Monsupello Nature Metodo Classico Pinot Nero, 13 gradi.

Credo che l’Oltrepo’ Pavese sia uno dei distretti vinicoli più belli e sfortunati d’Italia. La bellezza è evidente: basta recarsi colà, in quello che Gianni Brera chiamava “il mio orizzonte di pampini”, per rendersene conto: le colline ubertose, varie in forme e terreni; le differenze altimetriche; le bellezze boschive. In certe parti le vigne si distendono morbide e tonde come sui seni ampi e prosperi di una donna sdraiata che riposa; altrove, le pendenze sono talmente ripide (e i suoli spesso così sassosi) che si potrebbe parlare a ragione di viticoltura eroica. E non mancano – lasciami amico o amica che mi leggi stiracchiare un poco i concetti francesi- i Cru (uno per tutti, il Barbacarlo), gli Chateau storici (ad esempio, Frecciarossa), i vigneron, i villages.
Purtroppo non sono mancati negli anni scandali, frodi, fallimenti, o anche semplicemente  una gestione enologica, commerciale e legislativa zoppicanti, che hanno velato la zona di una nebbia più fitta di quella padana.
Si dimentica spesso poi che l’Oltrepo’ è la piccola patria italiana di uno tra i vitigni più nobili, apprezzati ed alla moda: il pinot nero. Arrivato in zona già a metà Ottocento con barbatelle prelevate in Borgogna, con quasi 3000 ettari esso copre oggi circa il 75 per cento della produzione nazionale. Nei casi migliori si può anche esclamare: “e che pinot nero!”. Infatti anche un produttore leggendario come il langarolo Bruno Giacosa si approvvigiona qui per le uve del suo metodo classico: ampio, vinoso, bellissimo.
Perciò, non è una sorpresa che mi si parli bene di questo  Nature Metodo Classico Pinot Nero, una piccola produzione dell’Azienda Monsupello. Ed io curioso, trovatene una bottiglia, mi dispongo all’assaggio, trovandolo di un bel colore limone carico, sì, ma vorrei dirti biondo, ramato. La sua mousse è delicata, di media persistenza: nulla più.  Ha un buon profumo nitido e fresco, di  media intensità, con aromi agrumati di  limone, arancia e  chinotto, di frutta a polpa bianca fresca, come  buccia di pesche; un po’ di quei sentori che derivano dall’affinamento e dal riposo in bottiglia, come mandorle e crosta di brioche, ma neanche tanto marcati a dispetto dei 30 mesi sui lieviti, a tutto vantaggio di una sensazione ariosa. C’è una nota minerale leggera, come di iodio. È un profumo quasi un po’ da cercare, in fin dei conti, come esprimesse una sua timidezza, chè solo apparenza, se la sostanza è quella che inonda il palato: lì c’è grinta vera, perché è pieno di corpo, secco, persino piuttosto tannico (per la tipologia) e con una acidità altissima: non scherza affatto, avanzando deciso verso un finale molto lungo: se  si può dire, non solo persistente, ma anche pertinace, con una giusta intensità di sapore. Insomma, vista la fama attribuita agli spumanti oltrepadani,  l’aspetti morbido, largo e piacione  e lui invece è netto, dritto, rigoroso fino quasi all’austerità. Più che il lombardone grasso tipizzato da Gino Bramieri, ricorda più certi intellettuali segaligni di stampo protestante e giansenista, come il Carlo Cattaneo delle Cinque Giornate del ‘48. E chissà: se nel salotto risorgimentale della Contessa Maffei tra le note di Verdi si beveva spumante, probabilmente era Champagne, ma a me piace pensare con un falso storico che fosse questo Monsupello. Ottimo, naturalmente, sul pesce e come aperitivo, ma per me, stanco per la  prima giornata di lavoro italiano dopo 5 anni all’estero, il pieno godimento è stato con un salame Milano.

Lugana I Frati 2010, Ca’ dei Frati, 13 gradi.

