Malvazija Carso 2006, Skerk, 14 gradi.

“Il Carso è un paese di calcari e di ginepri. Un grido terribile, impietrito. Macigni grigi di piova e di licheni, scontrosi, fenduti, aguzzi. Ginepri aridi.

Lunghe ore di calcare e di ginepri, l’erba è setolosa.

Bora, sole.

La terra è senza pace, senza congiunture. Non ha un campo per distendersi. Ogni suo tentativo è spaccato e inabissato.

Grotte fredde, oscure. La goccia, portando con sé tutto il terriccio rubato, cade regolare, misteriosamente, da centomila anni, e ancora da altri centomila.

Ma se una parola deve nascere da te – bacia i timi selvaggi che spremono la vita dal sasso! Qui è pietrame e morte. Ma quando una genziana riesce ad alzare il capo e fiorire, è raccolto in lei tutto il cielo profondo della primavera.” (da “Il mio Carso” di Scipio Slapater).

Non ho mai incontrato il Carso, eludendo e frustrando un desiderio che portavo in me intensissimo. Mi avevano incuriosito e conquistato le storie della prima guerra mondiale, tragiche, epiche, pittoriche; più ancora, i racconti di mio padre che – giovanissimo per l’anagrafe, ma già adulto per la vita – aveva girato la Venezia-Giulia negli Anni Cinquanta, spingendosi verso il Carso e l’Istria.

Io invece, girando per lavoro l’Italia, mi spinsi fino a Trieste, di sfuggita, non oltre. Altri viaggi di piacere mi portarono – quasi vent’anni fa – più a sud e più a oriente, sulle coste istriane e croate. Ancora una volta, il Carso fu eluso, rimanendo un’immagine confusa di nozioni, fantasie, bagliori visivi.

Ho di Trieste, del Carso la porta, un ricordo: il bianco, un intenso riverbero bianco che mi sembrava penetrare anche le zone d’ombra, fin sul far della sera, venando l’azzurro del mare.

Intuitivamente, magari sbagliando, ho esteso quel ricordo al mio Carso immaginifico, col bianco primario che si stratifica, come in certi quadri divisionisti, al blu di cielo ed acque ed al verde delle colture, come in certi esiti paesaggistici di Sargeant.

Quest’immagine pittorica è fusa con quella assai più concreta e sapida delle osmize, ossia delle frasche dove si serviva – e si serve- il vino della cantina (spesso scavata nella roccia), uova, formaggi, salame, pane.

Così, il mio Carso immaginifico è una terra di autenticità eroica, ruvida e dura, scabra, di rocce bianco-grigie e terra rossa, di tinte traslucide, di essenzialità ascetica, capace però di inattese dolcezze, di riverberi e vedute marine con l’Adriatico lì addossato, di mollezze episodiche e verdi di pampini e viti.

Mi portò anni fa un amico cartoline liquide del Carso, bottiglie di vino bianco e rosso locale, inclusa questa Malvazija, che però mi ostinai a non aprire: aspettavo di andare nel Carso, di conoscerlo finalmente, di studiarne accuratamente la viticoltura, di passeggiarne i luoghi, per correlare poi il sentimento locale al vino; di visitare magari io stesso la cantina di Skerk, celebre per le sue grotte di invecchiamento, per la sua osmiza, per aver tra le primissime tenuto la barra dritta su coltivazioni e vinificazioni quanto più possibile naturali, con le uve bianche tradizionalmente macerate sulle bucce.

Appunto, sono passati anni. Per fortuna, si impara col tempo ad accettare con leggerezza la propria ignoranza, a godere innocentemente come un’infante. Perciò mi decido ad aprirla, conscio dei sui 14 anni, chiedendomi se non sia già troppo tardi, senza sapere davvero che cosa aspettarmi: perché non ho neppure i riferimenti per immaginare questo vino giovane, nulla che vada oltre le nude nozioni varietali.

Mi sorprende: appare molto più giovanile della sua età, nella quale è lecito attendersi viraggi all’arancio, fino al mogano dell’ossidazione. È ambra tenue, trasparente e brillante, bellissimo a vedersi, con gocciole rade.

