Malvasia di Bosa 2006 secco, Cooperativa Viticultori della Planargia, 15,5 gradi.

Per me Bosa è l’immagine improvvisa di un cartello stradale nel silenzio della campagna sarda al sole di febbraio, sotto un cielo incredibilmente luminoso e azzurro. Ero in viaggio per lavoro: una lunga settimana percorrendo fuori stagione la Sardegna da nord a sud, scoprendola più autentica e più bella. Ad accompagnarmi un collega carissimo, per certi versi un maestro. Non ricordo se fosse già con me o se dovessimo incontrarci la sera a Sassari. Ricordo però il mare davanti ad Alghero, la distesa immensa delle vigne di Sella e Mosca, da lasciarmi stupefatto.
Le strade quasi deserte. Poi, a un crocicchio, un cartello tra tanti: “Bosa”. Il desiderio di svoltare, di raggiungere quel luogo, di camminare quelle vigne. La necessità di continuare oltre, giuste le esigenze della professione.
“Bosa”: il fascino arcano del nome, che ha in sé qualcosa di primitivo ed elementare. La locale Malvasia: vino esoterico del quale sentivo dire meraviglie per la rarità estrema, l’incostanza artigianale della produzione, il suo stile originalissimo e fuori dal tempo, la particolare lavorazione, la qualità sublime. Certi produttori entrati nel mito: G. B. Columbu, i Fratelli Porcu. Fortuna volle che prima di ripartire ne trovassi una bottiglia all’enoteca dell’Aeroporto di Cagliari, sebbene prodotta dalla locale Cooperativa che mai avevo sentito nominare invece che dai celebrati produttori locali.
Giacque per anni nella mia cantina in attesa, come tante, del momento giusto. Intanto mi interessavo del vino e studiavo, imparavo di quelli spagnoli di Jeres  che maturano coperti dalla flor, strato di lieviti che protegge il vino dall’ossidazione e introduce aromi particolari grazie allo sviluppo di acetaldeidi. Ecco che si annodava nella mia mente un filo che ha a che fare con la storia: la dominazione spagnola in Sardegna e il suo influsso. Non solo: giungendo la Malvasia da lontano, forse da Creta, mi pareva di scorgere nella remotissima Bosa un luogo d’incontro che misteriosamente univa l’Oriente e l’Occidente del Mediterraneo.
Alla fine un giorno l’ho aperta, senza un’occasione particolare, senza un’amicizia speciale lì presente con la quale condividerla. Solo per me: per conoscenza e piacere.
