Rosae 2009, Vino da tavola rosso. Giuseppe Rinaldi. 13 gradi.

Torno ad assaggiare questo vino dopo quasi un anno e mezzo. Forse è l’ultima bottiglia rimastami.

È il mio compleanno oggi: una festa molto misurata, perché ci sono altri e più importanti eventi familiari alle porte. Pici al ragù di manzo; con essi desideravo un vino amico. Guardando nella cantinetta domestica l’ho notato, mi è battuto il cuore nei ricordi, mi son detto che a 11 anni era inutile insistere a conservarlo oltre.

Il Rosae era il Ruché in purezza che Beppe Rinaldi faceva a Barolo e che credo tutt’oggi producano le sue figlie.

Potrei scrivere pagine su Rinaldi in aggiunta a quante se ne sono scritte, ma non è il caso. Negli anni che ho frequentato la sua cantina era per me l’incarnazione del vignaiolo artigiano e della tradizione enologica. L’ammiravo per il suo approccio idealista e disincantato, ironico e sornione, appassionato e saggio. Di più: nell’ambito dell’approccio formale tra un produttore e un piccolo cliente privato, gli volevo bene.

Tuttavia, preferisco quest’oggi concentrarmi sul vino più che sul produttore: mi pare una forma di rispettoso omaggio.

Questo Rosae di 11 anni ha tanto da dire. Rinaldi, che pure aveva il Rosae molto caro, lo considerava un vino da merenda -mi pare dicesse proprio così- da condividere con gli amici insieme al salame, al patè, a qualche formaggio. Implicitamente, non lo riteneva da invecchiamento.

Difatti, difficile che il Ruchè sia considerato tale anche in Monferrato, dov’è probabilmente nato e assai più diffuso: quel profumo primario di rosa, così marcato e diretto fino alla prepotenza, con tocchi di fragolina, su uno sfondo appena speziato; e la struttura morbida, seppur di sorso ampio, non incoraggiano lunghi affinamenti; anzi, ispira amore e odio, come mi diceva un pur bravissimo produttore di Ruchè di Ozzano Monferrato; che gli preferiva di gran lunga il nobile Grignolino.

Eppure questo Rosae 2009 lo trovo oggi buonissimo, ancor più che all’ultimo incontro.

Non ha nulla del vino ingessato dalla pratica enologica, nulla che suggerisca uno stato innaturale di ibernazione che l’abbia irrigidito in un cliché.

Lui, invece, appena tolto il tappo -perfetto- e versato, sembra gonfiare i polmoni e spirare soffi di perfetta armonia, come Eolo nella Nascita di Venere botticelliana, se mi si passa il paragone ardito.

Naturale già il suo moto nel bicchiere: senza sforzo, un po’ viscoso; con gocciole molto lente, irregolari, fitte, che trapuntano un bellissimo granato: trasparente, luminoso.

Ma è il profumo che va diritto al cuore: mi apre anni e stagioni di sentimenti e di ricordi.

La rosa c’è ancora, ma sfumata, integrata: parte di un tutto, di un paesaggio che scorre come dal finestrino di un treno a vapore o di una vecchia auto, cosicché avanzino non troppo veloci.

C’è la cantina di mio nonno, quando a novembre gorgogliava il tino, quando a settembre lavava le damigiane per la nuova annata. Ci sono le estati ed i campi riarsi al sole d’agosto, l’odore delle balle che seccano, il grano e il mais sulle stuoie prima che finisse nei contenitori per l’inverno. C’è il segreto del bosco, di un giardino incantato, dell’acqua che gorgoglia, ruscelli o fontanelle di pietra, non importa. C’è la chiacchiera al tramonto sull’argine del fiume, le galline che chiocciano al mattino, la civetta nella notte umida. C’è l’aria della terra di Langa sotto la neve, la mattina presto a Parafada, e poi al sole di mezzogiorno sul belvedere di Diano, mentre il vento spazza di fronte all’abbraccio delle Alpi.

C’è un palpito di vita, una storia raccontata in versi, a cuore aperto.