Portai questo Lugana con me in Inghilterra quattro anni fa, in quel che è stato per me scoperta, nuova vita, ma soprattuto esilio. Mi piacque allora che mi seguisse tra le nebbie del nord come ricordo di quel Lago di Garda così azzurro e solare e della bella Sirmione, che è così dolce sulle coste maestose del suo promontorio. Quante gite negli anni laggiù, con mamma e babbo, e poi amici ed amori. Recita la retroetichetta della pesantissima bottiglia di vetro nero: “raggiunge il suo ottimo gustativo tra il terzo ed il quinto anno dalla vendemmia”: sono stato quindi fedele all’indicazione del produttore, se ne ho ritardato fino ad ora l’apertura. Forse: in verità l’ho conservato in luogo sicuramente non adeguato e ne sono consapevole. Forza sù: lo apro, estraggo il lungo tappo di sughero intero, molto serio. Vedi? Eccolo dorato pieno, ossia di profondità mediana tra trasparenza e concentrazione, ma più vivido che pallido. Dispiega subito una grande pienezza aromatica da vino evoluto, con le note candite evidenti di frutta caramellata, e quelle di frutta secca. Similmente alla bocca: ricco di sapore concentrato e di residuo zuccherino, al punto che sospetto rasenti il massimo di 12 grammi per litro consentiti da questa DOCG che in materia  è particolarmente generosa. Ricorda quasi un bianco Pinot Gris alsaziano. Vino flessibile e passante sul palato, l’acidità  non basta però a bilanciarlo e mi resta dolce e pesante, al punto quasi di stuccare. Rimango insomma interdetto: ha tante caratteristiche che sulla carta amo (quelle note aromatiche complesse che solo la patina del tempo dona, la pienezza del corpo, l’intensità del gusto, la tessitura fitta ed elastica, la più che discreta persistenza, la tinta calda che tenta lo sguardo, la stessa abboccatura che di solito risulta così gastronomica e benvenuta negli abbinamenti), però nel complesso non mi convince.  Versa e riversa, sorso dopo sorso, il dubbio mi rimane. Diamine: è sconfortante, come uscire a cena con una bella donna dagli occhi splenditi, i capelli lucenti, il fisico sensuale e trovarsi e dire: “non scatta nulla, non so se mi interessa”.  Però ho imparato che col vino è come con l’amore: a volte ci vuol tempo, non bisogna giudicare d’acchito. Allora ne lascio un po’ da parte, una quantità bastevole l’indomani per goderne e non solo per un assaggio degustativo. Ecco che il tempo compie la sua opera ed il vino recupera il suo respiro, il passo lento e affaticato trova uno slancio nuovo all’aria che invade la bottiglia aperta. Gli aromi conquistano definizione: i fiori sono di nuovo sbocciati ed hanno petali di giglio bianco freschi e carnosi; sugli strati di frutta caramellata si sono ora posati limoni maturi e cedri aperti in due, odorosi; la frutta secca si ritira discreta  e si ammanta di una polvere di spezie dolci, dove la cannella si allea allo zafferano, per un profilo al mio naso più dinamico e vivace. Persino il residuo zuccherino cede il passo ad un’energia ritrovata: una corrente acida che sa spingere i motori ad un regime allegro è lì quasi per magia, come se un circuito elettrico a massa fosse stato d’un tratto ristabilito. Ora sì che ci siamo ed onore si rende al Turbiana o Trebbiano di Lugana – e su un antipasto all’Italiana o sui sapori complessi  di un pesce di lago o di acqua dolce, anche tu amico o amica che mi leggi potresti goderne trovandone una bottiglia gemella, prestando cura che la temperatura di servizio ne esalti gli equilibri: sia fresco infatti e per nulla freddo. lo lo so che non è vero, ho imparato che a quel tempo i vini eran diversi: ma mi piace tuttavia pensare che il poeta Catullo, tornando finalmente a casa nella sua Sirmione dopo un lunghissimo viaggio dalla lontana Bitinia, brindasse con un Lugana come questo al suo ritrovato tetto e che il vino gli stimolasse le risa, a lui e ai famigli: risa su risa, fino a inondare l’enorme casa dalle infinite arcate. Un Lugana come questo: vecchio del tempo dovuto al viaggio, degli anni rubati alla vita.