Non ha tradito la sua fama, non l’attesa: ambra trasparente, con lacrime lentissime, persistenti, abbastanza frastagliate, più che altro un velo. Aromi intensi e concentrati di caramello ed aldeidi, i chiari richiami dell’ossidazione e del particolare processo fermentativo; ma anche macchia, mirto, buccia di arancia e limone, che regalano all’olfatto una sensazione sorprendentemente fresca. Il resto arriva in seconda battuta: corbezzoli, castagne; ed in terza: alloro e timo, foglia bagnata, the, menta, fiori di campo, camomilla, zafferano, noce moscata, un pizzico di chiodo di garofano, note vagamente ferrose e un poco ematiche; profumi che sfumano e virano l’uno sull’altro incessantemente, talvolta coesistendo addensandosi o stratificandosi.
Di sapore concentrato ma straordinariamente lieve al palato, e magra di alcool diresti questa Malvasia. Soprattutto, secca: solo la presenza di glicole da’ un’apparenza di zucchero: considerarla un vino dolce è peccato mortale.  La trama è minerale, salina. Al gusto ancor più che all’olfatto emergono il tabacco, il tronchetto di liquerizia. Ha una bevibilità pericolosa questa Malvasia, dall’attacco fino al finale sfumato di discreta lunghezza ammandorlata, con note di noce e nocciola lì come fossero abbellimenti: persistente, ma non percussivo. Colpisce la tridimensionalità di questo vino arcaico, la sua capacità di ricomporre registri diversi e lontani in un insieme unitario e coerente. Si raccomandava in etichetta l’abbinamento con la pasticceria secca, quei dolcetti sardi così unici e gustosi che ricevevamo da un amico in regalo quando ero un bambino e tanto mi piacevano. E sarà anche giusto il suggerimento, ma mi par limitativo. Perché non goderne ad esempio come di uno sherry ammontillado, per un aperitivo di vera distinzione? Del resto questa è l’usanza locale, mi conferma un’amica di Bosa: sulle olive verdi del posto conservate sotto sale è un’ora da re, assicura, né stento a crederci. Io mi sono divertito a sperimentare e ne ho avuto piacere: buona sui taralli, ottima sulla bresaola; perché non provarla sulla bottarga e sui crudi di mare, o sulla cucina fusion, vista la sua flessibilità. Di qui passa io credo la rinascita di questa straordinaria tipologia italiana che ahimè rischia l’estinzione e la morte della memoria, attraverso il coraggio di ristoratori che davvero vogliano offrire nuove vie ai buongustai, non solo usando a vuoto la parola gourmet. Anzi: vorrei vederla come aperitivo d’obbligo nei locali italiani più raffinati e alla moda accanto ai cocktail più avanguardisti, eccellenza riconosciuta e immancabile al pari del Parmigiano e di cento nostre altre delizie. Altrimenti verrà davvero il giorno nel quale della Malvasia di Bosa celebreremo solo il De profundis. Intanto, mi vien detto (e spero sia un errore), la Cooperativa Viticultori della Planargia ha chiuso i battenti nel 2012: un etichetta e un vino – un sapore – che non esistono più.

