Sabbia Gialla 2013, Ravenna Bianco IGT, Cantina San Biagio Vecchio, 14 gradi.

Il mercato novembrino che la FIVI tiene a Piacenza e’ sempre un’occasione ghiotta di interessanti scoperte: a parte il piacere e l’interesse di un confronto diretto coi produttori, il livello medio dei vini e’ molto alto e soprattutto la maggior parte di essi ha due caratteristiche che se al vino ti guida l’amore riterrai fondamentali: carattere e tono vitale. Perciò cerco sempre di non perdere l’appuntamento. La scorsa edizione passai a salutare tra gli altri Elisa Mazzavillani, che oltre a essere produttrice di ottimi vini in Romagna è anche un’eccellente assaggiatrice: naso e palato finissimi. Si parlo’ di Albana. Io l’Albana di Romagna è una tipologia di vino che ho frequentato poco, scoraggiato da lontanissimi assaggi di vini da supermercato, pallidi alla vista ed al gusto. A dispetto di essere storicamente il primo bianco DOCG e di avere rinomanza documentata almeno dal Medioevo – se non si vuol dar conto a leggende che evocano l’era di Roma – non gode certo oggi di buona fama. Traduco e cito dall’Oxford Companion to Wine: “ L’Albana secco e’ un vino piuttosto neutro e privo di carattere. L’Albana amabile normalmente sembra ne’ carne né pesce.”: la solita superficialità sprezzante di tanti critici anglosassoni (…e dire che il Signor D.T. che firma il contributo sul poderoso librone ha lavorato per anni con Luigi Veronelli, il quale sapeva trovare ben altra espressività e visione nella sua penna). Si salverebbe, stando al tomo, solo la versione dolce. Ora, i chicchi di albana hanno la caratteristica di essere facilmente attaccabili dalle muffe: quelle non gradite, è vero, e dannose, ma anche la nobile bortytis cinerea, che Oltralpe da’ vita ai divini Sauternes francesi, ai grandi Trokenbeerenauslese tedeschi, ai leggendari Tokaji ungheresi; ed allora i conti tornano. Con Elisa tuttavia si parlava di Albana secco e lei mi consigliò di assaggiare quello di Cantina San Biagio Vecchio, che era presente al Mercato FIVI, lì dappresso. Detto fatto: andai, assaggiai, pur tra la folla e nella fretta ne rimasi colpito, feci un piccolo acquisto. A distanza di mesi, trovo l’occasione di aprire quella bottiglia e di goderne con calma ed un dovuto raccoglimento. Al solo versarlo, il piacevole ricordo diventa ammirato stupore: perché sgorga dal vetro nel calice un nettare dorato, viscoso, consistente, che ammanta il calice di archetti fitti e persistenti. Bellissimo da riguardare, evoca immagini di una ricchezza sognante e antica, albe di luce liquida tremante e oltremarina, evocando quasi i bagliori dei mosaici ravennati.  È invito e tentazione a provavi l’olfatto, cercandone l’aroma. È lui però a venirti incontro, così intenso e molto complesso, ma nitido, preciso. Ha la fisicità della buccia di agrumi maturi: limone, cedro, chinotto; ma anche la grazia aerea dei fiori di ginestra, di acacia, di sambuco, di mimosa. La polposita’ della frutta a polpa gialla: le percocche, le pesche; e tocchi di melone. E le spezie: zafferano, poi cannella e noce moscata. Ci sono spunti dolci, quasi di gelato alla crema e malaga, ma non stuccano, perché vi si sovrappone una scia minerale, di sabbia al sole, ed un chiaroscuro di macchia, cenni di erbe aromatiche. Baluginano gli aromi della botrite: ecco forse il segreto di tanta complessità, l’impiego di uve colpite da muffa nobile per un vino che è indubbiamente secco – come certi avanguardisti produttori neozelandesi sperimentano sul Sauvignon Blanc. Viene inoltre lasciato il mosto a macerare un poco a freddo sulle bucce. Affinamento in solo acciaio e vetro, ciò che risalta la poderosita’ dell’uva come nasce su  terreni esposti a sud est, con sabbie gialle e medio impasto. Un grandissimo vino che trova sul palato la sua ulteriore conferma, con un corpo che si dispiega ampio, ma con trama compatta; dove l’alcol non si nota o si nota appena, e non disturba; dove l’acidità notevole, giustamente alta ( non altissima) e’ tuttavia sofficemente mascherata da tanto corpo e pienezza di sapori, che sono concentratissimi. È secco, come si scriveva, ma con una viscosità da vendemmia tardiva che lo rende soavemente carezzevole. Forse sarà adatto solo a un moderato invecchiamento (come certi pregiatissimi Condrieu del Rodano), ma è  molto originale, latino, e cerca la sua via combinando tecniche nuove e antiche, senza imitar nessuno e nessuna finzione. Vergo’ una volta il citato Veronelli un’intuizione, un’appunto, chiedendosi che cosa avrebbero potuto dare le vecchie varietà di uva, anche quelle dimenticate, con le tecniche nuove. Questo vino di San Biagio vecchio fornisce una risposta ed indica una via. Allora in questi tristi tempi mi viene da considerarlo d’auspicio per la rinascita della nostra Italia, che sappia ritrovare se stessa e le sue radici profonde attraverso le lenti di una modernità futuribile. Nulla mi leva dalla testa che il nido della fenice stia anzitutto fra le campagne e l’accudiscano le mani di coraggiosi vignaioli. Servilo appena fresco, amico o amica che mi leggi, ma assolutamente non freddo: non svilirne il vigore, la discendenza dal sole! Per me ha trovato l’equilibrio perfetto con una zuppa di cozze e vongole, bianca.

