Vermentino Colli di Luni Sarticola 2007, Ottaviano Lambruschi, 14 gradi.

Per quanti anni ho percorso l’autostrada che, traversando gli Appennini da Parma, si affaccia verso la Toscana, aprendosi improvvisa dalle montagne verso il mare. Per me era l’incanto della montagna dai tetti di pietra, prima, poi di una luce riverberata, diversa da quella padana, già mediterranea, che baciava i boschi profumati e intatti, le vette appuntite delle Apuane, i sassi sul greto del Magra, le rovine di castelli e rocche corrose dalla vegetazione rigogliosa e selvaggia.

Poi si giungeva – e si giunge tutt’ora – al raccordo con la Genova – Livorno, i paesi liguri a dritta orgogliosi come sentinelle, a meridione la piana costiera; appena più in alto, Sarzana; ma lì, un tempo, lo spartitraffico si copriva di oleandri profumati, che sventolavano festosi alle auto in corsa: lì era già mare. Era già vacanza.

Viti, vigneti non ne vidi mai, ignorando persino che fosse una regione vinicola, peraltro di antica tradizione: si vedano le pagine nel Vino al vino di Mario Soldati a proposito di quel Linero che vinificava il Generale Tognoni a Castelnuovo Magra: “…secchissimo…bianco ma di corpo, profumato e sostanzioso”.

E i vigneti non li ho mai visti, nemmeno dopo aver scoperto ed amato il Vermentino dei Colli di Luni: nomi come Sarticola, Costa Marina, Fosso di Corsano, che sono Cru di tradizione antica o comunque consolidata, per me sono rimasti, appunto, nomi.

Posso solo immaginare i pampini esposti alle brezze montane e marine; la grana dei suoli, convoluta di sabbie, argille, arenarie; le pendenze dei filari, le loro esposizioni.

Difficile persino trovarne immagini: non sono vigne tra le più fotografate. Si intuiscono rilievi morbidi, tralci protetti dal bosco, quasi nascosti tra mare e montagna, partecipi quindi di una doppia natura.

E’ stato quindi un amore coltivato da lontano il mio per il Vermentino dei Colli di Luni, ancorché precoce: furono tra i primissimi vini ad affascinarmi all’epoca della mia presa di coscienza: bianchi così dritti e minerali che pareva di bere il candido marmo apuano.

Ed un legame col marmo in qualche modo esiste, perché in zona molti alternavano il lavoro nelle cave a quello di vignaioli, quando in Italia chiunque avesse avuto un fazzoletto di terra, vinificava per autoconsumo.

Così era per Ottaviano Lambruschi, decano della denominazione e vignaiolo storico. Suoi i vini che all’epoca – e son passati ormai alcuni lustri – mi rapirono.

Eppure, mai una visita, mai mi sono dato l’occasione di andare, di vedere, di conversare, di capire passeggiando le vigne, per citare ancora una volta Veronelli: la conoscenza rimandata sempre e vissuta come col binocolo, attraverso il calice; quasi un inconscio pudore temesse disperdere una magia fatata e delicata.

Come delicato si dice sia il locale Vermentino: decenni addietro, negli anni dello sfuso e di vinificazioni per forza artigianalissime, gli intenditori sostenevano che non reggesse il viaggio.

C’è del vero: è una gioia di freschezza il Vermentino di Luni, una primavera di fiore e di sasso; se perde quelle caratteristiche, se si ossida malamente, perde la sua anima.

Allora, ho qualche dubbio aprendo questo Vermentino dei Colli di Luni, del Cru Sarticola, annata 2007; bottiglia che arriva direttamente dall’azienda Ottaviano Lambruschi tramite le mani di un amico evidentemente più assennato e meno pudico di chi scrive; conservata stesa, al buio, in una cantina discreta, non ottima.

Sì sa che, con gli anni, più che i grandi vini esistono le grandi bottiglie. In questo caso il tappo leggermente rialzato rispetto al bordo – cattivo presagio. Cavandolo, appariva in buone condizioni, ma con poca presa sul vetro, come se avesse gioco.

Invece, versandolo, son rimasto a bocca aperta, non credendo ai miei occhi.

Era lui, come lo ricordavo, bellissimo, di un color limone luminoso, avvolto in uno splendore ancora più dorato magari, come gli occhi quando brillano d’amore, molto più giovanile dei suoi 13 anni.