Rioja Blanco 2014, Muga, 13 gradi.

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Se pensi alla Spagna, magari, le prime immagini sono quelle delle coste colorate, dell’assolata Andalucia: ecco, il caldo, la luce, il mare. Ma la Spagna è un paese grande, con un interno sconfinato, persino segreto in certe sue plaghe.
Dov’e’ la Rioja?  Certo questo non è un segreto, ma induce qualche riflessione: remota nella parte centrale del nord della Spagna, a ridosso dei Pirenei; al punto che nella sua porzione più fredda – la Rioja Alavesa- le uve stentano a maturare. Per dire che l’amico o l’amica che mi leggono, se si aspettassero di trovare vini solari e apertamente mediterranei, potrebbero anche trovarsi spiazzati. È pur vero che le mode e l’enologia moderne han portato anche qui a vini concentrati, polposi e fruttati, nel campo dei rossi; mentre in quello dei bianchi vanno per la maggiore le bevute anodine, aromatiche e dalle acidità vivide se non persino elettriche, grazie tra l’altro a vasi vinari d’acciaio, criomacerazioni e lavorazioni in riduzione, che hanno sopravanzato le pratiche antiche di travasi, legni, ossidazioni, che dopo affinamenti estenuanti davano vini gialli carichi se non addirittura ambrati: complessissimi, ma poco accetti dal bevitore medio moderno. Questo Rioja Blanco di Muga è un compromesso tra le due filosofie – se vogliamo- ma sorprendente: tecnicamente irreprensibile, ha però un carattere speciale,  in equilibrio tra sentimento nativo intransigente,  antico,  e accondiscendenza moderna.  Se lo guardi è paglierino trasparente molto tenue, con lacrime irregolari, distanziate, lente, evanescenti.  Il profumo è intenso, piuttosto complesso e tuttavia fresco e franco:  floreale da un lato, con la camomilla e il tiglio; dall’altro più fruttato: citrino anzitutto, poi con tocchi di frutta a polpa bianca (susine e pesche) e lontani cenni tropicali, ai quali seguono note leggere di vaniglia, più lontani ancora sentori di affumicatura e noce di cocco. Assaggialo: molto secco, ha un gusto di concentrazione superiore alla norma, dove spiccano accomodanti vaniglia e cocco, ma a compensare la bocca corposa (perché il suo corpo è pieno, seppur non grasso: più ricco di struttura che di estratti) c’è un’alta acidità. Il passaggio in carati gli lascia un corredo lievemente tannico, ma non l’appesantisce: con grande energia si allarga subito sul palato, poi vi si allunga facendosi affilato. Ricorda i bianchi di Borgogna e tra quelli uno dei discreti. Ricorda, appunto, ma non fa il verso; Al posto dello Chardonnay qui, ci sono i tradizionali viura al  90% ed al  10% la malvasia. Difatti soprattutto è originale negli aromi e mascolino. Curioso e da notare, teme la riduzione: se lo conservi dopo l’apertura con tappo ermetico in assenza d’ossigeno, l’aroma si sporca, il fluido diviene spigoloso in bocca. Lascialo invece libero di respirare e lui si equilibra: spariscono taluni eccessi di legno, la bocca riconquista salinità diventando avvolgente, e il naso assume toni ancor più freschi e nettamente agrumati; o meglio, di fiori di agrumi. Quest le ragioni native, l’orgoglioso scalpitìo ispanico, l’identità che sconfessa i transitori rimandi borgognoni. Eccelle, per il mio gusto, sui crostacei.

