Chianti Classico Vigna Grospoli Antico Lamole, 2007, Fattoria di Lamole di Paolo Socci, 14,5 gradi – Ovvero: “Spettri a Làmole”.

Parte prima – L’incanto di Làmole.

“Lamola, o Lamole – Varie contrade segnalate con la denominazione di Lamola o Lamole, vale a dire piccole lame, danno di per se stesse a conoscere che la loro posizione è poco lungi da un corso d’acqua, dove ruppe e trascinò via una parte di ripa. Tale è (…) il casale di Lamole sul poggio corroso dalle acque della Greve.

(…)

Lamole in Val di Greve (…) trovasi sulla pendice settentrionale del poggio delle Stinche, fra i due primi rami della fiumana di Greve, sulla strada pedonale che guida sulla cresta del Monta Cintoja.

I vigneti che danno il buon vin di Lamole cotanto lodato, sono piantati tra i macigni di codesto poggio, quasi sull’ingresso della contrada del Chianti”.

(“Dizionario Geografico, Fisico e Storico della Toscana”, di E. Repetti, 1833)

Guardando distrattamente, non sono che poche case vecchie e umili in cima a un poggio alto, sul filo dei 600 metri, raccolte intorno a una chiesa dalle semplici forme, a creare una piazzetta soprelevata e volta ad occaso. Una ringhiera, pochi alberi disposti l’uno accanto all’altro ad intervalli regolari, la separano dalla stradetta solitaria che risale dal fondovalle ciottoloso della Greve.

Di là, però, si apre un panorama ampio, solenne, straordinario, a perdita d’occhio, di alti monti, poggi, forre, colline, vigne, boschi, ulivi, casali, a precipizio l’uno sull’altro, quasi onde di un mare in tempesta che per incanto si fosse trasformato in un paesaggio agricolo: le creste bianche dei cavalloni, vigneti e pampini; le nubi dense, boschi; i velieri scossi, case; i lampi, snelli cipressi; e nella magia, pur mantenendo il ricordo del primordiale tumulto, avesse trovato un’armonia in grado d’ispirare una profondissima pace.

Lassù vidi il più indimenticabile tramonto: dopo un’intera giornata di guida solitaria nella pioggia insistente di novembre, sotto nubi compatte e opprimenti, più nere che grigie, lungo le strade chiantigiane tortuose e fangose, parcheggiai infine l’automobile nella piazzetta, scesi, ed il cielo cupo si aprì inaspettato sulle ultime gocce di pioggia diradata. Lo squarcio, allungato e sottile come un occhio, si riempì, mistica apparizione, della luce del sole, tingendo il creato di rosso, oro, rosa, violetto, pervinca, malva, arancio, giallo, blu. “L’occhio di Dio”, pensai, e mi riempii l’animo dei suoi colori, in quell’aria profumata, fresca e pura, come una benedizione.

La prima volta che salii a Làmole era forse il 2009. Giugno: il caldo dell’estate, l’aria densa dell’afrore della vegetazione e della terra, le cicale che impazzavano. La luce sempre tersa a Làmole, la ventilazione costante, il silenzio d’intorno, i vigneti nel pieno rigoglio che precede di poco l’invaiatura. C’era quel giorno “Profumi di Làmole”: i produttori in piazza coi loro vini. Tanti ne assaggiai, buonissimi: sapevano di fiori, erano lievi e saporiti, avevano qualcosa di antico, perché mi ricordavano i vini buoni della mia infanzia, quelli dove il sangiovese si sposava col canaiolo, che si bevevano a tavola la festa e sembrava ce ne fosse sempre troppo poco nel bicchiere.