Il suo profumo è molto intenso, nitido e terso come aria marina, cangiante, come un prisma luminoso che ruoti al sole: albicocca disidratata, pesca sotto spirito, chinotto, canditi, violetta foglie di olivo e di alloro, rosmarino, miele d’acacia, caramello, noce moscata, cannella, e quella combinazione di grano, malto e orzo così agreste e domestica, che faceva battere il cuore a Veronelli. Eppure mi rendo conto che non bastano in descrittori ad esprimerne purezza e fascino evocativo: è in lui una vibrazione interna, pennellate di luce e colore liberissime e ordinate.

Al sorso è di corpo, un abbraccio glicerico che subito si muta in un contrasto acido-salino potentissimo e sorprendente, perché il profumo è da bianco maturo, ma sul palato guizza rinfrescante, energico, teso come un vino giovane. La tannicità matura e dolce che gli deriva dalla macerazione sulle bucce è appena percettibile, avvolta da quella sua ricchezza senza peso da mosaico orientale, della quale vive e vibra.

Lo innerva una lunghissima scia minerale, come un luccichio di brillanti che segna il tragitto verso il finale lunghissimo, pulito, senza traccia di calore alcolico: un sorso tira l’altro, dimentichi del grado.

Possiede un immensa forza vitale: è una sorta di roccia liquida, che sciolta mantiene compattezza, ma diviene flessibile, coerente. Quasi che il tormentato Carso, duro di terre, di genti, di guerre, di odii, abbia ricomposto in questo vino i suoi contrasti per una superiore armonia, distillandosi al sole tramite la vite e l’uva.

Un grandissimo vino, che rimane nella mia memoria tra i più grandi bianchi mai assaggiati.

L’ho avuto, viaggio d’amore, su scialatielli con seppie e gamberi, rana pescatrice al forno con pomodorini e patate.

Friulano Colli Orientali del Friuli 2008, Gigante, 13,5 gradi

Che il Friuli sia regione bianchista eccellente è noto da tempo: ricordo vagamente uno scritto lontano di Veronelli, che evocava una divisione per gran Cru del Collio; e Soldati ha lasciato pagine altrettanto perentorie.

Ciò nonostante, dopo decenni, mi pare che sfugga ancora la misura dell’eccellenza.

Spesso i bianchi friulani si bevono giovani, con gran piacere, ma così mi pare qualcosa vada perduto.

Un conoscitore profondo del vino friulano non sono, ma qualche fortunoso assaggio di bianchi invecchiati l’ho avuto: bottiglie del Collio, dell’Isonzo, dei Colli Orientali, riportate da viaggi di lavoro o piacere, poi rimaste – non dimenticate- nella mia cantina per mille motivi.

Ebbene: credo che il prolungato affinamento in vetro aggiunga loro una nuova, profonda prospettiva.

Il Friulano particolarmente (o Tocai, come ancora molti lo chiamano malgrado la norma) trova allunghi emozionanti, sebbene la sua delicatezza acida scoraggi apparentemente l’invecchiamento.

Qualche tempo addietro rinvenni in un cartone questo esemplare dei Colli Orientali, annata 2008. Frequentavo spesso l’azienda Gigante, ogni volta che capitavo ad Udine per lavoro. Mi piaceva tutta la loro ampia produzione ed il prezzo era calibrato. 

Questo era il Friulano “base”, difatti esisteva – credo esista tutt’oggi- una selezione da vecchie vigne. Immagino perciò fosse inteso per un consumo solo moderatamente differito.

Invece mi ritrovai nel calice un Friulano undicenne di stupefacente tono e tenuta, plasmato dal tempo, straordinariamente aristocratico, elegante e sensuale: uno splendore dorato, con profumi di frutta a polpa bianca, gialla e tropicale; e note vegetali di erbe su un fondo morbido di burro d’arachidi. 

Assaggiandolo: ampio, preciso, continuo, avvolgente, su una salinità ritmatissima: una lunga, dinamica souplesse.   

Quasi un mosaico, quasi un manto regale. 

Il tempo, il tempo, il tempo.

Lo godetti eccellente su tortino di acciughe e patate. 

Collio Merlot 2013, Colle Duga, 14,5 gradi.

Povero Merlot!

Una ventina di anni addietro i Merlot erano ricercati come il massimo piacere edonistico dalla maggior parte dei “bevitori aggiornati alla moda”, a scapito dei tanti nostri vini storici da varietà locali; e giù tutto un piantare barbatelle dalle Alpi alla Sicilia, anche in territori invero poco adatti. Oggi, invece, se vai alle fiere e osservi chi si accoda ai banchetti, amica o amico che mi leggi, nessuno ne vuol più sentir parlare: chiede piuttosto di assaggiare un Cacchione, un Praemetta, un Avarengo.