Poi, potremmo giocare ore coi descrittori di questo profumo sicuramente annoso, terziarizzato, ma ancora in divenire: oltre la rosa, amarena, fragolina di bosco, pepe verde e bianco, polvere di cacao amaro, arancia disidratata, funghi porcini, foglie secche, terra bagnata, noce, corteccia, liquirizia, gli accenti balsamici e di erbe verdi. Tutti fusi, sfumati, come in un quadro leonardesco, nel quale perdersi sognanti.

Potremmo dire che, col tempo, il territorio – le Langhe- abbiano avuto la meglio sul varietale dell’uva, che questo Ruchè baroleggi un po’; ma non basta a spiegarne la magia.

Inevitabile il sorso, una comunione più che un assaggio: centrato, pieno d’intenzione, lungo. La stoffa è setosa, la trama fitta, flessibilissima; il tannino delicato, maturo, disperso, ma di tenacia masticabile; l’acidità vivida, ma gentilmente distribuita sul palato; la salinità spiccatissima; l’insieme bilanciatissimo, rinfrescante, giustamente asciutto.

Un grande vino, da gustare oggi, più che con gli amici, intimamente, in muto colloquio; o, almeno, da tenergli un piccolo spazio lontano da clamore, per meglio ascoltarne la voce. Ecco che dopo tanti assaggi, eccitanti o deludenti, e tanti mesi di fatiche e di rincorse, ritrovo in questo vino antico, riservato, silenzioso, il senso profondo della mia passione e del mio scrivere.

Mentre batto i tasti mi cade l’occhio sul calice, preso a caso nella mia dispensa: riporta la scritta Vini Veri, associazione che Rinaldi contribuì a fondare.

Ci vedo un senso profondo; sempre che il caso, anch’esso, non volesse rendere omaggio a Beppe Rinaldi.

Beppe Rinaldi, come lo ho conosciuto io.

Beppe Rinaldi bastava sfiorarlo perché lasciasse un ricordo indelebile.

Se Fellini avesse ambientato un Amarcord nelle Langhe, di sicuro Rinaldi sarebbe rientrato tra i personaggi del racconto, con la sua figura caratteristica: non tanto alto, minuto di corporatura, trasmetteva tuttavia una sensazione di forza e robustezza. Il mezzo sigaro volentieri tra le labbra, i pantaloni di velluto a coste, i maglioni di lana grezza ( solitamente a disegni geometrici e sui toni del verde del marrone, quasi renderlo elemento terreste o consimile alla vegetazione); le sciarpe lunghissime, a quadri, di tinte terragne anch’esse, tipicamente avvolte al collo con una elegante negligenza che si sarebbe detta quasi studiata; talvolta, il cappello a falde sul capo.

Nella memoria si imprimevano però soprattutto gli occhi chiari, acuti e pungenti, e il suo sorriso parlante: ora aperto, ora sornione, ora beffardo. Sempre, a suo modo, sincero; anche quando si aveva l’impressione che giocasse a fare il burbero, o il misogino: erano, credo, maschere con le quali si divertiva un mondo.

Rinaldi era il difensore di una certa idea di Barolo: quando iniziai ad interessarmi seriamente di vino, la moda si orientava ancora verso vini di stampo moderno; io, che cercavo la tradizione più pura, venni indirizzato a lui. Bussai spesso alla porta della sua casa-cantina, che mi appariva come un luogo di sogno ed un salto indietro nel tempo. C’erano i segni di una nevicata lì intorno la prima volta che andai, un novembre, una decina di anni fa. Nelle sale sotterranee buie, botti di legno grandi e vecchie e il tino enorme del nonno; poi quegli elementi che hanno contribuito a definirne il personaggio: la barrique significativamente segata e utilizzata come poltrona, la collezione – invidiabile – di Lambretta (alcune rarissime), i bigliettini dove fissava riflessioni profonde, pensieri estemporanei, battute fulminanti (ne ricordo una, irresistibile, che suonava più o meno: “Donne: lunatiche, umorali. La chiamano sensibilità”). Rinaldi aveva il gusto della battuta, visibilmente: direi gli piacesse spiazzare e non amasse il politicamente corretto. Un provocatore, per certi aspetti: Rinaldi era una persona profondamente colta ed intelligente e tante sue affermazioni, apparentemente naïf, nascevano da riflessioni acute e da un profondo senso etico e della storia. Quando elogiava certi aspetti arcaici della società, o le cantine alsaziane e borgognone con le ragnatele e i pipistrelli, non aveva un atteggiamento diverso dal Veronelli del celebre detto: “Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale”: chi ancora oggi non lo ha capito e lo ha attaccato, o è sciocco o è in malafede.

