Montevertine 2001, Az. Agr. Monteverine, 12,5 gradi.

Nell’estate del 2001 ero in servizio civile – mi ero trovato costretto ad interrompere momentaneamente gli studi, che portavo avanti con fatica.

Ero innamorato di una bella fanciulla – non ricambiato, o non ci capimmo.

Morì in quei giorni la mia amata nonna Gina.

Eppure, malgrado questi brutti ricordi, di quell’estate rammento il sole, come se la pioggia non fosse esistita. Sole, calore, luce: una vibrazione luminosa che investiva anche le notti.

Sarà che avevo solo 24 anni.

Quell’estate maturavano le uve di questo Montevertine – ed allora le colline di Radda non mi erano affatto familiari come oggi: mi orientavo appena nella vasta zona del Chianti Classico.

Nel 2001 c’erano a Montevertine Martino Manetti (e c’è tuttora), Bruno Bini e Giulio Gambelli (che ci hanno lasciato), i quali imperterriti portavano avanti un’idea di vino classico, proporzionato, riflessivo, trasparente nel colore e nell’anima, in un’epoca di vini scuri, pomposi, costruiti con la voglia di stupire ed ottundere.

Questi concetti mi erano allora ignoti: li avrei intesi solo molti anni dopo.

Nemmeno li conoscevo diversi anni dopo quando acquistai questa bottiglia, che stava impolverata e verticale sullo scaffale più alto di una piccola enoteca milanese, dalle parti di corso Buenos Aires: certamente avevo letto e ascoltato riscontri ottimo su questo vino, ma generici, cioè senza chiave interpretativa.

Qualcosa, nel tempo da allora trascorso, penso di averlo imparato: un po’ di nozioni e un po’ di esperienza.

Conosco oggi la strada per Radda, so dove si svolta per Montevertine; conosco quel cielo, quell’aria, ho odorato un pugno di quella terra; negli occhi ho disegnate quelle colline.

Quei nomi, che l’etichetta raccontava con trasparente umiltà e orgoglio, oggi so che posto occupano nella storia del vino mondiale.

Questo vino oggi ha 19 anni. L’avessi comprato in cantina, o comunque poco dopo L imbottigliamento, avrei avuto il polso fermo di attenderlo più a lungo; vista la cattiva conservazione subita durante i primi anni, mi son deciso ad aprirla, con adeguato anticipo.

Difatti il tappo è molto secco, tende a sfaldarsi: evito il peggio con cura e fortuna.

Non saprò mai come poteva essere questo Montevertine 2001, se ben conservato – altre bottiglie non ne ho.

Quel che leggo nel calice è un vino granato, con sfumature arancio e quasi dorate, di buona trasparenza, luminoso.

Il profumo è intenso e ritroso insieme, un continuo cangiare, con la stessa naturalezza delle nuvole mosse dal vento.

Si potrebbe analizzarlo freddamente, coi descrittori insegnanti dalle varie scuole, oppure applicando griglie tecniche standardizzate, ma se ne perderebbe l’essenza trasognata: c’è in lui un quid sfuggente, che la parola stenta a evocare.

Il motivo sta scritto in etichetta: un luogo e le persone. Nessuna griglia può racchiudere la vita.

Pertanto, anche se amo essere preciso ed metodologie condivise, mi arrendo. Sospinto dall’emozione, i freddi descrittori acquistano un significato nuovo e pulsante.

I fiori, le viole, sono proprio quelle viole, colte in un angolo e momento precisio: convivono nell’evocazione fresche e appassite.

La ciliegia è materica, ma ecco: un momento essa è acerba e fresca, poi matura, poi diviene conserva sotto spirito: il tempo relativizza in questo vino, la successione degli eventi oniricamente si confonde e parallelizza, come nel sinfonismo di Debussy.

C’è l’aria, c’è la pietra, c’è l’acqua dei torrenti; il bosco con le cortecce, i muschi, le castagne, i funghi, la terra; un quadro di prospettiva aerea, nel quale smagarsi.

Ci sono le erbe aromatiche, colte nelle diverse ore del giorno; così pure le spezie.

Perché questo è un vino che si muove, un vino che cammina; molti altri, pur grandi, stanno.

C’è il ferro e c’è il sangue: persino la violenza della vita qui è ricomposta in superiore armonia.

L’aldeide è un grido di rondine a sera.

Al sorso, seta: la tessitura di qualità impalpabile che ho trovato in tutti i vini di Giulio Gambelli: l’attaccare energico e delicatissimo insieme, come musica che nasca dal silenzio, ma decisa; l’apertura al centro bocca, come un rapace maestoso dispiega le ali, come la ninfea sboccia in una fonte.

Il corpo agile, il tannino autorevole, l’acidità vibrante, il sale della terra vivido.

Il gusto centrato, sferico, che armoniosamente degrada e svanisce, in un riverbero lunghissimo, indimenticabile, di inattingibile equilibrio, perfetto compagno di ogni tavola: col pollo alla cacciatora è stato oggi un dialogo d’amore.

Fosse scultura: il David di Donatello. Architettura: un chiostro brunelleschiano.

E poi, soprattutto, in lui si sente l’uva viva, schiacciata tra i denti quando pulsa ancora di vita, di sole, tutta succo, appena colta dalla pianta: mi ricordo quando mio nonno mi portava bimbetto sulle prode, coglieva un chicco maturo di sangiovese o di canaiolo – buccia tesa, polpa turgida – e me lo faceva assaggiare.

Con questo Montevertine ci si potrebbe perdere nel vago e nella poesia.

Forse, meglio tornare alle descrizioni asciutte che usavano un tempo.

Avrebbero scritto, magari: “Gran vino di stoffa e razza superiori, da uva sangiovese con quote minoritarie di canaiolo nero e colorino; profumato, armonico, secco e di corpo, da arrosti e umidi; guadagna con l’invecchiamento”.

E sarebbe stato migliore omaggio alla sua signorile misura.

Chianti Classico 2010, Tenuta Villa Rosa, 13 gradi.