Da un estremo all’altro, purtroppo, perché l’uva merlot trova ragion d’essere in tante vigne dai suoli argillosi, umide, fredde, piovose, dove altre varietà stentano a maturare. Difatti in certi territori italiani ha trovato una collocazione importante fin dai tempi dei rimpianti dopo la fillossera, quindi tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Si pensi al Friuli: la piovosità media annua in millimetri di Udine è superiore a quella di Londra.

Difatti tra i Colli Orientali del Friuli, l’Isonzo, il Collio e il Grave, si trovano diversi esempi di Merlot che esprimono una naturale compiutezza ed un senso di eleganza sfuggenti altrove -offuscati da effetti caricaturali – ed uno spirito autenticamente gastronomico.

Buon esempio è questo 2013 dell’azienda Colle Duga di Cormons: vivace, sorridente e profondo.

All’epoca del mio assaggio, il 10 febbraio del 2017, era rubino profondo ma non impenetrabile, con riflessi ancora purpurei. Lacrime sul calice molto fitte e lente e persistenti. Profumo molto intenso, in evoluzione ma ancora giovanile, fresco, giocato su note di frutta rossa dalla ricca polpa: susine, duroni amare; ma anche frutti di bosco, gelsi bianchi e neri; foglie di eucalipto, pepe bianco, un tocco di cioccolato amaro e caffè tostato, un fondo fungino e di carne.

Secco sul palato, di nerbo e corpo robusto, con tannino abbondante, di grana media, maturo e vigoroso; ampio in bocca e gustoso, media acidità, un po’ alcolico, sapido; il lauro ne arricchiva il retrolfatto. Discreto il suo allungo, un po’ costretto tra tannino ed alcol.

Sarei curioso, oggi, di leggerne l’evoluzione.

Non conosceva mollezze, questo Merlot tra eleganza, rustica grinta e succosità.

Sarà che veniva da terra di bianchi, ma – a dispetto di un contenuto alcolico tutt’altro che timido -manteneva in fondo all’anima la leggerezza di un colpo d’ali.

Colli orientali del Friuli Sauvignon 2007, Gigante, 13,5 gradi.

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Tra i vini bianchi il Sauvignon è forse quello più unanimemente inteso sotto la marca della freschezza:  di esempi ne sono pieni gli scaffali di qualunque ben fornita enoteca internazionale, spaziando da interpretazioni cilene a sudafricane a australiane a neozelandesi a argentine a americane, oltre a quelle tradizionalmente francesi. Non mancano -sebbene abbiano sempre da prender piede in Occidente-  quelle cinesi o Indiane. 

Gli Italiani, ovviamente non son mai stati a guardare.

Il profilo per lo più è quello (ma non sempre): grandi profumi giovanili, al limite dello psichedelico, e acidità sostenute, al limite del viperino. 

Allora, ha senso assaggiare un Sauvignon di otto anni? Ha senso parlarne dopo altri due anni, riesumando le note del 23 aprile del 2015? Ha senso cercarvi anche un’anima territoriale?
Forse: se -amica o amico che mi leggi- hai voglia di venir con me e scavare sotto la superficie e cercarvi tracce e indizi, come tu fossi il protagonista di un giallo, che segue una pista oscura; o  come il restauratore che svela lacerti di affresco sotto alla calce; oppure come un monaco che con pazienza infinita al buio della biblioteca cerca un testo perduto sotto un palinsesto; se – amica o amico che mi leggi – il territorio è quello forte e severo dei Colli Orientali del Friuli, con le loro piogge abbondanti, ma anche con la loro luce che sa essere sorprendentemente cristallina, con le loro brezze che si incrociano tra le montagne e il mare; se -amica o amico che mi leggi- il produttore è di quelli solidi e con la mano sicura, come Gigante. 