Tra tutti, quelli della Fattoria di Làmole mi parvero i più fini e compiuti. Fu allora che ascoltai per la prima volta la storia della Fattoria di Làmole; solo frammenti, però, da un ragazzo giovane, con la barba, i modi decisi e le mani grosse: “Mani da cantiniere”, pensai. Fu allora che comprai, sulla fiducia e senza nemmeno assaggiarne, un’unica bottiglia del Chianti Classico Vigna Grospoli 2007, annata tra le prime in commercio, se non la primissima. Vino di solo sangioveto, ricavato da antichi terrazzamenti di pietra restaurati e reimpiantati ad alberello, alla moda antica di Làmole. Essa rimase, custodita con la cura particolare che si riserva a ciò che è raro e prezioso, nell’angolo più fresco, umido e buio della mia migliore cantina, fino al giorno di Natale dell’appena trascorso 2018.

Parte 2 – “O fortuna / velut luna /statu variabilis”

“O Fortuna, come la luna cambi forma”, è il grido di dolore degli uomini contro la sorte, nei Carmina Burana: sono testi anteriori al XII secolo, ma la loro saggezza è eterna.

Làmole è un luogo di molte storie, ma non tutte sono belle.

La storia della Fattoria di Làmole mi si completò di ulteriori frammenti, a puntate, per bocca dello stesso proprietario, il signor Paolo Socci, tra Milano e Làmole stessa.

Ascesa, caduta, resurrezione, si susseguono senza sosta attraverso i decenni, tra battaglie, conquiste, sacrifici personali, persino umiliazioni; col futuro che pare un’ala nera, sempre pronta a distendersi e a ghermire ratta.

I Socci sono una tra le famiglie più antiche di Lamole. Giovanni (siamo nella prima metà dell’Ottocento) non era il primogenito e per gli usi del tempo non aveva diritto alla terra. Si trasferì a Siena, diventò notaio con successo bastevole a comperare terreni più estesi di quelli del fratello. Sotto di lui la Fattoria di Lamole prosperò, ma il destino era in agguato: la fillossera decimò le viti, ed al figlio Carlo, notaio anch’egli, toccò ricostituire i vigneti ed affrontare le ferite che la guerra lasciò sul territorio e nel tessuto sociale. Fu poi la volta di Giorgio, ingegnere delle ferrovie, che dovette fronteggiare il declino e la fine della mezzadria. In quegli anni l’azienda venne riconosciuta come prima tra le aziende specializzate della Toscana.

Il mondo però cambiava: il consumo di massa e le esigenze di meccanizzazione spinsero a distruggere gli antichi terrazzamenti di pietra dove la vite si allevava ad alberello, a spianare i pendii, a sistemare i vigneti a rittocchino; peggio: a rinunziare infine alla vigna perché il vino non veniva più così buono e la coltivazione degli iris era più redditizia.

Perché non riusciva più quel “buon vin di Lamole cotanto lodato”, che il Repetti già nel 1833 menzionava acclarata eccellenza, al punto che persino la fama ne era andata perduta?

Dopo una vita non priva di avventura Paolo, figlio di Giorgio, nel 2003 ritornò a Làmole e intuì che proprio la scomparsa dei terrazzamenti e degli alberelli aveva danneggiato la qualità del vino, modificando il microclima e provocando la scomparsa nel terreno di fondamentali sostanze organiche, per il dilavamento. Quindi si mise al lavoro per recuperare le terrazze e ripiantare gli alberelli, con spirito archeologico, come lui dice: e, difatti, trovò scavando persino tratti delle vecchie canalizzazioni di scolo, alcuni in pietra, altri di terracotta, forse settecenteschi. Di fatto, recuperò un paesaggio agrario antico, ormai quasi perso nella memoria. Certe vigne terrazzate a Làmole sono così verticali da ricordare quelle delle Cinque Terre o quelle valtellinesi.

Inoltre, prese a vinificare in proprio ciò che da tempo veniva conferito, con metodologie quanto mai semplici e trasparenti: fermentazioni spontanee, cemento, legni non invasivi. Persino le etichette riprendevano accuratamente la grafica di quelle dell’avo notaio.

Il vino di Làmole tornò a cantare. C’erano senz’altro già tanti buoni vini qui, ma quello dei terrazzi aveva una marcia in più.

Il Vigna Grospoli 2007 fu una sorta di coronamento e ricordo che all’uscita se ne fece un gran parlare.

