Monthelie 1er Cru Le Duresses 2007, Coche-Bizuard, 13,5 gradi.

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Di sicuro peccherò sia di ignoranza che di arroganza, però quando vedo gli appassionati e taluni professionisti andare in visibilio per il Pinot Nero e per la Borgogna storco un po’ il naso, perché anche l’affidabilità e la costanza sono un valore. Mi spiego. Certamente il Pinot Nero dà vita in certe mani e più ancora in certe vigne a vini sublimi, ma si sa quanto questa varietà sia esigente e bizzosa e la realtà è che origina anche molti prodotti piuttosto scialbi; né il clima della regione francese aiuta in tutte le annate. Dunque a bere rossi borgognoni la delusione secondo me è sempre dietro l’angolo, soprattutto quando ci si orienti su prodotti di prezzo abbordabile, come questo Monthelie 1er Cru Le Duresses 2007 di Coche-Bizuard; ma il negozio dove l’ho reperito difficilmente tiene vini men che buoni e mi sono fidato.
Un po’ di anagrafica: Monthelie è un villaggio della Cote de Beaune, Le Duresses è forse il suo vigneto più prestigioso: poco più di sei ettari e mezzo, esposto ad est ed estremamente ripido.
Per fortuna si può andare oltre ai freddi dati e, mano alla bottiglia, cavarne il tappo. È maggiore il piacere puramente sensoriale o quello tutto intellettuale della scoperta? Di color granato assai trasparente, con riflessi rubini, forma gocciole rade e lente, un po’ evanescenti. Nasce vicino a Vougeot e ricorda un po’ i vini di Vougeot: all’olfatto risulta in divenire, è complesso ed intensità superiore alla media, piacevolissimo: di frutti di bosco selvatici rossi e neri, non però in quantità; e poi sopratutto sta un tappeto a fitta trama di spezie fini, tritate,dolci e piccanti: pepe bianco e nero, noce moscata, chiodi di garofano, cannella, zenzero e rafano. Ha una balsamicita’ segnata da glicine  e incenso, con un fondo appena mentolato; ed, ancora più lontano, tabacco giovane. Ciò che più intriga però è il richiamo alla polvere da sparo , ad una mineralità ferrosa ed ematica. Sul palato è fresco, apparentemente sottile, ma in realtà strutturato, con aciditá notevole (non saettante), un tannino ben presente e tuttavia proporzionato: di grana piuttosto fine inoltre, ma rustico e forse un po’ verde, più che setoso. Molto secco: e mi piace. Il sapore piacevolmente intenso, non prevaricante ma assai definito, quasi tutto giocato sulle note minerale ed estremamente salino. Acidità e profumo: sembra uno di quei vecchi vinelli di pianura che usavano una volta, che quando il contadino era coscienzioso e sapeva il suo mestiere arrivavano sulla tavola imbandita così invitanti, come una corona di fiori sul capo delle bimbe alla prima comunione. È un vino dalla vocina sottile che però arriva dappertutto, tipo quella di  Licia Albanese, per chi ha ricordi da melomane. Ed infatti è lungamente persistente: parecchie decine di secondi, e soprattutto si dissolve in equilibrio. Il suo alcol è giusto quel tanto che basta a scaldare un po’ un vino altrimenti quasi austero al sorso. Soprattutto l’ho trovato eccellente in tavola, accostandosi bene persino col mallegato con uvetta del salumificio Lenzi di Ponte Buggianese: abbinamento sempre ostico per la complessità e la consistenza di questo antico insaccato. Rispolverando un po’ i miei ricordi del liceo – amico o amica che mi leggi- direi che sta come Ettore ad Achille, perché gli manca quella sontuosità setosa e carezzevole dei grandi Pinot Nero, quel fascino ricercato e stordente che distingue una femme fatale da una bella contadina, chi è baciato dagli dei da un comune mortale; ma io spesso a scuola parteggiavo per Ettore.

