bocca, per finire su una persistenza lunga e ben bilanciata, senza eccessi alcolici,  che riespone i toni fruttati e affumicati.  È che Chateau Ormes des Pez ha caratteristiche peculiari e facilmente riconoscibili: in lui parla il territorio di Saint- Esthepe, che si trova più a nord di Margoux e Saint-Julien e rispetto ad essi ha un clima più freddo ed un suolo più ricco d’argilla, portando a privilegiare quote non marginali di Merlot nel taglio e originando vini potenti ma abbordabili, seppur con tannini cocciuti e terrosi. Il vino di Chateau Ormes des Pez ne risulta elegante come può esserlo un gentiluomo di campagna: più cordiale che suadente col suo tannino rustico, a un tempo orgoglioso e domestico; indubbiamente nordico ma non algido, perché terragno. Ecco, la terra: quella che conta più di qualunque classificazione, l’imprescindibile costante dove l’uomo deve affondare le sue mani. Gastronomico e flessibile negli abbinamenti, sarà su una tavola imbandita che ne apprezzerai la sua robusta prosa, preferendola ad altezze verticali di poesia.

Moulis en Medoc 2008, Chateau Chasse-Spleen , 13 gradi.

6/7/2013 Chateau Chasse-Spleen ha una storia antica ed un nome curioso: per le sue origini bisogna risalire al 1720, in pieno Illuminismo; ma per il nome c’è una storia romantica. Pare infatti che Lord Byron, in viaggio verso il sud Europa e trovandosi in difficoltà, venisse ospitato dalla famiglia proprietaria dello Chateau, che gli offrì del vino. Questi lo gradì, dicendo che “cacciava lo spleen”, ovvero la malinconia e la noia di vivere. Ora io ce l’ho nel mio bicchiere e…chissà? Chateau Chassé-Spleen è tenuta non piccola (e delle grandi cantine diffido), e siamo a Moulis en Medòc: certo, Margaux è li’ a due passi, tuttavia Moulis non è un villaggio decantanto, non riempie col suo nome la bocca di chi cerca non il vino nella bottiglia, ma lo status sociale sull’etichetta. Io curioso lo verso; lui scende nel calice ampio svelandosi rosso rubino, bellissimo e giovanile, trasparente, con riflessi ancora purpurei, modulando archetti capricciosi sul vetro, frastagliati. L’aroma è intenso, appassionante, serio,seducente, femminile; tutto quel che ti aspetti da un grande di Bordeaux: nitidissime la noce di cocco e la vaniglia; poi la frutta freschissima e matura: la nera (mirtilli, more, prugne), ma soprattutto la rossa: ciliegia, lampone ed una sorprendente, vivida,  intensissima appena lo apri, fragola carnosa, concreta, rinfrescante. Su tutto,  una nobile velatura di cera d’api, a creare una distanza, un cannocchiale prospettico che ne evidenzia l’armonia,  l’emergere incantato delle torri di un castello dalle nebbie. Un aroma il suo  -si diceva- serio, composto; ma che attraverso le nari ti stuzzica, ti invita alla beva. Che si fa desiderio insopprimibile e gioiosa sorpresa: perché sulla bocca subito guizza leggero, danzando sulla lingua come una ballerina col tutù, pervadendo gioioso il palato e il cavo orale come la risata di Bacco; perché il corpo c’è, ma non è prevaricante; anzi  è scorrevole, passante, delicato, vivo, carezzevole e scherzoso. L’acidità è luminosa, ma non ti abbaglia; il tannino c’è -eccome- ma ha la consistenza di una cipria; e il suo sapore è più irradiante che avvolgente, è leggero e soave, senza pesantezze. Fosse una persona, sarebbe di quelle che sulle prime sembrano tanto austere, ma che in fretta scopri divertenti e giocose. Qui è la sua eccellenza: la sorpresa impagabile di un Bordeaux del Medòc vero (infatti tanto cabernet e un po’ di merlot e di petit verdot), ma bevibile, invitante, non monumentale, finalmente col volto sorridente e umano, che si presenta a braccia aperte; quasi, verrebbe fatto di pensare, un Bordeaux quotidiano. Non c’è che dire: il buon vecchio Byron, ne capiva! Perfetto sulle carni, l’ho gustato con piacere estremo su una zuppa di cipolle alla maniera antica toscana: senza il formaggio. Ha una bella vita davanti a sé; ma come resistere, e non berlo ora?

Pauillac Chateau Batailley, 5ème Cru Classé 2004

Chateau Batailley deve il suo nome ad una battaglia decisiva della Guerra dei Cent’Anni. Dove oggi sta il candido edificio del Castello e dove  sono le vigne, nel 1452 armigeri e cavalieri si combatterono, in un cozzare selvaggio di armature, di spade sguainate, di cannoni tonanti, catapulte, palle incendiarie, frecce, stendardi svolazzanti ridotti a brandelli dalla furia degli uomini, come vele dalla  tempesta. E sangue fu versato. Diceva Veronelli che se due ragazzi fanno l’amore in una vigna, l’anno dopo il vino verrà più buono. Come dovrebbe essere  allora il Paillac di Chateau Batailley? In realtà, è quanto ci si aspetta da un buon Bordeaux, già considerato di rango nella classificazione del 1855: un vino dal carattere serio. Ormai  a 9 anni dalla vendemmia è a un buon punto di evoluzione. La sua tinta è rubina profonda, quasi sanguigna, che prelude ad un vino ricco di estratti, ma non troppo alcolico (13%), muovendosi in un bell’equilibrio tra forza e grazia, tra piacere fisico e razionale distacco. L’aroma, intenso e profondo, è pure classico bordolese: ribes nero, prugne essicate, un aroma di peperoni gentilmente grigliati  su un fuoco dolce di brace, portato dal vento, nell’aria, sul far della sera; cedro, cera d’api, incensi; un tocco lontano, come l’eco di un ricordo, di vaniglia; respirando, lascia emergere anche un tono di violetta appena appassita. In bocca e’ setoso e delicato, carezzevole: seppur non privo di tannini, essi sono maturi, educati, come cipria fini, non ti disturbano, non ti aggrediscono. Allo stesso modo, la sua acidità è conciliante, rinfrescante:  è ancora discrezione, è educazione. Anche gustoso, pieno e potente: ma con levità, con un che di sfuggente, che invita a riberlo ed inseguirlo, bicchiere dopo bicchiere, con facilità incurante del suo spessore. Piace all’intenditore, ma appaga anche chi apprezza la semplice beva. Eccellente su un agnello o su formaggi a pasta molle tipo Camembert, o perfino su una pasta con un buon ragù di carne, è un affidabile viatico per scoprire il territorio; tutto sommato, a prezzi ragionevoli. Eppure manca qualche cosa: sarà un po’ di complessità? Sarà piuttosto un pizzico di emozione? Sarà magari il ricordo dell’antica battaglia, a raggelar la terra e le vigne; a negare, di fronte alla memoria dell’orrore, l’abbandono al pieno piacere?