Nel 2018 arrivò anche un prestigioso riconoscimento da parte della Regione Toscana, proprio per il recupero dei terrazzi.

Purtroppo il gran lavoro del riservato e gentile Signor Socci aveva tre insidie avanti a sé. La prima: una limitatissima propensione mediatica ed auto promozionale, quasi una cantina fantasma, per proporzione inversa tra notorietà e qualità. La seconda: l’incerto interesse delle successive generazioni a coltivare l’impresa (da intendere qui quasi in senso cavalleresco). Infine: l’esposizione con le banche.

Riporto la storia come mi è stata raccontata, diciamo che sia una fiaba o una leggenda: “C’è in Siena una banca antichissima, vecchia di secoli, così solida che per decenni e decenni è il punto di riferimento per lo sviluppo del territorio e di molti imprenditori toscani.

A un certo punto, ohimè, certi avidi governanti mettono le mani sulla banca, che traballa e deve rientrare di capitali; così opera una stretta su crediti storici, senza quelle negoziazioni che in passato hanno permesso agli imprenditori di respirare. Cadono in tanti: in Chianti, in Maremma, persino antichi signori a Montalcino.”

Le difficoltà salgono fin sul poggio di Làmole e così l’avidità degli uomini.

“superbia, invidia e avarizia sono

le tre faville c’hanno i cuori accesi»”

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, VI canto)

Le belle vigne di Socci, coi loro muretti rifatti, gli alberelli, i massi di arenaria che affiorano, ingolosiscono molti, specie certe grandi aziende che da tempo hanno puntato gli occhi e gli investimenti su Làmole e che alla banca senese sono a loro volta legate. La piccola nicchia artigianale della Fattoria di Làmole è una spina nel fianco per chi aspira ad affermare se stesso il migliore sulla piazza a fronte dei mercati internazionali e dei loro volumi produttivi.

Infine, il Socci giocoforza cede una porzione rilevantissima di quelle vigne, trovandosi l’azienda ridotta a un lumicino di superficie vitata, proprio nel momento che la Regione Toscana lo insignisce della medaglia, ma senza tendergli una mano amica.

Diceva il mio bisnonno: “I politici hanno tutti la bocca sotto il naso” e “Il maiale non mangia il maiale”.

Parte 3 – Lo spettro del Vigna Grospoli.

Perciò aprii e godetti questo vino con particolare emozione, come avessi fra le mani una farfalla rara e in via di estinzione, o un meraviglioso oggetto artistico fragile e destinato a disgregarsi col tempo.

Hanno i vini di Làmole fama – forse, a ragione- di essere meno durevoli degli altri chiantigiani, quasi che i loro aerei e freschi profumi fossero caduchi. Tuttavia il Vigna Grospoli dal tempo si è lasciato scolpire: modellate le sue forme in raffinatezze squisite, la grinta ungolata della sua struttura si è distesa in un’armonia corale gravida di nuove profondità.

Luminoso e trasparente, di color granato che tende al rubino, con gocciole lentissime e continue, è elegante anche solo a guardarlo.

Accostandolo al naso, carattere, tono e tinta sono di Sangiovese esemplare, paradigmatico dell’estrema eleganza e finezza che esso può conseguire.

Profumo molto intenso, serissimo: ”austero” per disposizione caratteriale, non per ritrosia olfattiva. È profondissimo, ancora in evoluzione, aereo per una freschezza che ritorna al sorso, e come le nuvole in cielo sospinte dal vento cangia, muta e rinovella: la frutta rossa matura sta tra ciliegia e amarena: e poi diviene fiore: si screzia di rose e viole appassite; poi è grave: è pelle conciata, è terra, è sangue; poi ritorna delicatissimo: buccia di pesca; quindi pungente ed elegante: arancia rossa matura, pepe bianco, noce moscata, chiodo di garofano; si addolcisce, sognante: ricordi di cioccolato bianco e nero, corbezzolo, giuggiola; sfuma nei balsami del bosco: il rosmarino, alloro ginepro e mirto, la selva fresca e madida di rugiada, la resina di conifera; trascolora in esotismi di carcadè; si allunga nei ricordi notturni ed empireumatici del camino spento.

