Umbria IGT Trebbiano Vignavecchia 2008, Zanchi, 13,5 gradi.

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Siano pure di moda in Italia i vitigni autoctoni (cioè quelli nativi di un certa zona o lì insediati da centinaia di anni) essa non pare tocchi il Trebbiano, uva da vino considerata ultima tra le ultime: stenta amaramente a scrollarsi di dosso una nomea non solo povera e popolana, ma persino di qualità scarsa e di carattere peggio che volgare: anonimo. Laddove persino le uve da Lambrusco son riuscite – voltare in giusta nobiltà un portato indubbiamente proletario – il trebbiano sembra impossibilitato. Nè l’aiutano i cugini francesi, che lo chiamano cacofonicamente ugni blanc e lo distillano per ottenere Cognac. Vero è che parlando di Trebbiani in realtà ci si riferisce a una famiglia intera di uve. Dunque: c’è il Trebbiano di Lugana, che però è parente stretto del verdicchio e difatti, un poco snob, negli ultimi anni ha deciso di farsi chiamare trubiana; così, per differenziarsi. Anche il Trebbiano di Soave in realtà è più che altro imparentato col verdicchio; e poi lui più che altro se la intende con la garganega, alla quale si sposa con profitto e ne riceve i suoi quarti di nobiltà. C’è poi il potente trebbiano d’Abruzzo, ma il suo principe, cioè il Trebbiano d’Abruzzo di Valentini, vulgata vuole che sia in realtà bombino; mah…La frontiera è il trebbiano spoletino, originale e dal chicco piccolo: questo sì è amato dall’enofilo alla moda, ma è una nicchia all’interno della nicchia dei vini bianchi umbri di qualità: insomma, una snobberia al quadrato, seppur motivatissima. La pecora nera, poveretto, è il Trebbiano Toscano, questo sì unanimemente o quasi considerato misero. E pensare che è diffuso in tutta la Penisola, persino in Sicilia, vero “vino del paese” forzando la mano alla traduzione del latino di Plinio. Certo non ne ha aiutato la fama lo sfruttamento quasi industriale alla quale è stato sottoposto: mi diceva un illuminato produttore maremmano di aver provato a vinificare un buon Trebbiano Toscano, ma di aver rinunziato  perché era quasi impossibile trovare viti di buoni cloni: per decenni, soprattutto dopo l’ultima guerra, si sono selezionate piante dalla massima produttività , sacrificando la bontà dell’uva. Nemmeno deve aver giovato la destinazione a uve rosse dei migliori siti: nel Medioevo erano i bianchi i vini dei signori, ma ormai da tempo  il prezzo massimo lo spuntano i rossi. Così, alla fine, per trovare un Trebbiano Toscano che possa far cambiare idea bisogna andare in qualche modo fuori zona, in quella bellissima cittadina umbra di Amelia, in provincia di Terni, lontana dalle rotte maggiori della produzione e del commercio del vino, ignota o quasi persino alle rotte del turismo. Lì c’è un produttore serissimo e originale, che realizza splendidi vini: Zanchi. Vi andai anni fa, non solo ma soprattutto per questo vino. Un trebbiano toscano in purezza, da viti vecchie di oltre quarant’anni allevate a palmette, favorevolmente esposte a est e sud est su terreni sabbiosi e argillosi con tracce di lignite, dove le uve a rese basse di 40 quintali per ettaro vengono lasciate leggermente appassire prima della raccolta, poi macerare brevemente e il mosto è fermentato in botti di rovere. Dopo un affinamento lungo in vasche di cemento e in bottiglia, il vino non viene filtrato ma naturalmente decantato. Una vinificazione piuttosto classica se non addirittura retrò, visto che negli ultimi decenni le produzioni del Trebbiano si sono orientate più sulle vasche di acciaio. Il 2008 fu la prima annata prodotta e ne ottenni in cantina una sola bottiglia in camera caritatis, ahimè. Ne ho tenuto da conto, per anni è rimasto in attesa in cantina. Oggi, col caldo non eccessivo di una sera agostana, con un superbo pesce San Pietro con pomodorini e la compagnia più cara e familiare, ecco il momento di aprirlo. E la gioia si fonde col dispiacer di avere questa bottiglia sola. Già il colore non mente: un giallo limone carico, ma ancora estremamente giovanile, che i sui otto anni proprio non li vuol dimostrare; limpido, corposo persino per come si muove nel bicchiere, con gocciole assai lente e rade, formando più che altro sul vetro un persistente velo che a poco a poco si ritira. Ha un profumo intenso, ampio,  vago e sfaccettato;  in sviluppo, ma ancora giovane e dinamico. Ecco il fieno ed il frumento, tocchi di ginestre e mimose, di sedano e finocchio selvatica;  ecco la frutta a polpa bianca e gialla, in particolare albicocche fresche ed essiccate , polpa di melone, banana, vaniglia, crema bruciata, caramello , mandorle e nocciole. Al sorso è persino più impressionante: la prima sensazione è di potenza indomita, di una presenza piena che pervade con determinazione gentile ogni angolo del palato, di una gioventù adulta e ben salda su gambe forti, che non è giunta nemmeno a metà della sua vita. Il sapore – concentratissimo; la tessitura – cremosa, solida, ariosa; il corpo – ampio, voluminoso, pieno, equilibrato; il portamento: maestoso, solenne, espansivo, ma non si allunga tantissimo sul palato, però resta lì aggrappato, gustoso e salino ; l’acidità – altissima, distribuita, sciolta; un po’ tannico – piacevolmente; la persistenza – notevole: lunghissima , complessa, profonda; l’alcol alto, ma la sensazione calorica è ben integrata, piacevole, dà importanza a questo Vignavecchia come un manto di ermellino. Un Trebbiano Toscano questo che finalmente non deve piegare la testa davanti a chicchessia, nemmeno ai grandi di Borgogna. È perfetto, è ad essi superiore? No, ma gioca senza dubbio la stessa partita ed un giorno chissà: il Trebbiano Toscano, quest’uva popolare, docile, che poco ha chiesto in cambio di frutti, credendo in lei e col duro lavoro di molti valorosi da Cenerentola  si trasformerà in regina.

