Boisson Rouge, vin de France, L. 010013, Domaine di Montrieux – Emile Heredia, 11 gradi.

Ci sono vini che restano istintivamente simpatici; almeno, a me capita. Mica detto che siano gradi vini e nemmeno inappuntabili: anzi, spesso hanno qualche difettuccio che li rende così umani. È che ogni volta li apri con un sorriso e li bevi gioiosamente, senza senso di colpa e pensieri, nè con la necessità di immedesimarti completamente in loro ovvero col bisogno di concentrarti su di essi come fossero una imponente sinfonia, un’articolata architettura, un pregnante dipinto. Così è stato con questo Boisson Rouge francese, uno spumeggiante Gamay che viene da una porzione relativamente oscura  della valle della Loira,   Coteaux de Vendomois, AOC di 142 ettari a nord di Tours (e quindi della più nota AOC Vouvray).  Sarà l’etichetta con quel disegno naïf che pare vergato dalla mano di un bambino, sarà per il tappo a corona color corallo (sì, amico o amico mia: come quello dell’acqua minerale), però mi mise allegria sin da quanto l’individuai sugli scaffali di un ampio negozio londinese. Ancor più me ne mette ora che lo verso nel calice: più che rosso lo direi color rosato buccia di cipolla molto carico e tuttavia trasparente, mentre produce un’abbondantissima schiuma appena rosata, come certe birre. La lascio dissolvere e lo trovo un po’ torbido, perché è un vino che fermenta in bottiglia e non viene sboccato (come per gli spumanti metodo classico, ad esempio), ma rimane a contatto con i lieviti che si dissolvono nel vino stesso. Una metodologia di produzione antica e diffusa che oggi viene evocativamente chiamata ancestrale, ma che era prassi contadina per avere un vino un po’ frizzante fino a pochi anni addietro, perfino in Toscana: bastava imbottigliare un vinello un po’ leggero ed aggiungere zucchero e qualche chicco di orzo e frumento ed il gioco era fatto (me lo raccontava il mio babbo riesumando ricordi di ragazzo e me lo confermò un anziano vignaiolo della Montecarlo lucchese).   L’osservo ancora: la sua spuma è cremosa con bolle fini, persistenti, un po’ tumultuose. Sul bordo forma gocciole irregolari, rade, lente, come a evidenziare uno spirito profondamente anarchico e un po’ pigro. Ha aromi di intensità media, giovanili, piuttosto puliti, che richiamano alla mente l’aria aperta ed i lunghi pomeriggi goduti sotto una frasca, magari giocando a briscola e tressette, nell’aria primaverile che sa di violette, di fragole, di tocchi di susine appena mature, sbuffi lievi di pellami e di terra lavorata, tanta grafite e pietre bagnate e assolate (è evidente il richiamo minerale in questo vino). È presente un accenno di spunto acetico -piaccia o non piaccia- da vino contadino; ma soprattutto è evidente l’odore del lievito: in una maniera però misurata, che non disturba. Più che assaggiarlo, viene proprio da berlo: sarà per un corpo che si può definire magro, ma è più appropriato  dir lieve,tutta la spinta e il vigore venendogli più dalla salinitá e dalle bolle di anidride carbonica che dall’acidità (la diresti medio-alta, certo non altissima per uno spumante: ma distribuita con naturalezza su tutto il palato) o dal tannino appena accennato. Però lo troverai croccante, tendenzialmente secco perché quel po’ di zucchero residuo non stucca e gli serve solo ad essere un po’ più avvolgente. I sapori che troverai in bocca sono di fragola, di susina nera fresca ancora un po’ acerba e dissetante, e di quel misto di erbe e spezie che si usa per stagionare gli affettati e per insaporire gli arrosti: ti resteranno lì in una persistenza sorprendentemente piuttosto lunga. Ricorda, se posso dire,  un Lambrusco di Sorbara, magari senza la finezza dei migliori: è senz’altro rustico, fatto con minimi interventi in vigna e cantina,  ma scorrevole e molto equilibrato in tutte le sue note, soprattutto per la tessitura sul palato più che per il ventaglio olfattivo. Io l’ho trovato ottimo su un tonno scottato, mi chiedo come stia con una pizza o con la zuppa di pesce le sere d’estate, perché è un vino da compagnia, da bersi gioioso in amicizia. Ecco, non per tutti gli amici però: chi ricerca la perfezione tecnica non l’amerà; chi ama invece l’equilibrio e una certa rilassata eleganza naturale, che indossa più volentieri un tweed campagnolo che un abito da cerimonia, questo Boisson Rouge farà per lui.  
Mi vengono da soggiungere due note a margine, magari poco poetiche, ma insomma dovute: che nella sua relativa rusticità lo si trovi a Londra in quello che è un grande supermercato di lusso accanto a vini in qualche modo più normali, ha due significati: che il pubblico di qua è di vedute piuttosto aperte e che i buyer non lo considerano così stravagante o peggio difettoso se lo offrono al pubblico più ampio e potenzialmente inesperto senza cautele o avvertenze. Prosit!