Vinsanto del Chianti classico 1997 Castell’in villa, bottiglia 941, 14 gradi.

 
Monumentale.
È la prima parola che mi viene in mente appena apro questo straordinario Vinsanto, ancor prima di versarlo nel calice, semplicemente avvicinando al naso – non accostando – il collo aperto della bottiglia.
La giornata trascorsa nel Chianti, da nord a sud: curva dopo curva, aprendo lo sguardo ai paesaggi amati, familiari e sempre nuovi, ai filari di vigne e gli ulivi che si incastonano tra i sassi e il bosco, suggestivi al sole di un inizio novembre inaspettatamente caldo: l’estate di San Martino.
Poggibonsi, Ormanni, Castellina,  Radda, Caparsa, Lucarelli, Volpaia, Vistarenni, Gaiole, Brolio: nomi familiari, sonanti, ciascuno un’evocazione di fantasmi che sono sogni e storie. Ciascun luogo una terra: galestro, macigno, argilla, arenaria, sabbia, tufo. Ogni sosta un paesaggio che è un quadro incantato, sfumato nel controluce o coi pampini direttamente illuminati e lucenti come foglie d’oro. A Villa a Sesta, una vigna gialla e rossa come una stoffa orientale si contorna del verde degli ulivi ed un cielo azzurro cobalto, così uniformemente terso come no ho visti solo in Grecia quando le Cicladi o il Dodecanneso sono spazzati dal Meltemi. Poco dopo, la svolta a destra; la strada che si allunga sul crinale tra un ampio anfiteatro di vigne a dritta e balze più scoscese a mancina. A valle le colline digradano verticali, poi le forme si fanno più morbide e accomodanti, fino a formare una piccola piana improvvisa. Lì, solitario si leva il monte di Castell’in Villa. È quasi un cono scuro ricoperto di vegetazione, con una fila di cipressi che si inerpica da nord avvolgendosi ad esso come una spirale, così che pare di vedere il Purgatorio dantesco. In cima, le strutture antiche e pietrose di Castell’in Villa: un po’ borgo, un po’ fattoria, un po’ fortezza, un po’ villa: difficile definirle. La moderna terrazza sul tetto della cantina lascia scorrere lo sguardo fino a Siena, che appare lontana, nel sole del meriggio, puro segno di torri contro un cielo d’oro; ma non ne altera il fascino, non ne svela il segreto, se dalle finestre, stesi, vedi i grappoli d’uva bianca ad appassire per diventare, a distanza di anni, Vinsanto. Annata in vendita: 1997, vino antico di diciotto anni. Antico, sì: o piuttosto dovremmo dire fuori dal tempo, tanto appare fissato nella perfezione della bellezza. Sono lì per esso, per il ricordo lontano di un altro indimenticabile Vinsanto di Castell’in Villa, un 1995. Nè so attendere un altro giorno, aspettando che si riposi dal viaggio: tornato a casa, lo debbo aprire.
Aromi potenti, dicevo, anche semplicemente levando il tappo, al punto che quasi ti fermeresti lì, immobile con la bottiglia in mano, esitando, quasi tu avessi risvegliato la Bella Addormentata e tu ne fossi ammaliato, intimidito e non volessi disturbarla oltre. Ma poi ti fai coraggio, vince piuttosto la curiosità di goderne in tutto il suo splendore. Allora lo versi, lo vedi scorrere nel calice formando uno zampillo prima e poi un picciol lago color ambra luminoso, dai mille riflessi, trasparente eppure profondissimo, che quasi trasluce nell’oro antico, quella tinta calda che solo i secoli donano ai monili  preziosi. Rotei il calice per goderne la danza, che sarà lenta, sensuale ma leggera: è molto viscoso, ma pur scorrevole e forma gocce lentissime continue sul cristallo. Con una forza che ammalia e stordisce, ti avvolgono profumi di miele di castagna, di muschio, di legna bagnata, di foglie bagnate, e altri mille di ginestre, di girasoli, di arance, di acacia, la melata d di bosco. Cotognata, caramello, cioccolato bianco nero e al latte, noci nocciole e mandorle sgusciate ( ma non pelate), alloro, abete, un po’ di melassa e liquerizia , canditi e spezie da panforte,  miele di rosmarino, la segretezza della macchia; così, casualmente, quasi trascolorano naturalmente l’uno nell’altro come tra loro le stagioni, come le spighe verdi che diventano oro, come le foglie ingialliscono, cadono e ritornano vive a primavera sui rami. Anche le aldeidi, perché no? Una nota acetica e di solvente che insinua una nota graffiante, sottilissimamente erotica. Sontuoso al sorso, molto dolce per lo zucchero residuo è dolcissimo per la trama, avvolgente, di stoffa morbida e carezzevole, vellutata; allo stesso tempo però fresco e salino, con una acidità altissima e vivida, che sparisce per virtù illusionistica come di un gioco di specchi, tanto è perfettamente integrata e bilanciata. Corposo, saporitissimo e continuo mentre irrora il palato, non conosce soste né cesure, è tutto un naturale flautato fluire, allungandosi in una persistenza ammandorlata e persino un po’ balsamica, dolcemente risonante anche a distanza di minuti. Monumentale, si diceva; eppure, sorprendentemente, soprattutto sussurrato. Un vino da meditazione, evocando per una volta a proposito l’antica definizione veronelliana: perché basta a se stesso, difficile essendo accostare tanta perfezione; perché qui siamo di fronte al senso che diventa forma pura: geometria, suono, luce. Come nella tappa ultima del viaggio dell’Alighieri.  