Ecco questo Sauvignon, che è un vino di quelli che si comprano e si bevono senza troppi pensieri, costruiti per essere amici e non per stupire.
E però, dopo 8 anni, lo trovai limone carico, con lacrime lente e poco evidenti, ed un’esplosione di profumi al naso: buccia di limone, cedro, mela verde, salvia asparago, erba cipollina, albicocca e pesca bianca, non troppo mature, note di frutta candita, lichi, frutto della passione. Sorprendentemente, tuttavia, l’insieme tendeva alle tinte calde o,meglio, era in grado di evocare il tepore dell’inizio della primavera. Al sorso, trovai il suo corpo medio, con un’acidità ancora alta, saporito e definito con la precisione di una pietra preziosa: un diamante. Con un tocco un po’ ruvido o scabro sul palato, l’irradiavano tocchi salino-minerali, per una persistenza superiore alla media, un po’ sforata dall’alcol. Ecco che alla freddezza della gioventù, quella che spesso si sente in tanti Sauvignon, aveva sostituito un calore in grado di donargli profondità senza alcun tono artificioso o barriera ad un naturale eloquio. Ma i vini friulani sono mai freddi? Semmai sono un po’ sulle loro, come i friulani stessi, che hanno solo bisogno di un po’ di tempo per aprirsi. Era perfetto sul San Daniele e, presumo, lo sarebbe stato sul frico. L’avrei osato anche sulle ostriche, potendo, per associare complessità a complessità, aroma ad aroma.

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Ribolla Gialla 2009,Venezia Giulia IGT, Dario Princic, 12,5 gradi.

 
La Ribolla Gialla di Dario Princic è stato il primo vino macerativo che ho assaggiato ed è un po’ come il primo amore: non si scorda mai. Fu poi il motivo, o piuttosto la molla, di un viaggio a Gorizia e più sù a Oslavia, per vederla dal vivo quella ponca donde nascono le uve dei suoi vini, cioè quel terreno misto di arenarie e marne stratificate. Lassù, oltre alla ponca, vidi l’Ossario dove riposano 57.741 militi vittime della Prima Guerra Mondiale. Riposano? Possono forse davvero riposare? Entrai in quella torre, una babele di nomi e date, una spirale a più piani di lapidi che urlano al cielo. Ne ricavai un senso di oppressione tale da dover uscire per respirare: avevo sentito vivo sulla carne il peso fisico del male. I morti, probabilmente riposano: già penarono e soffersero troppo. Chi resta non può aver pace e può solo provar vergogna di quel male che si alimenta di se stesso, come un dragone ritorto dalle mille spire che si morde la coda; né, a distanza di cent’anni, placa la sua fame: perché il male è dentro l’uomo.
Dario Princic ha un viso scolpito e squadrato, quasi intagliato nella pietra: esprime con pacatezza asciutta le sue convinzioni incrollabili, una durezza apparente che credo si stagli su un fondo di dolcezza umana; un volto che mi ricorda quello di un carissimo amico di famiglia goriziano, buono e sfortunato, venuto a mancare tanti anni fa. Dario Princic non lo incontrai quel giorno su a Oslavia. Era affaccendato con il figlio e altri parenti e amici attorno a una ruspa. Si respirava un’aria laboriosa e autentica: in una parola, friulana. Ci accolse la moglie, che ci narrò di come Oslavia fu distrutta dalla guerra e ricostruita più a valle, di come il fronte passasse tra le loro vigne o poco oltre, di come ogni generazione delle ultime cinque abbia parlato combinazioni di lingue diverse, un multilinguismo variamente assortito che ha compreso l’italiano, il tedesco e lo sloveno.
Per la loro storia, possono queste alture magre che hanno i monti alle spalle e a meridione si aprono verso il mare, assaporandone quasi la luce, dar vita a  vini convenzionali ?  Io credo fermamente che l’originalità innegabile dei vini di Oslavia sia in nuce un atto ribelle verso il mondo industriale e del possesso, un gesto agricolo ed artigiano che è il grido di riconquista di un senso diverso del tempo e della storia, uno scarto laterale verso un’altra direzione possibile. Fremito dell’uomo e fremito della terra stessa, che ritrovo nel colore ramato pallido e luminosissimo di questa Ribolla, che forma sul calice gocciole rade e rapide alle quali segue una seconda trina di gocciole più fitte  e più lente. Affascinante solo a vederlo, ha un profumo  molto intenso e molto complesso. Mi sorprende  perché, vista la sua tinta, lo immagino stanco e evoluto e invece è fresco, i sentori ossidativi di aldeidi presenti, ma ben fusi in un dominante profumo floreale arioso ed ancor giovane di acacia e biancospino, fresie bianche, mimosa, lavanda. C’è poi la frutta fresca, pesche e albicocche, arance, e cenni vaghi di quella candita. Torna il senso di  ariosità  con uno sfondo di erbe aromatiche secche e tritate (maggiorana, rosmarino, foglie di borrigine), una speziatura di noce moscata. Il sorso è una sferzata di energia e di freschezza,  con un gusto intenso, concentrato e vibrante, succoso, di estrema salinità e acidità, quasi una scarica elettrica. Il corpo è rimarchevole, lievemente tannico, ed ha lunga persistenza. Tuttavia ciò che rimane inciso nella memoria è un senso di naturalezza, di scioltezza in bocca, di una leggerezza ritmata; il senso  di un vino sano, persino salubre, soprattutto  libero nella sua rarefatta raffinatezza. L’ho goduto eccellente su un risotto di mare e molto buono su un rombo con capperi e pomodoro; però le sue caratteristiche oblique gli donano  una principesca flessibilità sulla tavola, accomodandosi, ne son certo, ai crostacei, alle carni bianche, ai più vari formaggi. Anche per questo mi vien voglia di dirtelo vino senza eguali.