Panta rei“, tutto scorre: questo Rinaldi lo sapeva bene, eppure si attaccava ad un’idea di società fondata su valori agricoli, egualitari, solidali e comunitari che gli era stata trasmessa dal nonno e dal padre, illuminato sindaco del Comune di Barolo. C’era certamente orgoglio nel proclamarsi quinta generazione di vignaioli, ma soprattutto un desiderio di custodia della terra e delle tradizioni: in tal senso lui si dichiarava artigiano, rimarcando una distanza verso ogni spirito commerciale o imprenditoriale, che pur rispettava se – ancora- sapeva legarsi ad un’etica ed al ed al benefico della comunità, intesa da Rinaldi in modo straordinariamente ampio: c’erano sempre bottiglie di colleghi da lui apprezzati in bella vista nella sua sala di degustazione e mai gli sentii dir male di qualcuno, anzi era prodigo di lodi per chi riteneva lavorasse con rispetto. Le esternazioni al vetriolo le riservava a chi, secondo lui, era colpevole di speculazione, a chi si approfittava della terra e dell’idea primigenia di natura per denaro, a chi aveva anteposto il soldo alla bellezza, alla cultura, al bene comune. In fondo per lui terra, vite, tradizione, comunità si fondevano in un’unica entità: quello che per i francesi è il terroir, per lui era un codice morale, dal quale non defletteva; e quel codice morale, che si sustanziava nel vino, era pienamente immerso nel sentimento del tempo. Ricordo una risposta che mi diede mentre mostrava orgoglioso la sua collezione di Lambretta a me, appassionato di motori: gli chiesi se erano funzionanti e se le restaurava; mi spiegò che più o meno tutte erano marcianti, se avevano qualche problema meccanico le sistemava, ma non interveniva esteticamente; commentò: “sono vecchie e vecchie debbono sembrare”. Allo stesso modo continuava ad usare il tino antico di suo nonno, colossale, sul quale doveva arrampicarsi con la scala e che ogni anno gli richiedeva manutenzione, stringendo e sistemando doghe qua e là. Lui sosteneva, penso a ragione, che quel tino aiutasse a far partire naturalmente le fermentazioni, però credo che se ne servisse soprattutto perché era quello di suo nonno, per il desiderio di custodia e di continuità.

Quanto al vino, non gli interessava farlo perfetto, nemmeno il Barolo, ma equilibrato e di carattere. Anzi, il Barolo lo voleva persino difficile, perché diventasse per l’assaggiatore occasione di ricerca, di percorso conoscitivo, di dialogo; poi, voleva che non fosse mai pronto, rientrando anch’esso nella sua vagheggiata continuità del tempo. Amava teneramente, credo, anche gli altri suoi vini, specie quelli minori: il Freisa, il Ruché, il Dolcetto, che si rammaricava stesse sparendo, ancora per speculazione. Così come si doleva della scomparsa, nelle Langhe, del bosco e della promiscuità delle vecchie aziende agricole, che allevavano le vacche ed avevano un buon concime naturale disponibile; degli insetti (la biodiversità); del senso di solidarietà comune.

Aveva acuto il senso del limite, connaturato all’antica cultura contadina: criticava, ad esempio, si piantasse nebbiolo in terreni ombreggiati, buoni più per le patate che per la vite; oppure, certe cantine faraoniche e di pessimo gusto, sfregi all’equilibrio del paesaggio, come lo sbancamento indiscriminato di colline. Non ricercava per sé aumenti di produzione e nemmeno l’acquisto di nuovi terreni, volendo mantenere la dimensione artigianale. Lui, che i vini avrebbe potuto venderli a cifre esorbitanti, teneva prezzi calmierati, ancora per convinzione etica che la cultura materiale dovesse rimanere accessibile, che un buon bicchiere dovesse essere parte della vita.