Trescone 2003 Umbria IGT, Lamborghini La Fiorita, 13 gradi.

Era l’epoca dei miei primi curiosi assaggi, quando uscivo dal recinto felice e conosciuto dei vini che si bevevano in famiglia: la lunga lista dei rossi con la B (Barbaresco, Barbera, Bardolino, Barolo, Brunello), il sempiterno Chianti (vero re della nostra tavola, che talvolta si vestiva a festa e diventava Classico, Gallo Nero o con la firma di Antinori), il corposo Morellino, l’amatissimo Dolcetto, qualche sporadico Cabernet Grave friulano o un po’ più spesso un Terre di Franciacorta (non si chiamava ancora Curtefranca) in onore di mia mamma che è originaria del Sebino. Ti risparmio, amico o amica che mi leggi, bianchi, rosati e spumanti.
Erano tutti vini DOC, perlopiù di cantine sociali, classicissimi. In quel panorama gustativo, questo Trescone giunse quasi deflagrando: un vino IGT, umbro del Lago Trasimeno (zona non notissima enologicamente), recante sull’etichetta un nome e uno stemma che per me appassionato d’auto – anzi, appassionatissimo all’epoca- era magico: Lamborghini; e difatti la tenuta la Fiorita fu il buen retiro del padre della Miura e della Countach dopo la vendita della sua fabbrica. Soprattutto, però, fu il vino a colpirmi e spiazzarmi, non l’etichetta: un vino così morbido e profumato, corposo e sensuale ad un tempo io non lo avevo mai sentito, abituato com’ero a rossi austeri e nervosi. Il Trescone blandiva con una setosità carnale e femminile che rimandava diretta alla sfera dell’eros, almeno per il mio palato di allora.
Visto con gli occhi di poi e parecchi assaggi dopo obbiettavo tra me ne che il Trescone fosse un po’ figlio dell’enologia di una certa epoca che voleva vini grandi, concilianti e facili, però in grado di stupire con effetti speciali, in direzione del tutto opposta ai gusti attuali; e che il 2003 in particolare dovesse la sua ricchezza ad un’annata memorabilmente caldissima.
Perciò celavo da tempo questa bottiglia – l’ultima- nella mia cantina: per un misto di sospetto e il timore di una delusione. Sarà cambiato lui, il vino, il figlio di sangiovese, canaiolo e merlot, così tanto da non essere più in grado se non di stupirmi o persino di piacermi, o sarò piuttosto cambiato io per una evoluzione naturale del gusto e incapace di sorprendermi? Perché sciupare un bel ricordo, in fondo?
Ogni bottiglia però è un incontro, un momento a sé e mi decido ad aprirlo, per trovarlo in una veste color granato di media profondità, con aromi intensi di di frutta molto matura, ma viva: di prugne scure, di mirti, di mora selvatica; ma anche vi balugina l’arancia sanguinella, a tenerlo increspato e in continuo movimento. Oltre, i segreti spazi del ginepro, dell’alloro, del mirto, della foglia di té, della marasca sotto spirito: un insieme di avventuroso e boschivo e di confortante e domestico, come l’odore negli stipi di una credenza annosa. Questa dimensione assai fruttata e vegetale si innesta avvolgendola morbidamente su un’anima anodina e ancor tesa di ferro e grafite, con un minimo attrito che produce faville: il vino risulta un po’ piccante, sa di pepe. Alla bocca è più dolce; il gusto pieno come il corpo,  di appagante avvolgenza, ma piacevole scorrevolezza. Qui la frutta quasi si fa cotta ma rimane succosa ed il sorso è sostenuto da un’acidità medio alta e bella nell’insieme, armonica. Il tannino, oramai, è in quantità medie, ma soprattutto è rotondissimo, carezzevole.
Insomma, non importa la moda, non conta lo stile, ed agli anni non si badi: questo, amico o amica che mi leggi, è un vino di Bacco, dalla sensualità calda e piena, diretta e gioviale, che si beve senza impegno, solo per gioire e godere festeggiando la vita. Buona sorte ha voluto con lui le lasagne materne: un sorriso d’amore.