Il Baccanale Rosso di Toscana 2003, Fattoria La Lecciaia, 14 gradi.

Son di ritorno da Benvenuto Brunello 2015…e già ho nostalgia del colle ilcinese e dei visi della sua gente! Per scacciare la malinconia, vado nella mia cantina; tra le tante bottiglie trovo questa, che racconta la storia di una Montalcino diversa. Il nome de “La Lecciaia”,  non è oggi sulla bocca di tutti; e questo vino non è devoto all’ortodossia del Brunello, cioè 100% sangiovese: come deve essere, come mi piace, perché è come salire sulla vetta più alta. Però è onesto, te lo dice in etichetta che è di una razza spuria: 50% Sangiovese, 50% cabernet; ma razza, che vuol dire? O è buono, o non è buono! L’annata e’ la 2003;  che cosa ti aspetti? Fu un’annata caldissima, lo sai bene, e immagini un vino fiacco, cotto; seduto, alla meglio. Ti stupisce invece questo Baccanale, che trovi ficcante e vivo. Sarà magari di colore concentrato, avra’ pure un che di granato sull’unghia, ma è bello, di tinta naturale, lascia abbondanti lacrime sul bordo, che scorrono veloci allungandosi sul vetro untuose, disegnando alte arcate; ma poi seminano dietro di se’ una trama di archetti fine come un ricamo ad uncinetto. E l’aroma certo è caldo di marmellata di frutti di bosco, ma in maniera che piace, perché lo rinfresca vivido un sentore di ciliegia e di arance; poi, per stuzzicarti il naso, il pepe, l’alloro, persino la salvia, a stendere un tappeto verde su una base di morbido humus, con tocchi appena un po’ ematici e ferrosi. Ancor più giovanile però è la bocca, dolce per la maturità rotonda del suo frutto, con l’acidita’ vivissima che lo innerva e sospinge; ed il tannino e’ maturo, certo, ma ancora travolgente. Vino di trama fitta ma slanciata, che prima bacia energico, poi ti abbraccia e stringe con forza, più penetrandoti il palato che  blandendolo, amandoti lui quasi con violenza. Vino molto lungo, saporito, di grande intensità, di sensualità carnale e piacevolmente rustica, che ti penti di ber da solo: condividerlo con gli amici vorresti piuttosto, tanto è giocoso il suo piacere, un po’ rude forse, ma caldo; anche carezzevole, ma alla maniera sua.  Generoso di alcol, ma piacevolmente, perché ha la forza diretta di un buon sigaro toscano e ne ricorda il tabacco. Vino da bistecca in compagnia, e di quelle selvagge, alla brace, ben al sangue, con spirito allegro, goliardico, epicureo. Vino di barrique, vino anche spurio se vuoi, ma tu l’avresti detto potesse piacerti così tanto? Qui però – da solo sai risponderti- tutto vince l’opera del tempo – e la terra ilcinese.

Balaxus 2008, Rosso IGT Toscana, Castello di Potentino, 14,5 gradi.