Fleurie Poncie 2013, Domaine de Vissoux Pierre Marie Chermette, 12.5 gradi.

Ci sono vini la grandezza dei quali è incontestabile: lampanti nella loro qualità, a volte addirittura monumentali. Fossero automobili, avrebbero le linee saettanti di una Ferrari, di una Lamborghini; o, a seconda del genere, quelle fastose o severe di una Bugatti, di una Isotta Fraschini. Altri invece sono per lo più utilitari: si badi, non quotidiani. Un vino quoditiano può, nella sua umiltà, stagliarsi protagonista della tavola o accompagnare amoroso o sicuro ogni vivanda: prendi certi Chianti guizzanti, certi Dolcetto affabili, certe briose Barbera. Bene: il vino utilitario si presta invece ad un consumo mirato, con cibi determinati ed occasioni specifiche; se le condizioni al contorno sono quelle giuste, allora lui sarà il complemento perfetto. Prendi questo Fleurie, vino rosso francese che viene dalla regione del Beaujolais: avrei voluto narrarti che ha qualità sorprendenti, tali da farti dimenticare del tutto certi rozzi Beaujolais Nouveau che son una iattura pel bevitore e forse anche per la nomea dell’area vinicola (che, bada, ha storia da insegnare fin da epoca romana; e che costa una fatica avara a chi la coltiva, per quei terreni spesso duri e granitici e pendenti come quello dal quale nasce questo Fleurie, tal che le macchine non vi possono entrare). Invece ti dico che è un vino utilitario all’ennesimo grado. Perché il suo color rubino trasparente, limpido e luminoso, appena violaceo nei riflessi, che forma lacrime lente sul calice, certamente e’ bello a riguardarsi. Così come intriga il suo profumo, di fragole e fragoline di bosco sulle prime, svelando poi con un po’ di areazione, accanto ad aromi floreali di violetta, una lieve stuzzicante speziatura che sa di pepe bianco ed un odore di carne che gli inglesi direbbero “meaty”, con felice espressione. E la leggerezza di corpo, la delicatezza tannica (che pure è di grana un po’ terrosa), l’acidità delicata che titilla appena gli angoli della bocca, sono piacevoli, vista l’onesta persistenza e concentrazione del gusto. Risulta pure un po’ salino a centro bocca ed è forse la miglior dote della sua trama. Però manca di nerbo: non ha quell’accento che ti fa dire: “oh”. Ti sfido tuttavia, come fosse la girandola di un torneo, a servirlo fresco, ben fresco, 14 o 15 gradi, estate o inverno che sia; e ad accompagnargli antipasti di terrine, persino vivande dove la carne bianca la faccia da padrona, polli ed oche, arrosti o con un bell’umido odoroso, o persino certe salsiccette non troppo speziate, come usano aldilà delle Alpi; oppure un bel tonno appena scottato, o certi guazzetti di pesce, d’acqua dolce o di mare. Ponici poi luci soffuse, un bel lume di candela, due occhi da guardare, parole lievi preludianti l’attesa in un’ammiccante seduzione. Sono certo che lo troverai imbattibile.