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Un vino che non so se esista più, di un’azienda che forse non esiste più, di un enologo che non c’è più; ma un vino che ispira poesia e commozione. Ché poi, enologo, non sarebbe nemmeno corretto: Maestro assaggiatore, com’era chiamato Giulio Gambelli. Lui, che enologo non era, sapeva però – è stato detto –  ascoltare il vino. Questo Chianti Classico fu uno tra gli ultimi suoi grandi. Andai a Villa Rosa alcuni anni addietro, credo nel 2012. Arrivarci non era difficile, seppure fosse su una strada un po’ secondaria, all’incirca tra Poggibonsi e la parte alta di Castellina. Era però difficile trovare la porta aperta e, se si bussava a quella porta, o era per caso o perché con determinazione si era giunti a conoscenza di quei vini lì nati: la visibilità della firma sulla stampa dell’epoca era quasi nulla. Quel giorno di un agosto ormai lontano la porta si aprì. La cantina era semplicissima, pulita ma non asettica, intonacata di bianco, tra i pilastri botti grandi e annose ovunque. L’accoglienza, semplice, gentile, signorile a suo modo, con molto understatement. Su una parete, un ritratto fotografico di Giulio Gambelli.  Tecnologia, lo stretto indispensabile, forse ferma da qualche lustro. Ne venni via con una dozzina di bottiglie miste ed ancora mi pento di essere stato avaro. Gambelli mancò nel 2012 e Villa Rosa, che era passata alle sapientissime cure dell’allievo Paolo Salvi, credo venisse già nel 2013  acquisita da Cecchi. Il marchio, non saprei se esista ancora; e se esiste, non so chi e come ne curi la fattura dei vini. Allora mi rimangono queste poche bottiglie non ancora godute ed ho stasera l’occasione felice di una cena in famiglia con le persone che amo e di una costata all’antica. Cavo il sughero in anticipo di circa otto ore, perché il vino respiri. Ed eccolo, giunta l’ora nel calice, con le sue lacrime lente, pensose, persistentissime, dalle gambe lunghe; vivido e lucente nella sua tinta rubina e trasparente, che si scurisce un calice dopo l’altro per la dispersione finissima del fondo. Nobile profumo, intenso, ma sfumato come un quadro leonardesco, con la stessa misura velando e fondendo aereo infiniti dettagli minuti. Le viole, le rose, le ciliegie, uva nera matura, la piccola mora di rovo che si coglie passeggiando per le macchie, la susina nera,  i minerali (ferro, ghisa, ruggine, sasso, rena), le spezie (pepe bianco e nero, noce moscata, chiodo di garofano), un profumo netto di conifera, non saprei se pino o cipresso, la liquirizia, il carciofo, l’alloro, un sentore lontano di terra umida e gravida, evocati vividamente, ma come attraverso la lente del ricordo, con infinita malinconia. Cangiante, ma in un tono minore, con quella sorta di opacità severa che Cesare Brandi attribuiva ai colori della campagna toscana e che si ritrova nei quadri di Fattori e di Rosai. Invitante, assonando con gli odori della mensa toscana, riserba al sorso ulteriori bellezze. È una dama in lungo, una notte con un manto di stelle, un suono di viola d’amore. Vividissimo, più di quello che i suoi otto anni suggerirebbero: l’acidità altissima ne sorregge la danza, guizzando sulle punte, rilucendo come la trota che risale il torrente; tuttavia la bocca ne risulta avvolta, con un senso di levità setosa, con un brillìo salino sottotraccia, arco teso di intensità minerale. Il gusto è pienissimo, profondo, specchio perfetto dei profumi, irradiante, preciso, concentrato di energia, lunghissimo e vibrante, in equilibrio fatato, dove ogni asperità tannica (un tannino presente, virile, deciso, maturo) è un’ulteriore rifrazione luminosa e sonora, significante e misurata.
Stasera, ancora una volta, in questo Chianti Classico di Castellina –  sangiovese il più, con pochi tocchi forse di canaiolo e di merlot –   si è ripetuta la magia di un vino del Maestro. Il caro Maestro, che con la misura dei suoi vini francescani evocava la Toscana antica che favellavano i miei nonni. Il tempo però passa e questo dolce privilegio sarà per pochi anni ancora.

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Chianti Classico 2005, Ormanni, 14 gradi.