Vel Aules 2008, Rosso IGT Toscana, Fattoria Poggio Gagliardo, 15 gradi.

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Quando andai alla Fattoria Poggio Gagliardo, a Montescudaio, nel primissimo entroterra della costa pisana – e diciamolo pure, non un nome ed una zona sulla bocca di tutti- fu per acquistare un po’ dell’introvabile Vel Aules, del quale avevo sentito parlare a mezza bocca come di un arcano segreto: un vino, si dice, realizzato secondo i dettami di un trattato enologico del Settecento, perfino pigiato con i piedi in tini di legno, utilizzando un uvaggio particolare di uve autoctone ( la malvasia nera, tanto tipica del Pisano, al 62%, ed il colorino al 38%) coltivate e vinificate secondo le fasi lunari ed i dettami della biodinamica. M’aspettavo un vino strano, magari con un gran residuo zuccherino, con un’acidità volatile fuori registro e con imprecisioni aromatiche: in fondo, che ne sapevano nel Settecento di fermentazioni, ossidazioni, batteri ? E li’ casca l’asino: perché invece il Vel Aules e’ un vino modernissimo, che alla cieca quasi potrei scambiare per un rosso australiano o sudafricano o argentino, e di livello. Già stupisce e disorienta per le tinta rubina che e’ ad un passo dall’essere impenetrabile, tanto e’ fitta; però mantiene una lucentezza ed una naturalezza che sembrano smentire artificiose concentrazioni. Non essendo filtrato – preparati- l’ultimo bicchiere lo troverai un po’ torbido; ma più ancor di quello ne noterai le lacrime fittissime, lente, persistenti, li’ a sottolineare una morbidezza glicerica ed un tenore alcolico che riscontrerai al sorso in tutta la loro potente morbidezza. Prima, però, farai i conti con un aroma intenso e caldo, così lontano dall’ariosita’ leggiadra dei vini più toscani classici a base di sangiovese: qui, piuttosto, avrai un calore mediterraneo ampio, profondo di macchie scure ed ombrose, di mirti e ginepri, ove manca solo il rilucere nell’ombra dell’occhio di un daino o il grufolare di un cinghiale a rendere la misura della selva intatta. Corbezzoli, more selvatiche, mirtilli, susine nere fresche ed essiccate, fichi neri, ciliegie, lamponi, amarene, prugne rosse: un tripudio insomma di frutta matura e calda di sole, ma sempre vivida, non cotta o ridotta a marmellata; integrata piuttosto da aromi di verdure (peperoni verdi), di lieviti e di spezie dolci (cannella, noce moscata, cardamomo) e note balsamiche (l’incenso) e di legno (sandalo); profumi nitidi e ben fusi,senza traccia di imprecisione alcuna. Bevilo poi, e trovalo ampio, potente, pienissimo di corpo, saporitissimo, rispondente, dal tannino abbondantissimo e assai maturo, un poco piacevolmente terroso; dall’acidità spiccatissima, ma così integrata in questo vino dalle forme procaci da restare li’ solo come un potente sostegno, un motore che ruota a pieni giri e spinge il vino alla bocca, bilanciando un alcol si’ un po’ troppo abbondante, ma che regala calore, morbidezza, conforto. Lungo, sa danzare languido ed energico su un periglioso crinale, affascinando senza mai cadere, perfino concedendoti la tentazione estrema di un residuo zuccherino abbondante, quasi al limite dell’abboccatura, assomigliando in questo per davvero a tanti vini del Nuovo Mondo; ma con un’energia orgogliosa ed austera, ruvida e vellutata insieme, che è potentemente italica: un misto di eroismo guerresco da capitano di ventura e di sensualità languida da Venere bruna. Un vino fatto, dunque, secondo dettami settecenteschi? Sara’, ma allora veramente ci si chiede dove sia il progresso e se l’evolversi stesso del gusto non sia altro che un cammino breve e circolare. Di certo questo e’ un grande acuto delle terre della Costa Toscana, unico e originale. Di più: t’obbliga a cambiare il punto di vista, per una volta e a dire: buono in quanto diverso , buono in quanto – in una certa misura- non tipico e pronto a giocare tutt’un altro campionato. Amico, amica che mi leggi: non ti deluderà su un arrosto, ma se potrai gustarlo con un saporito umido, magari di cinghiale o con un bel “peposo”, allora appieno ne godrai.  