Andare al Castello di Potentino e’ come entrare in una dimensione che è altra e magica, come se quelle poche svolte di sterrata che lo separano dalla statale che costeggia Seggiano fossero una sorta di impalpabile macchia del tempo, o lo specchio di Alice nel paese delle meraviglie; e le vigne che ha intorno un rustico giardino dell’Eden, con i loro pampini a coprire morbidamente la vallecola che gli si stringe d’intorno, fremendo appena al sospirar d’un vento. Che si debba ringraziare una famiglia inglese per un restauro perfetto e per preservare con cura rabbiosa questo angolo di pace anche contro venali appetiti edilizi, e’ cosa che va a loro onore ed a scorno dell’Italia tutta. “Ahi serva Italia, di dolore ostello” diremmo con Dante; ma conviene consolarci con i vini che li’ si producono, che replicano perfettamente la situazione umana: con le uve straniere che si affiancano al nostrissimo sangiovese, con una vinificazione di una cura che troviamo rara persino in territori più celebri, e che invece riluce qui in una landa sperduta alle pendici del Monte Amiata, con i monumentali vasi vinari in rovere da 50 ettolitri. Questo Rosso Balaxus e’ un uvaggio di sangiovese ed alicante, quest’ultimo in misura direi prevalente, o comunque si fa sentire: con quella sua certa gentilezza ed avvolgenza sensuale, morbida, alcolica ed un po’ barocca, rabbonisce il sangiovese che dalla sua aggiunge snella eleganza e tridimensionalità, così come nel castello a certe rudi strutture medievali si sovrappongono riccioli e volute Secenteschi. E l’alicante e’ poi la grenache, forse l’uva più diffusa sulle sponde del Mediterraneo, dalla Spagna alla Francia alla Sardegna e via via. Allora, nel calice, il vino rosso rubino di media trasparenza ondeggerà mollemente, un poco lascivo, col languore di certe donne brune, lasciando sul vetro fittissime lacrime assai lente a scorrere, con un aroma pronunciato e solare di liquerizia, di fragola , di alloro, di ciliegia, di menta , di ginepro, di mora, di mirtillo, cera e incensi, in un alternarsi chiaroscurale di luce ed ombra, ma che digradano l’una nell’altra senza contrasti eccessivi, come nel primo mattino o nel tardo meriggiare; e c’è su tutto un ricordo come ferro antico, primigenio, minerale, quasi di lance e armature rimaste sospese in qualche pertugio tra i cancelli del tempo. In bocca e’ di buon corpo, molto scorrevole e armonico; morbido ma elegante, viscoso ma non grasso, saporito, ben lungo, di fine stoffa tannica ed acidità vivida ma gentilmente integrata, forse appena un po’ alcolico. Apparentemente svagato e invece complesso, un po’ eccentrico forse, ma con stile, ecco che svela come una terra appartata, lasciata ai margini dallo scorrere della storia, se coltivata con passione e rispetto possa aprirsi alla contemporaneità e al mondo tracciando una retta tra passato e futuro come la scia di una stella cometa a San Lorenzo. Poi, tutto quel l’alicante in evidenza potrà anche restare sospetto a chi ama i vini Toscani tradizionali, così tutti d’un pezzo, ma il mondo e’ bello perché vario. Io ne ho goduto su un pollo arrosto ed i fagiolini di Sant’Anna in umido, o come si dice volgarmente in Valdinievole “le stringhe”, ricordo struggente dei pranzi che facevano d’estate i miei nonni, la famiglia tutta riunita a tavola; ed era sempre una festa, con il vino rosso di pianura leggero ed acidino spillato dalla damigiana, tanto diverso da questo. (16 agosto 2014)

Eulalia Bianco di Toscana IGT 2013, Podere Spazzavento, 13 gradi.