Sforzato di Valtellina Selezione 2008, Casa vinicola Pietro Nera, 15 gradi.

Una bottiglia, se ami il vino, è un regalo che ricevi sempre gradito e che lascia un impronta durevole nella memoria. Difficile aver gioia maggiore che condividerlo con chi te l’ha regalato, seppur magari – come nel mio caso – di vini assai poco intenditore; ma è persona speciale come la terra che origina questo rosso, la Valtellina. Terra dura, terra di montagna. Quante volte ci siamo sentiti raccontare dei terrazzamenti ripidi, dei muretti a secco, delle zolle strappate alla montagna a forza viva di braccia e sudore.
Non suoni tuttavia vuota retorica questa; corrisponde al vero, così come vere sono le tracce storiche di commerci del vino, con la vicina Svizzera in particolare: i rossi valtellinesi, che per la loro potenza stupivano il grande Leonardo qui si recò a misurare rocce per crear strade e difese, nei secoli sono stati fonte primaria di ricchezza per la valle. Fatica e ricchezza, quasi si parlasse di metalli preziosi da estrarre a forza dalla montagna, con ingegno e dedizione, figli della miniera. Ingegno, dunque, ed esperienza millenaria di viticoltori che sfidavano l’imprevedibilità della natura in epoche dove bastava ben poco a perdere un raccolto, in assenza delle moderne tecniche di allevamento e gestione della vite offerte oggi dal progresso e dalla scienza. Lo Sforzato – o Sfurzat, nella parlata  locale- nasce e nasceva dall’appassimento delle uve dei vigneti a quote più elevate, perche’ lassù era più difficile arrivare a piena maturazione, ma in compenso i grappoli erano sani, per la buona ventilazione. Con l’appassimento gli zuccheri e tutte le altre  sostanze dell’uva si concentravano e si poteva trarne un discreto vino. Questa, che era una tecnica tradizionale messa a punto per massimizzare l’uso della materia prima (e, si badi, non solo in Valtellina, ma anche in altre zone di montagna, persino in Lucchesia), è ormai impiegata piuttosto per produrre vini di qualità e stile particolari. Nel caso dello Sfurzat l’uva di partenza è il nobilissimo nebbiolo (la medesima -amico,amica mia- del Barolo, del Barbaresco) e pertanto i risultati possono essere sontuosi: perché l’appassimento, se ben condotto, ne preserva la naturale finezza, esaltandone la potenza e smussandone gli spigoli. Ed al morbido abbraccio di uno Sfurzat talvolta si ha bisogno di riandare, per quel senso di placido appagamento, di calma maestosa che riesce ad ispirare: quella sensazione che si prova di fronte allo scorrere pacato ma costante di un grande fiume. Questo di Nera è uno Sforzato molto tipico, invecchiato oltre diciotto mesi in botte grande e in bottiglia, ottenendo una tinta che sfuma con gradualità dal granato del bordo al rubino del centro, trasparente e luminosa. Lascia lacrime molto fitte e molto lente, persistenti ma indefinite e irregolari. Il suo aroma è intenso: petali di rosa essiccata e liquerizia anzitutto; sullo sfondo susine nere e tocchi di arancia rossa, ma sfumati, quasi lontani, perfettamente fusi con la polvere di caffè, il pepe nero, il tabacco biondo, i pellami. Lo troverai sul palato fine, elegante e di nerbo. Attacchera’ sottile, quasi tagliente, ma si aprirà  subito irraggiando un sapore altamente concentrato, sostenuto con intensità e tensione. Ne godrai l’acidità che è alta-non altissima: giusta, per richiamar e mai stancare; il gran corpo che sa essere leggero e scorrere continuo sulla lingua, laddove tanti vini d’ambizione ristagnano in opportune pesantezze e sfibrature; il tannino abbondante, ma sottile e rotondo. Certamente lo troverai caldo di alcool, ma in modo gradevole, misurato, e ti darà il piacere di una sosta al canto del fuoco l’inverno. E’ che vive nel contrasto tra questo calore alcolico ed una freschezza interna come di neve, che non deriva semplicemente dall’acidità, ma dall’insieme dell’aroma, del gusto e delle caratteristiche strutturali; e questo senso come di neve l’ho ritrovato, come una firma, nei più autentici vini di Valtellina. Non sarà magari lunghissimo nella persistenza come te lo aspetteresti, ma essa è nitida, bilanciata. Ecco, benché delizioso gli manca forse un po’ della complessità dei migliori, ma dalla sua ha la classicità e la naturalezza di un profilo dove non si affaccia la tentazione inopportuna di enfatizzare le dolcezze di legno di affinamento, dove non si cercano concentrazioni esagerate per stupire: insomma, uno Sforzato non sforzato, se mi si passa il gioco di parole, che si afferma per ciò che è anziché fingersi ciò che non è. Di questi tempi, non è poco. L’abbiamo sposato, in due, con un arrosto morto di manzo alla toscana.