Sabbia Gialla 2013, Ravenna Bianco IGT, Cantina San Biagio Vecchio, 14 gradi.

Il mercato novembrino che la FIVI tiene a Piacenza e’ sempre un’occasione ghiotta di interessanti scoperte: a parte il piacere e l’interesse di un confronto diretto coi produttori, il livello medio dei vini e’ molto alto e soprattutto la maggior parte di essi ha due caratteristiche che se al vino ti guida l’amore riterrai fondamentali: carattere e tono vitale. Perciò cerco sempre di non perdere l’appuntamento. La scorsa edizione passai a salutare tra gli altri Elisa Mazzavillani, che oltre a essere produttrice di ottimi vini in Romagna è anche un’eccellente assaggiatrice: naso e palato finissimi. Si parlo’ di Albana. Io l’Albana di Romagna è una tipologia di vino che ho frequentato poco, scoraggiato da lontanissimi assaggi di vini da supermercato, pallidi alla vista ed al gusto. A dispetto di essere storicamente il primo bianco DOCG e di avere rinomanza documentata almeno dal Medioevo – se non si vuol dar conto a leggende che evocano l’era di Roma – non gode certo oggi di buona fama. Traduco e cito dall’Oxford Companion to Wine: “ L’Albana secco e’ un vino piuttosto neutro e privo di carattere. L’Albana amabile normalmente sembra ne’ carne né pesce.”: la solita superficialità sprezzante di tanti critici anglosassoni (…e dire che il Signor D.T. che firma il contributo sul poderoso librone ha lavorato per anni con Luigi Veronelli, il quale sapeva trovare ben altra espressività e visione nella sua penna). Si salverebbe, stando al tomo, solo la versione dolce. Ora, i chicchi di albana hanno la caratteristica di essere facilmente attaccabili dalle muffe: quelle non gradite, è vero, e dannose, ma anche la nobile bortytis cinerea, che Oltralpe da’ vita ai divini Sauternes francesi, ai grandi Trokenbeerenauslese tedeschi, ai leggendari Tokaji ungheresi; ed allora i conti tornano. Con Elisa tuttavia si parlava di Albana secco e lei mi consigliò di assaggiare quello di Cantina San Biagio Vecchio, che era presente al Mercato FIVI, lì dappresso. Detto fatto: andai, assaggiai, pur tra la folla e nella fretta ne rimasi colpito, feci un piccolo acquisto. A distanza di mesi, trovo l’occasione di aprire quella bottiglia e di goderne con calma ed un dovuto raccoglimento. Al solo versarlo, il piacevole ricordo diventa ammirato stupore: perché sgorga dal vetro nel calice un nettare dorato, viscoso, consistente, che ammanta il calice di archetti fitti e persistenti. Bellissimo da riguardare, evoca immagini di una ricchezza sognante e antica, albe di luce liquida tremante e oltremarina, evocando quasi i bagliori dei mosaici ravennati.  È invito e tentazione a provavi l’olfatto, cercandone l’aroma. È lui però a venirti incontro, così intenso e molto complesso, ma nitido, preciso. Ha la fisicità della buccia di agrumi maturi: limone, cedro, chinotto; ma anche la grazia aerea dei fiori di ginestra, di acacia, di sambuco, di mimosa. La polposita’ della frutta a polpa gialla: le percocche, le pesche; e tocchi di melone. E le spezie: zafferano, poi cannella e noce moscata. Ci sono spunti dolci, quasi di gelato alla crema e malaga, ma non stuccano, perché vi si sovrappone una scia minerale, di sabbia al sole, ed un chiaroscuro di macchia, cenni di erbe aromatiche. Baluginano gli aromi della botrite: ecco forse il segreto di tanta complessità, l’impiego di uve colpite da muffa nobile per un vino che è indubbiamente secco – come certi avanguardisti produttori neozelandesi sperimentano sul Sauvignon Blanc. Viene inoltre lasciato il mosto a macerare un poco a freddo sulle bucce. Affinamento in solo acciaio e vetro, ciò che risalta la poderosita’ dell’uva come nasce su  terreni esposti a sud est, con sabbie gialle e medio impasto. Un grandissimo vino che trova sul palato la sua ulteriore conferma, con un corpo che si dispiega ampio, ma con trama compatta; dove l’alcol non si nota o si nota appena, e non disturba; dove l’acidità notevole, giustamente alta ( non altissima) e’ tuttavia sofficemente mascherata da tanto corpo e pienezza di sapori, che sono concentratissimi. È secco, come si scriveva, ma con una viscosità da vendemmia tardiva che lo rende soavemente carezzevole. Forse sarà adatto solo a un moderato invecchiamento (come certi pregiatissimi Condrieu del Rodano), ma è  molto originale, latino, e cerca la sua via combinando tecniche nuove e antiche, senza imitar nessuno e nessuna finzione. Vergo’ una volta il citato Veronelli un’intuizione, un’appunto, chiedendosi che cosa avrebbero potuto dare le vecchie varietà di uva, anche quelle dimenticate, con le tecniche nuove. Questo vino di San Biagio vecchio fornisce una risposta ed indica una via. Allora in questi tristi tempi mi viene da considerarlo d’auspicio per la rinascita della nostra Italia, che sappia ritrovare se stessa e le sue radici profonde attraverso le lenti di una modernità futuribile. Nulla mi leva dalla testa che il nido della fenice stia anzitutto fra le campagne e l’accudiscano le mani di coraggiosi vignaioli. Servilo appena fresco, amico o amica che mi leggi, ma assolutamente non freddo: non svilirne il vigore, la discendenza dal sole! Per me ha trovato l’equilibrio perfetto con una zuppa di cozze e vongole, bianca.

Il Baccanale Rosso di Toscana 2003, Fattoria La Lecciaia, 14 gradi.