Non godono di particolare favore i bianchi toscani di uve locali, esclusa forse qualche Vernaccia. Saranno pure in genere poco profumati o morbidi se li confrontiamo ai vari Chardonnay, Pinot, ai Chenin, o anche ai Fiano o ai Verdicchio o agli Arneis, ma a me piacciono – se fatti bene- per la loro bocca fresca ed energica, ficcante e penetrante , che compensa ampiamente e d’estate e’ una delizia. Questo Eulalia del Podere Spazzavento, biologico certificato, mi ha incuriosito, perché nasce da Vermentino, Malvasia e Colombana a Ponsacco, in territorio già pisano, non esattamente un luogo alla moda: oggi conosciuto per i mobilifici, in tempi più antichi le sue alture attiravano i cacciatori dai paesi che sorgevano allora sui bordi dei paduli di Fucecchio e di Bientina, quelli che oggi si distendono nella Valdinievole e sulla piana di Lucca: l’Altopascio, la Chiesina, quella sorta di piccolo Far West nostrano oggi dimenticato ma che ancora vive nei vecchi racconti. Andavano a tender le reti: chi se li poteva permettere fucili e cartucce. Chissà se per ristorarsi portavano una panzanella ed un fiasco di un bianchino come questo, paglierino e giovane, senza ciccia ma scattante, onesto, con aromi delicati ma fini e precisi di mela verde, limone, pesca appena appena matura,fiori ed erbe, con una dorsale discreta ma saldissima di pietra bagnata; ma che in bocca e’ pieno, saporito e assai salato, con un’acidità altissima che sveglia, pulisce, rinfresca, fa salivare? Più lungo di quel che ti puoi aspettare e d’altra parte così puro e diretto senza languori, che quasi lo paragonerei più alla glaciale trasparenza di una Vodka che alle sensuali morbidezze di un vino; ma in lui non i nordici inverni, non le gelide steppe polacche e russe, piuttosto il calor del sole, e le cicale, ed il fieno tagliato vi potrai trovare . Anch’io ne ho goduto su una panzanella e non avrei chiesto di meglio; ma me l’immagino anche in un calice la sera, con l’aria del mare, su una terrazza a Marina di Pisa, il brusio dello struscio sul viale, il candore profumato di un pesce fresco arrosto, gli amici intorno, gli occhi di una donna.

Per saperne di più: http://www.poderespazzavento.it

Casa Vecchia 2007 Terre del Volturno IGT, Vestini Campagnano, 13,5 gradi.


Che sorpresa trovare una bottiglia di Casavecchia in un’enotechina di Reading! Voglio dire: nemmeno nelle città italiane di trova facilmente questo vino che nasce da un’antica uva autoctona campana, della provincia di Caserta; e la bottiglia di Vestini Campagnano e’ addirittura storica, perché la prima -negli Anni Novanta- a valorizzare questo vitigno. Curiosa e romantica, ma forse spuria, l’origine del nome: si dice che in un periodo in cui le viti locali erano state sterminate dalle epidemie di vari flagelli, sola resisteva quell’uva un po’ selvatica rinvenuta da un contadino vicino a una vecchia casa diroccata, costruita su fondamenta romane; e qualcuno ha voluto cercarvi un legame con l’uva trebulanum degli antichi, ma è’ più probabile che si sia originata spontaneamente da un seme caduto. Fatto sta che i contadini della zona ne ricercarono i tralci, perché appunto resisteva alle malattie, dava grappoloni spargoli con acini grossi quasi da uva da tavola e dava un vino colorato e apprezzato. Eravamo nell’Ottocento. Oggi, che c’è la moda -un po’ dobbiamo ammetterlo- delle uve autoctone, per curiosissimo che fossi mi aspettavo un vinello interessante, caratteriale, persino un Po’ rustico. E invece no. La sorpresa. Cavo il tappo da collo dell bottiglia (lungo, di sughero intero, promette bene), verso, guardo, inspirò e mi trovo ad allibire: perché quel vino rosso ad un passo dall’essere rubino profondo con riflessi dopo sette anni dalla vendemmia ancora incredibilmente violacei, che tinge il calice, ha bei riflessi, ma non sembra lasciare lacrime, ha un aroma di marcata intensità, ma soprattutto di grande finezza e complessità, che per più di un attimo mi rammenta quello degli Chateau bordolesi. E non è soltanto questione di barrique: si’, certo, un pochino la si sente a bottiglia appena aperta, col suo corredo di legno di cedro, di vaniglia, di cocco, di sandalo; ma qui c’è qualcosa di più ed oltre! E’ un attimo allora indovinarvi una triade evidente di lampone rosso, mirtillo nero e liquerizia, così nitida e marcante; ma poi, questi aromi si sviluppano come un tema musicale in infinite variazioni, sottilmente modulate, tutte da inseguire: avrai allora il ginepro, il tabacco, il pepe bianco, il pepe nero, la mora, la prugna, l’amarena, la cannella, il cioccolato, il rosmarino, il timo, la cannella, l’incenso, la cera d’api, il mentolo, la buccia dei giganti limoni amalfitani; ma nulla e’ il’ scontato, tutto e’ da scoprire cangiante nel profondo del mistero come dietro a un velario. E ti aspetterai allora un vinone denso, con quell’aspetto e quella complessità olfattiva, e invece no, perché è vellutatissimo e finanche setoso, carezzevole al palato come una mousse, ma al tempo stesso agilissimo, flessibile, scattante, leggiero. Com’è possibile? E’ che sa da una parte il tannino ha una finezza ed una dolcezza rarissime, di cipria, una maturità appagante, priva di increspature, ed è presente in quantità decise, ma non sovrabbondanti, il corpo e’ concentratissimo per sapore ma non per massa; e’ avvolgente, quello si’; giustamente alcolico anche (senza strafare); ed ha un’acidità notevole ma così piacevolmente dissimulata da non notarsi ed irradiare; e tu starai lì’ salivando e godendo il suo finale lunghissimo, pieno e complesso, come una serie di accordi di un’orchestra sinfonica. Da oggi ho scoperto che esiste un’altra luminosissima stella nel firmamento del vino italiano, un’uva che giganteggia nel sorriso del piacere con una personalità unica. Non ti dico, amico, amica che mi leggi, il suo prezzo; ma vedrai, risibile se pur lo puoi accostare con gloria a qualunque Chateau o a qualunque grande del Nuovo Mondo: ecco, magari a un grandissimo (ma grandissimo!) merlot. Questi confronti, tuttavia, non lo sanno raccontare: la sua voce e’ di mistero, selva, bosco ombroso, introversa nella penombra, comunicativa alla luce del sole; voce insieme antica e moderna, che pare abbia raccolto le storie e il carattere del Mediterraneo. Per me stasera sulle penne al sugo di salsiccia e’ stato un autentico matrimonio d’amore.