Questo era Beppe Rinaldi, come l’ho conosciuto io, per quei quattro o cinque anni che capitavo nella sua cantina con una certa frequenza, tre o quattro volte l’anno, persino deviando ad arte qualche viaggio di lavoro. Desideravo apprendere e pendevo dalle sua labbra: aveva una profonda conoscenza, anche storica, e mi pare che tenesse un quadernino col resoconto dettagliato di tutte le annate, anche le più vecchie. Mi aveva preso un po’ in simpatia: ogni volta mi chiedeva quanto mi avesse messo i vini la volta precedente e poi toglieva dal conto qualcosina: mi pare di rivederlo seduto al tavolo di legno, inforcati gli occhiali, con carta e penna. Di volta in volta, diventando sempre più famoso – un mito in vita- e ricercati i suoi vini, era più difficile trovarlo da solo e dialogare con calma. Tanti e tanti andavano lì o semplicemente per comprare il suo pregiato vino oppure per venerare un’icona: Rinaldi non meritava né l’una né l’altra cosa. Finalmente le figlie cominciarono ad aiutarlo e fu ben lieto, penso, di delegare a loro certi compiti di rappresentanza. L’ultima volta che lo incontrai, già molti anni fa, appunto chiesi alla figlia Marta di suo padre per un saluto e gentilmente mi portò da lui, che stava rintanato in un angolo della cantina, evidentemente stufo di tanti visitatori e delle solite domande. Mi parve stanco e quel giorno me ne andai con un senso di tristezza. Poi la vita mi portò lontano, ma in cuor mio pensavo sempre che uno di questi giorni sarei tornato a trovarlo, anche se, certamente, di me non si sarebbe più ricordato. Fino ad ieri, quando ci ha lasciato.

Si usa dire: “La terra gli sia lieve”. Io dico invece: “La terra gli sia gravida”: possa la sua lezione lasciare un segno, generare nuovi e grandi frutti.

Langhe Nebbiolo 2016, Tenuta Cucco, 14 gradi.

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Tra i comuni del Barolo, ho un’affezione particolare per Serralunga d’Alba.
Certo, conta l’unicità del timbro dei suoi vini: potenti, tannici, complessi, longevi; ma non basta a spiegarne la malia che su me il villaggio esercita.
Sarà magari che fu il primo che visitai durante la mia primissima gita in Langa, dieci anni fa: ricordo ancora l’impressione di severa grandiosità che mi suscitavano quei paesaggi, la forza morbida di quelle ripide colline, scure e sfumate tra i bagliori delle foschie autunnali; la salita, ripida, che quasi a balze in pochi stretti tornati risaliva lasciandosi alle spalle la vallecola e le memorie sabaude per spingersi tra le vigne in una dimensione fortemente rurale, bordeggiata di vecchie cascine, dove gli stemmi non sono nobiliari, ma quelli storici delle cantine, in ferro battuto e dipinto. Tutte le volte che percorro quella strada, attendo il momento nel quale comincia a snodarsi in cima al crinale, mantenendosi quasi piana, a destra le viti di Meirame , a sinistra Ceretta e Prapò, poi ancora Parafada e Lazzarito, in vista già del castello, che è un dito splendido e drammatico che punta verso il cielo, col borgo muto e solitario che si stringe alla sua base, conoscendo angoli di abbandono e di insegne da decenni serrate: là eran bottegucce che han perso ogni rilevanza sociale. È luogo di memorie e di singolari silenzi, chiuso nelle sue mura, ma basta affacciarsi percorrendone il periplo e  lo sguardo spazia verso Castiglione Falletto e Monforte, verso Diano e Grinzane, verso i poderosi contrafforti delle Alpi.   Poco prima del paese sta la Cascina Cucco, storico edificio affacciato sul Cru Cerrati, del quale rivendica in larga porzione il possesso. Questo ampio edificio sette-ottocentesco, ospita al suo interno una cantina suggestiva, ipogea, attrezzata secondo criteri di ragionata modernità: un paio di rotofermentatori di lucente acciaio, botti grandi per lo più, qualche barrique. Da qualche anno l’azienda ha cambiato proprietà ed anche il nome è mutato in Tenuta Cucco, a sottolineare un cambiamento che riguarda prettamente la gestione delle vigne, in conversione alla biodinamica: questo mi diceva l’enologo interno, persona di estrema e sincera gentilezza, mentre mi accompagnava tra botti e tini, un sabato pomeriggio di gennaio 2018. Dice il vecchio adagio che il buongiorno si vede dal mattino: mi incuriosisce allora l’assaggio di questo Nebbiolo che trovo, omaggio alla clientela, nell’annessa struttura bed&brekfast, un bel appartamento a ridosso della vecchia chiesa del paese. Lo apro pochi giorni dopo, tornato a Milano, come souvenir di quel bel fine settimana trascorso nelle Langhe.
Eccolo che già scorre nel calice, rubino trasparente, tendendo verso il bordo già al granato, con gradualità estrema, disegnando archetti sul bordo. Ha un profumo pulitissimo, di intensità notevole, però non sfacciata, subito marcato dai caratteri tipici del Nebbiolo di queste zone, con la rosa e la liquerizia in evidenza, quasi basso continuo; tuttavia, a ripieno, si svolge decisa e sinuosa la frutta rossa: le susine scurissime, a perfetta maturazione; qualche spunto di erba officinale: ruta; poi spezie: un chiodo di garofano netto, ammorbidito dalla noce moscata; un tocco di ginepro, di legno di sandalo, di incenso, su un fondale morbido di carrube. Lo bevo: il vino è carezzevole, ma secco e serio, intimamente piemontese. Non ti sbagli: alla bocca la potenza di Serralunga, il corpo pieno che soddisfa e appaga, ma non stanca mai, anzi richiama al sorso per l’intensità del suo bacio. Il tannino qui è abbondante, ma caldo, vellutato, fine e morbido, tale da invogliare la beva; l’acidità è medio-alta, la salinità ben percettibile, la lunghezza notevole ed ordinata, verso un finale pulito e asciutto. Il terroir di Serralunga, qui espresso in maniera mirabile, ma virtuosamente, quasi didascalicamente, con una precisione e pulizia che rendono la beva facile e invitante, scorrevole, amica. Questa sera, per noi, compagno familiare dei saltimbocca di tacchino col prosciutto. Che buono. Ah il Nebbiolo, quel Nebbiolo!