Son di ritorno da Benvenuto Brunello 2015…e già ho nostalgia del colle ilcinese e dei visi della sua gente! Per scacciare la malinconia, vado nella mia cantina; tra le tante bottiglie trovo questa, che racconta la storia di una Montalcino diversa. Il nome de “La Lecciaia”,  non è oggi sulla bocca di tutti; e questo vino non è devoto all’ortodossia del Brunello, cioè 100% sangiovese: come deve essere, come mi piace, perché è come salire sulla vetta più alta. Però è onesto, te lo dice in etichetta che è di una razza spuria: 50% Sangiovese, 50% cabernet; ma razza, che vuol dire? O è buono, o non è buono! L’annata e’ la 2003;  che cosa ti aspetti? Fu un’annata caldissima, lo sai bene, e immagini un vino fiacco, cotto; seduto, alla meglio. Ti stupisce invece questo Baccanale, che trovi ficcante e vivo. Sarà magari di colore concentrato, avra’ pure un che di granato sull’unghia, ma è bello, di tinta naturale, lascia abbondanti lacrime sul bordo, che scorrono veloci allungandosi sul vetro untuose, disegnando alte arcate; ma poi seminano dietro di se’ una trama di archetti fine come un ricamo ad uncinetto. E l’aroma certo è caldo di marmellata di frutti di bosco, ma in maniera che piace, perché lo rinfresca vivido un sentore di ciliegia e di arance; poi, per stuzzicarti il naso, il pepe, l’alloro, persino la salvia, a stendere un tappeto verde su una base di morbido humus, con tocchi appena un po’ ematici e ferrosi. Ancor più giovanile però è la bocca, dolce per la maturità rotonda del suo frutto, con l’acidita’ vivissima che lo innerva e sospinge; ed il tannino e’ maturo, certo, ma ancora travolgente. Vino di trama fitta ma slanciata, che prima bacia energico, poi ti abbraccia e stringe con forza, più penetrandoti il palato che  blandendolo, amandoti lui quasi con violenza. Vino molto lungo, saporito, di grande intensità, di sensualità carnale e piacevolmente rustica, che ti penti di ber da solo: condividerlo con gli amici vorresti piuttosto, tanto è giocoso il suo piacere, un po’ rude forse, ma caldo; anche carezzevole, ma alla maniera sua.  Generoso di alcol, ma piacevolmente, perché ha la forza diretta di un buon sigaro toscano e ne ricorda il tabacco. Vino da bistecca in compagnia, e di quelle selvagge, alla brace, ben al sangue, con spirito allegro, goliardico, epicureo. Vino di barrique, vino anche spurio se vuoi, ma tu l’avresti detto potesse piacerti così tanto? Qui però – da solo sai risponderti- tutto vince l’opera del tempo – e la terra ilcinese.

Balaxus 2008, Rosso IGT Toscana, Castello di Potentino, 14,5 gradi.