Per saperne di più: http://www.vestinicampagnano.it.

Carmino, Ciliegiolo Umbria IGT 2010, Zanchi, 13 gradi.

Amelia è un angolo un po’ appartato del Centro Italia: interno, lontano dai grandi flussi. La bellezza del paesaggio, la grandiosità delle mura del borgo, contrastano con l’atmosfera familiare e domestica, che ti accoglie tranquilla. Per andare da Zanchi devi percorrere una strada che s’inoltra tra le colline, che in saliscendi ora s’aprono, ora si chiudono alla vista. Su un verde poggio vitato, la cantina. E il silenzio intorno, che solo rompe un battito d’ali di qualche uccello colorato e la voce roca di un trattore. Lì, nei vecchi tini di cemento, enormi e lindi, si vinifica questo Carminio, a partire da uve proprie, sane, coltivate nel rispetto della natura e della tradizione. E’ Ciliegiolo in purezza: uva antica, imparentata col Sangiovese, ma si ignora chi sia il padre e chi il figlio. Uva di spiccata identità: piacevole, solare, di ruvida dolcezza, di forza e di corpo, ma che sa mantenere finezza e una dimensione conciliante, colloquiale, sorridente e garbata. Questo è il lato che sottolinea Zanchi, in una terra  quasi pudicamente chiusa in se stessa. Ed allora lo troviamo giovanilmente rubino nel bicchiere: ha ancora ricordi di riflessi purpurei. Al naso, piccoli frutti rossi, pieni di polpa soda, maturi; su tutto, vaddasé, la ciliegia: bei duroni di Vignola, gonfi di sole; e, più sfumato, il lampone. Non manca qualche nota di verdura: un accenno di peperone. Ma anche un’aromaticità intensa e più scura, che sa di bosco e di piante aromatiche: la salvia, l’alloro, il timo, il rosmarino; una speziatura delicata ma orgogliosa di pepe bianco e nero,che è propria dell’uva, non essendoci il passaggio in legno. In bocca è pieno, corposo ma senza eccesso; rotondo senza alcuna stucchevolezza; dai tannini ben misurati e maturi; di giusta, non prevaricante lunghezza. Succoso e piccante, una rugosità mantiene, rustica, campagnola, che lo abbina felice ai primi piatti saporiti della tradizione, ai tagli di carne suina, ai salumi dell’umbra gloria norcina. Chiude, con essi, il cerchio commosso e orgoglioso di una storia di genti: e per questo tu vallo a conoscere, vallo a cercare.

Nota del 27/1/2012

Bilaccio 2010, Toscana IGT, Az. Agr. Il Borghetto, 14,5 gradi.