Bonnezaux 2012 Chateau La Variere, J. Beaujeau,11 gradi

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Si parla talvolta dei vini della Valle della Loira, generalizzando: risulta comodo riferirsi ad un distretto vinicolo caratterizzato dallo svolgersi di un lungo fiume. Il concetto tuttavia rimane un’entità astratta, tanti sono i diversi territori che il fiume incontra e percorre nel suo lungo cammino, quattrocento e passa chilometri da Puilly giù giù scorrendo verso l’occaso fino a Nantes e l’Altantico. Terreni, esposizioni, microclimi, uve: tutti questi aspetti combinati dalla mano dell’uomo secondo la propria tradizione e il sentimento germogliano vini tra loro diversissimi: bianchi, rossi, rosati, fermi e mossi, secchi e dolci. Eppure un filo conduttore tra loro si più trovare e lo chiamerei eleganza: lo descriveresti magari impiegando – amico, amica che mi leggi-  parametri organolettici quali l’acidità o il corpo, ma ne mancheresti l’essenza, che forse è nella trasparenza dei cieli, dove i nembi si raccolgono come riccioli di serafini; forse nel loro dialogo muto con le onde del fiume; forse in un’intima matrice culturale, la stessa che ha dato vita a decine di castelli che paiono più di cristallo che di pietra, con le loro torri snelle, svettanti, appuntite; la stessa che accolse Leonardo da Vinci quasi reietto in patria e qui accolto con onori da sovrano e amore filiale da Francesco I Re di Francia. Chissà quali erano allora i vini sulle mense notabili e se assomigliavano a questo Bonnezeaux? L’antica gloria dei vini dell’Anjou, ed in particolare da quelli della Coteaux du Layon, sta proprio in quelli dolci da uva chenin blanc, secoli addietro ancor più apprezzati di quanto non lo siano oggi. Bonnezeaux è una appellatiòn piccolissima,  solo 90 ettari, praticamente un “cru”: per darti un’idea, amico o amica che mi leggi, una piccola DOC italiana come la lucchese Montecarlo conta circa 300 ettari. Però in quell’angoletto di Francia esistono condizioni speciali: terreni fortemente pendenti e rivolti a sud, con notevoli escursioni termiche e suoli superficiali di arenarie, scisti, quarzi. La Loira è lontana, il suo influsso nullo o marginale; in compenso c’è il fiume Layon che forma un’ampia ansa e l’autunno fa risalire nebbie mattutine. Ne risultano uve capaci di potenti maturazioni in un clima che permette l’appassimento sulla pianta e spesso la formazione della muffa nobile: quella Botrytis Cinerea che dona ai vini aromi tanto ricercati e particolari, alte concentrazioni zuccherine e tessiture oleose, vellutate. Mi chiederai: “è vera gloria quella di quei pochi ettari? ” . Per apprezzare il valore del territorio intorno a Bonnezaux mi c’è voluto l’incontro fortuito con questa bottiglia in un supermercato sulle Alpi Francesi: perché un 2012, ad ascoltare un decano tra gli assaggiatori britannici, Hugh Johnson, sarebbe da evitare a tutti i costi, stante la cattiva annata. Sia pure: se questo esprime Bonnezaux in un millesimo sfortunato, allora ne capisco la fama. Perché è difficile resistergli anche solo sostenedo lo sguardo di fronte a quel color d’ambra con splendidi riflessi, mentre viscoso forma un velo uniforme che si ritira lentamente, accennando lacrime sul calice. Avvicinalo a te, di profumo ti avvolge, intenso, combinando la freschezza dello Chenin Blanc con gli aromi tipici della muffa nobile ed un principio di quelli dell’invecchiamento: avrai allora la marmellata di albicocche, la pesca sciroppata, ma anche il bergamotto e il chinotto, la buccia d’arancia caramellata, la crema ed il caramello stesso. Soprattutto, sorprendente, una quantità incredibile di zafferano, piacevolissimo, ricco e un po’ pungente. In bocca è forse ancora più espressivo: molto dolce, certo, ma insieme è caldo, vellutato e scattante. Poi, sul finire, abbandona la scena con grazia, quasi svanisse con un eco, come quei grandi attori che pur lasciato il palcoscenico sembrano ancora farne vibrare le assi della loro presenza. Potresti forse volerlo più complesso ed intenso, ma lì è la misura, io credo, tra la grande e la piccola annata. Trova il suo posto in tavola, come d’uso e tradizione, con il foie gras, i formaggi erborinati e lo tenterei pure su una crostata d’albicocche, purché ricca e burrosa. Tuttavia per me è stato compagno prezioso di brindisi al sole, nell’aria fresca di verdi prati montani: la sua perfezione è quella. Oppure per una meditazione più intima, le sere d’estate.