Non aveva gocciole, spesso evidenti nei vini invecchiati, ma un velo che subito si dissolve: un tulle leggero da sposa.

Il suo profumo, molto intenso, nitido, era un paesaggio che trascolorava di luci e di ombre, di soli e foschie mattutine, fino ai rosati splendori autunnali. Era verde di bosco, bianco di roccia, giallo rosso ed arancio di fiori e di frutti, lucenti nel sole.

Camomilla, menta alloro rosmarino, muschio, pompelmo, lime, mela verde, note d’orzo e -lievi- di pepe bianco e verde. Su tutto, evidenti ma in equilibrio, infiltranti e saldi come il fondo di un bassorilievo, gli idrocarburi; così vividi da ricordare il fiato del carburatore di un’auto d’epoca, magari un affusolato coupé.

Il tempo aveva aggiunto alle note fresche una patina antica, calda, senza stravolgerle, ma trasfigurandole: una sensazione insieme solare, come di sabbia d’agosto, e misteriosa, ombrosa, resinata, come il meriggiare sotto una pineta costiera, languido, assorto.

Succoso, molto secco, di corpo notevole e compatto: l’avvolgenza vaporosa dell’attacco sulla bocca era un istante, subito soggetta ad una spinta dritta ed energica: l’acidità, mimetizzata dagli anni in una trama tattile morbida, era una lama sottile, indomita, sorretta da una grinta salina come maglia d’acciaio; mentre il gusto, intensissimo, esplodeva al centro bocca, incendiandolo di piacere e subito placandolo in una morsa glaciale e salda. Era marmo, fuoco, acqua tumultuosa, filo d’erba, acciaio, lana, limone al sole: un insieme inestricabile di forza, proporzione, grazia.

Chiudeva poi lunghissimo, equilibrato, regalando un retrogusto di nocciola fresca, di croccante, che era esaltante e domestico come l’ultimo ricordo di una sagra di paese quando s’era bambini.

Era giustamente in bottiglia renana: il confronto coi grandi bianchi tedeschi non del tutto peregrino, seppur qui era diffusa nel vino una luce latina, un gusto melodico – per così dire – che addolciva le strutture armoniche ed il contrappunto. Al punto che, in effetti, l’immagine dei morbidi rilievi dei Colli di Luni contrasta con la sua fierezza, sì che si vorrebbe dipingerne i filari abbarbicati su pendenze estreme e rocce nude, come se i fianchi delle Alpi Apuane potessero gemellarsi con le coste del Reno e della Mosella.

Un grandissimo vino.

Una gioia eccezionale, nel mio pranzo domenicale, su un branzino pescato, semplicemente cotto al forno, con poco aglio modenese, origano siciliano, pepe nero.

Colli di Luni Vermentino Costa Marina 2015, Ottaviano Lambruschi,13 gradi.