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Poi, dopo tanti assaggi, apri di nuovo un vino di Gambelli. E capisci.
Che cosa si può capire, da un vino? Nulla e tutto.
Ad esempio, che sei tornato a casa: quel colore, quei profumi, sono parte della tua storia, della tua famiglia, delle tue origini, ormai lontanissime, ma orgogliosamente contadine; quello che senti lì, è Toscana, è Chianti Classico, è Sangiovese ed, anche, un po’ di Canaiolo; è poesia di Stilnovo e bestemmia di bifolco, così schiette e inestricabilmente unite; quello, dopo tanti assaggi, dopo tanto vagare per terre, mari, colline, montagne, pianure, coste, terrazzi, ritocchini, cru e sorì,  è la tua idea originaria di finezza ed eleganza, che tanto hai girato per trovare ed era lì, davanti all’uscio o, meglio, nell’interrato buio del tuo vecchio sottoscala; quello, ti dice che più spesso avresti dovuto aprirne, per ricordare, però sai che invece devi serbarne perché si ripeta ancora la magia, perché il mago, il Sor Giulio, non c’è più.
Il Chianti Classico 2005 di Ormanni, azienda storicissima , sita grosso modo all’incrocio tra i territori di Poggibonsi, Barberino Val d’Elsa e Castellina in Chianti. Azienda del cuore, se così si può, dire di Giulio Gambelli, che il Maestro seguì fino all’ultimo,  con quelle poche altre dove sapeva di aver carta bianca ed ottimi terreni: nel gruppo, per dire, Montevertine, Poggio di Sotto, la scomparsa Villa Rosa: i miti.
Fu un vino  particolare quel 2005, perché da Ormanni non si produsse la Riserva di Chianti Classico “Borro del Diavolo” , la cui materia confluì nel Chianti Classico annata non essendo ritenuta all’altezza della più prestigiosa etichetta. Ne comprai direttamente in cantina, e me lo ricordo, bevuto giovane, come scalpitava maschio. Ora lo riapro a 12 anni dalla vendemmia, nemmeno gli lascio il tempo di respirare: aperto e subito nel bicchiere, fiducioso anche per il tappo di sughero intero in perfettissime condizioni. Aperto e subito bello; meno male, però, che me lo gusto con calma, lasciandogli il tempo di dispiegarsi: già, perché questo è uno di quei vini che reagisce all’ossigeno cambiando continuamente, un po’ caleidoscopio, un po’ coda di pavone.
Anzitutto, però, lo guardo: non mi privo, amico o amica che mi leggi, del piacere della vista. È rubino trasparente e luminoso, ricco di riflessi, e vira in maniera estremamente progressiva e naturale all’aranciato verso il bordo. Lascia sul cristallo lacrime molto lente, molto fitte e regolari, molto persistenti: una trina equabile e solenne, come gli archetti delle chiese di stile romanico pisano-lucchese. Il profumo, subito pulito, è di intensità notevolissima, ma in qualche maniera contenuto, riservato: di una ritrosia elegante e pacata, ne vedi subito la melodia, tuttavia serve tempo per discernere le note e gli accordi, i passi dei violini e i trilli degli strumentini. I fiori del vero Chianti Classico: le viole, l’iris, la rosa canina. La frutta rossa insieme presente e sfumata: ciliegie, lamponi, amarene, susine; una speziatura complessa  e delicata che spazia dalle note del pepe bianco, alla noce moscata, al chiodo di garofano. Le erbe, con ancor più  complessità e delicatezza: rosmarino, salvia essiccata, alloro, timo, maggiorana. Un fondale morbido e arioso di bergamotto, che prelude ad accenni di sviluppo terziario, più evocati che reali: quasi un sentimento di paglia al sole e terra umida, accomunati in un acquarellato trascolorare. Tuttavia, ogni volta che ritorno al calice, un nuovo fantasma mi sorride e mi invita a seguirlo: ora il dattero verso un Oriente di fiaba, ora la ruggine di cancelli del tempo fatati, ora la canfora e la lavanda che nonne e mamme mettevano nei cassetti di bucato, ora le rocce di un muro scolpite dal vento, ora la pelliccia di volpe che indossava mia mamma quando veniva a prendermi alle scuole elementari e mi piaceva tuffarmi in quel morbido pelo; ora, i balsami dell’eucalipto, e i lunghi pomeriggi alla casa al mare. Il sorso è sognante: freschissimo, nitido e morbido insieme, setoso e croccante allo stesso tempo, in misura eguale maturo e succoso. Di ottimo corpo, eppure compatto sul palato, come se nello scorrere seguisse una linea flessibile ma continua come un binario e da lì irradiasse il suo sapore e tutta la sua struttura: ne basta un sorso minimo sulla punta della lingua per sentire il sapore espandersi, come fosse un giulebbe, un elisir. L’equilibrio è la sua grazia: dimentichi tannino, acidità , alcol e qualunque altro parametro in virtù dell’armonia. Eppure, tannino ce n’è assai, di setosissima qualità, matura; assai anche di acidità, ma così ben distribuita da risultare stuzzicante su tutto il fondo del palato, unendosi così naturalmente con la salinità da faticare a distinguerle. L’alcol, si percepisce a stento o per nulla, né col vino in bocca, nè nel finale, pulitissimo, lunghissimo, suadente nei suoi sussurri, non ampio nella sensazione, ma penetrante, profondo, articolato, vieppiù esaltato dal cibo.
Certo, son sfumature, è un vino da ascolto attento, da grandi silenzi ; eppure te ne puoi anche scordare e berlo così, in compagnia, scorrevole e amico: lui troverà sempre il suo posto. Non è, forse, il sommo dei vini di Gambelli: le annate giocano giustamente un ruolo e così l’ambizione delle selezioni; ma c’è anche in lui quell’ariosità soffice che ho sentito, impareggiabile, in tutte le sue creature; e ritrovo in questo Chianti Classico la mia idea di vino: fatta di grazia, di purezza, di levità, anche quando, come in lui,  la forza non manca. Serve il territorio, naturalmente; serve anche il vitigno, chiaro; ma se quell’idea la ritrovo in certi Pinot Nero, in certi Nebbiolo, in certi Sangiovese, allora conta, eccome,  la mano dell’uomo. Quella del Maestro, da anni si è fermata; ma il suo gesto, oggi mille mani lo possono ripetere, se lo vogliono.
Qualora tu abbia la fortuna, amico o amica che mi leggi, di trovarne, godine sulle carni bianche. Meglio: sulle pernici.

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Chianti Classico Bibbiano 2008 13,5 gradi.