Ha un gran corpo, potente, compatto, dal sorso continuo, ampio, solenne, ma insieme comunicativo, arioso, ritmato, nitido, cristallino ed ancora caldo e avvolgente tuttavia; con un attacco sul palato così nitido, deciso, e armonioso insieme, da definirsi toscaniniano se fosse un suono orchestrale.

È l’inizio di un’arcata sensoriale lunghissima , energica e distesa, che si risolve risuonando , equilibratissima e perfettamente bilanciata, dove il tannino abbondantissimo, che conosco tipicamente nel Vigna Grospoli giovane, è divenuto regolare naturalmente levigato come pietra serena

Un vino indimenticabile, finissimo: la sua cifra è tutta freschezza, compattezza, dirittura, grazia ed eleganza.”

Sulla nostra tavola natalizia fu un trionfo col fagiano alla cacciatora.

Tuttavia la chiosa è triste: lo potremo bere ancora, in futuro, un Sangiovese di Làmole così? Un Vigna Grospoli vinificato in trasparenza, tra cemento e botte grande, con quella semplicità e purezza artigianale che lasciano cantare la terra? Se non potremo, sarà come la morte di una persona cara, una voce perduta e spenta che rimane come spettro solo nella memoria; ma chi non l’ha conosciuto, non potrà mai più goderne.

Sia anatema, perciò, sugli avidi:

“ché tutto l’oro ch’è sotto la luna

e che già fu, di quest’ anime stanche

non poterebbe farne posare una».”

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto VII)

Chianti Classico 2006 Le Masse di Lamole, 13 gradi.


Che Lamole sia uno tra i luoghi più belli e suggestivi di tutto il Chianti non lo scopro certo io ed anzi sono forse buon ultimo ad affermarlo; ma quelle balze e quei tornanti che in pochi strappi portano lassù tra le quote più alte del Chianti sono una di quelle strade delle meraviglie che, se non le fai da un po’, ti mancano come una persona cara o una parte di te, percorsi dell’anima di un sacro monte non diremmo magari laico, ma piuttosto panico e agreste. C’è una bella manifestazione, “I profumi di Lamole”, che richiama nella piccola piazzetta della borgata i produttori di vino locali a tarda primavera, ed allora e’ un fondersi degli aromi dei fiori e delle erbe e di quelli dei vini; e le voci della gente – straniere o con la calata locale- si confondono col canto degli uccelli ed il frinire delle cicale. Li’ conobbi, dopo i loro vini, la famiglia Socci: gente semplice, alla mano, nel senso più nobile che si può dare a questi termini. Annamaria Socci che racconta il suo vino, pregi e difetti delle annate, con una trasparenza che ha un profumo di violette; che si dimentica lì’ per li’ di dirti che il vino loro lo fanno ancora col vecchio uso toscano del governo, perché così faceva suo nonno e quindi per lei e’ solo un procedimento naturale, nulla di che. Il loro Chianti Classico e’ un prototipo tristemente raro di vino toscano che diresti antico più ancora che tradizionale, oramai: dove lo trovi un Chianti di sangiovese, canaiolo e un po’ di malvasia affinato nelle botti di castagno? Così, rosso rubino trasparentissimo all’apertura, appena un po’ granato ai bordi, con una acidità volatile evidente, ma che si ricompone in qualche ora facendosi anche più scuro, con quell’aroma di lampone così pronunciato e vivido che sfuma e si fa più morbido e soffuso; emergeranno allora i fiori della primavera (quelle stesse violette! E gli iris, e i giaggioli!), l’arancia amara, il chinotto, il tronchetto di liquerizia, le foglie di te’, la ruggine, la vaniglia, la farina di castagne, in un continuo mutare e disvelarsi, rifrangendosi come l’acqua nelle forre di un ruscello. Vellutato e di buon corpo in bocca, ma scattante, agile, leggiadro, anche morbido sulle prime ma poi saettante di lumeggiature acide irradianti, continue e decise, di buona lunghezza e di intensità signorilmente calibrata, con un tannino finissimo per grana ma presente, deciso, indomito. Cosi’, complesso ma leggero, dalla beva scorrevole, composta e naturale, secca e mai stucchevole; quasi nudo sella sua essenzialità senza infingimenti, rinascimentale ed anzi Quattrocentesco nella sua eleganza magra, ideale, stilizzata. Al punto che ti chiedi se quello che è venuto dopo sia stato vero progresso: ma cos’è poi il vero progresso, se poi ti viene anche da pronosticargli una lunga vita quando dopo otto anni ancora lo trovi così vivido? Avrai forse più vini più ricchi, sontuosi e profondi, ma qui c’è un senso di casa, di quella mensa umile ma un po’ più ricca della domenica, della minestra calda quando fa freddo e sei affamato che ti fa battere il cuore e desiderare di averlo sempre a te vicino. Oggi, per me, e’ stato l’abbinamento di un istante perfetto, con la mia famiglia, le polpette di carne chianina e le fette di pane con l’olio di Montecatini: quando sulla tavola hai la tua casa, c’è spazio solo per un vino così. (18/8/2014)
Per saperne di più: http://lemassedilamole.it