Giunsi la prima volta a Il Borghetto una grigia mattina di febbraio ed una malinconia sottile, silenziosa, sembrava accarezzare i fianchi delle colline di quel verde quasi argenteo che è proprio dell’inverno toscano. Quando si pensa al Chianti Classico non è San Casciano il primo paese che viene in mente, semmai Radda, Castellina…ed in effetti qui siamo in Val di Pesa, cioè fuori dalle zone dell’antica Lega del Chianti; eppure il paesaggio e’ morbido e struggente, quasi volesse aprirsi all’affaccio su Firenze: i poggi solatii hanno una magia sospesa e i cipressi solitari, le piccole pievi, le ville e i castelli che li punteggiano ordinati, sono pause e sospiri in un armonioso discorso musicale. Nascono grandi vini a San Casciano, da sempre si vorrebbe dire: qui sta Antinori coi suoi secoli di storia ed i suoi milioni di bottiglie. Il Borghetto e’ di contro una realtà molto piccola, solo poche migliaia di bottiglie e qualche ettaro di terreno; ma è una boutique ed ha saputo tracciare in pochi anni un sentiero personalissimo e intrigante, grazie alla cura estrema in ogni gesto: quante cantine trovi dove si parcellizzano le vinificazioni con tale miniaturistico rigore, da far quasi parlare la singola zolla? E -chi lo ama lo sa- il sangiovese e’ ignorante, bizzoso come una gran dama: generoso e’ vero nel darti tanta uva, ma avaro ed avido di cure se la qualità da lui desideri. Questo Bilaccio, che usciva un tempo con l’insegna di Chianti Classico, scommette sul sangiovese solo, 100%, tentando un volo leonardesco e senza rete, sfidando un po’ sia l’usanza che la moda chiantigiana, dove altre uve proteggono e riparano dalle intemperanze del clima e dagli errori dell’uomo. Eccolo dunque ancor giovane nel calice, rubino trasparente luminoso e bellissimo, che è un piacere riguardarlo mentre sta fermo o danza luminoso, gioioso e leggero. Profumatissimo e nitido, intenso, finissimo e morbido, offre quantità di frutta rossa fresca e fiori, traboccanti ceste di vimini diresti, appena riportate dai campi cariche di ciliegie e di fragoline di bosco ed ornate di rose, viole, gerani; giungono poi tocchi di mirtilli e ginepro; ed ancora accenni di cuoio, rabarbaro, liquerizia, una speziatura fine ed incenso, pietra bagnata, quasi fossero dettagli che emergono dallo sfondo scuro di un dipinto ad olio; e vaniglia: si’, proprio quella tipica di pregiati carati nuovi. Fresco alla bocca, centrato e compatto, si distende sul tuo palato elegante, continuo, dinamico, con un corpo pieno ma snellissimo, innervato di mineralita’, dal tannino impalpabile ma ben presente e dalla bella acidità vividissima in bilanciamento perfetto con l’alcol, si’ che questo la smussa e quella lo ravviva. E’ lungo e irradiante, mosso da una tensione interna che non è nervosa, ma pura disposizione dell’anima, ripetendo nei sapori i suoi aromi come uno specchio perfetto ricrea le immagini secondo una proporzione aurea, ricamando la trina di un merletto. Però anche qui torna quel tanto di vaniglia, di legno nuovo: si sente il carato come nei Borgogna più giovani ed ha veramente qualcosa del Vougeot e dello Chambolle Musigny, quasi che, si’, potresti scambiarlo per un Pinot Nero. Buonissimo dunque, ma anche tipico? Confesso di sentirmi inadeguato a rispondere oggi, sarebbe da riassaggiare tra qualche anno, sulla distanza, allorché il sangiovese avrà modo di esprimere il suo carattere appieno: perché, malgrado un certo calligrafismo, del sangiovese senti già l’energia maschia e ribelle su di un corpo femmineo.

Per saperne di più: http://www.borghetto.org

Vermentino 2010 IGT Toscana, Cantina di Pitigliano, 12 gradi.