Vel Aules 2008, Rosso IGT Toscana, Fattoria Poggio Gagliardo, 15 gradi.

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Quando andai alla Fattoria Poggio Gagliardo, a Montescudaio, nel primissimo entroterra della costa pisana – e diciamolo pure, non un nome ed una zona sulla bocca di tutti- fu per acquistare un po’ dell’introvabile Vel Aules, del quale avevo sentito parlare a mezza bocca come di un arcano segreto: un vino, si dice, realizzato secondo i dettami di un trattato enologico del Settecento, perfino pigiato con i piedi in tini di legno, utilizzando un uvaggio particolare di uve autoctone ( la malvasia nera, tanto tipica del Pisano, al 62%, ed il colorino al 38%) coltivate e vinificate secondo le fasi lunari ed i dettami della biodinamica. M’aspettavo un vino strano, magari con un gran residuo zuccherino, con un’acidità volatile fuori registro e con imprecisioni aromatiche: in fondo, che ne sapevano nel Settecento di fermentazioni, ossidazioni, batteri ? E li’ casca l’asino: perché invece il Vel Aules e’ un vino modernissimo, che alla cieca quasi potrei scambiare per un rosso australiano o sudafricano o argentino, e di livello. Già stupisce e disorienta per le tinta rubina che e’ ad un passo dall’essere impenetrabile, tanto e’ fitta; però mantiene una lucentezza ed una naturalezza che sembrano smentire artificiose concentrazioni. Non essendo filtrato – preparati- l’ultimo bicchiere lo troverai un po’ torbido; ma più ancor di quello ne noterai le lacrime fittissime, lente, persistenti, li’ a sottolineare una morbidezza glicerica ed un tenore alcolico che riscontrerai al sorso in tutta la loro potente morbidezza. Prima, però, farai i conti con un aroma intenso e caldo, così lontano dall’ariosita’ leggiadra dei vini più toscani classici a base di sangiovese: qui, piuttosto, avrai un calore mediterraneo ampio, profondo di macchie scure ed ombrose, di mirti e ginepri, ove manca solo il rilucere nell’ombra dell’occhio di un daino o il grufolare di un cinghiale a rendere la misura della selva intatta. Corbezzoli, more selvatiche, mirtilli, susine nere fresche ed essiccate, fichi neri, ciliegie, lamponi, amarene, prugne rosse: un tripudio insomma di frutta matura e calda di sole, ma sempre vivida, non cotta o ridotta a marmellata; integrata piuttosto da aromi di verdure (peperoni verdi), di lieviti e di spezie dolci (cannella, noce moscata, cardamomo) e note balsamiche (l’incenso) e di legno (sandalo); profumi nitidi e ben fusi,senza traccia di imprecisione alcuna. Bevilo poi, e trovalo ampio, potente, pienissimo di corpo, saporitissimo, rispondente, dal tannino abbondantissimo e assai maturo, un poco piacevolmente terroso; dall’acidità spiccatissima, ma così integrata in questo vino dalle forme procaci da restare li’ solo come un potente sostegno, un motore che ruota a pieni giri e spinge il vino alla bocca, bilanciando un alcol si’ un po’ troppo abbondante, ma che regala calore, morbidezza, conforto. Lungo, sa danzare languido ed energico su un periglioso crinale, affascinando senza mai cadere, perfino concedendoti la tentazione estrema di un residuo zuccherino abbondante, quasi al limite dell’abboccatura, assomigliando in questo per davvero a tanti vini del Nuovo Mondo; ma con un’energia orgogliosa ed austera, ruvida e vellutata insieme, che è potentemente italica: un misto di eroismo guerresco da capitano di ventura e di sensualità languida da Venere bruna. Un vino fatto, dunque, secondo dettami settecenteschi? Sara’, ma allora veramente ci si chiede dove sia il progresso e se l’evolversi stesso del gusto non sia altro che un cammino breve e circolare. Di certo questo e’ un grande acuto delle terre della Costa Toscana, unico e originale. Di più: t’obbliga a cambiare il punto di vista, per una volta e a dire: buono in quanto diverso , buono in quanto – in una certa misura- non tipico e pronto a giocare tutt’un altro campionato. Amico, amica che mi leggi: non ti deluderà su un arrosto, ma se potrai gustarlo con un saporito umido, magari di cinghiale o con un bel “peposo”, allora appieno ne godrai.  

Eulalia Bianco di Toscana IGT 2013, Podere Spazzavento, 13 gradi.