Andare al Castello di Potentino e’ come entrare in una dimensione che è altra e magica, come se quelle poche svolte di sterrata che lo separano dalla statale che costeggia Seggiano fossero una sorta di impalpabile macchia del tempo, o lo specchio di Alice nel paese delle meraviglie; e le vigne che ha intorno un rustico giardino dell’Eden, con i loro pampini a coprire morbidamente la vallecola che gli si stringe d’intorno, fremendo appena al sospirar d’un vento. Che si debba ringraziare una famiglia inglese per un restauro perfetto e per preservare con cura rabbiosa questo angolo di pace anche contro venali appetiti edilizi, e’ cosa che va a loro onore ed a scorno dell’Italia tutta. “Ahi serva Italia, di dolore ostello” diremmo con Dante; ma conviene consolarci con i vini che li’ si producono, che replicano perfettamente la situazione umana: con le uve straniere che si affiancano al nostrissimo sangiovese, con una vinificazione di una cura che troviamo rara persino in territori più celebri, e che invece riluce qui in una landa sperduta alle pendici del Monte Amiata, con i monumentali vasi vinari in rovere da 50 ettolitri. Questo Rosso Balaxus e’ un uvaggio di sangiovese ed alicante, quest’ultimo in misura direi prevalente, o comunque si fa sentire: con quella sua certa gentilezza ed avvolgenza sensuale, morbida, alcolica ed un po’ barocca, rabbonisce il sangiovese che dalla sua aggiunge snella eleganza e tridimensionalità, così come nel castello a certe rudi strutture medievali si sovrappongono riccioli e volute Secenteschi. E l’alicante e’ poi la grenache, forse l’uva più diffusa sulle sponde del Mediterraneo, dalla Spagna alla Francia alla Sardegna e via via. Allora, nel calice, il vino rosso rubino di media trasparenza ondeggerà mollemente, un poco lascivo, col languore di certe donne brune, lasciando sul vetro fittissime lacrime assai lente a scorrere, con un aroma pronunciato e solare di liquerizia, di fragola , di alloro, di ciliegia, di menta , di ginepro, di mora, di mirtillo, cera e incensi, in un alternarsi chiaroscurale di luce ed ombra, ma che digradano l’una nell’altra senza contrasti eccessivi, come nel primo mattino o nel tardo meriggiare; e c’è su tutto un ricordo come ferro antico, primigenio, minerale, quasi di lance e armature rimaste sospese in qualche pertugio tra i cancelli del tempo. In bocca e’ di buon corpo, molto scorrevole e armonico; morbido ma elegante, viscoso ma non grasso, saporito, ben lungo, di fine stoffa tannica ed acidità vivida ma gentilmente integrata, forse appena un po’ alcolico. Apparentemente svagato e invece complesso, un po’ eccentrico forse, ma con stile, ecco che svela come una terra appartata, lasciata ai margini dallo scorrere della storia, se coltivata con passione e rispetto possa aprirsi alla contemporaneità e al mondo tracciando una retta tra passato e futuro come la scia di una stella cometa a San Lorenzo. Poi, tutto quel l’alicante in evidenza potrà anche restare sospetto a chi ama i vini Toscani tradizionali, così tutti d’un pezzo, ma il mondo e’ bello perché vario. Io ne ho goduto su un pollo arrosto ed i fagiolini di Sant’Anna in umido, o come si dice volgarmente in Valdinievole “le stringhe”, ricordo struggente dei pranzi che facevano d’estate i miei nonni, la famiglia tutta riunita a tavola; ed era sempre una festa, con il vino rosso di pianura leggero ed acidino spillato dalla damigiana, tanto diverso da questo. (16 agosto 2014)