Terre di Franciacorta Rosso 2001, Bersi Serlini, 13 gradi.

Se dici Franciacorta dici spumante metodo classico. Oggi. ‘Antanni fa avresti detto magari vini rossi. Prendi Bersi Serlini di Provaglio d’Iseo,  attiva dal 1886:  il rosso lo fa  ancora, se tu guardi sul sito però è nella categoria “piccole produzioni”, la scena restando tutta ai vini con le bolle. Se consulto “I vini d’ Italia” di Veronelli, edito da Canesi sul finire del 1961, gli spumanti nemmeno compaiono, ma si parla di vini da pasto e “fini da pasto” (definizione bellissima e desueta) a base di barbera, berzamino (e quest’uva, che cos’è?), sangiovese e vernaccia bianca: uvaggi, come usava per lo più nella nostra bella (ex?) Italia. Ho qui con me un Bersi Serlini del 2001, allora ufficialmente Terre di Franciacorta, non ancora Curtefranca come da nuova denominazione. Le sue uve: Cabernet e Merlot fino ad un 90% del totale, un saldo di Nebbiolo e Barbera, fino a un 10% ciascuno, secondo l’annata; diverso quindi dal tipo citato nel venerando (e venerabile) volume veronelliano. Pero’ quell’essere “sapido, generalmente con accentuato retrogusto amarognolo” tutto lo riconosco in questo vino vecchio di 14 anni, granato di media profondità nel mio calice, con archetti radi, irregolari e veloci a scorrere sul vetro. Veduta personale e lombarda dell’uvaggio bordolese, più dinamica, piu’ scattante e alla mano. È tuttavia emozione quella che ti sale al naso, quando il fruttato ed erbaceo giovanile gioca ora con trame più dense di foglie e sottobosco d’autunno, perfin della torba del vicino lago Sebino, con quella nota sottilmente idrocarburica ed empireumatica che avvolge di profondità e mistero la frutta nera dei mirtilli e ginepri, delle prugne secche, della buccia di fichi neri, appuntita da tocchi di nespole e erbe: la selvaggia amata cicoria di campo. Si’, i sentori del legno: vaniglia e fume’ ma leggerissimi, piacevoli come il tepore e il crepitare di un camino,  Eccolo in bocca: pieno, non imponente, ancora con quella acidita’ un po’ ammandorlata che lo spinge, fine ma non domo di tannino, soprattutto sapido e succoso, intenso, lontano anni luce da certi anemici Bordeaux ( e per prova provata ve ne sono!), perfetto nel suo tenore alcolico, che scalda solo quel che serve e si vuole da un rosso, infine discretamente lungo. Appena un po’ rustica e ruvida la sua trama, lana grezza più che seta e velluto, ma quella bella, fatta all’uncinetto per te dalla nonna. Cenni al gusto, aggiuntivi, quasi di pasta di pane e lievito. Veriddio che più che Bordeaux io penso al Chianti: altra terra per lo più d’uvaggio, altro vino di scatto e tenuta. Però, e’ come paragonar Leonardo ai leonardeschi: di la’ la complessa dimensione intellettuale, di qua una concretezza terragna e padana, alla maniera del Luini, del Moroni: vere entrambe di una verità diversa. Vino da bere e da godere questo, non da osannare: è difatti l’ho goduto, su conchiglie artigiane ed un mio sugo rosso odoroso coi porcini secchi. La mia chiosa: questo rosso con garbo e fermezza sussurra che la Franciacorta non è sol terra di metodo classico, ma a tutto campo, su quelle fatate colline, e’ terra da vini. Vini forti e rotondi, di dolcezza e pienezza lombarde: felicita’. Poi: ci siamo davvero accorti che la Lombardia, tra Franciacorta, Valtellina, Garda, Oltrepo’ e’ terra di grandi vini, tra le prime d’Italia, che non cede il passo a Veneto, Sicilia, Piemonte  e Toscana, per fattura, gusto e personalità? Eppure vedi -amico, amica che mi leggi- dove il lombardo e’ caduto in fallo: quella grandezza non l’ha saputa abbastanza promuovere e raccontare.

