Franciacorta Dosaggio Zero, Andrea Arici – Colline della Stella, sboccatura 15/2/2010, 12,5 gradi.

A quasi 10 anni dalla sboccatura, è color limone carico, con finissimo perlage, continuo ed instancabile.

Profumo assai intenso, con lievito e frutta secca in evidenza. Al di sotto, sfumati, miele millefiori, agrumi canditi, zenzero, zafferano, fungo porcino fresco e madido.

Bocca dritta, precisa, danzante, succosa, con ritorni di cioccolato bianco. Finale pulito, a sua volta succoso, e salino. Nel retrogusto, un cenno balsamico, tra salvia e burro fuso.

Uno spumante di Franciacorta equilibrato e virile, ampio e slanciato, per nulla esornatiovo, di estrema, testarda aderenza territoriale: nobilissimo perciò.

Oggi, per noi, eccellente su polpette squisite di lesso di gallina allevata libera nel Mirandolese e vitello. Avessimo qui anche i casoncelli, sai tu che meraviglia.

Franciacorta Extra Brut, sboccatura 2 sem 2010 , Faccoli, 12,5 gradi.

Negli ultimi anni mi son tenuto  alla larga da certi gruppi di appassionati di vino, abbastanza da non saper più nemmeno veramente dire che cosa è di moda  e che cosa non lo sia. Mi piace, e mi è sempre piaciuto, seguire un’idea mia, magai un po’ obliqua, trasversale, sghemba, ma libera di andare dove le pare – ed io libero con lei. Ricordo che presso codesti circoli, o piuttosto rassembramenti, il nome degli spumanti metodo classico di Franciacorta era -e forse ancora è- in disgrazia, ben oltre il segno comprensibile di qualche concreto demerito; eppure quello di Faccoli veniva salvato per eccezione e agitato come un feticcio, al punto da risultare quasi antipatico come lo sono tutte le scelte imposte dalla massa, che spesso sceglie senza supporto di un pensiero critico, ma per sentito dire. Entravi in certe enoteche o ristoranti e già sapevi che avresti trovato Faccoli; parlavi con certe persone e: “Io non bevo Franciacorta” (o “non tratto”: la variante), “ solo Faccoli”, dicevano. Al punto che di Faccoli io alla fine nemmeno ne volevo sentir  parlare: me ne ero allontanato così tanto da rimandare, oltre ogni concreto impedimento e giusta ragione, l’apertura e l’assaggio di qualche bottiglia in mio possesso, acquistata appunto anni addietro per genuina curiosità e per l’onda della moda. Inoltre uno spumante di Faccoli, rosato, aperto davvero dopo troppi anni dalla sboccatura, aveva mostrato tutto il peso del tempo trascorso, lasciandomi un certo disappunto e poche speranze per le restanti bottiglie.
Ma quando ho aperto questo extra brut, che è il vino più distintivo dell’azienda, oh meraviglia! Di un bel giallo limone carico, dalla bolla fine e delicata, è eccellente  malgrado i 7 anni passati dalla sboccatura. Nasce da Pinot Bianco e Chardonnay e in massima parte i vini base sono d’annata singola: praticamente è un millesimato. Il Pinot Bianco, con le sue eleganti delicatezze, è  identitario per la denominazione, giacché si trova in molti Franciacorta riusciti; anche qui appone la sua firma, ma il risultato è  personalissimo. Questo extra brut ha un profumo molto intenso, vinoso e fungino: un’abbondanza di porcini secchi, disegnati con precisione. Poi, in dettaglio, fiori di sambuca,  arance e albicocche candite, tocchi di limone fresco, una speziatura dolce di noce moscata ed un senso vegetale di legno che è vivido e naturale, perché è muschio e corteccia ed in particolare corteccia di eucalipto, se la conosci. C’è qualcosa di carnoso, di ematico, di empireumatico, e insieme qualcosa di verde: il profumo dell’alloro e quello sfaccettato di altre erbe botaniche, come le distillano, care alla mia memoria,  i monaci di Camaldoli. C’è qualcosa di anice e di rosa e di mandorle, quelle buone, fresche e semplicemente pelate, non tostate; è una mineralita forse un po’ ammansita, ma scoperta.  Al sorso è notevolissimo, dritto, di quella stessa scabra eleganza che ha il Monte Orfano dal quale proviene, isolato e testardo in mezzo alla Pianura Padana, sola emergenza marina con i suoi conglomerati e i suoli poveri, fiero e ruvido come solo certi bresciani sanno essere. Di buon corpo, con un’acidità  davvero alta e una dolcezza media in senso assoluto (quell’acidità va pure compensata, per avere equilibrio), ma decisamente contenuta per uno spumante, marca appena un po’ di alcool nel lungo finale, ma in sostanza è deciso, energico, longilineo, piuttosto sfaccettato; mi verrebbe quasi da paragonarlo, absit injurias verbis, ad uno champagne di vigneron, per la qualità e la focalizzazione che esprime: un territorio, uno stile, niente compromessi. Da non gustare troppo freddo per goderlo appieno, sulla tavola è flessibile e con lui mi sono divertito a giocare; ma chissà che matrimonio sarebbe stato con un’astice o un’aragosta?