Non godono di particolare favore i bianchi toscani di uve locali, esclusa forse qualche Vernaccia. Saranno pure in genere poco profumati o morbidi se li confrontiamo ai vari Chardonnay, Pinot, ai Chenin, o anche ai Fiano o ai Verdicchio o agli Arneis, ma a me piacciono – se fatti bene- per la loro bocca fresca ed energica, ficcante e penetrante , che compensa ampiamente e d’estate e’ una delizia. Questo Eulalia del Podere Spazzavento, biologico certificato, mi ha incuriosito, perché nasce da Vermentino, Malvasia e Colombana a Ponsacco, in territorio già pisano, non esattamente un luogo alla moda: oggi conosciuto per i mobilifici, in tempi più antichi le sue alture attiravano i cacciatori dai paesi che sorgevano allora sui bordi dei paduli di Fucecchio e di Bientina, quelli che oggi si distendono nella Valdinievole e sulla piana di Lucca: l’Altopascio, la Chiesina, quella sorta di piccolo Far West nostrano oggi dimenticato ma che ancora vive nei vecchi racconti. Andavano a tender le reti: chi se li poteva permettere fucili e cartucce. Chissà se per ristorarsi portavano una panzanella ed un fiasco di un bianchino come questo, paglierino e giovane, senza ciccia ma scattante, onesto, con aromi delicati ma fini e precisi di mela verde, limone, pesca appena appena matura,fiori ed erbe, con una dorsale discreta ma saldissima di pietra bagnata; ma che in bocca e’ pieno, saporito e assai salato, con un’acidità altissima che sveglia, pulisce, rinfresca, fa salivare? Più lungo di quel che ti puoi aspettare e d’altra parte così puro e diretto senza languori, che quasi lo paragonerei più alla glaciale trasparenza di una Vodka che alle sensuali morbidezze di un vino; ma in lui non i nordici inverni, non le gelide steppe polacche e russe, piuttosto il calor del sole, e le cicale, ed il fieno tagliato vi potrai trovare . Anch’io ne ho goduto su una panzanella e non avrei chiesto di meglio; ma me l’immagino anche in un calice la sera, con l’aria del mare, su una terrazza a Marina di Pisa, il brusio dello struscio sul viale, il candore profumato di un pesce fresco arrosto, gli amici intorno, gli occhi di una donna.

Per saperne di più: http://www.poderespazzavento.it

Maurleo IGT Toscana 2004, Pietro Beconcini, 13,5 gradi.


In Toscana, si sa (o si dice) il sangiovese e’ il re. Così almeno dall’800, quando il fin troppo citato a sproposito Ricasoli mise a punto la formula di gran successo del Chianti; ed infatti, ancora quand’ero bimbetto si diceva: “in Toscana e’ tutto Chianti”, intendendo appunto: “un vino rosso a base predominante di uve sangiovese”. Eppure non è stato sempre così ed esisteva in antico un’abbondante mescolanza di uve locali: tutte giù nel tino. Ancor oggi si trovano, qua e la’: quasi fossero reperti archeologici, in vigne marginali e magari semiabbandonate. A San Miniato (provincia pisana oggi, un tempo avamposto fiorentino) la malvasia nera teneva il campo quasi contendendo il posto e l’onore al sangiovese; più morbida, concessiva e polposa com’è. L’azienda Pietro Beconcini ha la meritoria caratteristica di battere antiche vie e per nulla scontate: dimenticate piuttosto, che solo se hai lo spirito errante e nobile di un pellegrino puoi imboccare. Vinificano questo Maurleo al 50% con il Sangiovese ed al 50% con la Malvasia nera: sarà essa giunta dall’Oriente risalendo il corso dell’Arno dal porto pisano ancora ai tempi della Repubblica Marinara? Rubino scuro profondo, ricca consistenza, ha in questa fase un profumo evoluto, un po’ da cercare, con ricordi sfumati dell’antica giovinezza: bergamotto, chinotto, bacche di ginepro. Macchia, torba, foglie secche e tabacco sono invece i profumi terziari figli dell’evoluzione, che ne rendono l’olfatazione pensosa e struggente. In bocca e’ morbido, fresco, di tannino delicato e un po’ terroso; corposo, di acidità ancora vivida ma ben integrata, flessibile e senza asprezze. Eppero’, pur apprezzandolo e non trovandolo stanco, ne rimpiangi la giovinezza più fruttata e dinamica e capisci perché nei vini fini da invecchiamento il sangiovese venne favorito: la malvasia, con quel suo nome d’oriente, blandisce come un balsamo, come una danzatrice esotica dalle profumate e procaci carni l’altro più ruvido, petroso, scorbutico, ossuto vitigno toscano. Per questa sua gentilezza, godine sui salumi della tradizione locale, specie quelli più speziati: soppressa e mallegato; magari proprio quelli di Sergio Falaschi, che tiene bottega a San Miniato.

Per saperne di più: http://www.pietrobeconcini.com/sito/

Morellino di Scansano “Nero” 2000, Fattoria Acquaviva, 13 gradi.


