Fleurie Poncie 2013, Domaine de Vissoux Pierre Marie Chermette, 12.5 gradi.

Ci sono vini la grandezza dei quali è incontestabile: lampanti nella loro qualità, a volte addirittura monumentali. Fossero automobili, avrebbero le linee saettanti di una Ferrari, di una Lamborghini; o, a seconda del genere, quelle fastose o severe di una Bugatti, di una Isotta Fraschini. Altri invece sono per lo più utilitari: si badi, non quotidiani. Un vino quoditiano può, nella sua umiltà, stagliarsi protagonista della tavola o accompagnare amoroso o sicuro ogni vivanda: prendi certi Chianti guizzanti, certi Dolcetto affabili, certe briose Barbera. Bene: il vino utilitario si presta invece ad un consumo mirato, con cibi determinati ed occasioni specifiche; se le condizioni al contorno sono quelle giuste, allora lui sarà il complemento perfetto. Prendi questo Fleurie, vino rosso francese che viene dalla regione del Beaujolais: avrei voluto narrarti che ha qualità sorprendenti, tali da farti dimenticare del tutto certi rozzi Beaujolais Nouveau che son una iattura pel bevitore e forse anche per la nomea dell’area vinicola (che, bada, ha storia da insegnare fin da epoca romana; e che costa una fatica avara a chi la coltiva, per quei terreni spesso duri e granitici e pendenti come quello dal quale nasce questo Fleurie, tal che le macchine non vi possono entrare). Invece ti dico che è un vino utilitario all’ennesimo grado. Perché il suo color rubino trasparente, limpido e luminoso, appena violaceo nei riflessi, che forma lacrime lente sul calice, certamente e’ bello a riguardarsi. Così come intriga il suo profumo, di fragole e fragoline di bosco sulle prime, svelando poi con un po’ di areazione, accanto ad aromi floreali di violetta, una lieve stuzzicante speziatura che sa di pepe bianco ed un odore di carne che gli inglesi direbbero “meaty”, con felice espressione. E la leggerezza di corpo, la delicatezza tannica (che pure è di grana un po’ terrosa), l’acidità delicata che titilla appena gli angoli della bocca, sono piacevoli, vista l’onesta persistenza e concentrazione del gusto. Risulta pure un po’ salino a centro bocca ed è forse la miglior dote della sua trama. Però manca di nerbo: non ha quell’accento che ti fa dire: “oh”. Ti sfido tuttavia, come fosse la girandola di un torneo, a servirlo fresco, ben fresco, 14 o 15 gradi, estate o inverno che sia; e ad accompagnargli antipasti di terrine, persino vivande dove la carne bianca la faccia da padrona, polli ed oche, arrosti o con un bell’umido odoroso, o persino certe salsiccette non troppo speziate, come usano aldilà delle Alpi; oppure un bel tonno appena scottato, o certi guazzetti di pesce, d’acqua dolce o di mare. Ponici poi luci soffuse, un bel lume di candela, due occhi da guardare, parole lievi preludianti l’attesa in un’ammiccante seduzione. Sono certo che lo troverai imbattibile.

Saint – Joseph AOC Terre de Violette 2007, Cave de Tain, 13 gradi.

