L’Albana di Elisa Mazzavillani: Forlì Bianco IGP 2017, Marta Valpiani, 12,5 gradi e Forlì Bianco IGP 2015, 13,5 gradi.

E poi c’è l’Albana.

Pensavo d’aver assaggiato un po’ di tutto qui e là, seppure a spizzichi e bocconi, del Nuovo e del Vecchio Mondo: pensavo di conoscere.

Tanti vini, tante uve, tanti stili, fino a comporre una mia personale e segreta classifica.

Poi arriva l’Albana – nasce a due passi o poco più: lì in Romagna – che scompagina tutto. Non l’Albana scialba di vinificazioni industriali, raccontata da supponenti testi anglosassoni; ma quella vera, vibrante, di una manciata di produttori artigiani; pochi ancora, magari, ma in continuo aumento.

Dalle loro mani si scopre che l’Albana è uno tra i grandi vini bianchi del mondo: non temo più d’affermarlo.

L’Albana è ampia, carnosa, sensuale, felliniana. È visionaria e trasognata.

Anche quando è ampia e grintosa – sa esserlo, eccome – ha un’accoglienza, una sinuosità femminili. Ha profondità abissale ed inarrestabile sveltezza beverina, quando ben fatta. Col rischio della diluizione o del barocco, all’opposto, se non se ne intende la misura.

All’azienda Marta Valpiani l’intendono benissimo, perché lì ci sono la testa e le mani della bravissima Elisa Mazzavillani.

Riporto qui le note d’assaggio della sua Albana 2017 e 2015, vergate in epoche diverse, rispettivamente l’8 ottobre e il 7 gennaio di quest’anno.

La 2017 è prova incantevole.

L’ho pure maltrattata, quest’Albana, lasciandola mesi a basse temperature, ma lei nulla: come l’apro è magia.

Rimuovo il tappo tecnico a vite (ottima scelta), eccola: è limone carico, forma gocciole fitte, è quasi viscosa; con un profumo intensissimo, nobile, di fiori gialli e agrumi; però, io sento in lei deviazioni intriganti, vegetali e fruttate, dolci e salate, persino piccanti: il sedano (per me un complimento), la mela cotogna, lo zenzero, ma soprattutto il grano, di spighe bionde al sole; Veronelli si portava al cuore i vini che sapevano di grano, ed io idealmente con lui.

È solo un attimo concesso alla commozione, perché il vino spinge sul palato, accelera e romba imperioso: molto ampio, ma vibrante d’acidità tellurica, salinissimo fino al midollo: riflette la profondità delle radici di una vigna trentennale che affondano e leggono i terreni di Castrocaro Terme. È lindo, lunghissimo, ritmato, sino a svanire su ritorni minerali, quasi ematici; lasciando una sensazione di ruvidezza tannica piacevolissima, che pulisce il palato e invita a schioccare la lingua.

Un’Albana sinfonica, questa: un fiume di note, che vergano pennellate ampie sulla tela.

Per noi stasera, buonissimo su polpette di baccalà e persino solo, per compagnia, stimolo, consolazione; ma l’avrei voluto, ché pere chiamarlo, su un ricchissimo e complesso piatto di spaghetti allo scoglio.

La 2015 è freschezza e precisione, malgrado l’annata generalmente calda.

Ha color limone carico, quasi tendente al dorato.

Il profumo, di media intensità, gioca su fiori gialli, zagara e ginestra, e frutta a polpa bianca e gialla, con un ricordo delicato, ma netto, di agrume, che da giallo (limone o cedro), vira all’arancio, al mandarino.

Emerge poi un tocco di fiore blu, quasi lavanda, quasi ricordo di crete azzurre – se ci si consente un volo immaginifico- infiltrato dalla terra fin nel bicchiere.

Con le ore si porge più morbido, accennando frutta tropicale e candita; e l’ossigenazione gli porta una nota di pepe bianco, ancor più evidente nel retrolfatto.

Il corpo è molto ampio: sembra riempire ogni angolo della bocca; ma il vino è reattivo, saporito con un’acidità notevole ed una lieve, piacevole tannicità.

Non si direbbe sulle prime, perché il gran corpo l’occulta, ma qui c’è netto il sale.

Si muove deciso verso un finale di dicerta lunghezza, modulato tra il conforto ravvivante del calore alcolico ed una sferzata fresca d’acidità.

Il tappo a vite è scelta eccellente, sebbene forse partecipe del l’iniziale ritrosia olfattiva di questo bianco strutturato, versatile e gastronomico, a suo agio dall’aperitivo, ai primi complessi, alle carni.