Pheasant’s Tears Rkatziteli 2013, 12,25 gradi.

È un vino georgiano vinificato e lungamente macerato in anfore interrate, dalla locale varietà di uva bianca Rkatsiteli, vecchio di otto anni.

Ci si limitare qui, lasciandosi fascinare dall’esoticità e dalla tradizione millenaria o derubricandolo a mera curiosità, perché tanto: “i bianchi macerativi si assomigliano un po’ tutti”.

Soffermiamoci, invece.
Io, che non lo assaggiavo da anni, ne conservavo un ricordo simpatico. Ed ora che lo ribevo, rammento il motivo.

Vero, colore e registro dei profumi sono quelli della tipologia: ambra deciso allo sguardo, un’esplosione di frutta candita -albicocca soprattutto- terriccio, farina di castagne e folate levantine di spezie, incensi, cera d’api all’olfazione, così precise e intense da materializzare il sogno dorato di una corte orientale.

È il sorso che spiazza, perché conseguentemente lo si immagina decadente e laborioso, come spesso capita in molti bianchi macerativi, anche di gran fama.
Invece, no: questo è fresco, sapido, contrastato, di notevole acidità, dissetante: insomma, si beve proprio bene.

Marca un segno tra la naturale immedesimazione in una tradizione e la concettosa acquisizione di una tecnica.

Difatti, sta meglio a tavola che in degustazione: chiama a gran voce la selvaggina da piuma (si può dubitarne, con quel nome?), ma si adatta bene alla carne bianca.

Tbilvino Qvevris 2011, JSC Tbilvino per Marks & Spencer, 12,5 gradi.


Quand’e’ stata l’ultima volta che hai versato un vino bianco e, invece di trovarlo bianco carta o giallo limone, aveva un bel color dorato o addirittura ambrato? Parecchio, ne son certo, se non hai amici e parenti contadini o non ti sei appassionato alla causa di quelli che si chiamano, con voce alla moda e un po’ feticcia “orange wine”. Qui,per spiegare, mi occorrerà essere un po’ tecnico e – amico, amica che mi leggi – perdonami la noia e se la mia sintesi sarà, giocoforza, assai zoppicante e poco accurata: per i vini rossi abitualmente si pigiano le uve e si lasciano a contatto col succo, finché fermentato non diventa vino (si parla di macerazione); per i bianchi le uve si separano, così da estrarre meno sostanze ed ottenere liquidi più delicati al gusto ed alla vista. Però non è sempre stato così: vai indietro di cinquant’anni -o, ancor meno- e vedrai i nostri contadini pigiare allegri il trebbiano, il verdicchio, la malvasia, il fiano e quel grappolo che oggi chiamiamo friulano, lasciandoli qualche ora o qualche giorno con le bucce nel gran tino. Tradizione che invece mai si è persa in un paese bellissimo e remoto, lontano, all’ombra del Caucaso: la Georgia. Li’ si fa anche di più: il vino fermenta e matura non nel legno, ma in anfore di terracotta interrate: la Madre Terra, infatti, generosa stabilizza la temperatura e nel suo naturale refrigerare preserva aromi e sottigliezze. Meraviglia delle meraviglie: una viticoltura ed un far vino antichi di 6000 anni e pure Noè, primo vignaiolo della storia, parcheggio’ l’Arca poco lontano. Tuttavia, leggi qualche testo: nell’antica Roma non si faceva diversamente; e pure nel ‘600 così era per i bianchi della mia amata Valdinievole nei poderi delle tenute medicee: il Terzo, Montevettolini, Bellavista; il Padule troppo vicino ad infradiciare la terra per scavare profonde cantine e colmarle di botti. Chissà poi in quanti altri luoghi d’Italia! E, se posso sbilanciarmi, tante nostre vecchie varietà di uve magari ci guadagnavano, tirando fuori il loro meglio. Onore dunque alla catena inglese Marks e Spencer, che ha il coraggio di portare sullo scaffale un pezzo di storia: non berlo troppo freddo, perché è un rosso vestito da bianco, e vi scoprirai aromi molto delicati ma personali e suadenti di mele cotogne, di fico bianco, di miele di limone e di corbezzolo, di pesca essiccata e di mandorle. Al sorso non avrai un’acidità pulente, ma sufficiente per sostenere la sua corsa moderatamente salina, corposa, piacevolmente ruvida: ci troverai i tannini, come in un vino rosso appunto, ma sottili delicati e rotondi, un accenno soltanto; non dimenticare che stanno nella buccia e nel raspo dell’uva. Se lo farai danzare sulla lingua sentirai i rimandi che affascinavano il tuo naso, appena appena affogati dall’alcool. Insomma: sembra che non vi sia nulla di che, ma ti vien voglia di berlo e riberlo. Certo e’ più facile di altri “orange wine”: si nota la mano inglese della grande distribuzione che ha cercato di renderlo accessibile ai più, col vantaggio comunque di una bella flessibilità sulla tavola. Sta bene con gli stuzzichini saporiti e come lui ancestrali: formaggi caprini (ad esempio il Flor de Ronda Cabra), il Pecorino Romano, i taralli all’olio, le olive verdi di Novellara del Belice, o sul pesce – perché no, anche su un plateau di frutti di mare freschi. Io l’ho voluto provare -accostamento inconsueto, ma non spiacevole- sulle linguine al bottarga di cefalo di Orbetello, sminuzzata in punta di lama.