Franciacorta DOCG Cuvee Imperiale Brut, Guido Berlucchi, sboccatura 2014, L0235/13A2E114I , 12,5 gradi.


Se fossi snob, non vi parlerei di questo vino. Diamine: lo trovi anche alla Coop, all’Esselunga, all’aeroporto di Fiumicino dove l’ho acquistato per 13 euro o poco più. Ma io non sono snob, amo gli spumanti metodo classico e qui in Inghilterra mi son comperato anche qualche Cava spagnolo in offerta da Sainsbury’s; e pure qualche Champagne economico prodotto da una delle varie cooperative. Poi, se alla Royal Festiva Hall mi son preso un prosecchino, beh, tanto meglio se non ne ho chiesto il nome. Questo per dire che, a dispetto del favore che i vini spumanti incontrano, in giro si trova di tutto e la qualità non e’ necessariamente garantita; e il consumatore, consciamente o meno, vi si adatta.
Però questo Franciacorta DOCG, a dispetto dei tre milioni e duecentomila bottiglie nelle quali e’ prodotto, segna proprio un altro passo. E lo vedi subito nella sua spuma ben definita, cremosa, senza arroganza, che illumina la sua tinta di pallido color limone. Lo godi all’olfatto, che e’ intenso, nitido e fruttato seppur le note di lievito e pane non manchino: eppure sono così perfettamente, elegantemente integrate in aromi di agrume ( tanto mi ricorda il dolce limone di Amalfi! ) e di frutta a polpa gialla e bianca (albicocca e pesca noce), da apparire come colpi di pennello che rifiniscono caldi una tela sfumando e approfondendo un paesaggio, parti di una vibrazione atmosferica come il principio del sole che tramonta, arricchiti poi da una fuggevolissima ma apprezzabile idea di chiodi di garofano e di ruta. Ed alla bocca lo troverai ben bilanciato, riposato ma non grasso, carezzevole ma giustamente sorretto da una bella acidità, senza nessuna inutile svenevolezza, senza quella grassezza ed amaroticita’ che, a torto o a ragione, si attribuisce con biasimo ai Franciacorta. Anzi: ha un allungo più che discreto ed ordinato, ma soprattutto: amico, amica che mi leggi, qui c’è carattere! Non la controllata evoluzione degli Champagne, non la consistenza piacevolmente terrosa dei Cava, ma una nitidezza luminosa e solare fruttata che gioca qui il ruolo di una sigla di italianità; quasi ponendosi, se ben mi intendi, piacevolmente a metà tra un complesso Vintage ed in immediato Prosecco. C’è di che esserne, come italiani, estremamente orgogliosi: a quei volumi, a quel prezzo! Certo, starà bene, se lo vorrai provare, su antipasti di pesce o magari, persino, sulla tinca ripiena come la fanno sul Lago d’Iseo a Sulzano. Tuttavia, perché non giocarlo come un jolly su un tagliere composto dai meravigliosi formaggi bresciani dai nomi sonanti? Bagoss, Fatuli’, Rosa Camuna, Silter…

Per saperne di più: http://www.berlucchi.it/prodotti/#cuvee

Franciacorta Brut Enrico Gatti, sboccatura ottobre 2010, 13 gradi.