Barbera d’Alba Vin del Ross 2003, Bussia Soprana, 14.5 gradi

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Si declina per lo più al maschile, il vino: il Donnas, il Barbaresco, il Gattinara, Il Frascati, il Savuto, il Faro; lo Schioppettino, l’Alicante, l’Ortrugo. Pochissime e discutibili le eccezioni, e infatti si dovrebbe dire il Barbera; ma a me non riesce, specie dopo averlo assaggiato: una volta, tanti anni fa. La Barbera e’ femmina, non v’è dubbio; e non solo per il suo grappolo generoso, felliniano, né per la vigoria produttiva che la battezza fattrice e nutrice: e’ per il suo intimo essere più ancora che per il suo sapore,  per gli attributi che l’uomo nella sua storia, volente o nolente, le ha consegnato: materna a volte e a volte puttana, amica o amante secondo la bisogna, consolasse le fatiche o obliasse un perduto amore, accompagnasse una partita a carte sui tavoli di formica del bar o specchiasse gli occhi di una donna nel buio, al fiammeggiare di un camino. Perché la Barbera e’ mobile: sa vestire panni contadini e metropolitani, sa essere ragazzina e gran dama. Come fai a non dirla donna, con quel suo capriccioso mutare tra Asti, Langa, Oltrepo’ -sol per dire alcuni luoghi- sempre diversa e sempre lei? Come fai con quel gusto diretto e ammaliante, fruttato magari, ma sempre imprevedibile, con quel sorso apparentemente conciliante ma che sa subito sferzare? Questa di Bussia Soprana, non v’è dubbio, è una gran dama, che viene dalle nobili e forti terre di Monforte: tutta ne porta la nobiltà di Langa. Può tuttavia resistere la donna alle insidie del tempo o sarà mortificata dalle rughe la sua bellezza femminea? Può lo splendore delle forme enologiche resistere all’ invecchiamento, all’ossidazione, al semplice scorrere del tempo? Non ha  la Barbera particolare fama di longevità e la 2003 si ricorda come annata di caldo torrido, che nelle vie di Milano facevan ribollire l’asfalto persino la notte, che nelle aule universitarie obbligavano a tenere i finestroni aperti, e ciò malgrado si grondava di sudore. Pertanto il dubbio mi sovviene, di averla attesa fin troppo a lungo questa Barbera.  Ogni timore si fuga immediato all’estrazione del sughero, giacché ancora rubino molto fitto ma non impenetrabile, minimamente granato sul bordo, ella si offre alla vista. Dispiega a volo d’ali un aroma intensissimo, fragrante e caldo,profondo e freschissimo per lo sviluppo di aldeidi: fragole e ciliegie mature; tante spezie dolci e salate: noce moscata, chiodo di garofano, pepe, curry dolce, vaniglia, incenso, che contrastano con la dolcezza della frutta; tocchi discreti di pelle e tabacco; toni umbratili di un sottobosco si’, ma aperto,soleggiato, ricco di erbe selvatiche: finocchio selvatico e menta selvatica, anche alloro, corbezzolo. Vi senti persino emergere alfine il rabarbaro. Alla bocca  attacca dolce, corposa, perfino carnosa come una Venere piena e sensuale (lasciva ad un appassionato morbido forte abbraccio); decisa, sontuosa, con una ruvidità appena accennata e piacevole perché contrasta con la ricchezza di spezie orientali, così avvolgente di sapori e di morbida trama che non si sente quasi nemmeno l’alcol. Ha ancora alta e dalla sua l’ acidità ed ha molto lunga la persistenza, ma è anche parecchio salina;  ha tannino di media presenza ma assai maturo e grintoso; e perciò si dispiega  ritmatissima al palato, scattante, persino piacevolmente nervosa. Un grandissimo vino questa Barbera, che ha trovato il piacere perfetto su costine di agnello impanato e con le olive nere al forno.  