Da quanti anni non torno a Bibbiano.
Rivedo innanzi a me la lunga strada sterrata come la percorsi la prima volta: fangosa per le piogge di febbraio, con la luce che già cala e sfuma nel crepuscolo. La ricordo con la primavera che esplode: i fiori e i profumi sul ciglio, le colline verdi, un cantare di uccelli, quando fui ospite a pranzo di Tommaso Marrocchesi Marzi che della tenuta è il motore e l’anima. L’ultima memoria è sotto il sole abbagliante d’estate in un frinir di cicale, per mostrare la bellezza del luogo a chi mi è caro: nessuno vidi, nè mi feci riconoscere.  A Bibbiano non si arriva per caso: bisogna inoltrarsi nel segreto del Chianti Classico, dalla parte che il territorio di Castellina si apre a sud e a ovest verso la Valdelsa formando un doppio crinale ripidissimo, ma che gode di una luminosità intensa, quasi marina. Di lassù, dal piazzale prospiciente la fattoria che è un vecchio edificio semplice nelle forme, la vista spazia su una successione solenne di colline a perdita d’occhio, ripartite geometricamente a seminativi, vigneti, boschi. Solo i cipressi, in filari o isolati, sembrano interrompere con un segno verticale e netto le forme morbide e femminili che circondano lo sguardo. Qui venni in cerca del Chianti Classico più autentico, apposta, seguendo le orme di quel gran Maestro del Sangiovese che fu Giulio Gambelli: lui quella strada la percorse credo per sessanta vendemmie, creando vini che parlavano della terra e della stagione che li aveva generati. Vini lievi come un volo di farfalla, è stato detto.
Perciò la nostalgia è forte quando apro questa bottiglia di Chianti Classico del 2008. Avevo il desiderio di ritrovarmi con la  mente per un attimo in quella terra e di misurare, millanta assaggi dopo, se fosse mutata la mia percezione di quel vino, e in quale modo. Perciò l’ho aperto con calma, 12 ore prima dell’assaggio; ma già levando il tappo, m’ha inebriato le nari di fiori.  Giunta l’ora della cena verso il vino nei calici ed essi risplendono: un rubino trasparentissimo e luminoso che vira appena sull’aranciato e al granato sull’unghia li fa rilucere dall’interno, lasciando sul cristallo lacrime estremamente lente e da attendere con pazienza. Oscillando il bicchiere per lo stelo il vino ruota veloce e leggero una danza aggraziata, senza peso, quasi una piuma o un petalo di rosa trasportato lontano dal vento. I suoi profumi arrivano con un’intensità mediana, da lieve brezza che solletica e ristora, ma sono estremamente sfaccettati, prismatici come i riflessi di un diamante, primaverili come la luce del mattino; floreali, un vero e proprio bouquet: viole, gigli, garofani e rose, in composizione perfetta; poi l’evocazione di frutta rossa freschissima: susine, pesche noci, ma soprattutto vivaddio uva, poi un poco di rinfrescante arancia sanguinella; persino le erbe aromatiche, anch’esse fresche,  rasserenanti perché parlano di aria aperta: borragine, rosmarino, timo, menta. Appena fanno capolino, infiltrandosi in una trama fitta e flessibile come foglie di rami di bosso modellati per un parco incantato, gli aromi terziari, con una speziatura raffinatissima ed equilibrata inizialmente, poi, con l’attesa, insinuandosi appena ricordi lontanissimi di pelle conciata, di castagne, di tabacco. Finalmente lo assaggi o piuttosto lo bevi, così croccante e scattante, leggero, fine, equilibrato, saporito, salato e minerale. Ha un attacco netto e prosegue deciso, irradiante ma anche dolce, sinuoso, lungo, saldamente strutturato tra un tannino felicemente abbondante ma sottilissimo ed un’acidità fermissima delicatamente distribuita sul palato; succoso, con grande intensità di un gusto fresco e misteriosamente gentile di lampone, che ha un’evidenza quasi materica. Diresti ariosa la sensazione che offre al palato: continua, salda e sottile, tesa ma profondamente calma. Una bocca sussurrata, gentile, di fanciulla ideale da ritratto quattrocentesco: “Bocca baciata non perde ventura”.  Non so se questo sia ancora un vino di Giulio Gambelli, che nei suoi ultimi anni aveva passato la consulenza enologica a mani più giovani limitandosi a qualche assaggio e consiglio,  ma quell’armonia di forza e grazia così intimamente intrecciate da risultare inestricabili rimanda luminosa al suo stile, come lo declinava nelle vigne di Bibbiano . Questo infine è ciò che importa: la perpetrazione del genius loci .
Chissà se a Bibbiano si producono ancora vini così, se le sirene delle mode e le necessità di mercato (che van tenute in considerazione) non abbiano intaccato la loro anima purissima. Lo spero, perchè bada, amico o amica che mi leggi: questo è un Sangiovese affinato semplicemente nelle vasche di cemento vetrificato, con piccole aggiunte dei tradizionali Canaiolo e Colorino; ma quando il Sangiovese del Chianti Classico si esprime su questi livelli, per conto mio non teme confronti con chicchessia, nemmeno coi Grand Cru del Pinot Nero di Borgogna.
È stato meraviglioso sulla nostra tavola con cavolo nero e fagioli – e ha fatto battere il cuore; ma lo scommetterei eccellente anche sui primi piatti e sugli arrosti di carni bianche: quelli che un tempo usava per la festa contadina.

Le Pergole Torte 2008, Montevertine, 13 gradi.