Andai nel nord della Valle del Rodano che era l’inizio dell’inverno, qualche anno fa, il clima più piovoso che rigido. La grandezza antica della città di Vienne con i suoi monumenti romani, la grandiosa vista delle ripidissime colline -o piuttosto delle alte coste del grande fiume- dalle quali nascono i potenti rossi di sirah e i profumati bianchi di viogner: il Cote Brune, il Cote Blonde, il Condrieu, lo Chateau Grillet. E poi giù verso sud fino all’Hermitage. Di fronte a tali nomi altisonanti e a vini di pregio ma fatalmente costosi, mi rimase simpatica la più umile denominazione di Saint- Joseph. Anzi, i paeselli più antichi come Mauves (uno di quei sei che sono il cuore originario di questa AOC)  , con le loro casette di pietra in vallecole strette, mi si impressero nella mente quali immagini di intimità rurale, romantica e un po’ segreta: una Francia diversa, immota nel tempo e timida, ricordandomi i più nascosti villaggi della mia Svizzera Pesciatina.  Nella realtà la denominazione Saint – Joseph negli anni è stata estesa fino ad inglobare un territorio ben più ampio; e se i vigneti migliori, che danno i vini più solidi, restano quelli della fascia collinare, tuttavia sono state vitate ampie zone più pianeggianti e alluvionali che preludono al greto del fiume. Qui si producono grandi masse di vino rosso destinate a soddisfare la sete dei bouchon di Lione, dei bistrò parigini e un po’ di tutta la Francia.  Vini evidentemente più facili e leggeri, spesso serviti sfusi e più freddi che freschi. Questo Terre de Violette della cantina cooperativa di Tain l’Hermitage rientra senza dubbio nella suddetta categoria ed è stato forse un azzardo averlo conservato tanto a lungo: lo comperai a fine 2010 in un supermercato sulle Alpi francesi, poco oltre il confine italiano. Però è rimasto piacevole nel suo color oggi rubino medio-scuro, con unghia granata. Sul calice forma lacrime  rade, veloci e irregolari. Ha un aroma pronunciato di pepe nero e cannella e di violetta, tenendo fede al suo nome.  Poi mirtillo e note che derivano io credo dell’invecchiamento: sottobosco, chiodini, alloro, perfino aglio. Alla bocca risulta di media intensità, non è lungo,  fors’anche ha un capello di alcol in eccesso rispetto al corpo leggero; però è saporito, croccante. Il suo tannino e’ medio al più, molto minuto, e  l’acidità media. Oh saggezza dei francesi che in un vino quotidiano non si procurano di cercare gran corpo e concentrazione, ma una benvenuta leggerezza, ricorrendo perfino a un saldo di uve bianche, così che sia buono ben freddo e profumato, proprio come mi venne servito a Lione sulla gustosissima cucina locale, con le grandi carni e le salsicce. Sorprendentemente però, l’ho sposato qui e ora con discreto successo sull’insidioso Pecorino Romano .

Saumur Champigny 2013, Domaine des Roches Neuves, 12.5 gradi.