Ci son vini che a berli rendono chic ed altri meno; e, se ne parli, peggio ancora! Quelli delle cantine sociali, ahi ahi. Però dipende, qualcuna è ben vista: langarola o altoatesina; ma la Cantina di Pitigliano, ovvia! E’ spesso stata oggetto di strali di un certo sentire radical chic, sebbene abbia finito col rappresentare una boa alla quale aggrapparsi per tanti contadini in momenti non facilissimi – su’, non nascondiamoci dietro il dito dell’ideale. Io che vivo ormai da anni in Inghilterra mi son sorbito tanti e tanti vini industriali da levare la poesia: però, piaccia o meno, quello e’ il mercato mondiale, baby. Allora, se apro questo Vermentino con una certa trepidazione perché il tappo e’ di plastica ( cileni e australiani avrebbero puntato sul sicuro tappo a vite), trovo un vino ancora fresco, con un bel giallo limone, con aromi intensi e puliti, educati e non soverchianti, come una buona tavola vuole per accompagnamento, originali per il loro bouquet floreale, gentile di frutta (pesca noce e albicocca e cedrata, un po’ di licis), con un pizzico di miele di spiaggia: ha tre anni e mezzo sulle spalle, vorranno ben dire qualcosa. In bocca e’ leggero e gentile, di corpo non più che medio, ben bilanciato tra salinità ed acidità (non altissime, ma con la prima decisamente più in evidenza), entrambe delicate ma ancora stuzzicanti; seppure un po’ alcolico nel suo spengersi sul palato, offre una lunghezza adeguata, con un finale ammandorlato; ed ha un che di speziato e pizzichino che è caratteristico e che trovo spesso (verità o suggestione?) nei vini delle terre vulcaniche. Non si impone e non s’atteggia a primadonna, ma umilmente regala un sorriso e ad un prezzo vantaggiosissimo: potessi averlo sempre qui, nelle varie catene della ristorazione anglo-italiana (i Bella Italia, i Carluccio’s, i Jamie’s ) e similari, invece dei tanti vini anonimi – magari anche non cattivi, ma tutti uguali! Sia pure immaginandolo nato da qualche piccolo magheggio di cantina. Certo: il suo abbinamento e’ una spiaggia maremmana, l’aroma dei pini nell’aria, la sera e il tramonto e il mare; una donna che ami, gli amici a te cari; spaghetti alle vongole, saporiti e un po’ piccantini; o i fusilli col tonno e il pomodoro, come li faceva la mia mamma, sull’aia all’Isola d’Elba; spengendo sereno ogni pensiero.

Per saperne di più: http://www.cantinadipitigliano.it

Mandorlo Toscana Bianco IGT 2010, Montellori, 12,5 gradi.


Che bello nel suo giallo limone caldo e intenso -quasi diresti al limitar dell’oro ora che per più di tre anni la bottiglia lo ha accolto- che disegna archetti fitti, lenti e viscosi. Viene da una cantina storica di Fucecchio, Montellori, attiva dall’Ottocento, e lo fanno con vigne sparse sulle alture della zona tra Empoli e il Montalbano, impiegando un uvaggio originale e forestiero: chardonnay, viogner, sauvignon. Che buono il suo aroma, delicato ma penetrante e puro: susine verdi, agrume, albicocche, banane, tocchi verdi di aspargo e alloro, note più dolci di burro e crosta di pane, quasi da vecchio champagne. Com’è setoso al palato, carezzevole, giustamente secco, di corpo agile ma non magro, acidità vivace ma non spinta, gradevolmente salino ma con moderazione, persistente e lungo sui sapori che trovavi all’olfatto, con in più un sentore finale piacevole di te’ verde e vaniglia. Vino appagante, che ho goduto su baccalà fritti e cipolline porrettane padellate, si fa gustare sempre con piacere nelle più varie occasioni, dall’aperitivo al pasto quotidiano a quello della festa. Soprattutto, malgrado le uve foreste, sinceramente toscano nel suo non esser rileccato, ma piuttosto energico e con la schiena dritta: d’altra parte, non era forse così anche l’Indro nazionale, di Fucecchio? Prendi la tua auto, sali le balze del Montalbano che guardano le terre basse e liquide del Padule, scopri le vigne nascoste fra i boschi; esplora le colline di Cerreto, basse, morbide come i fianchi di donna. Si’, sembra unire la freschezza di uno Chablis e la concentrazione di un Mersault di Borgogna questo Mandorlo, ma invece di li’ viene, di quelle terre gentili, scelte con cura ed ingegno per creare il bilanciamento perfetto. Anche in questo figlio di un ideale toscanissimo e antico: la mente alla ricerca del bello; come insegnava, venendo da quelle stesse vigne, l’Uomo di Vinci. Puoi gustarlo per aperitivo, sugli antipasti, sui primi, sul pesce, perfino sulle carni bianche: ti sorprenderai per la sua flessibilità.

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La Grola Veronese IGT 2010, Allegrini, 13,5 gradi.


