Garda classico Groppello 2015, Le sincette, 12,5 gradi.

Non amo descrivere un vino se non ho il tempo di degustarlo con calma e concentrazione nella tranquillità della casa. Mi adatto a vergare qualche appunto in occasione di manifestazioni particolari girando tra i banchetti, ma di poche e brevi note si tratta, istantanee: una descrizione più ambiziosa richiede calma e ghiaccio.

Dunque solitamente degusto con calma, a tavola; potendo, proseguo l’assaggio per qualche giorno, così da osservare l’evoluzione del vino. E, intanto, scrivo: prendo appunti che poi rivedo ed elaboro.

Così volevo comportarmi per questo Garda lassico Groppello 2015, de Le sincette.

Gustato un sabato a pranzo, su un arrosto di maiale di carni eccellenti acquistato presso l’Azienda Veronesi di Massa Finalese, in provincia di Modena, che virtuosamente alleva suini a filiera chiusa: dal fieno alla macellazione e norcineria.

Peccato che, giunto a buttare giù i miei appunti, la bottiglia fosse già finita! Senza che me ne accorgessi; ed eravamo a tavola in due soltanto.

Mi trovo perciò ad affidarmi alla memoria, ma puoi starne sicuro, amica o amico che mi leggi: nella memoria questo Groppello mi si è impresso bene, accendendo le luci su un territorio e su un’uva.

Della Valtenesi, che si allunga da nord a sud, vicina e parallela alla sponda bresciana del Lago di Garda, avevo sentito da tempo assai bene: mi pare di ricordare – potrei sbagliarmi – un accorato scritto veronelliano. Così pure dell’uva Groppello mi si dissero grandi cose. Si tratta precisamente di una famiglia di uve tipiche dell’areale gardense, risalendo su fino al Trentino. Il groppello gentile, impiegato in questo vino, ne è la varietà più coltivata in Valtenesi e la più antica.

Gentile di nome e di fatto, se questo rosso delle Sincette è buon testimone: indimenticabile.

Biodinamico: perciò ho levato il tappo con un misto di speranzosa aspettativa e di sconfortata preoccupazione: “mica sarà uno di quei vini tutti sbilanciati e pieni di puzzette?”.

Nient’affatto: questo Garda Classico è di una precisione e di una purezza mirabili per ciascuno dei sensi dell’assaggiatore. Bello già alla vista: rubino molto scuro, trasparente, con gocciole irregolari sul calice. Un profumo pulitissimo, nell’infanzia della sua evoluzione, ricchissimo, intenso e screziato, di frutta nera in prevalenza e rossa, spaziando dal mirtillo alle bacche di mirto, dal lampone alla ciliegia. E poi, tutt’intorno – come una trapunta morbidissima e pungente, dalla trama ricercata- spezie dolci. Sovra esse, a guidare, il pepe verde, nitido, qui è là sfumato da ricordi vegetali di foglie di mirto e di alloro.

La trama: ecco il suo massimo pregio, forse più ancora dei profumi. Nel suo quarto anno ormai, al sorso è meravigliosamente scorrevole e polposo: non fa scalino, come diceva Soldati, anzi carezza tutto il palato con la sua polpa. Corpo medio, ma è velluto e seta. L’acidità mediana ed il tannino quasi duttile son ricami preziosi che evidenziano l’estrema bellezza tattile.

Il nome evoca la forma del grappolo: compatto e serrato come un pugno, un “groppo”; ma il vino è scioltissimo; ha un carattere affettuoso e profondissimo, aggraziato, confortevole, soffice e lieve, più cameristico che sinfonico: s’accomuna ai Pinot Nero, ai Ruchè, ai Piedirosso, ai Canaiolo; tra tutti, però, mi rassembra il Rossese.

Questo, amica o amico che mi leggi, è un grande vino, di stupefacente identità e fattura: finalmente intendo che la viticoltura bresciana va indagata a fondo, ben oltre i colli di Franciacorta .

Lugana I Frati 2010, Ca’ dei Frati, 13 gradi.