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Se prendi – amico, amica che mi leggi – il disco meraviglioso del Falstaff che Toscanini incise nel 1950 con i complessi della NBC e lo fai suonare, avvertirai un fenomeno curioso: posa la puntina sul microsolco del vinile nero e lucente, o il cd sfavillante nel suo cassettino, si diffonderà allora la musica: nitida, incisiva, schietta; in realtà il virtuosismo è eccelso, stratosferico, raffinatissimo, ma per accorgertene dovrai concentrarti disperatamente e il tuo successo durerà solo pochi secondi: più forte sarà la musica, la naturalezza dell’esecuzione, con la sua esuberanza, l’umorismo, la dolcezza, il ripiegarsi malinconico, il respiro appassionato.
Questi pensieri mi si sono riaffacciati alla mente di fronte a questo Le Pergole Torte 2008. Ora, che cosa sia il Le Pergole Torte non debbo probabilmente dirtelo io: è il Sangiovese purissimo di una certa parte di Radda in Chianti, le viti curate con infinito amore, l’uva vinificata con la semplicità più estrema. Un vino che quando nacque fu respinto dalle commissioni della DOC: non tipico essenzialmente perché di qualità troppo superiore rispetto ai corrivi Chianti di quell’epoca, lui vero purosangue tutto sangiovese, pensato per rispolverare fasti ottocenteschi in un’era di vini industriali o approssimativi.
Aprendo questo 2008 so di coglierlo ancora molto giovane, forse anche in una fase poco espressiva: si dice che i grandi vini entrino in quiescenza tra il quinto e l’ottavo anno. Però oggi è Natale, siamo in campagna nella casa toscana e più ancora che per l’abbinamento a tavola, seppur ideale secondo tradizione (crostini di fegatini, fagiano arrosto e pernice ripiena, funghi chiodini), l’apertura è dettata da un sentimento di famiglia e di tempo che passa, dalla celebrazione di un momento fatalmente sempre più irripetibile, dal desiderio di aprire proprio quella bottiglia – una di cinque – con i miei cari, per condividerla e goderne con loro, come fosse un cippo al bordo di una strada, col quale segnare la misura di un percorso.
Prelevo la bottiglia dal sottoscala umido e buio, seminterrato, sul quale grava il peso intero della vecchia casa con le sue pietre e i travi come fosse una cripta segreta o un sepolcro ipogeo. Dodici ore prima ne cavo il tappo, abbondanti: lunghissimo, di sughero intero. Un poco lo scolmo versandone in un bicchiere a parte, che assaggio: risvegliato dal suo sonno è chiuso, ma già impressionante, perché è come un soffio di vento: sembra nulla, ma è potentissimo. Richiudo il collo della bottiglia con carta da cucina, per assicurare una certa permeabilità.
Passano le ore, ecco il momento del pranzo natalizio, il pensiero ancora sul Cristo dell’altare. Ne verso tre calici, in parti uguali, con moderazione. Rubino trasparente al centro, sfuma lesto sul granato avvicinandosi via via al bordo, in crescente trasparenza. Sul calice, fitte e lente lacrime discendono, quasi a contraddirne la consistenza come la vedi rotando il calice, dove pare volteggiare lieve, senza peso enologico, ricordando piuttosto nelle sue movenze acqua pura. Lo trovo ancora chiuso, in continuo divenire e cangiare. Altre cinque, sei ore aspetterò che un poco si conceda e nemmeno saranno forse bastanti: ecco in totale le 18 ore che Franco Biondi Santi raccomandava per le sue Riserve di Brunello. Risulta allora un po’ più aperto, si ricompone persino qualche sbuffo di aldeide, che diresti spunto acetico. L’aroma è ritroso, misuratissimo: schivo, come lo sono certe persone interiormente ricche e delicate, ma di complessità estrema se si ha la pazienza e l’attenzione di porsi in ascolto, isolandone i singoli componenti perfettamente fusi. La frutta rossa: il lampone, l’amarena, le susine quando sono ben mature e sugose al sole; perché no: un tocco anche di quelle more selvatiche piccine, che si trovano sui pruni l’estate tarda nei boschi e per le macchie, odorose al sole. Quante volte detti e sentiti questi descrittori, ormai lisi e ridotti a suono sbiadito, che qui invece ritrovano la loro forza primigenia, la loro realtà materica e viva. Tra essi, fiori e voci di primavera, rose e viole e gigli. Tutto avvolgono le foglie dell’autunno, tenui ancora, accenno odoroso di uno strato leggero su viali ombrosi, con ricordi fungini. Certo: tabacco e cuoio bagnati ed un insieme di spezie ed erbe aromatiche essiccate e finissimamente tritate, come si usano negli arrosti, negli affettati stagionati, per invecchiare certi formaggi trattandone la crosta. Su tutto distesa, profonda come nella notte il manto nero delle stelle, forte come un’armatura, una scia ferrosa, di aromi minerali: come li hanno le rocce dure bagnate dalle piogge e poi battute dal sole: i basalti, i quarzi, i graniti. Note ematiche: sangue versato. Viene poi il momento di assaggiarlo: secco; pieno e rotondo e insieme taglientissimo all’attacco, si allunga veloce ed energico sul palato, concentrato di sapore e di gran stoffa; passo di titano, però con una leggerezza alata, dove la forza è estremamente concentrata in movimenti precisi di brevi istanti; per restare poi lunghissimo al gusto, come per una risonanza la musica si spenge nel vuoto di una sala da concerto. Fresco, rammenta l’acqua: non ha ricordo d’alcol; piuttosto, un sorso ricco di sali. Tannino potente ma sottilissimo: rena fine; e acidità molto alta anch’essa; stringono quasi il vino – senza dubbio ancora troppo giovane- in una morsa. Ricorda certi Nebbioli del nord Piemonte: certi Lessona. Ciò che mi impressiona, tuttavia, è come detti tannino e aciditá si articolano al palato: non localizzati e pertanto facilmente percettibili, ma diffusi nel corpo vinoso, parte integrante del tutto; inoltre, dal principio alla fine, tutto è risolto come in un’unica arcata, vibrante e tesissima: alfa ed omega.Perciò è così difficile degustarlo, richiedendo una faticosa concentrazione, come il tentare l’ascolto critico di quell’antico disco di Toscanini: perché ti invita piuttosto a berlo tanto è naturale, a mandarlo giù così, come nulla fosse, come un balsamo fatato agli affanni della vita, portatore di un nuovo battesimo che viene dalla terra e sale al cielo, laico e sacro a un tempo. E non importa più se è troppo giovane, a saperlo ascoltare con cuore aperto, come non importa che il disco di Toscanini sia registrato con tecniche primitive: il fattore tempo può perdere valore. La meglio è gustarne a sorsi minutissimi, per goderne ed estrinsecarne il sapore sulla punta della lingua, lì esplosivo. Non è tuttavia un vino consolante, o accomodante, o facilmente comprensibile; piuttosto, dirompente e di rottura: a modo suo, in punta di piedi. Nudo, di quella nudità giottesca delle storie di San Francesco nella basilica superiore di Assisi: la Predica agli uccelli. Vino questo ancora di Giulio Gambelli: e non a caso evidentemente diceva di lui Veronelli che faceva vini francescani, lode somma per sommo apprezzamento. Vino questo ancora di Bruno Bini.
Tre nomi di persone che non ci sono più, legate a questo vino. Tre calici oggi sulla nostra tavola. Il Falstaff di Toscanini inciso troppo presto per avere un suono ad alta fedeltà, troppo presto aperto il Le Pergole Torte per dispiegare tutta la sua armoniosa bellezza. Eppure, in questo giorno di Natale, il momento giusto: il tempo scompare e si annulla.

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Montevertine Riserva 1997, vino da tavola, 12,5 gradi.