Dogliani San Luigi 2011, Pecchenino, 13,5 gradi.


Se dici Dogliani, dici dolcetto: tale e tanta e’ l’identificazione di questo angolo di Piemonte con quell’uva che vittoriosamente, qualche anno addietro, si è ottenuto di levarla dal nome della denominazione per una DOCG col solo luogo di provenienza. Siamo ancora in Langa, via, ma per una volta non è il nebbiolo a farla da padrone: questione di clima, di esposizione, di terreni, perché il dolcetto – più umile, verrebbe da dire – si adatta meglio anche al ricever meno luce. Curioso: lo stesso avviene sulla tavola, perché col nebbiolo nascono i Barolo, i Barbaresco, i vini delle feste; col dolcetto, invece, vini se vogliamo più da tutti i giorni. Ma altro che storie! Questo San Luigi di Pecchenino, averne, perché è proprio un regalo del cielo se puoi trovartelo a tavola tutti i giorni! Gira il mondo – amico, amica che mi leggi – ed assaggia in ogni dove: ma questa bellezza, dove la trovi? Per conto mio, per lui baratterei tante riserve e tanti altisonanti cru. C’è infatti in quel liquido rosso rubino, dagli archetti lenti, irregolari e fitti, una sincerità ed una semplicità quasi naïf che ti pare di leggervi il candore delle storie dei Fioretti di San Francesco. Come si può non gioire del suo profumo intenso, nitido, fresco e gioviale? Vi avrai fiori ( rose e viole e lavanda), fragole e lamponi, ma senza la banalità di una costruzione rileccata: sotto troverai, naturali e saldi, a creare uno spessore prospettico quasi fossero un digradare di nebbie in lontananza, il cuoio bagnato, la liquerizia, un tocco di cannella, un poco di polvere da sparo ed erbe aromatiche. Bevilo, gioiscine: lo scoprirai, come si diceva un tempo, passante; morbido, fruttato si’, ma con un che di minerale in lui, di teso, come in un energico sorriso; vi troverai un tannino maturo, presente ma con grande delicatezza, ed una acidità giusta, sulla soglia della piacevolezza; e tanta salinità piuttosto, che ti spingerà traditrice a berne a secchi, persistendo a lungo, in maniera inversamente proporzionale al suo peso: perché se è saporitissimo e carnoso, sa anche essere leggero e beverino. Ottenere questo risultato in un’annata – si dice- caldissima come la 2011, tanto di cappello! Sarà che in vigna e in cantina qui dai Pecchenino si usano solo un po’ di rame e zolfo, come facevano i nostri nonni, e si lascia inerbire la terra, perché trovi da sola il suo giusto equilibrio? E’ questo il vino per una chiacchiera tra amici, volta allo scherzare, al godere e festeggiare la vita, senza cupe meditazioni; o con una donna, se di quelle giuste, capaci di amare la materia e di badare all’essenza delle cose; vino che con pochi altri mi porterei su un’isola deserta, per ricordare i momenti felici ed avere compagnia nell’immensa solitudine. Dice l’etichetta di abbinarlo con"antipasti, pasta, carni bianche e rosse e formaggi freschi"; sottoscrivo ed aggiungo: bevilo preferibilmente un po’ fresco, intorno ai 16 gradi, se non 15 addirittura. Oggi, solo e lontano da casa, l’ho gustato con uno zampetto di maiale preparato secondo una ricetta di fine Ottocento: semplicemente bollito con una cipolla e due chiodi di garofano.