Io lo ammetto candidamente: ho ben poca dimestichezza col Cabernet Franc: lontani assaggi di vini friulani, verdi e speziati; spesso anzi si è scoperto nelle vigne ci fosse – inconsapevolmente – carmenere. La sua patria però è la Francia, a dispetto dei natali oscuri che lo vorrebbero, in un’antichità remota di almeno un millennio, nascere nella Spagna basca ed arrivare in Centr’Europa sulle vie dei pellegrini traversando la Bretagna. A Bordeaux si usa nell’uvaggio locale, quasi un’assicurazione di buona riuscita perché fiorisce in epoche diverse rispetto a Merlot e Cabernet Sauvignon; inoltre matura più facilmente e perciò ha trovato nella valle della Loira una casa adottiva speciale: meglio, un luogo d’elezione, perché lungo la Loira sono fredde le zone interne, rigidi gli inverni, ed il Cabernet Franc si dimostra coriaceo perfino nel legno. Strana bestia la vite: più la porti al limite estremo, meglio si dona in qualità; come certe volte la Nazionale italiana, che gioca con maggior determinazione in dieci che in undici. Così nella Loira il Cabernet Franc, se coltivato con amore devoto, si dice attinga a miracoli di finezza e longevità. Non tutti i miei assaggi son stati fortunati, invero. Poi mi imbatto in questo Saumur Champigny 2013 del vignaiolo Thierry Germaine, un uomo con le idee chiare, che su suoli tufacei e con viti piuttosto vecchie pratica un’agricoltura biodinamica ( “ossia?” mi dirai amico, amica mia; la questione e’ un po’ complessa e dibattuta, ma di certo si tratta di una filosofia agricola di alto rispetto per la terra), ed applica rese di 30, a volte addirittura 15 ettolitri per ettaro mentre la media in zona e’ di 60 (come termine di paragone su un vino di qualità, a Montalcino per il Brunello la resa massima consentita per ettaro e’ di 80 ettolitri);  allora finalmente, allo sfilare del turacciolo, ho un sorriso. Ecco un vino che vibra, canta, racconta! Certo non è un vinone grosso, di quelli che ti travolgono con la possanza sbuffante di una locomotiva. Questo è un aliante leggero nell’aria, una barca silenziosa e veloce sul fiume, una carrozza che porta a castello una dama. Fin dal colore lo vedi: rubino trasparente e luminoso, dai mille riflessi; ne percepisci la sostanza magra e scattante e la rimarcano gli archetti sul calice irregolari,  nervosi e veloci come i contrafforti di un’architettura gotica. L’aroma e’ pungente ma non prevaricante, sempre un po’ da cercare, vinoso e di piccoli frutti di bosco rossi e freschi anzitutto; poi accenni di violetta, una nitida polvere di grafite, uno sfondo erbaceo aromatico che avvolge piacevole l’olfatto come tu entrassi in un giardino incantato e vagassi e ti perdessi tra le siepi nel tepor primaverile. A berne poi, ancor più ti impressiona: se il corpo sta tra il medio e il leggero, pur ti danza come un putto sulla punta della lingua e la sua intensità e’ chiara, diretta, luminosa. Ecco l’acidità che lo profila, l’allunga ed è radiosa; ecco in mezzo la sapidità, che gli dona fermezza e stabilità; ecco il tannino, ingannatore: fine, detergente, ne sottovaluti la portata pensandolo verde e moderato, mentre invece è maturo e vigoroso. La lunghezza sol media forse, ma con una nitidezza così cristallina che risuona a lungo nella memoria, se non sul palato. Io lo credo – amico, amica che mi leggi- irresistibile sulle carni bianche e su formaggi di stagionatura tra la fresca e la mezzana; ma ne avessi un’altra bottiglia qui con me, con curiosità infinita lo vorrei provare su pesci grassi d’acqua dolce.

Faugeres AOC 2011, Clos Fantine, 14 gradi.