Schioppettino Colli Orientali del Friuli 2009, Iole Grillo, 12,5 gradi.

Ogni volta che apro questo Schioppettino dell’Azienda Agricola Grillo Iole penso che è come sedersi sulla propria poltrona preferita o allungarsi dopo cena su un morbido divano: la stessa sensazione rilassante di conforto, di casto ma sensuale piacere. Ne avevo qualche bottiglia che ho centellinato come le pagine di un libro amato, che non si vuole veder finire: uno di quei racconti profondi, ma che sanno porsi con grazia e leggerezza, come un sorriso gentile quando ne hai bisogno.
Si dice che lo Schioppettino non sia in genere un vino longevo. Questo ha ormai quasi sette anni, cinque ne ha passati in un appartamento, steso ma in condizioni tutt’altro che ideali. Eppure quando levo il lungo turacciolo di sughero il vino è ancora tonico, fresco, appena smorzato nei suoi profumi più fruttati. Rubino scuro alla vista, ha nel suo colore le trasparenze dell’ombra; al bordo un cerchio granato ne segna l’età; gocciole lente sul calice rimandano a una presenza carezzevole. Il profumo, seppur mutato dalla gioventù, resta di intensità notevole, persino rara in tanti seppur celebrati rossi nostrani. Inoltre è tipico, personalissimo: frutti di bosco neri, mirtilli in particolare; nè manca, in second’ordine, qualche cenno di susine rosse; e toni freschi, vegetali; ma è soprattutto e di gran lunga la componente speziata a tenere il campo, così sfaccetta, complessa e insistita: la noce moscata, il chiodo di garofano, la cannella, il pepe bianco e verde;  aromi che sono lì materici e nitidi, ma in qualche modo sfumati, in perfetto equilibrio tra dolce e piccante, integrati da una componente fortemente balsamica, che è un tocco di legna odorosa, boschiva, al limitar dell’inverno, quando è umida e coperta di muschio. Essi si raccontano a mezza voce,  con avvolgenza consolatoria, un racconto davanti al camino col vento che sibila lassù nella canna fumaria. E poi al palato si offre con morbidezza scorrevole, senza asprezze o scalini, temprata da un’acidità ancora sufficiente da garantire allungo e freschezza, che si inserisce un un corpo medio dove il tannino è assai presente (è uva a buccia spessa lo schioppettino), ma di grana finissima, una polvere d’oro di particelle levigate. Si giova di un grado alcolico relativamente basso, inconsueto al giorno d’oggi ed è una boccata d’aria fresca.  Uno Schioppettino questo di Grillo giocato più sulla levità ed il garbo che sulla forza e la complessità, trovando una dimensione quotidiana e a misura d’uomo piuttosto che monumentale, ma non per questo meno elegante. Un’eleganza comunque distinta la sua: sempre perfetta, in ogni momento. Così pure a tavola non mancherà mai l’abbinamento e sarà un perfetto compagno per una chiacchierata o una solitaria meditazione. L’ho assai goduto su rustici fusilli al sugo di salsiccia, ma sarebbe stato ideale anche per un romantico tete-a-tete.  Eh, lo schioppettino! Non darà vini potenti e longevi come il nebbiolo o il sangiovese, ma non ho dubbi: per me è tra le grandi uve rosse italiane.