Eulalia Bianco di Toscana IGT 2013, Podere Spazzavento, 13 gradi.


Non godono di particolare favore i bianchi toscani di uve locali, esclusa forse qualche Vernaccia. Saranno pure in genere poco profumati o morbidi se li confrontiamo ai vari Chardonnay, Pinot, ai Chenin, o anche ai Fiano o ai Verdicchio o agli Arneis, ma a me piacciono – se fatti bene- per la loro bocca fresca ed energica, ficcante e penetrante , che compensa ampiamente e d’estate e’ una delizia. Questo Eulalia del Podere Spazzavento, biologico certificato, mi ha incuriosito, perché nasce da Vermentino, Malvasia e Colombana a Ponsacco, in territorio già pisano, non esattamente un luogo alla moda: oggi conosciuto per i mobilifici, in tempi più antichi le sue alture attiravano i cacciatori dai paesi che sorgevano allora sui bordi dei paduli di Fucecchio e di Bientina, quelli che oggi si distendono nella Valdinievole e sulla piana di Lucca: l’Altopascio, la Chiesina, quella sorta di piccolo Far West nostrano oggi dimenticato ma che ancora vive nei vecchi racconti. Andavano a tender le reti: chi se li poteva permettere fucili e cartucce. Chissà se per ristorarsi portavano una panzanella ed un fiasco di un bianchino come questo, paglierino e giovane, senza ciccia ma scattante, onesto, con aromi delicati ma fini e precisi di mela verde, limone, pesca appena appena matura,fiori ed erbe, con una dorsale discreta ma saldissima di pietra bagnata; ma che in bocca e’ pieno, saporito e assai salato, con un’acidità altissima che sveglia, pulisce, rinfresca, fa salivare? Più lungo di quel che ti puoi aspettare e d’altra parte così puro e diretto senza languori, che quasi lo paragonerei più alla glaciale trasparenza di una Vodka che alle sensuali morbidezze di un vino; ma in lui non i nordici inverni, non le gelide steppe polacche e russe, piuttosto il calor del sole, e le cicale, ed il fieno tagliato vi potrai trovare . Anch’io ne ho goduto su una panzanella e non avrei chiesto di meglio; ma me l’immagino anche in un calice la sera, con l’aria del mare, su una terrazza a Marina di Pisa, il brusio dello struscio sul viale, il candore profumato di un pesce fresco arrosto, gli amici intorno, gli occhi di una donna.

Per saperne di più: http://www.poderespazzavento.it