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Vorrei viaggiare dall’Italia oltre il confine francese, percorrere le coste e le terre rosse e frastagliate fino all’apparire dei Pirenei; oppure giungere al mare da nord, dalle fredde onde della Manica scendendo verso sud e muovendo verso est, lasciando alle spalle le luci di Parigi e la Champagne a oriente, tagliando di netto la Loira, scorrendo verso sud parallelo alla valle del Rodano. Vigneti, storie, colline. Paesi, castelli, persone. Mani, visi, sguardi e parole. Poi, in fondo, la Linguadoca, grosso modo tra Roussillon e Provenza; regione di fascino particolare, quasi chiusa in un suo mistero: una parlata sua (la “lingua d’oc”, appunto) e l’eresia catara; di fondo, una natura indomabilmente latina, ribelle; leale al potere nordico ed in principio germanico delle generazioni di re di Francia, ma sostanzialmente autonoma.  In essa Faugeres e’ denominazione di colline di scisto a forti pendenze, interne ma ancora prossime all’aria marina, site tra i 250 e i 700 metri d’altezza, con la brezza della sera che rinfresca le uve e dona purezza al vino, se lo lasci parlare.  Terre magre, coltivate almeno fin dall’antichità romana e probabilmente da prima ancora, dove tutt’oggi la vite ed il vino occupano un ruolo centrale nelle colture.  Chissà oltre gli eventi storici, le guerre e le repressioni, quale eredità resta nelle mani e negli occhi  di quella gente. Domande che si affacciano mentre si tesse con  questo rosso Faugeres di Clos Fantine il mio dialogo muto. Bottiglia comprata quasi per caso in un grande negozio di South Kensinghton, attratto dall’orgogliosa etichetta vecchio stile, dal prezzo accessibile, dal cartellino che lo identificava come biodinamico. Si’, perché  nei 28 ettari di Clos Fantine fanno tutto in famiglia Carol, Corinne e Olivier Andreu: niente chimica in vigna, semplicità estrema in cantina, senza filtrare o chiarificare e con dosaggi minimi di solforosa. Apri e versa il liquor rosso rubino, quasi profondo senza indugi lo diresti  nella sua concentrazione, se non sfumasse così rapidamente all’unghia su tonalità più pallide, un preludiare di granato ma non ancora tale; se non avesse interna una sua luce di rimando, un riflesso solare, che allontana opacità e promette purezza. Danza sciolto nel bicchiere, presente ma leggero, fluido. L’aroma e’ un canto di Carignan, Cinsault, Sirah, Grenache, un po’ roco sulle prime, ma che presto si schiarisce: il tempo di qualche gorgheggio. È un vino che ti solletica fin dal naso, questo è: insieme sole accecante e penombra, quella che io ricordo delle vecchie cantine elbane, per metà interrate, chiuse da un pesante portone; dopo la luce esterna abbagliante dentro solo buio ed odore di uva, di appassimento, di decenni di vino che invecchia. Caldo e fresco ad un tempo l’aroma di Clos Fantine, more e prugne nere da una parte e mirto e mirtillo, poi dall’altra fragole e lamponi, circonfuso dalle profondità della liquerizia, della cannella, uno spunto acetico che intriga e rinfresca ed una terrosita’ piacevolmente rustica che ritrovi tutta sul palato. Perché nella tua bocca lo troverai ruvido ma piacevole: come un bacio di passione, come un gatto riconoscente che con la lingua ti lecca le dita. Vino dal tannino notevole in quantità ed assai grintoso, che ignora smussature, gessoso persino;  quasi violento nel porgere la sua intensità, ma con naturalezza, leggerezza, senza forzare: cosi’ che il corpo indugi a dirlo pieno – ampio, piuttosto! E lungo a permanerti sul palato, un poco amarotico, con un’acidità decisa -che non si nasconde- ed un alcol che scalda piacevolmente, magari anche superiore  ai gradi dichiarati per arrotondamento. Freschezza e calore, rotondità e forza: conciliazione di opposti che ha il suo tramite nell’anidride carbonica disciolta finissima e invisibile, a pizzicare il palato e rinfrescare la beva, tenendo il vino vivido seppur rustico, come si usava in certi Chianti, Barbera e Bonarda d’antan e che fortunatamente ancor oggi talvolta si ritrova. Vale sapere di fronte al piacere che un 25% dei grappoli non si deraspa e che il rosso liquore di Bacco affina circa diciotto mesi in cemento, senza interventi? La tecnica, che vale? Qui l’anima parla, qui parla la terra. Lo sapessimo una buona volta il valore della terra! Che millenni la creano e una ruspa devasta un due giorni. Lasciamo: Clos Fantine e’ fatto per la gioia della tavola, su un’arista del Pistoiese ed un Pecorino stagionato del Monte Amiata mi ha sorriso senza farsi intimidire. 

Alsace Gewurtztraminer Heimbourg 2008, Domaine Zind Humbrecht, 14 gradi.