Refosco dal peduncolo rosso, Colli Orientali del Friuli, 2010, Livio Felluga, 13,5 gradi.

Livio Felluga è una firma che non ha bisogno di presentazioni: le sue etichette con la carta geografica sono conosciute in ogni dove, un simbolo del Friuli enologico. 800.000 bottiglie non sono uno scherzo, il rischio dell’omologazione o di una qualità approssimativa è sempre dietro l’angolo. Però nei miei saltuari assaggi mai una bottiglia che non fosse curata, precisa, impeccabile. Inoltre, pur con una dovuta attenzione ai mercati, i vini di Felluga mi hanno sempre riportato l’impressione di un chiaro carattere friulano, che generalizzando potrei descrivere come miscela di disciplina e di calore, di piacere di vivere e di diffidenza. Nè manca la valorizzazione delle singole zone e denominazioni (i Colli Orientali, Rosazzo, il Collio), nè l’attaccamento alle uve autoctone.  Ora, se il Friuli è considerato regione per eccellenza bianchista, a ben vedere fornisce alcuni vini rossi tra i più interessanti e particolari dell’intera Penisola, caratterizzati ed eleganti: Merlot, Cabernet, Schioppettino, Pignolo ed appunto Refosco dal peduncolo rosso.  Non posso dire di aver vera dimestichezza con quest’ultimo: assaggi qui e là negli anni, taluni dagli esiti piuttosto rustici (nei casi meno fortunati), altri persino intossicanti per la sontuosa ricchezza aromatica e tattile espressa dal vino nel calice: una eccezionale potenza vellutata. Questa varietà a maturazione tardiva, profondamente radicata del Nord-est, vanta una lunga serie di citazioni nei secoli che ne fanno presumere un motivato apprezzamento dalle classi nobiliari o agiate. Eppure nelle produzioni di massa puoi trovarlo grezzo, scialbo.  Perciò apro con curiosità la bottiglia di Felluga: per capire che cosa più originare quest’uva in mano ad un produttore di riferimento, che produca un vino comunque abbordabile per i più ed in quantità non confidenziali. Ed ho un’autentica sorpresa: perché questo Refosco dal colore rubino molto profondo e scuro, che lascia sul calice gocciole fittissime e lente, è un vino di gran classe, dal profumo molto intenso dove spiccano more e mirtilli, ma anche tanto pepe bianco e nero, e sentori affascinanti di foglie e terra bagnata, humus, noce moscata e cannella. Persino uno sbuffo piacevole di solvente. Viene affinato in legno, ma non è evidente: devi più che altro indovinarlo – amico o amica che mi leggi- da come lui sa articolarsi in una terza dimensione. Poi: fresco in bocca come un bacio, corposo ma tutt’altro che statico grazie ad una buona acidità, con una trama tannica solida, molto abbondante e grintosa, ma non oppressiva; anzi lo direi persino delicato, “passante”, per usare un termine desueto ma esplicativo.  Eppure mantiene una sua compattezza carezzevole e vellutata, dove l’alcol trova un’integrazione perfetta, da poterlo dimenticare. Al gusto, che è di media concentrazione, prevale l’alloro; ma nell’allungo, di bella progressione, la chiusura è su note di tè e di caffè. Più lo assaggio – ed anzi con gusto me lo godo- più ne cerco i rimandi con altri vini, quell’appiglio consolatore a ciò che è noto e che rassicura. Alla fine mi viene in mente Bordeaux: ma non un blando chiaretto, piuttosto uno Chateau Gran Cru Classé; questo Refosco tuttavia è più sciolto e originale, seppure con un corpo notevole. Inoltre il clima friulano, che è meno ballerino di quello del Medoc o della Rive Droite, offre migliori garanzie rispetto alla variabilità delle annate. Poi – ma sarà forse anche la mano di Felluga- questo vino è già godibile: relativamente presto rispetto ad un Bordeaux di valore, per il quale non bastano a volte dieci anni. Però il nome di Refosco risuona poco all’estero, persino sconosciuto a molti appassionati anche in un mercato ricco come quello inglese. Peccato: per una volta non vorrei tenermi un segreto.