E’ Pasqua. I miei cari riuniti intorno a un tavolo nella casa avita: attimo breve e fuggente di grazia relativa. Ecco allora che giunge il momento di una bottiglia che non pensavo mai di aprire, unica e tra le più preziose della mia ormai non piccola collezione: Riserva 1997 di Montevertine. Ero bimbetto o poco più quando regalai a mio padre una garzantina – dalle pagine già ingiallite ed odorose di carta vecchia- sui vini italiani, e che poi lessi avidamente io. Fu quella la prima volta che sentii i nomi per me mitici di Sassicaia, Tignanello, Tegolato, Bruno di Rocca e del Pergole Torte di Montevertine: quest’ultimo sopra tutti mi si stampo’ nella mente, mentre lo imparavo modello di vino toscano tradizionale e antico, liberato però sia dalle incrostazioni della civiltà industriale che dai compromessi di quella contadina, restituendolo ad una purezza assoluta e ideale in grado di parlare al gusto moderno, come fecero i maestri del Quattrocento con l’arte dell’Antichita’. Allora, però, chi frequentava le enoteche? Vini, quelli di Montevertine, fini, da amatori, quasi esoterici e da adepti di una piccola setta -era l’epoca di grossi e densi liquidi di gusto internazionale- dove li trovavi? Un giorno, anni dopo, miracolosamente e chissà come, questa bottiglia materializzatasi all’Ipercoop di Massa e Cozzile, che comprai memore di quel libro Garzanti: e c’erano ancora i miei nonni nell’estremo inverno della loro vita e chiedendo loro il permesso la lasciai sulle mensole del sottoscala fresco, buio, incrostato di anni, che si svolgeva silenzioso come una piccola grotta segreta e polverosa nel cuore della vecchia casa, tranquilla fra i campi. Non ci sono più loro, ne’ le tre persone citate sull’etichetta: Sergio Manetti, creatore e anima di Montevertine, Bruno Bini, cantiniere e uomo di vigna, Giulio Gambelli, maestro assaggiatore: curano, penso, le viti del Cielo. Montevertine Riserva 1997, sangioveto e canaiolo, fermentazioni in cemento e affinamento botti grandi: un inno alla semplicità più autentica di un territorio, ancora etichettato come Vino da Tavola per una ironia legislativa. Ecco: mi trovo ad aprirla per un trasporto di amorosi intenti almeno 12 ore prima del pranzo pasquale, nel cuore della notte, per ritrovarla sulla mensa il giorno seguente con un tenerissimo, delicato arrosto d’agnello. Già allo stapparla assaggiai questo vino, subito e ancora così incredibilmente profumato, meravigliandomi per l’immediato equilibrio che malgrado l’età’ veneranda sapeva di giovinezza; e più ne gioisco a tavola. Davvero ha diciassette anni questo vino? Davvero tanta bellezza ha resistito al tempo, che scorre e tutto sottomette come ruota, lasciandosi plasmare tra le sue mani come creta in forme meravigliose? Rosso rubino trasparente e tendente appena al granato, bellissimo come il tramonto struggente di un giorno che non vorresti finisse; un po’ velato semmai, proseguendo verso il fondo della bottiglia, come la nebbia che copre i ricordi, come le lacrime che confondono lo sguardo; ed archetti irregolari disegna, lenti: ricordano pioggia indolente e pigra che bagna i campi e rigenera la vita. Colore delicato il suo, colore antico, che mi ricorda i velluti stinti delle sale della villa Garzoni di Collodi, dove amavo perdermi bambino sfumando assolati pomeriggi nei lunghi crepuscoli. E, come in quelle sale, un aroma intenso e infiltrante, indimenticabile, risale dal calice; antico anch’esso, carico di storie e di sogni sognati e da sognare: odore della cera d’api stesa per secoli sui pavimenti di cotto, e di ferro e di ruggine delle antiche inferriate battute e ridotte in foggia di aquile, a limitare gli accessi di immaginifici cancelli del tempo oltre i quali tentare la fuga verso altre dimensioni; e ciliegie ancor fresche di rugiada, e fragole, e amarene, e susine nere, e cocomeri e corbezzoli; e petali di rose, di violette, di iris, di giaggioli; di iodio; di muschio; delicatissimamente: di zenzero, cola, noce moscata, chiodi di garofano, pepe nero, vaniglia; foglie di alloro, di tabacco, di te verde e nero, di ginepro, di funghi; ma come in un sogno, perché e’ un susseguirsi continuo e fuggevole di immagini e sensazioni: ecco la crosta di biscotti al burro, ecco le mandorle secche, ecco le foglie di eucalipto, ecco l’erba selvaggia che cresce sulle rive del Padule e sugli argini del fiume; ecco quell’intenso afrore di terra, rovo, salsedine, quando al meriggiare agostano il mio babbo mi portava sui promontori assolati di Lacona, con le rocce nere, verdi serpentine e rilucenti di pirite che brillavano nella luce intensa di una segreta vibrazione. E l’asfalto e il petrolio e la terra bagnata. E potrei continuare, perché lui è cangiante e vi ritrovo tutta una vita di ricordi concentrata in un bicchiere, girandola rotante come il mondo ti appariva quando andavi sulle giostre e sorridevi alla vita. Non ti stordirà però, non ti girerà la testa: discrezione e armonia sono la sua cifra. Prendine un sorso piccolo, e lui si farà grande, irradiando e espandendosi nel tuo palato come un suono di campane nello spazio aereo, come i centri concentrici che forma una pietra gittata nel fiume: non ha bisogno di invadertelo per imporsi, ma ti racconterà la terra ed il cielo di Radda, con la purezza stessa e la leggerezza cristallina e minerale di un’acqua di fonte, rinnovando ancora le sensazioni e i ricordi dell’olfatto persino con maggior vigoria, con l’energia medesima primigenia e naturale del buttar dei germogli in primavera. Nitidissimo sarà allora il suo attacco sulla tua lingua e si svolgerà poi freschissimo nella tua bocca, dipanandosi in una traccia luminosa di tensione interna, quasi arcobaleno corposo ma snellissimo, carezzevole e vivido, dai tannini finissimi come un niente ma che decisi puliscono il palato, con un’acidità danzante ed allegra del sorriso dei putti di Donatello. Sempre sostenuto da una salinità quasi marina, lo troverai scattante, ma privo di frenesie, con nobiltà e distinzione. Lunghissimo nel persisterti sul palato, ha la stessa bellezza essenziale ed austera di un polittico trecentesco su fondo dorato: le figure immerse un mondo ideale, ignaro ed estraneo alla dimensione del tempo, lontano dalle miserie umane, compreso e concluso nel suo solitario splendore. Meritava questa bottiglia di attendere ancora nel buio silenzio della cantina? Forse si’, probabilmente tanta altra strada avrebbe avuto ancora davanti; ma oggi abbiamo festeggiato la vita.