 Boisson Rouge, vin de France, L. 010013, Domaine di Montrieux – Emile Heredia, 11 gradi.

Ci sono vini che restano istintivamente simpatici; almeno, a me capita. Mica detto che siano gradi vini e nemmeno inappuntabili: anzi, spesso hanno qualche difettuccio che li rende così umani. È che ogni volta li apri con un sorriso e li bevi gioiosamente, senza senso di colpa e pensieri, nè con la necessità di immedesimarti completamente in loro ovvero col bisogno di concentrarti su di essi come fossero una imponente sinfonia, un’articolata architettura, un pregnante dipinto. Così è stato con questo Boisson Rouge francese, uno spumeggiante Gamay che viene da una porzione relativamente oscura  della valle della Loira,   Coteaux de Vendomois, AOC di 142 ettari a nord di Tours (e quindi della più nota AOC Vouvray).  Sarà l’etichetta con quel disegno naïf che pare vergato dalla mano di un bambino, sarà per il tappo a corona color corallo (sì, amico o amico mia: come quello dell’acqua minerale), però mi mise allegria sin da quanto l’individuai sugli scaffali di un ampio negozio londinese. Ancor più me ne mette ora che lo verso nel calice: più che rosso lo direi color rosato buccia di cipolla molto carico e tuttavia trasparente, mentre produce un’abbondantissima schiuma appena rosata, come certe birre. La lascio dissolvere e lo trovo un po’ torbido, perché è un vino che fermenta in bottiglia e non viene sboccato (come per gli spumanti metodo classico, ad esempio), ma rimane a contatto con i lieviti che si dissolvono nel vino stesso. Una metodologia di produzione antica e diffusa che oggi viene evocativamente chiamata ancestrale, ma che era prassi contadina per avere un vino un po’ frizzante fino a pochi anni addietro, perfino in Toscana: bastava imbottigliare un vinello un po’ leggero ed aggiungere zucchero e qualche chicco di orzo e frumento ed il gioco era fatto (me lo raccontava il mio babbo riesumando ricordi di ragazzo e me lo confermò un anziano vignaiolo della Montecarlo lucchese).   L’osservo ancora: la sua spuma è cremosa con bolle fini, persistenti, un po’ tumultuose. Sul bordo forma gocciole irregolari, rade, lente, come a evidenziare uno spirito profondamente anarchico e un po’ pigro. Ha aromi di intensità media, giovanili, piuttosto puliti, che richiamano alla mente l’aria aperta ed i lunghi pomeriggi goduti sotto una frasca, magari giocando a briscola e tressette, nell’aria primaverile che sa di violette, di fragole, di tocchi di susine appena mature, sbuffi lievi di pellami e di terra lavorata, tanta grafite e pietre bagnate e assolate (è evidente il richiamo minerale in questo vino). È presente un accenno di spunto acetico -piaccia o non piaccia- da vino contadino; ma soprattutto è evidente l’odore del lievito: in una maniera però misurata, che non disturba. Più che assaggiarlo, viene proprio da berlo: sarà per un corpo che si può definire magro, ma è più appropriato  dir lieve,tutta la spinta e il vigore venendogli più dalla salinitá e dalle bolle di anidride carbonica che dall’acidità (la diresti medio-alta, certo non altissima per uno spumante: ma distribuita con naturalezza su tutto il palato) o dal tannino appena accennato. Però lo troverai croccante, tendenzialmente secco perché quel po’ di zucchero residuo non stucca e gli serve solo ad essere un po’ più avvolgente. I sapori che troverai in bocca sono di fragola, di susina nera fresca ancora un po’ acerba e dissetante, e di quel misto di erbe e spezie che si usa per stagionare gli affettati e per insaporire gli arrosti: ti resteranno lì in una persistenza sorprendentemente piuttosto lunga. Ricorda, se posso dire,  un Lambrusco di Sorbara, magari senza la finezza dei migliori: è senz’altro rustico, fatto con minimi interventi in vigna e cantina,  ma scorrevole e molto equilibrato in tutte le sue note, soprattutto per la tessitura sul palato più che per il ventaglio olfattivo. Io l’ho trovato ottimo su un tonno scottato, mi chiedo come stia con una pizza o con la zuppa di pesce le sere d’estate, perché è un vino da compagnia, da bersi gioioso in amicizia. Ecco, non per tutti gli amici però: chi ricerca la perfezione tecnica non l’amerà; chi ama invece l’equilibrio e una certa rilassata eleganza naturale, che indossa più volentieri un tweed campagnolo che un abito da cerimonia, questo Boisson Rouge farà per lui.  
Mi vengono da soggiungere due note a margine, magari poco poetiche, ma insomma dovute: che nella sua relativa rusticità lo si trovi a Londra in quello che è un grande supermercato di lusso accanto a vini in qualche modo più normali, ha due significati: che il pubblico di qua è di vedute piuttosto aperte e che i buyer non lo considerano così stravagante o peggio difettoso se lo offrono al pubblico più ampio e potenzialmente inesperto senza cautele o avvertenze. Prosit!