Chi volesse scrivere un libro sulla storia del vino in Italia realizzerebbe un’opera meritoria: in un altro Paese gli regalerebbe l’immortalità presso i posteri, ma da noi…Terra d’oblio, la nostra; ahimè. Eppure sarebbe un lavoro di interesse estremo, capace di raccontare le vicende della Penisola da un punto di vista laterale, ma autentico: fatto di mani, di genti, di commerci, di sudori, di corsi e ricorsi. Si prenda infatti un volume antico, di bellezza struggente: “I vini d’Italia” di Luigi Veronelli, edito da Canesi -correva l’anno 1961 e all’epoca nessuno parlava e scriveva di vino o di produzioni locali- ecco il ritratto di un’Italia perduta, un catalogo delle terre e dei loro vini, realizzato ben prima che nascesse l’istituto delle DOC e DOCG (…e con quali lacune, d’altra parte), dove sono indicate le caratteristiche organolettiche e chimico-fisiche dei vini zona per zona, segnando i comuni, le frazioni dove venivano più buoni secondo dettami e tecniche contadine, naturali, senza filtri e trucchi, per una discendenza di tradizione. Eppure erano quelli gli anni dell’affermazione del vino industriale, dell’omologazione dei sapori che piallava secoli e millenni di cultura. Poi, piano piano, la reazione e la redenzione: rinascono i vini italiani pensati per esprimere una qualità eccelsa e le legati fin nel nome al loro luogo, irrompono il Bricco dell’Uccellone, il Tignanello, il Sassicaia, il Terra di Lavoro, e via via, la strada accidentata di un inarrestabile rinascimento. Balziamo a cavallo degli anni ‘70 e ’80, in Valpolicella, quando le produzioni locali erano massificate per una qualità scarsissima, abbeverando grossolanamente impiegati, operai e turisti, magari quei discendenti stessi di chi aveva abbandonato le vigne per la fabbrica, eccezion facendo -diamine- per poche piccole realtà. Giovanni Allegrini ha un sogno, che si si chiama la Grola: una collina, un vigneto vocatissimo, dal quale si dice nascesse la stessa uva corvina, il vitigno simbolo delle zona. Egli ne creo’ un vino, nell’anno 1983, associando appunto le tradizionali corvina e oseleta al sirah, e ricercando una qualità altissima: in etichetta il nome del luogo, orgogliosamente menzionato come “nobile e storico podere”, ed infatti lo di cita già in testi ottocenteschi. Si badi: non una produzione artigianale, giacché oggi se ne rilasciano annualmente 200.000 bottiglie; eppure, io l’amo per il suo essere così intrinsecamente, scopertamente veneto, a dispetto della presenza di un’uva internazionale; perché è proprio un Valpolicella, sia pure di livello superiore e sebbene non si fregi della DOCG. Eccolo nel calice pienamente rubino e trasparente, con pochi riflessi ancora purpurei, rilasciare archetti rapidi quanto fitti. Ed e’ subito al naso, intenso e croccante: fragole di bosco e mirtillo e prugna (e’ finanche un po’ ruffiano: pare quasi una crostata), e tabacco e cacao e pepe, e accenti balsamici di menta piperita, fresco e diretto ma non sfacciato, quasi diremmo canterino come i merli a primavera. Succoso e gustoso in bocca, vellutato e ricco di frutto, con tocchi dolci -appena appena- di vaniglia, ha nel suo corpo un equilibrio tra prestanza e leggerezza, freschezza e calore, quasi gli opposti cozzassero a produrre scintille; acidità spiccata e vivida, ma doma, tannini fini e rotondi ma non abbondanti, per una consistenza sul palato vellutata, tesa ma senza nervosismi, appena un po’ piacevolmente rugosa al centro della lingua, come quando un micio ti lecca le dita; con quella grazia dolce e sorridente di una ciacola veneta, delle sue morbide donne, della sua arte coloristica e riposata: le dame ricche del Veronese e i suoi cieli azzurri con le nuvole vaporose, le carni candide ma calde delle Veneri di Tiziano, i paesaggi fatati e fantasiosi di Cima da Conegliano, i colonnati armonici del Palladio. Avesse un tocco in più di complessità e persistenza sarebbe un calice divino; ma va bene così: giocato più sull’eleganza che sulla forza, puoi trovarlo in ogni dove e perfino in aeroporto a meno di venti euro, e ce n’è abbastanza per esserne orgogliosi. Inoltre è vivo, perché cambia nel tuo bicchiere di minuto in minuto, lasciandoti immaginare curioso le sue evoluzioni future. Io l’ho goduto su un piatto semplicissimo di straccetti di petto di pollo rifatti con un battuto di cipolla ed extravergine in padella, abbinamento facile di piacere perfetto; ma come starebbe bene, io credo, con dei bocconcini di vitello in umido!

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