Per saperne di più’: http://www.montevertine.it.

Chianti Classico Riserva Poggio ai Mori 2008, San Donatino, 14 gradi.

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31/3/2013.  Il primo pensiero e’ -scusami amico, amica che mi leggi, per il rozzo termine- di aver compiuto un infanticidio: perche’ apertolo e’ ancora tanto giovanile il suo colore, tanto ritroso il suo aroma al naso. E sia: c’e’ tempo per l’attesa, 18 ore ci separano dal desinare di Pasqua cui l’ho destinato. E a lui a tempo debito ritorno: al suo fulgido rubino, appena un po’ cupo,  ai suoi riflessi di selva, al suo ondeggiare composto e armonioso nel bicchiere. Ancora hai, netta e nitida, la sensazione di un vino giovane che adagio percorre il lungo viale della sua educazione, dell’affinamento. Eppure e’ una Riserva, eppure e’ un 2008: a 5 anni altri vini son gia’ maturi. Ma qui, se non si nasconde il cabernet (che certo anche lei non e’ uva di precoce evoluzione e qua si dichiara  discreta e sfumata, con note -ad esempio- di peperone), e’ il sangiovese che canta, e’ il territorio di Castellina -forza e finezza  come un canto di grilli alla mietitura – in questo vino  di ascendenza ancora gambelliana (e ricerca, e leggi, amico amica mia, chi fosse il grande Giulio). Poi, se al naso deve ancora del tutto aprirsi – ma fermati ed ascoltalo, perche’ gia’ ha minutissime sfumature, radiosi dettagli d’oreficeria- e’ alla bocca che la sua immensa classe esplode: la sua fermezza, salda come roccia, come le gambe di un saggio guerriero: il sapore intenso di ciliegie, di fiori, di pomodori maturi, la sua acidita’ decisa come il dito di un condottiero che indichi il sole, i tannini complessi e forti come alberi di un bosco, la lunghezza irradiante e lirica, che ti entra nell’anima. Tutto si fonde in un disegno ordinato, complesso e semplice ad un tempo, rinascimentale, avvolto in un velo di nobile eleganza. Attendilo ancora, fino a 24, 36, 48 ore, seguendone l’evoluzione verso aromi piu’ scuri, profondi, terziari, in un crescendo tridimensionale, fino ai sapori dei tabacchi, dei minerali, della polvere pirica. Sempre dolce in bocca, sempre vivo di frutto, sempre pieno di corpo, ma ad un tempo sempre fresco, sempre snello, sempre verticale. E pazienza se qualcosa – un’idea davvero – dei legni d’affinamento si risente nelle prime ore, nel primo svelarsi nel bicchiere: sa intrigare e affascinare anch’essa, come un segno adolescenziale. Godilo ora -amico, amica che mi leggi- come io ne ho goduto, su una pernice ripiena, matrimonio d’amore, anche se lo sai vino non ancora compiuto. O meglio aspettalo 5, 10, forse anche 20 anni.

per saperne di più: http://www.sandonatino.com/content/Presentation-generale/presentation_generaleFR.php

Toscana igt 2009 Ormanni

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Diciamolo subito: è col cuore che parlo di questo vino, perchè lui al cuore parla. Vai a Poggibonsi, lasciala laggiù nella conca dove scorre l’Elsa, inerpicati per l’anfiteatro glorioso dei poggi che la circondano. Vai da Ormanni. Cantina storica nel ventre della collina e l’occhio che spazia laggiù oltre il poggio, fra borri e verdi valli.  Questo IGT: è il vino piccolo, il base che imbottigliano. Non te ne dico – amico, amica mia- il risibile prezzo! Al super ti avvelenano con molto di più. Qui hai un vino vero. C’è sua maestà sangiovese ed un poco di merlot ad ingentilirne l’autoritario dominio: e che c’è di male a trovarvi l’uva franzesa? Qui hai un 2009 e nasconde un mistero: ancora tutto dell’inarrivabile Maestro Gambelli o già col tocco di un allievo diletto, Paolo Salvi? Vorrei che qualcuno più di me informato ci svelasse il rebus, ma che importa? Come nelle botteghe d’arte rinascimentali l’allievo rilevava il tratto del maestro a compiere un paesaggio, un dettaglio, una figura, così noi possiamo pensare in questo vino una romantica staffetta, da una mano sapiente e antica ad una giovane e forte. Lo apro e lo ossigeno per un’ora nella sua bottiglia scolmata appena. Non l’ho certo ben trattato: viaggi e due anni di stoccaggio in uno sgabuzzino caldo. Ma eccolo nel bicchiere, e che importa il resto? Lo vedo bellissimo, femminile, seducente, in un perfetto rubino che è trasparente ma non pallido, rifrangente. Staresti a guardarlo e riguardarlo, ad incantarti come per una breve filastrocca accanto al fuoco. Ma poi al naso: così Sangiovese, eppure non ti nasconde il Merlot; chiaro , trasparente, onesto. E di una complessità che spiazza, non certo da vinello: qui hai frutta a bacca rossa (ciliegie e lamponi) sia fresca che candita. E hai pure quella nera: susine, ma ben fresche,appena colte; e mirtilli perfino. Hai classicamente fiori: rose e violette; hai poi  spezie dolci: noce moscata; un tocco delicato, al limite dell’impercettibile, di cannella. E già hai le foglie bagnate, la torba, il sottobosco, il petrolio se ti attardi ad attenderlo nel bicchiere. Bevilo ora, sulla bocca godilo, ascolta il suo giocare, come avanza articolato e ritmato: cosi’ saporito e leggero, di corpo appena più che medio e tuttavia saldissimo; tannini non ingombranti ma presenti: belli fini, maturi. Epperò, l’acidità: così alta per un vino di questo tipo, ferma, che ti fa salivare a lungo e ti pulisce e rinfresca la bocca; ma non prevarica mai, perché c’è sostanza qui, c’è quell’intensità di frutta matura, di sapori, che ne fa un’acqua profumata e gustosa, sapida, che a lungo permane e ti dà gioia. Ti parla, è chiaro, delle vigne di Ormanni, dove il sangiovese è forte, maschio. Eppure quanta grazia ha! Eppure ti sa dire un discorso più ampio: porta con onore, più di mille altri  pretenziosi, sull’etichetta il nome “Toscana”. E proprio questo vino indicherei a chi la Toscana enologica vuol scoprire: per il suo essere insieme contadino e per signori; per il suo danzare leggiadro, innocente, tra passato e futuro, tra miseria e nobiltà. Io -appunto- sui cibi della campagna l’ho gustato: pappa col pomodoro, rapanelli, grissini all’olio…ma non vedo limiti al suo abbinamento. Persino da solo sa esser compagno commovente e gentile.

