Muscadet Sevre et Maine “sur lie” 2012, Chateau du Cleray, 12 gradi

Per chi e’ nato tra le dolci sponde del Mediterraneo l’Oceano riserva un fascino tutto particolare. La nostra idea di mare e’ una morbida e calda culla; anche quando infuriato mugghia tempestoso sugli scogli, e’ come il rimprovero accorato di una voce appassionata e piena d’amore. L’Oceano no, e’ diverso: distesa immensa e fredda, che sgomenta: “fatti non foste a viver come bruti…”, la sfida e la ricerca, l’anelito verso l’infinito. L’Atlantico, la’ dove la Loira nel settentrione della Francia esaurisce il suo corso, riserva poi immagini rarefatte e nordiche, rinfrescando con le sue brezze le terre interne per diversi chilometri. Li’, nei dintorni di Nantes, nasce il Muscadet: e se sogni di sederti nel silenzio di un tranquillo ristorantino della costa, riguardando la sorda vastità dell’acqua, godendone i frutti freschissimi e crudi (le ostriche su tutto, così succose di salmastro), quello è il vino che abbinerai, secondo un cliché enogastronomico per una volta sensato. Ahimè, trovarne di buoni: perché tanti Muscadet sono, con disappunto, liquidi inodore e insapore. Ma questo di Chateau du Cleray, -annosa azienda forte dei suoi 95 ettari su suoli siliceo argillosi nei pressi di Vallet- lo rappresenta al meglio: si’, l’avrai pallidissimo paglierino nel calice; con un aroma che ha uno spunto delicato, salvo poi insinuarsi nell’olfatto in crescendo fino a divenire intenso: di agrumi (limone e cedro), di pesche fresche ed acidule, ancora appena un poco acerbe, e di piccole susine verdi, di pietre e di muschio bagnati, di erba verde tagliata poco dopo un temporale, con una personalità originalissima ma che nasce sotto il segno della discrezione. Non si impone, no, nemmeno al palato: secco più del gusto oggi corrente, corpo esile, ma nervoso e guizzante di un’acidità ferma, di un carisma salino che parla di terra e di mare che fanno all’amore, malia portata dal soffio del vento; e con questa sua energia discreta, che non e’ peso e forza muscolare, ma tensione nervosa, tempismo, coordinamento motorio, ti pulisce il palato, lo accarezza cremoso, lo stimola, lo rinfresca ed a lungo vi permane. Ecco un vino che vince perché non si impone; che nella sua ritrosia trova la misura per conquistarti; che nel sussurrare ti obbliga ad ascoltarlo, perché ha cose importanti da dire: voce per levarti la sete, per ristorarti amica nel tuo viaggio, di ogni superfluo privatasi. Si diceva per fama perfetto con le crudita’ di mare ed è verità; ma tu godine anche per raffinatissimo aperitivo o come sorprendente compagno di formaggi a crosta fiorita.

Saumur Blanc L’insolite 2012, Domaine des Roches Neuves, 2012. Thierry Germaine, 13 gradi.