Portai questo Lugana con me in Inghilterra quattro anni fa, in quel che è stato per me scoperta, nuova vita, ma soprattuto esilio. Mi piacque allora che mi seguisse tra le nebbie del nord come ricordo di quel Lago di Garda così azzurro e solare e della bella Sirmione, che è così dolce sulle coste maestose del suo promontorio. Quante gite negli anni laggiù, con mamma e babbo, e poi amici ed amori. Recita la retroetichetta della pesantissima bottiglia di vetro nero: “raggiunge il suo ottimo gustativo tra il terzo ed il quinto anno dalla vendemmia”: sono stato quindi fedele all’indicazione del produttore, se ne ho ritardato fino ad ora l’apertura. Forse: in verità l’ho conservato in luogo sicuramente non adeguato e ne sono consapevole. Forza sù: lo apro, estraggo il lungo tappo di sughero intero, molto serio. Vedi? Eccolo dorato pieno, ossia di profondità mediana tra trasparenza e concentrazione, ma più vivido che pallido. Dispiega subito una grande pienezza aromatica da vino evoluto, con le note candite evidenti di frutta caramellata, e quelle di frutta secca. Similmente alla bocca: ricco di sapore concentrato e di residuo zuccherino, al punto che sospetto rasenti il massimo di 12 grammi per litro consentiti da questa DOCG che in materia  è particolarmente generosa. Ricorda quasi un bianco Pinot Gris alsaziano. Vino flessibile e passante sul palato, l’acidità  non basta però a bilanciarlo e mi resta dolce e pesante, al punto quasi di stuccare. Rimango insomma interdetto: ha tante caratteristiche che sulla carta amo (quelle note aromatiche complesse che solo la patina del tempo dona, la pienezza del corpo, l’intensità del gusto, la tessitura fitta ed elastica, la più che discreta persistenza, la tinta calda che tenta lo sguardo, la stessa abboccatura che di solito risulta così gastronomica e benvenuta negli abbinamenti), però nel complesso non mi convince.  Versa e riversa, sorso dopo sorso, il dubbio mi rimane. Diamine: è sconfortante, come uscire a cena con una bella donna dagli occhi splenditi, i capelli lucenti, il fisico sensuale e trovarsi e dire: “non scatta nulla, non so se mi interessa”.  Però ho imparato che col vino è come con l’amore: a volte ci vuol tempo, non bisogna giudicare d’acchito. Allora ne lascio un po’ da parte, una quantità bastevole l’indomani per goderne e non solo per un assaggio degustativo. Ecco che il tempo compie la sua opera ed il vino recupera il suo respiro, il passo lento e affaticato trova uno slancio nuovo all’aria che invade la bottiglia aperta. Gli aromi conquistano definizione: i fiori sono di nuovo sbocciati ed hanno petali di giglio bianco freschi e carnosi; sugli strati di frutta caramellata si sono ora posati limoni maturi e cedri aperti in due, odorosi; la frutta secca si ritira discreta  e si ammanta di una polvere di spezie dolci, dove la cannella si allea allo zafferano, per un profilo al mio naso più dinamico e vivace. Persino il residuo zuccherino cede il passo ad un’energia ritrovata: una corrente acida che sa spingere i motori ad un regime allegro è lì quasi per magia, come se un circuito elettrico a massa fosse stato d’un tratto ristabilito. Ora sì che ci siamo ed onore si rende al Turbiana o Trebbiano di Lugana – e su un antipasto all’Italiana o sui sapori complessi  di un pesce di lago o di acqua dolce, anche tu amico o amica che mi leggi potresti goderne trovandone una bottiglia gemella, prestando cura che la temperatura di servizio ne esalti gli equilibri: sia fresco infatti e per nulla freddo. lo lo so che non è vero, ho imparato che a quel tempo i vini eran diversi: ma mi piace tuttavia pensare che il poeta Catullo, tornando finalmente a casa nella sua Sirmione dopo un lunghissimo viaggio dalla lontana Bitinia, brindasse con un Lugana come questo al suo ritrovato tetto e che il vino gli stimolasse le risa, a lui e ai famigli: risa su risa, fino a inondare l’enorme casa dalle infinite arcate. Un Lugana come questo: vecchio del tempo dovuto al viaggio, degli anni rubati alla vita.