Terre di Franciacorta Rosso 2001, Bersi Serlini, 13 gradi.

Se dici Franciacorta dici spumante metodo classico. Oggi. ‘Antanni fa avresti detto magari vini rossi. Prendi Bersi Serlini di Provaglio d’Iseo,  attiva dal 1886:  il rosso lo fa  ancora, se tu guardi sul sito però è nella categoria “piccole produzioni”, la scena restando tutta ai vini con le bolle. Se consulto “I vini d’ Italia” di Veronelli, edito da Canesi sul finire del 1961, gli spumanti nemmeno compaiono, ma si parla di vini da pasto e “fini da pasto” (definizione bellissima e desueta) a base di barbera, berzamino (e quest’uva, che cos’è?), sangiovese e vernaccia bianca: uvaggi, come usava per lo più nella nostra bella (ex?) Italia. Ho qui con me un Bersi Serlini del 2001, allora ufficialmente Terre di Franciacorta, non ancora Curtefranca come da nuova denominazione. Le sue uve: Cabernet e Merlot fino ad un 90% del totale, un saldo di Nebbiolo e Barbera, fino a un 10% ciascuno, secondo l’annata; diverso quindi dal tipo citato nel venerando (e venerabile) volume veronelliano. Pero’ quell’essere “sapido, generalmente con accentuato retrogusto amarognolo” tutto lo riconosco in questo vino vecchio di 14 anni, granato di media profondità nel mio calice, con archetti radi, irregolari e veloci a scorrere sul vetro. Veduta personale e lombarda dell’uvaggio bordolese, più dinamica, piu’ scattante e alla mano. È tuttavia emozione quella che ti sale al naso, quando il fruttato ed erbaceo giovanile gioca ora con trame più dense di foglie e sottobosco d’autunno, perfin della torba del vicino lago Sebino, con quella nota sottilmente idrocarburica ed empireumatica che avvolge di profondità e mistero la frutta nera dei mirtilli e ginepri, delle prugne secche, della buccia di fichi neri, appuntita da tocchi di nespole e erbe: la selvaggia amata cicoria di campo. Si’, i sentori del legno: vaniglia e fume’ ma leggerissimi, piacevoli come il tepore e il crepitare di un camino,  Eccolo in bocca: pieno, non imponente, ancora con quella acidita’ un po’ ammandorlata che lo spinge, fine ma non domo di tannino, soprattutto sapido e succoso, intenso, lontano anni luce da certi anemici Bordeaux ( e per prova provata ve ne sono!), perfetto nel suo tenore alcolico, che scalda solo quel che serve e si vuole da un rosso, infine discretamente lungo. Appena un po’ rustica e ruvida la sua trama, lana grezza più che seta e velluto, ma quella bella, fatta all’uncinetto per te dalla nonna. Cenni al gusto, aggiuntivi, quasi di pasta di pane e lievito. Veriddio che più che Bordeaux io penso al Chianti: altra terra per lo più d’uvaggio, altro vino di scatto e tenuta. Però, e’ come paragonar Leonardo ai leonardeschi: di la’ la complessa dimensione intellettuale, di qua una concretezza terragna e padana, alla maniera del Luini, del Moroni: vere entrambe di una verità diversa. Vino da bere e da godere questo, non da osannare: è difatti l’ho goduto, su conchiglie artigiane ed un mio sugo rosso odoroso coi porcini secchi. La mia chiosa: questo rosso con garbo e fermezza sussurra che la Franciacorta non è sol terra di metodo classico, ma a tutto campo, su quelle fatate colline, e’ terra da vini. Vini forti e rotondi, di dolcezza e pienezza lombarde: felicita’. Poi: ci siamo davvero accorti che la Lombardia, tra Franciacorta, Valtellina, Garda, Oltrepo’ e’ terra di grandi vini, tra le prime d’Italia, che non cede il passo a Veneto, Sicilia, Piemonte  e Toscana, per fattura, gusto e personalità? Eppure vedi -amico, amica che mi leggi- dove il lombardo e’ caduto in fallo: quella grandezza non l’ha saputa abbastanza promuovere e raccontare.