Che uva lo Chenin Blanc: così versatile da dar vini secchi, dolci, fermi e mossi, imprimendo a tutti la sua specifica peculiarità; in grado di mantenere acidità sufficiente per il vino anche nei climi più caldi; altruista al punto di donare questa sua dote nell’uvaggio, ma senza prevaricare con l’aroma; disponibile persino ad offrire rese generose; sfaccettata al punto da apparire sfuggente, mentre invece è personalissima. Si è diffusa in tutto il mondo, ma tu vai a trovarla nella nella sua casa d’origine e terra d’elezione: in Francia, nella regione fredda della Loira. Prendi questo Saumur di Therry Germaine: e’ biologico, e’ biodinamico, si chiama “L’insolite”, forse perché Saumur e’ più famosa per i vini mossi. Soprattutto è uno Chenin paradigmatico: giovanilmente paglierino limpido, non troppo carico, con archetti evanescenti che ne rivelano una certa magrezza di corpo o almeno delle componenti più pastose e oleose: diremmo un fisico asciutto da modella. Ecco, a ritrarlo sarebbe proprio una di quelle persone – uomini o donne, poco importa – intelligenti, riservate, timide e perfino un po’ distanti all’apparenza, ma in realtà generose ed esplosivamente passionali. Perché sotto un aroma delicato ma incisivo di agrumi, di susine verdi, di paglia bagnata, di fiori, nascoste scorrono con violenza e forza magmatica folate terrose, profonde e complesse di polvere pirica, iodio, muschio, idrocarburo, capaci con l’areazione di soverchiare i valori, ribaltare gli equilibri di forza, facendosi preponderati e vibratili. La bocca e’ una sferzata acida, cui si sovrappone un bacio sensuale di miele, che già avevi odorato come una vaga promessa al naso: sapore, dolcezza segreta e consistenza permeante e carezzevole; ed un burro appena sotto traccia, ed un finale croccante di nocciole. S’avvia perfino un po’ tannico, inapprocciabile, ma si dispone sul palato sottile e tenacissimo, quasi un punto luminoso a mezza altezza del palato appena oltre la lingua, capace di irradiare intensamente come una cometa o una stella cadente che attraversi la notte tutta la curva celeste in largo volo aperto, in una sospensione quasi immobile, riflettendosi e duplicandosi sull’acqua nera. Sapore che è’ piccolo per dimensione e peso, ma è’ insistente, tenace, di una sensualità che è tutta forza d’animo compressa. Certo, non facile da capire, richiede tempi e convinzione: areandolo per ore e giorni prenderà confidenza, invecchiandolo per anni e lustri imparerà a lasciarsi andare e a darti con calore del tu. Non berlo troppo freddo. Fresco sui frutti di mare crudi; freschino su crostini di paté, terrine e pure su un salmone bollito, anche lievemente affumicato; potrai gustarlo anche con le carni bianche, ma te lo consiglio allora chambre’: come si dice in Francia, a temperatura ambiente. Ti sussurrò però in un orecchio: ne avessi un’altra bottiglia, me la terrei per il 2017 e magari oltre.

Pouilly Fumè 2011, Domaine de Rabichattes, Grebet Pere et Fils, 12.5°

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C’è, in questo Pouilly Fumé, qualcosa di antico. E non parlo, amico, amica mia, dell’etichetta vecchio stile – che pure, a conti fatti, nella sua finta ingenuità scopriamo invece programmatica; ma guardalo nel bicchiere, trasparente, nel suo color paglierino pallido pallido, quasi carta. Lo vedi che non sfoggia concentrazioni, non estrazioni sontuose ma forzate di aromi e sapori. C’è in lui qualcosa di virginale, di riservato…Al naso, non aspettari l’esplosione di profumi -pompelmo e frutto della passione – di un Sauvignon neozelandese e di tanti altri che, nati più in cantina che nella vigna, titillano i sonnolenti tioli dell’uva a liberare i loro odori abbacinanti. Qui hai un profilo classico, educato, cui devi andare incontro e un po’ pazientemente cercare. Vi troverai, un po’ nascosti i fiori (la camomilla, il sambuco, la ginestra) e la frutta a polpa bianca (le pesche ancora belle dure, piccine; le susine verdi) e senz’altro gli agrumi: limone e pompelmo, ma con grazia e discrezione: non ti chiamano a voce alta, ma con un sussurro; sono come filtrati, come addolciti, quasi che le api avessero tratto dal frutto il miele. Ed ancora, sorprendente, una nota minerale di pietra . In bocca è sottile e leggero; ma infiltrante, con acidità vivissima, che si insinua in ogni angolo della bocca, ripulendola. Il sapore è delicato, riprende gli aromi sentiti al naso, ma la bilancia pesa di più sull’agrume, sul mielato, sulla limatura di pietre. Non ’ lunghissimo: ti lascia così, svanendo, il desiderio di un altro sorso. E’ tanto lontano dai Sauvignon più moderni e alla moda:ti richiede un ascolto attento. Non berlo distratto dalla chiacchiera di un aperitivo: come una donna bella e di classe, vuole e merita un’appartata attenzione. Puoi berlo con cibi delicati di mare e di terra: preparazioni semplici, ma materie prime eccellenti. Per uno sfizio tutto tuo, con un fresco formaggio di capra. Oppure, bevilo immaginandoti come il Commissario Maigret, a un tavolo della brasserie Dauphine, mentre scaccia gli ultimi pensieri dopo una dolorosa indagine.