Certo che bere bollicine (non amo questo termine, ma mi adeguo!) e’ sempre un piacere, soprattutto quando non c’è altro “perché” se non la gioia della tavola.
Bollicine quotidiane? Magari così si esagera, diciamo piuttosto che ci son bottiglie che tale piacere invogliano a regalarselo di quando in quando, o magari anche spesso. Prendiamo questo a Franciacorta Brut di Enrico Gatti, che produce in totale 130.000 bottiglie, nemmeno tantissime per gli standard della zona. Al di la’ della veste accattivante dell’etichetta,semplice ma signorile (anche l’occhio vuole la sua parte) e’ soprattutto un vino benfatto e direi sincero: perché non si atteggia, non fa il di più, non vuol sembrare ciò che non e’; insomma, lontano da certi spumanti (e ce ne sono! Anche in Franciacorta) che fan la voce grossa senza averne adeguata struttura, ma solo a forza di dosaggi zuccherini e liquorosi e di lunghe permanenze sui lieviti, cercando così di mascherare, possibilmente, le carenze del vino base e dell’uva. Questo di Gatti, 100% chardonnay, tenuto 18 mesi sui lieviti ( malgrado sia stato sboccato tre anni e mezzo fa, e’ ancora in un’ottima condizione giovanile) fa il suo con onestà, col suo color paglierino scarico e con un perlage sottile, persistente e fitto ed assai spumoso, che titilla più che accarezzare. Non ti soverchia di aromi e non cerca complessità’ estreme, ma profuma intensamente di fiori bianchi e gialli, pompelmo, susine verdi, banana, un tocco di nocciole fresche, di miele d’acacia e crosta di pane, ma non di un robusto filone campagnolo, piuttosto di un panino all’olio. Forse appena una punta di burro ve la puoi trovare. Soprattutto però è nitido, pulito, solare. Al sorso e’ giustamente secco, ha una bella mineralita’ salina, un’acidità più che sufficiente a caratterizzarlo nel senso di una tensione sonante, piuttosto che in uno sfrangiarsi cremoso sul palato – anche fosse, però, che ci sarebbe di male se fosse salva la misura? Ma il corpo c’è e pure al persistenza, ancora su ricordi appena un po’ iodati, delicati di nocciole fresche e più decisi di pompelmo. Ne’ largo, dolciastro, piacione e tutto lustrini; ne’ meditabondo come il Pensatore di Rodin o i cupi santi di El Greco e giocato sul filo dell’ossidazione, neppure tagliente ed ossuto come vogliono certe tendenze un po’ autopunitive (e…“io bevo solo Pas dose’” dice l’enochic), piuttosto impostato sulla freschezza, sul conservare una certa purezza della materia, ma senza ossessioni; insomma, la sua chiave e’ un’equilibrio che direi quasi mozartiano laddove e’ la levità sorridente della forma a creare la sostanza. Forse per questo non sarà mai di moda: parafrasando una vecchia battuta e restando in tema musicale, l’equilibrio e’ come la musica da camera: buona, ma la praticano in pochi.

Per saperne di più: http://www.enricogatti.it

Non lo so 2011, vino rosso, Enoteca Cattaneo, 13,5 gradi.