Per saperne di più: http://pecchenino.it/it/index.php.

Barbaresco 1995 Cantina della Porta Rossa, 13,5 gradi.


Fu l’anno della mia maturità il ‘95: noi di un liceo classico privato del centro di Milano mandati a Bruzzano per le prove scritte e orali, con le galline fuori che crocchiavano sui pochi prati di periferia. Che estate! Bella, soleggiata, serena, aperta alla vita. Le risate, le speranze, le vacanze a Ponza, gli amici, le ragazze. Era già l’epoca in cui il sabato mi fermavo a lungo con gli amici in chiacchiera davanti alla scuola; non veniva più mio padre a prendermi con la BMW antracite o la Tipo verde oltremare per quei pranzi invernali, quelli del biancostato bollito -tenerissimo- con la salsa di rafano e, spesso, una bottiglia di Barbaresco: la mia prima vera infatuazione per un vino che non fosse un Chianti toscano. Ne amavo la diversità orgogliosa, potente e nobile a un tempo: come leggevo in un vecchio libro, “il lucente bagliore dell’armatura di un condottiero”. Frugo nella mia cantina per cercarvi le bottiglie per il pranzo di Natale e trovo questa di vino vecchio di 18 anni: tanti ne sono passati da allora, eppur mi sembra ieri; e capisco all’improvviso il senso di quell’argento che mi s’affaccia alle tempie, che mi bisbiglia parole che non voglio ascoltare. Eccolo qui. Poco resta, dopo tanti anni, della gloriosa lucentezza, dell’energica freschezza giovanile. La sua tinta già si è fatta brunita, trascolorando il rubino fin oltre il granato. Eppure, che fascino emana; come uno sguardo melanconico in cui specchiarsi ritrovando traccia di se stessi, dei propri pensieri, quasi una specola oscura da cui sondare le profondità e le infinite pieghe del proprio spirito; cercando risposte nelle lacrime che scendono lente, indifferenti e mute sui bordi del calice ballon. Ricordi di vecchie versioni latine: gli aromi inalati per ispirare i vaticini delle Pizie. Qui, invece, un liquore mentolato distintamente sussurrando sprigiona odori di liquerizia, petali di viole e rose canine, chiodi di garofano, noce moscata, foglie di the’, terra bagnata, grafite, confettura di mirtilli; arancia amara, chinotto, cedro essiccati; tartufo, polvere di cacao amaro, prugne nere, lamponi; con una qualità cangiante e instabile che spiazza e annichilisce. Il suo corpo in bocca e’ pieno, stretto in un maglio poderoso di acidità spiccatissima che tutto sorregge e tannino fine, monumentale, che mordono non placati sulla bocca a discapito di componenti più morbide e fruttate, lasciate in secondo piano per formare la quinta di un gusto sottile, ma di lunga persistenza. Ancora una volta l’instabilità e’ la sua cifra: più inapprocciabile o più disteso secondo il momento, l’istante in cui lo cogli; e bada che l’ho bevuto dopo 12, 18, 24 ore e a più riprese. “O Fortuna, velut luna, varia et variabilis”. Il senso di questo momento della mia vita: il Barbaresco del ’95 della Cantina della Porta Rossa di Diano D’Alba -tradizionale, assemblaggio delle uve di diversi vignaioli e luoghi come usava un tempo in Langa- non mi può rispondere; ma intorno a lui ci siamo radunati in famiglia confondendoci nel nostro calore, intrecciando storie del presente e del passato, racconti di noi; segnando punti della nostra traiettoria, nella speranza senza voce ne’ parole di una eterna rinascita, silenziosa accorata preghiera: il significato del mio Natale. Ravioli in brodo, un fagiano, un cappone; i propri cari.