Rosso IGT Toscana 2010, Castellinuzza e Piuca, 13 gradi.

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08/08/2013 Chiudo gli occhi e la mente mi si riemprie di sogni mentre porto al naso questo vino. Sotto le mie palpebre chiuse  trascolora il suo rosso rubino – trasparente sorriso amico- tuffandosi nella memoria, sole al tramonto nel mare. Scendono gli archetti quasi neve la notte di Natale: sono lacrime di gioia. Stassentire: un IGT toscano di solito si fa ambizioso, con uve foreste, con le barrique: potente grosso polposo importante. Ma il mio sogno – tu inseguilo con me- sale la strada che da Greve va a Làmole, sù ai quattro, ai cinque, ai seicento metri: a Castellinuzza si ferma, di fronte alla serranda aperta di una rimessa ricavata in una vecchia casa in pietra, dove mi accoglie il sorriso dolce e condadino di Giuliano Socci – e mai lo dimenticherò, ché mi sembrava di vedervi il riflesso di mio padre, nell’attesa al caldo di un meriggiare dell’agosto 2011, prima che partissi e lasciassi l’Italia. Lassù, sulle terrazze di pietre a secco,  la vite si marita ancora alle verdure dell’orto ed il vino è fatto di vita: rustica, artigiana. Lì, ancora, il sangiovese sposa il canaiolo e quelle uve bianche che oggi si vietano, ma un tempo erano prassi tradizione e regola per il Chianti: il trebbiano, la malvasia; unite ad alleggerir la beva, perché fosse gentile, garbata sulla tavola di tutti i giorni. E, sempre ad occhi chiusi, l’inspiro e sorrido al suo aroma riserbato: la ciliegia, le visciole, le viole, le rose; le foglie dei pomodori ramati (ah, l’aroma intenso della conserva che si lasciava a ribollire sul finire dell’estate, così densa da divenire una crema!); i sedani, le carote fresche, un tocco appena di rovo di bosco, di mirtillo, una delicata idea di alloro, di timo, maggiorana e rosmarino; un ricordo di pepe macinato e fino: come quando andavo dal macellaio Marcello, nel retrobottega intento a massaggiare spalle e prosciutti, l’occhi neri, alto e magro, e mi sembrava compisse su quelle carni un sottile sortilegio; si ritornava poi colle bici cariche, ed  i nonni ne tagliavano al coltello e la sala si riempiva d’aroma succulento fin sotto ai travi. Lo bevo poi – sì, non è vino questo che si degusta: e m’avvince il corpo non piccolo ma magro, guizzante,che solletica la bocca per la dispersione finissima di carbonica, per un’acidità diretta e senza filtri, rustica e ruvida in bocca come il cotto che lastrica l’aia: ma elegante e sincera nella sua verità. Il tannino è forte, ma non invadente e lo senti un po’ dopo: lascia infatti prima spazio al sapore di frutto minuto, ma penetrante, come il tintinnare argentino di un triangolo in orchestra; e ancora ci senti il rovo, il mirtillo, il pomodoro, per un tempo sorprendente dato il suo discendere sulla lingua tanto sottile, leggero, filiforme, minimo. Ma ti percuote e ti conquista e segna un solco di intimissimo, segreto piacere: era questo il vino che da bambini ci si consentiva assaggiare per la misura dello spessore di un dito mignolo; dove ci si lasciava zuppare il pane, che ne risultava sì dolce, sì profumato – e a distanza di anni ci pare che non esista dessert più buono, per quanto raffinato. Vino piccolo, questo; vino imperfetto nella sua trama artigianale; ma lirico, sentimentale, struggente, umilmente francescano, in un colloquio ideale con la storia e con la terra: quella mia, quella tua. Vino per cene nelle notti stellate, per un canto sommesso; per un pranzo con chi ami, gli affetti più intimi, le domeniche d’estate, quando il caldo ribolle perfino il frinire delle cicale. Sui piatti della tradizione contadina toscana – quando la carne, se c’era, era più bianca che rossa. Aprilo con adeguato anticipo: vedrai che, lui timido, il tempo gli scioglierà la favella.