La sera che sono diventato appassionato di vino ( se si vuole che un un momento preciso vada fissato nella memoria come un’ora fatale, o più umilmente come il limitare di una soglia) erano in tavola i Gewurtztraminer alsaziani, era in tavola Zind Humbrecht. La prima volta che andavo a una degustazione, la prima volta che bevevo bianchi francesi, la prima volta che bevevo Gewurtztraminer, la prima volta che sentivo la parola “biodinamica”; ed alla luce fioca delle lampade che illuminavano una vastissima sala seminterrata di un ristorante di Monza mi sembrava che si aprisse un mondo nuovo: quei profumi mai nemmeno immaginati, che un poco mi stordivano ed un poco accendevano la mia immaginazione; facendola bruciare, facendola volare. Vini bianchi, si’, da pasto; ma di un grado alcolico alto o altissimo; che non sapevo definire se se secchi o dolci; ma erano qualcosa li’ nel mezzo, indefinibile ed ammaliante. Gusti di purezza e potenza per me inaudita. Il loro ricordo che mi accompagnò fino a casa e poi il giorno seguente, che sembrava infinitamente lungo, per smaltire quei sette benedetti bicchieri dopo i quali mi ero arreso. Da allora -forse per una sorta di inprinting, non saprei dire- mi e’ rimasto un amore particolare per i vini alsaziani e soprattutto, tra quanti ne conosco, per quelli di Zind Humbrecht: produttore serissimo, che adotta rese di uva per ettaro estremamente contenute (un terzo o anche meno rispetto a massimi previsti dalle nostre denominazioni italiane più blasonate); attento all’impiego di pratiche naturali e se vogliamo antiche, promotore della valorizzazione delle singole parcelle di vigna, perché esprimano la loro unicita’ nel vino. Heimbourg e’ appunto un Cru : una collina del villaggio di Turkenheim ripida, calcarea, ben esposta, bellissima e difficile da lavorare, al punto che dopo la Prima Guerra Mondiale fu abbandonata e l’erba alta avvolse terrazze e filari. Poi vennero a recuperarla gli Humbrecht. Ed eccolo nel calice, lui, oro tenue: più tinta di riflessi eterei che effettivo colore. Ecco il suo profumo, intenso, caldo, che commuove perché ha la stessa dolce carezza della madre a un bambino: la rosa, il lichi, ossia i classici aromi dei vini da uva gewurtztraminer; ma qui è il loro tono a far la differenza, il loro amalgama; la maniera con la quale cantano direi: con voce piena si’, ma morbida e sussurrata, in levita’ e calore più che di forza e svettando. Ecco: la speziatura non è pungente, ma un ricordo di paesi lontani, sentita più nell’aria come olezzo di fiori e di piante portato dal vento; e la cannella,la noce moscata trasmutano in toni vegetali. Di foresta? Manno’, che dico: è nota più calda e viva, ne senti il traspirare, ne senti il fiato caldo: la pelle dell’amata, dopo aver fatto l’amore. In bocca lo senti e lo trattieni : ampio, avvolgente, setoso, ancora che parla parole di amore: non la passione della conquista, non l’eccitazione, ma il lento declinare, l’oblio dell’appagamento. È ricco di sapore, nel quale ti compiaci; conserva – a dispetto dei suoi sette anni- la freschezza di una vena acida e di roccia, che ne innerva le forme rotonde di un corpo ampio, laddove potrebbe anche stuccarti: e invece no, mai non te ne basta, ancora ne vorresti. Sta sul filo pericoloso di un equilibrio quasi non risolto: salino, certo, ti stuzzica al rimando della beva, ma al contempo dolce come un bacio; come una vendemmia tardiva, con quelle note inconfondibili dell’uva toccata dalla muffa nobile, che ricordano i vini alla maniera del Sauternes. Allora lo vuoi in tavola e lo scopri compagnia preziosa, dal sorriso ammaliante ma appena accennato, seducente e signorile, flessibile sulle vivande: dalle più rustiche alle più raffinate, dove posa il suo sguardo e’ una scintilla – vissuta con passione, vissuta con la flemma.

L’Extra Langlois Cremant de Loire Brutt NM, Langlois Chateau. 12, 5 gradi.