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C’è una terra strana, che sta tra Toscana, Emilia e Liguria; partecipa un poco dello spirito di ciascuna di esse, ma a nessuna di esse completamente appartiene. Mi ha insegnato una signora di Lerici un po’ folle, Lucia, che tiene una trattoria fuori dal tempo in un carruggio del vecchio molo, a chiamarla Apuania, cioè la terra che che si baricentra sulle Alpi Apuane; ed è un termine che mi piace, concettualmente più esteso di quello di Lunigiana, che ricomprende territori un tempo assoggettati alla città di Luni.  Se vi arrivi, come a me capita spesso, da nord, scendendo dalla tortuosa autostrada della Cisa, c’è un punto dopo curve e contro curve che il panorama si apre, facendosi più dolce e quasi magico: il Magra che scorre in basso tra le rocce stratificate e nel suo letto di ciottoli, le ultime basse alture dell’Appennino di lato, già addolcite dalle coltivazioni di piccoli poderi che rubano terra ai boschi, e a manca le cime aguzze delle Apuane, che si innalzano bianche e azzurrine come una visione; al punto che l’autunno, quando la valle si riempie di nebbia, pare si ergano quasi da un lago incantato di ballata nordica; ma di fronte a te -amica, amico che mi leggi- un’ampia apertura di cielo, solitamente nitida e luminosa, perché già risente del vento e del riflesso del mare: là il golfo di La Spezia, là la Versilia: è la porta dell’Italia peninsulare, dove lo Stivale si stacca a ovest dal continente. Ci sono, da questo lato, Aulla e Pontremoli, ancora appenniniche, con caratteri di montagna; sull’altro versante Sarzana, Castelnuovo Magra, Ortonuovo, i ruderi di Luni, e lì il mare, pur non sempre visibile, si sente sulla pelle, si respira nelle nari. Anche le viti lo sentono, e lo trasmettono ai vini. Qui i Vermentino sono spesso indimenticabili: potenti, a volte, ma sempre longilinei, scattanti, freschi, minerali come acqua di roccia. Mi dicessero: “ nominane uno, emblematico”, direi il Costa Marina di Ottaviano Lambruschi. Il nome del Cru, cioè della vigna, dice tutto: il suo racconto è ben chiaro. Poi, il suo valore è acclarato anno dopo anno. Ottaviano Lambruschi è produttore storicissimo, lui che lasciò, mi pare di ricordare, le cave di marmo per la vigna agli albori della denominazione, determinato che lì potesse venire un gran vino bianco, piccandosi appunto a lavorare il meglio delle uve per singola vigna: oltre al Costa Marina, il Sarticola (oggi, però, quella vigna è tornata in mano altrui) e più avanti il Maggiore. Anche se ormai da anni la conduzione dell’azienda è passata al figlio, ricordo favorevoli annate, anche recenti, nelle quali i Vermentino di Lambruschi ti inginocchiavano adorante, per freschezza, purezza, lucentezza, slancio: veramente, un’acqua saporita cavata dalle rocce. Ti racconto qui invece l’assaggio di un’annata stranamente calda, la 2015, e ti confesso: io, parecchi bianchi di quel millesimo non sono stato tanto buono a interpretarli,almeno quelli del Centro-Nord : forse solo ora comincio a raccoglierne il dialogo, che si sono un po’ evoluti. L’assaggio che ti racconto, però, è di quando questo Costa Marina era uscito da poco; e ci sta, perché se spesso amo i bianchi evoluti, nei Vermentino preferisco la freschezza della gioventù. Giovane, questo Costa Marina lo era senz’altro, il 17 settembre del 2016, forse ancora da svelarsi, come un bimbo carico di promesse dorme placido, e del futuro ignaro, nella sua culla: era difatti di colore limone tenue, con riflessi verdi, d’erba primaverile bagnata di rugiada. Non formava gocce sul calice: solo un velo, che lesto di ritirava. Però il profumo, quello invece ti veniva incontro: intenso, nitido, puro, e più ancora: deciso e schietto; esprimendo un gioco di frutta e fiori, sulle prime: limone, cedro, chinotto e margherita, glicine, mughetto. Tuttavia, con un po’ di attenzione, altri profumi si facevano strada, più originali, più domestici, direi quasi più umani, se qualcuno a penna rossa li rilevasse come meno ortodossi, vedi mai: il sedano, il finocchio, la zucchina, la foglia di pomodoro…non svilirlo definendolo erbaceo. C’era anche dell’altro, quasi un’idea fra le righe: spezie? Pepe bianco, forse, magari un tocco di noce moscata. Con maggior chiarezza, invece, idrocarburi, pietra, acciaio. C’è un’idea di mare all’alba col sole che si alza, una lama di luce all’orizzonte, se un’immagine potesse raccontare un profumo.  Non ha bisogno questo vino del contributo di certi aromi secondari, di affinamenti in legni vari, per essere grande all’olfatto: solo acciaio l’affina.  Venne il momento delll’assaggio: secco ma rotondo, di corpo superiore alla media, morbido e carezzevole, ma reattivo perché in esso c’è una grande acidità mimetizzata ed ammansita; spinge tuttavia verso un finale che schiocca e sbuffa magari un po’ di alcol, lungo ma senza esagerare. La tavola, il suo regno: un bel vino di grande soddisfazione col pescato di mare. Più ancora, un vino che trasmette il carattere del Vermentino e quello della gente di quella terra e della terra stessa: come una cartolina di marmo e di verde. Eppure, meno nervoso di come lo ricordassi, lasciandomi la nostalgia di annate più fresche, più profonde e viscerali.  
Queste le mie note di allora. Mi sembra ieri, ed è passato più di un anno