per saperne di più: http://www.castellinuzzaepiuca.it/

Chianti Classico 2007 Le Stinche Castello di Lamole. 13 gradi.

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Pochi luoghi hanno l’incanto di Lamole. Ci arrivi risalendo da Greve, lasciandoti alle spalle la piazza dai portici belli, il fondovalle, il torrente. E poi sali su’, la stradetta con le curve, cipressi, le siepi, gli orti, le vecchie case di pietra, su’ su’ fino al silenzio della piazzetta, dove far vagolare lo sguardo nell’infinito dei colli. 500, 600, 700 metri, fino a pascoli verdi e rocce. Ma soprattutto, le vigne: inerpicate, verticali, spesso coi muretti a secco come in Valtellina e nelle Cinque Terre. Se ci vai in primavera, son piene dei profumi di fiori di campo. Tutti li ritrovo in questo meraviglioso Chianti Classico, dal color rubino quasi scarico, di riflessi luminosi di una mattinata tersa, che danza nel bicchiere con la grazia gentile di un sorriso, l’innocenza di un fanciullo, un petalo di rose. I suoi aromi fragranti son quasi da vino di montagna e ci raccontano una storia novella del sangiovese, della bellezza che regala in queste terre povere e sassose, colline di alta quota. Ce la racconta nell’intensità decisa e garbata, anodina, di un cesto di ciliegie; della freschezza di un ribes rosso; nel colore delle violette su un uscio, degli iris ondeggianti al vento; di una speziatura sottilissima di pepe, di salvia e rosmarino; in una iodatura che è un lontano ricordo marino, perduto nella memoria della terra. Perfino, tardo e a sfumare, come una brezza sottile, mirtilli. Ma se si potesse dire, allora il suo aroma sarebbe la luce, chiara e fresca del mattino; che ritrovo nel sorso, tanto saporito -saporitissimo!- quanto leggero eppur consistente -eccome!- di acidità vividissima ma dolce, che solletica il palato e da’ gioia, richiamando nuovi e nuovi sorsi; nel tannino finissimo, della consistenza di una carta leggera da origami; nell’alcool misuratissimo; in una persistenza lunga, ricca, ma non ingombrante, gastronomica nello sposare la tavola. La sua voce e’ luce, bellezza, grazia: quella dell’arte del Rinascimento Toscano, essenziale, interiore, tutta in sottrazione. Un Chianti Classico eccellente, paradigmatico, che non ho remora alcuna ad accostare, per qualità e stile, ad uno Chambolle-Musigny borgognone: ma con più grinta, con quella sigla di eleganza intensamente sottile che è solo del sangiovese; e, proprio come fosse pinot nero, bevilo – amico, amica che mi leggi – fresco: non oltre i 18 gradi.

Per saperne di più: http://www.fattoriadilamole.it/