Non vorrei proprio apparire snob, ma debbo confessare di preferire spesso un buon Cremant de Loire a parecchi Champagne. Nel senso che lo apro più volentieri. Certo il prezzo più conveniente gioca a favore, rendendolo questi vini interessanti per la tavola quotidiana. Ma c’è anche dell’altro, che va oltre all’istintiva simpatia per la regione della Loira, così ricca di storia e di castelli. E’ che spesso sono vini non solo ben fatti ed abbordabili, ma con uno stile che si adatta bene al cibo quotidiano e domestico e che piace senza sforzo a tutti i palati. Meno complessi magari di uno Champagne, ma più accessibili, più freschi , più disinibiti. Questo di Langlois Chateau e’ un bel prototipo, dotato di una eleganza spigliata e verticale ammaliante. Eccolo nel calice giallo limone molto tenue, con una spuma molto delicate e gentile (non per nulla dagli anni Settanta la proprietà’ e’ Bollinger), che accarezza e stuzzica con la grazia sottile del riso di una donna: se lascia lacrime sul bordo, son certo quelle dei suoi amanti. Ha un aroma delicato e incisivo di melone, di agrumi (lime e cedro), di miele di arancio e di acacia ed una certa nota che è roccia, torba, iodio e solvente che è tutta la marca di quel 70% di Chenin Blanc che lo compone (il resto e’ Chardonnay). Molto, molto moderate, le note di lievito, dolci: la mollica del pane, quando ancor caldo ne prendi e orco di farina dal sacco caldo del fornaio. In bocca e’ diritto, acido, compatto, senza tanto fronzoli ma carezzevole, con una sua titillante morbidezza, croccante e leggero come il batter d’ali della Trilli di Peter Pan, di corpo medio, di buona acidità che si chiude su una finale di discreta lunghezza ma nitido ed un poco erbaceo, ricordando piacevolmente l’amarezza della cicoria. Quasi, verrebbe da dire, mediano tra un Prosecco ed uno Champagne, dell’uno conservando l’immediata freschezza, dell’altro la forza motrice e la complessità; e pertanto sa piacere a tanti: a chi cerca il vino importante e serio, a chi apprezza invece uno spensierato sorso. Io l’ho gustato sugli spaghetti alla puttanesca, dove ha ben figurato, rinfrescante e sapido com’è; ed ancora più grande il piacere che mi ha donato su un parmigiano a lunga stagionatura. Perché questo il regno suo: un aperitivo, un’entree di classe e di stile.

Champagne extra quality brut Ployez Jacquemart NM .


C’è poco da fare: quando si ha qualcosa da celebrare una bottiglia di Champagne fa sempre la differenza. C’è il fascino del nome, certo, esotico il giusto e così onomatopeico che nemmeno il più celebrato studio di comunicazione del mondo potrebbe trovar meglio: Champagne, e già nella parola c’è tutta la spuma e il gorgoglìo di quelle bolle sottili quando sotto e ai lati della lingua.
Più difficile capire il perché dell’approvazione universale che ottiene anche da parte di chi, in tutta onestà, poco si cura del vino e certo poco si fa blandire dai nomi altisonanti. Però, quando se ne ha una bottiglia sulla tavola per un pranzo o una cena, e la compagnia e’ buona e le vivande di livello, ecco si aggiunge piacere a piacere, ed il senso critico stenta proprio a restar desto: diciamo anzi che non c’è nessuna voglia di analizzare e si pensa piuttosto a godere. Così e’ stato per me con questo Extra Quality Brut di Ployez Jaquemar, perché un fatto era evidente: sarà pure la cuvee più semplice di questa firma di Ludes, ma era uno Champagne di alta distinzione. D’altra parte alcune sue caratteristiche produttive, come il minimo dosaggio e l’impiego maggioritario dei vini d’annata, indicano chiaramente una cura ed una ricerca di fresca eleganza non frequentissime nelle etichette di ingresso. E se il corpo e’ medio, e se non ostenta complessità particolari, il suo bilanciamento e’ da applauso, con una liqueur d’expedition perfettamente integrata, con abbondanza di limoni e note agrumate che sottolineano si’ una acidità veramente alta, ma che al momento giusto sanno farsi da parte lasciando la scena a più calde nocciole, e nitidi ma delicati accenni di panificazione, firma del processo di autolisi, presentati senza alcun compiacimento, senza indulgere in una faciloneria per così dire da basso ventre, da baritono bercione che cerca l’applauso ingrossando la voce. Soprattutto e’ raffinato, diritto, di un’eleganza cesellata da fine dicitore che sa come fraseggiare anche se la voce non e’ sempre uniforme (l’astringenza), minerale nelle sue rifrangenze aromatiche e gustative, bianco e cristallino alla vista; dove le bolle sono fini, lente, pacate, ma a lungo persistenti.
Un fedele compagno troverai in lui per le piccole e grandi celebrazioni, per donare un momento di gioia e rispetto a chi ami . (21luglio 2014)