Rosso di Montalcino 2008 Poggio di Sotto

imageNe sapevo la grandezza, per fuggevoli assaggi in degustazione e per le voci unanimi della critica migliore. Pertanto, l’ho aperto con anticipo doveroso: dodici ore; e con la carta la bocca della bottiglia ho coperto. Una giornata autunnale di pioggia intensa passata a Lucca, mentre a casa cuocevano per noi un galletto livornese e uccellini. Poco prima della cena, il momento per me primo di versarlo in solitudine, in ampio bicchiere. Ed eccolo: trasparente, purissimo rubino. Guardalo ruotare nel bicchiere, e piu’ ancora mentre rallenta e si ferma, armonioso, con la grazia flessuosa ed elegante di una ballerina, rifrangendo la luce in riflessi mille meravigliosi: potrebbe bastare a darne la misura. Ma la curiosita’ spinge oltre, al profumo: che arriva si’, ma con calma, un attimo dopo, come suono evocato tra le navate di una chiesa, dapprima con una nota neutra di volatile, quasi pedale d’organo o corda vuota di violino. Poi una successione armonica e ritmica, che e’ vano enumerare: fragoline di bosco, fragola , prugna, violette, ginestre, camomilla, scorze d’arancia fresche e candite, cioccolato bianco e nero amaro, il caffe’ della moka che borbotta la mattina, e molto altro, che ognuno dovrebbe aver la gioia da se’ di scoprire. Aromi che cambiano di minuti in minuti, come sgorgassero da una sorgente. Portarlo alla bocca e’ fatto naturale: e’ acqua pura saporita, freschissima, anzi rinfrescante: acidita’ perfettamente integrata, tannino presente ma rotondissimo, corpo ampio e solenne; ma il risultato e’ infine un’eleganza impalpabile: non seta, ma aquilone di carta, teso da un bimbo ad un alito di vento gentile, che appena ondeggi vibrando nell’aria; e la sua persistenza e’ lunga, come il filo che lo assicura alla mano. Gioia effimera: vino grandissimo del grandissimo Gambelli, unicum che non si ripetera’ uguale: morto il suo creatore, pure il Palmucci proprietario dell’azienda ha ceduto; l’annata trascolora in un’altra, con il ciclo delle stagioni. Eppure senza tempo nella sua naturalezza, nella sua verita’: penso al chicco maturo di sangiovese del mio orto schiacchiato tra i denti sul palato e magicamente ritrovo intatto quel sapore nel vino, senza filtri, come se l’uva fosse stata trasmutata in liquido gia’ tutto avendo contenuto in potenza, anche gli aromi dell’invecchiamento: un miracolo. Senza tempo: perche’ in quel colore scarico, nel profilo aromatico, nella bocca naturale e leggera, rivedo il vino che faceva mio nonno con quelle uve e con metodo contadino; e rivedo gli occhi suoi grigi, evocazione potente e struggente. Resta ancora, ultimo sorso, con me, nel mio bicchiere. Ancora, per un momento infinito…(al Maestro, 24/3/1925-3/1/2012)

Toscana Rosso IGT Poggio ai Rovi, Villa Rosa (lotto 2012)

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Esistono, diceva Mario Soldati, grandi vini e piccoli vini; la distinzione essendo solo quantitativa, non qualitativa. Perché piccolo può esser bello: è quel vinello che ti accompagna, ti disseta, ti ristora, ti rincuora e ti consola. Non il fragore di una cascata, ma il mormorio di un ruscello. Questo Poggio ai Rovi è il paradigma del piccolo vino: dalla tenera etichetta -che nemmeno l’annata riporta- all’uvaggio tradizionale dei Chianti Classici di una volta, con le uve bianche ad alleggerire il corpo. Piccolo sì, ma con gran classe, perché qui ci sono ancora gli insegnamenti e la mano di quel maestro che fu Giulio Gambelli: ché solo suo è quel brio misurato nei profumi leggiadri di fiori e frutti rossi, freschi come appena colti; sua la bocca croccante e nitida come acqua, suo l’equilibrio che non è mai levigatezza tecnica, ma è semplice naturalezza. Lo diresti quasi un vino francescano, che benigno si offre alla tua bocca, che ti accompagna la tavola di ogni giorno, modellando se stesso ai sapori più o meno intensi e complessi del cibo, laddove vini ben più pretenziosi cadono. Nei suoi 12 gradi,una civiltà: il senso di una misura, di un limite che non va oltre la siepe, che credevamo perduto nella memoria.