Franciacorta DOCG Cuvee Imperiale Brut, Guido Berlucchi, sboccatura 2014, L0235/13A2E114I , 12,5 gradi.


Se fossi snob, non vi parlerei di questo vino. Diamine: lo trovi anche alla Coop, all’Esselunga, all’aeroporto di Fiumicino dove l’ho acquistato per 13 euro o poco più. Ma io non sono snob, amo gli spumanti metodo classico e qui in Inghilterra mi son comperato anche qualche Cava spagnolo in offerta da Sainsbury’s; e pure qualche Champagne economico prodotto da una delle varie cooperative. Poi, se alla Royal Festiva Hall mi son preso un prosecchino, beh, tanto meglio se non ne ho chiesto il nome. Questo per dire che, a dispetto del favore che i vini spumanti incontrano, in giro si trova di tutto e la qualità non e’ necessariamente garantita; e il consumatore, consciamente o meno, vi si adatta.
Però questo Franciacorta DOCG, a dispetto dei tre milioni e duecentomila bottiglie nelle quali e’ prodotto, segna proprio un altro passo. E lo vedi subito nella sua spuma ben definita, cremosa, senza arroganza, che illumina la sua tinta di pallido color limone. Lo godi all’olfatto, che e’ intenso, nitido e fruttato seppur le note di lievito e pane non manchino: eppure sono così perfettamente, elegantemente integrate in aromi di agrume ( tanto mi ricorda il dolce limone di Amalfi! ) e di frutta a polpa gialla e bianca (albicocca e pesca noce), da apparire come colpi di pennello che rifiniscono caldi una tela sfumando e approfondendo un paesaggio, parti di una vibrazione atmosferica come il principio del sole che tramonta, arricchiti poi da una fuggevolissima ma apprezzabile idea di chiodi di garofano e di ruta. Ed alla bocca lo troverai ben bilanciato, riposato ma non grasso, carezzevole ma giustamente sorretto da una bella acidità, senza nessuna inutile svenevolezza, senza quella grassezza ed amaroticita’ che, a torto o a ragione, si attribuisce con biasimo ai Franciacorta. Anzi: ha un allungo più che discreto ed ordinato, ma soprattutto: amico, amica che mi leggi, qui c’è carattere! Non la controllata evoluzione degli Champagne, non la consistenza piacevolmente terrosa dei Cava, ma una nitidezza luminosa e solare fruttata che gioca qui il ruolo di una sigla di italianità; quasi ponendosi, se ben mi intendi, piacevolmente a metà tra un complesso Vintage ed in immediato Prosecco. C’è di che esserne, come italiani, estremamente orgogliosi: a quei volumi, a quel prezzo! Certo, starà bene, se lo vorrai provare, su antipasti di pesce o magari, persino, sulla tinca ripiena come la fanno sul Lago d’Iseo a Sulzano. Tuttavia, perché non giocarlo come un jolly su un tagliere composto dai meravigliosi formaggi bresciani dai nomi sonanti? Bagoss, Fatuli’, Rosa Camuna, Silter…