La Brianza: quel triangolo di terra lombardo che ha per vertici Milano, Como e Lecco, mi diceva la maestra elementare quand’ero bambino. Per chi e’ cresciuto a Milano tra gli anni ‘70 ed ’80 era la palestra delle gite fuori porta, dei picnic in famiglia sui manti d’erba verde prima, e delle scorribande in vespa poi. Per molti altri, soltanto distese di capannoni laboriosi ed artigiani, dove curvare la schiena ed imperlare la fronte: la culla dell’industria milanese. Tra una manifattura e l’altra, però, le cascine dai cortili silenti, le travi pesanti appoggiate su granitiche colonne e festoni di mais ad adornare i ballatoi inarcati di legno tarlato: il retaggio del passato agricolo glorioso e dimenticato, dove i buoi sbuffavano avanzando nel freddo delle nebbie, donne in vesti nere filavano sulle sedie di paglia malmesse, pescatori attendevano nelle acque ferme dei canali e dei laghi minori incorniciati dalle selve, campane monotone e lente annunciavano tristi processioni con la risonanza di colpi uniformemente scanditi. Un mondo perduto e incantato, misero e dignitoso,spazzato via nel volgere breve di qualche decennio, dove il sovrano regnante era il piccolo baco da seta. Ma se la nostra macchina del tempo ci portasse ancora più indietro, prima che giungesse la filossera, ecco che sul gelso troveremmo maritata la vite e dal frutto tratto il vino. Così apprezzato da Manzoni, dal Porta; e, ne son certo, vi si ritemprava l’Ortis foscoliano in viaggio per abbracciare a Bosisio il caro Parini. Figuriamoci quel mondo, tra Settecento e Ottocento: la bella nobiltà, le parrucche, le vesti adamantine, le carrozze imperiose, i romantici fervori; la sosta rinfrancante in una rustica osteria, il cocchiere attendendo al ristoro dei cavalli, coi gatti capricciosi d’intorno. Tutto sparito e con esso le viti, sopraffatte dal moderno e da più lucrative occupazioni. Eppure tanto può la passione che qualcuno ripianta barbatelle: a Triuggio, località Ronco Vecchio, 370 metri sul livello del mare. Correva l’anno 2007. Ora: Carlo e’ un amico e devo a lui alcune delle mie più belle serate enologiche; e non solo. Eppure, senza piaggeria, questo suo vino rosso non filtrato ne’ chiarificato mi ha fatto batter il cuore. Perché è come una luce nella nebbia. Se ben capisco, tre quarti merlot, un quarto cabernet franc; ed io non amo il merlot. Ma di fronte alla bellezza di questo rubino molto fitto, ma non impenetrabile, luminosissimo, dall’unghia ancor quasi violacea, che posso dire? Giusto il tempo di osservarne gli archetti lenti, fitti, regolari, ma sottili ed evanescenti, per poi tuffarvi il naso alla scoperta di un aroma pulito, nitido, intenso, deciso ma per nulla sfacciato, mantenendo piuttosto una ritrosia, una elegante velatura seducente di dama che non ama svelarsi, ma piuttosto trattenerti nel suo mistero. Ecco che la frutta a bacca nera (le more e i mirtilli, ma anche le prugne) sovrasta quella rossa senza opprimerla (lamponi, ciliegie,ed ancora susine) in un dialogo seducente e amoroso; ecco che tutto s’ammanta di una screziatura vegetale e speziata, silvestre, come fuga errabonda fra i castagni, le acacie e le robinie in cerca di un riparo: ecco il pepe verde e il chiodo di garofano a mozzare il respiro nel riguardare l’ansimare del petto -l’afrore segreto della pelle- e il tabacco, tuffando la passione fra i capelli. Giù dunque nella gola, godendolo al palato incantevole per freschezza indomita, finanche nervosa; per la sostanza estrattiva e corposa che fa godere ma non stanca, in virtù di una spinta acida impetuosa, appassionata; di un residuo zuccherino importante ma non stucchevole; di un tannino fitto, abbondante, elegantemente definito, ma sempre di una misura nordica; di una mineralita’ salina evidentissima che grida le lodi della terra al cielo; per una persistenza lunga, bilanciata, con un alcol che non disturba un percorso così regolare, dall’attacco deciso, allo sviluppo compatto, al finale irradiante e lungo; ma sempre, comunque, leggiadro, danzante, di vitale leggerezza, a lui ignoti morbosi languori, tutto vincendo con la grazia della naturalezza. Fate, se potete, tappa all’enoteca Cattaneo di Carate, per procurarvene l’assaggio. Abbinamenti? Quando un vino e’ buono, e’ anche insospettabilmente versatile: io l’ho provato con pasta al sugo di cinghiale, con cacciatorino di Stradella; ma il mio breve nirvana l’ho avuto con un Parmigiano Reggiano di 30 mesi.