Pouilly-Fumè, de Ladoucette, 2009

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Se vedi lo chateau da cui nasce questo vino non puoi che pensare ad una fiaba: le torrette snelle e aguzze, la facciate candide dalle ampie vetrate, che accolgono sogni di principi e principesse e balli dorati; e dame e fate e scarpette di cristallo. Sullo sfondo, cieli perennemente azzurri e vigneti perennemente verdi, quasi che un incanto avesse stregato questo angolo di Loira. De Ladoucette è produttore serissimo, uno dei più grandi di Poully-Fumé, in quella zona di Francia che è patria del Sauvignon Blanc. E di lì, da quell’uva, arriva questo vino dal colore virginale, che diresti candido quasi, come velo di novizia. Eppur ti affascina ruotando nel calice, per le sue sfumature verdeggianti, sottilmente inquiete di un panico sentire. Ma poi: tuffa amico, amica mia, il tuo naso negli aromi che racchiude e sprigiona, ché sta lì la vera poesia: poesia alata! Ché non vi trovi grevità alcuna di mondo o di terra, se pur da la terra proviene; ché non vi trovi sentori banali – quel frutto così diretto e pungente di tanti sauvignon neozeladesi: certo piacevoli ma, diciamolo di sottecchi tra noi, un pochino monocordi. Qui, no; c’è altro qui. Qui tu apri la porta sul retro la mattina presto, quando l’aria e la terra son fresche ancora e umide di stillante rugiada; e la apri sull’orto e sulla verzura: ed allora ti inondano -e sereno te ne lasci inebriare- gli aromi delle piante aromatiche, verdeggianti all’aurora: la menta piperita, il prezzemolo, il dragoncello…e tutte, e proprio tutte son lì innanzi a te; fresche, ancora da cogliere e da asciugare. E poi le insalate: la verde e tenera lattuga, la riccia, il cicorino aromatico; e forse -dispettosa- si insinua un poco di ruchetta. Ed ancora, sentila, la buccia odorosa delle zucchine; e  i sedani orgogliosi …E la frutta che gialla deve ancora divenire; che, se appena ti allappa, quanto succosa ti rinfresca!  Perché così è anche alla tua bocca: fresco sì, ma non punge; anzi ti lusinga nel suo tocco salino, acido, ma fondamentalmente equilibrato; eppure è più birbante nel contrasto deciso di una tequila sale e limone ad una festa d’estate; ma quanto è piu’ nobile! Io l’ho provato su un risotto leggero (solo poco extravergine e burro a mantecare) di gamberetti e dragoncello; poi su un parmigiano stagionato 40 mesi; poi su un salmone bollito con salsa di yoghurt e menta; poi…ma come, già è finito? Che cosa importa: senza se  e senza ma, un grande vino: che non conta su note dolci di legno per far la voce grossa, ma sull’uva e sulla terra. Chapeau.

Saumur methode traditionelle AOC Bouvet Ladubay NM

 Quando si ragiona di bolle, in Italia, si parla per lo più di Champagne contro spumante (Franciacorta o Trento, non altro: si capisce); sì, proprio a partiti contrapposti, in un’eterna contesa tra guelfi e ghibellini. Eppure: quanto varia e interessante sarebbe la scelta, in Italia, in Francia e nel resto del mondo. Si prenda questo affabile Saumur: non è forse intrigante con le sue bolle cosi’ fini, ordinate e peristenti? Non fittissime magari, ma è un bel perlage, un elegante collier su uno sfondo pallido, delicato, di limone sorpreso dalla luce lunare. E la sua bocca diritta, risolutamente ma equilibratamente acida, non ti invita alla beva? Leggero, delicato all’olfatto e alla bocca, ma con quel sentore netto di miele citrigno, agrumato, che è caratteristico dello Chenin Blanc che si coltiva laggiù nella Loira? E migliora -eccome- a ore dell’apertura, arricchendosi. Se lo trovi -ti chiederà pochi euro- provalo piacevole aperitivo; o esaltalo, io dico, su un crudo di mare, coi crostacei e i frutti di mare, madidi d’acqua salmastra, freschi nel loro solido guscio.