Se pensi ad un grande rosso italiano da invecchiamento la mente corre facilmente alle tre “B” (Barolo, Barbaresco, Brunello di Montalcino), non certo al Morellino di Scansano, perché con esso solitamente intendi un vino giovane, gioviale, che è bello gustare con gli amici, in una bella grigliata e magari all’aperto. Io però oggi ho qui con me questo Morellino “Nero” della Fattoria Acquaviva di Montemerano, che spariglia le carte e racconta una verità diversa: quella della colline tra il Fiora e l’Ombrone, che dal Mar Tirreno si inoltrano verso l’Amiata, con i loro poggi assolati, le loro brezze, le macchie selvatiche, le zolle di terra: argille, formazioni calcaree e vulcaniche; la storia della Creazione si fonde con quella delle genti che nei secoli dei secoli hanno abitato questi luoghi. Sangiovese, Alicante, Malvasia: ci sono nelle uve che lo compongono le tracce delll’Etruria e della Spagna conquistatrice all’epoca dello Stato dei Presidi, l’impronta di migrazioni antiche, di viaggi e sbarchi sulla costa non lontana. Lo sveglio dal suo sonno annoso estraendo un tappo di sughero intero, bellissimo, lungo, ancora integro; lascio che si risvegli e si distenda con la calma dovuta, il tempo di qualche ora; ma già ne intendo la sostanza eletta, l’eccellente qualità di rosso invecchiato. Ancora rubino trasparente e molto luminoso, appena granato sull’unghia, dimostra certo molto meno dei suoi 13 anni abbondanti ed è bellissimo vedere come sa ondeggiare sontuoso ed elegante nel calice, rilasciando archetti pigrissimi e persistenti, che evidenziano la presenza di frazioni pesanti ed oleose nella sua struttura. Ma è il suo respiro a conquistarti: perché non puoi parlar d’aroma, tanta è la profondità e l’altezza di quel fiato, che è come il mare increspato, come brezza lieve le sere d’estate più calde, come il sole sulla pelle, come rintanarsi accanto al fuoco; non è questione del fascino dei singoli aromi, ma la loro perfetta fusione, la millimetrica cesellatura operata dal tempo. Note eteree, di solvente, di vernice, di grafite, di roccia bagnata, che inestricabilmente si fondono al muschio, al tabacco, alle foglie bagnate, all’alloro, ai fondi bruni di carne, alla polvere di caffè, al cioccolato amaro, alla liquirizia; sotto, sfumate ma ancora vive e presenti, fragole, pesche, more, bacche di ginepro e corbezzolo; delicatissima, misurata, la speziatura di un chiodo di garofano, di noce moscata, tritati fini e fragranti, come mi ricordo si sentiva un tempo – ed oggi non piu’- affettando d’autunno il mallegato appena insaccato. Stupisce la bocca, a un tempo giovane e matura, sensuale, femminea: fruttata e carnosa, larga e avvolgente nell’attacco, morbida, vellutata, dal tannino fine, rotondo, ma ancora ben presente ed energico; che prosegue poi piena, corposa, ma decisa, senza alcuna mollezza, aggiungendo piuttosto una componente minerale sostenuta da un’acidità alta si’, ma perfettamente inserita e da una notevole carica salina, per una chiusura persistente e piacevolmente amaricante. Fascinoso dunque, e lo troverai ipnotico, se ti attarderai ad ascoltarne le variazioni cui darà vita nel tuo calice, di momento in momento. Ed allora, riscriviamo la geografia del vino? Non esattamente, ma questo Morellino di Acquaviva, che pur nasceva all’epoca senza tanti ambizioni ma con un giusto tappo (ed è fondamentale!) ci ricorda che certi blasoni nacquero non solo da qualità intrinseche, ma anche dalla presenza di strade, di porti e di mercati adatti ad assorbire il vino: la Torino sabauda e poi la Milano industriosa per il Barolo, Parigi e Londra capitali per i vini di Bordeaux. La vecchia Maremma amara, fangosa, solitaria, mefitica, buona giusto a prenderci la malaria e a perderci l’amore, non aveva bocche e ventri borghesi, ma solo braccia misere per la vanga e le gambe dei butteri.