Per saperne di più: www.portarossa.it

Barolo “Ravera” 2006, Terre del Barolo, 14°

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Quando ero bambino il Barolo era il vino delle grandi occasioni: aprirlo era la misura stessa dell’importanza del momento. Ricordo mio padre, ristoratore, maneggiarlo quasi con sacralità: “annusa, assaggia, questo è Barolo. Lo senti che è diverso, lo senti com’è robusto?”. Sì, babbo, lo sento. E quel nome stesso, Barolo, evocava una profondità risonante, come un baratro oscuro e misterioso, mugghiante di un’eco infinita, quasi di acqua tumultuosa e lontana in una forra, come il suono attutito delle pelli percosse di un tamburo. Ho sempre poi amato ritrovarvi nell’aroma e nel sapore di un Barolo l’idea di quel suono profondo, austero, intransigente, autorevole. Terre del Barolo era un marchio di casa: Dolcetti, Barbere, Barbareschi allineati sugli scaffali ricavati nello spessore delle volte bianche delle sale sotterranee del nostro ristorante, a far corona all’indiscusso re. Ero ignaro allora dell’importanza storica di questa cantina sociale, di un’epopea di Langa fatta di agricoltori, partigani, vinattieri e vignaioli; di casali che si svuotavano perché la Fiat di Torino e la Ferrero di Alba crescevano e chiedevano braccia, davvero rubate all’agricoltura; e di quei cocciuti resistenti aggrappati ad un pezzetto di terra. Nulla sapevo io dei “cru” e dei “sori’”, nomi di vigne elette che crescendo mi avrebbero affascinato come i gioielli nella grotta di Alì-Babà : Cannubi, Monvigliero, Lazzarito; ed appunto Ravera, anfiteatro orientato a sud-est e sud in comune di Monforte d’Alba, madre di vini equilibrati e possenti. Ancora da venire, io bambino, le polemiche tra produttori tradizionalisti e modernisti. Terre del Barolo fu l’ancora di salvezza di tanti piccoli vignaioli altrimenti costretti ad abbandonare le loro colline; fu ed è un approdo sicuro per chi cerca vini solidi e di impianto tradizionale . Ed ecco che che nel mio calice si materializza così, classicamente granato sull’unghia e appena più rubino al centro, trasparente e gioiosamente non concentrato : parla qui voce vera l’uva nebbiolo, che di suo non è ricca di quegli antociani che danno il colore. L’aroma, sfugge imprendibile come la bellezza e il tempo, perchè cambia di minuto in minuto: ma è in questo mutare dinamico che sa commuoverti e parlarti. Caldo e fresco: rose e amarene, cacao e incenso, erbe aromatiche ed erbe officinali, terra e roccia, muschi e vernici; legna e ferro. Autunnale e struggente. La pioggia che bagna i campi; il bosco che segreto accoglie la nascita dei funghi porcini, chiodini, prataioli; un orizzonte bigio, illuminato in controluce attarverso le nuvole che diffondono la luce sui bricchi, sui castelli. Son questi aromi? Forse no: mi inganno ed è illusione. In bocca allora, per verificare la misura possente della sua struttura: acidità decisa, vigorosissima; tannino incisivo, fermo; corpo ampio, ma senza grassezza alcuna, senza mollezze: non c’è infingimento mellifluo, non dovizia di carezze traditrici; ma avaramente meditate e, dunque, vieppiù intense, permanendo sul palato a lungo, quale il ricordo di un bacio a lungo desiato. Tanta forza ricomposta in un equilibro di grazia pensosa, la firma nobile della Ravera. Grandi umidi o cacciagione per lui; o, al meno, nobilissimi aromatici arrosti di antica costituzione (il n° 534 del libro dell’Artusi -arrosto morto lardellato- che ho cotto con extravergine del Montalbano e quasi punto burro in una cazzaruola di ghisa). Per poi perdersi col naso nel bicchiere, seguendo il suo trascolorare da una tono all’altro, come una stagione scivola impercettibilmente nella successiva, secondo un ciclo da sempre infinito.

Per saperne di più: http://www.terredelbarolo.com/getcontent.aspx?nID=1&l=it