Per saperne di più: http://www.berlucchi.it/prodotti/#cuvee

Franciacorta Brut Enrico Gatti, sboccatura ottobre 2010, 13 gradi.


Certo che bere bollicine (non amo questo termine, ma mi adeguo!) e’ sempre un piacere, soprattutto quando non c’è altro “perché” se non la gioia della tavola.
Bollicine quotidiane? Magari così si esagera, diciamo piuttosto che ci son bottiglie che tale piacere invogliano a regalarselo di quando in quando, o magari anche spesso. Prendiamo questo a Franciacorta Brut di Enrico Gatti, che produce in totale 130.000 bottiglie, nemmeno tantissime per gli standard della zona. Al di la’ della veste accattivante dell’etichetta,semplice ma signorile (anche l’occhio vuole la sua parte) e’ soprattutto un vino benfatto e direi sincero: perché non si atteggia, non fa il di più, non vuol sembrare ciò che non e’; insomma, lontano da certi spumanti (e ce ne sono! Anche in Franciacorta) che fan la voce grossa senza averne adeguata struttura, ma solo a forza di dosaggi zuccherini e liquorosi e di lunghe permanenze sui lieviti, cercando così di mascherare, possibilmente, le carenze del vino base e dell’uva. Questo di Gatti, 100% chardonnay, tenuto 18 mesi sui lieviti ( malgrado sia stato sboccato tre anni e mezzo fa, e’ ancora in un’ottima condizione giovanile) fa il suo con onestà, col suo color paglierino scarico e con un perlage sottile, persistente e fitto ed assai spumoso, che titilla più che accarezzare. Non ti soverchia di aromi e non cerca complessità’ estreme, ma profuma intensamente di fiori bianchi e gialli, pompelmo, susine verdi, banana, un tocco di nocciole fresche, di miele d’acacia e crosta di pane, ma non di un robusto filone campagnolo, piuttosto di un panino all’olio. Forse appena una punta di burro ve la puoi trovare. Soprattutto però è nitido, pulito, solare. Al sorso e’ giustamente secco, ha una bella mineralita’ salina, un’acidità più che sufficiente a caratterizzarlo nel senso di una tensione sonante, piuttosto che in uno sfrangiarsi cremoso sul palato – anche fosse, però, che ci sarebbe di male se fosse salva la misura? Ma il corpo c’è e pure al persistenza, ancora su ricordi appena un po’ iodati, delicati di nocciole fresche e più decisi di pompelmo. Ne’ largo, dolciastro, piacione e tutto lustrini; ne’ meditabondo come il Pensatore di Rodin o i cupi santi di El Greco e giocato sul filo dell’ossidazione, neppure tagliente ed ossuto come vogliono certe tendenze un po’ autopunitive (e…“io bevo solo Pas dose’” dice l’enochic), piuttosto impostato sulla freschezza, sul conservare una certa purezza della materia, ma senza ossessioni; insomma, la sua chiave e’ un’equilibrio che direi quasi mozartiano laddove e’ la levità sorridente della forma a creare la sostanza. Forse per questo non sarà mai di moda: parafrasando una vecchia battuta e restando in tema musicale, l’equilibrio e’ come la musica da camera: buona, ma la praticano in pochi.

Per saperne di più: http://www.enricogatti.it