Chateauneuf du Pape Domaine de terre Jeune, 2011, Paul Jaboulet Aine, 14,5 gradi.

“Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando

pur come quella cui vento affatica…” .

Chateauneuf du Pape: difficile un nome sia più evocativo. Sarà anche poca cosa oggi il castello,  poca cosa il paese in sé, eppure l’emozione vibra innanzi a quelle vigne sotto il sole del sud della Francia, coi sassi tondi che assorbono e rilasciano calore ( le “gallettes”)  e a quelle viti ad alberello spesso vecchissime, così contorte e nere sul fondo abbagliato del suolo da ricordare le anime dei dannati nel XXVI Canto dell’Inferno dantesco.  Tuttavia per me lo Chteauneuf du Pape ha un’altra eco altrettanto leggendaria, ma assai più domestica. Mio padre arrivò a Milano dalla Toscana nel 1950, che aveva quindici anni.  Fece tutta la gavetta della ristorazione, quella vecchio stile, severa: cominciavi lavando i piatti in cucina, poi alla lunga passavi in sala a servire prima gli operai, poi gli impiegati; con un calcio negli stinchi se sbagliavi qualche cosa nel servizio: nessuna dimensione patinata. Mi racconta ricordi lontani di contadini presi in piazza al paese, strappati – ma non di controvoglia- alla terra; di camerate dove dormire ammassati tra un turno massacrante e l’altro, pagati una miseria: i toscani di allora in peggior arnese che gli albanesi e i rumeni di oggi: è storia. La Milano del ‘50: la Lambretta, De Gasperi al Governo, il Giubileo, Toscanini tornato dall’America che dirigeva il Requiem di Verdi alla Scala ricostruita da appena quattro anni e le case intorno ancora piagate dalla guerra: ferite insanate e polverose macerie. Poi, con irruenza irresistibile, venne il boom. Mio padre aveva conquistato un ruolo di fiducia presso una proprietà che conduceva diversi ristoranti: quello di punta si chiamava L’Angelo ( o Ristorante dell’Angelo, non saprei) e stava dalle parti di via Larga. Era considerato un piccolo salotto della Milano spensierata e alla moda dei primi Anni Sessanta: quella di Gaber,  di Mina, che erano clienti. Venne dopo la contestazione studentesca del’68; poi la strage alla Banca dell’Agricoltura lì a due passi, in Piazza Fontana. Ovviamente L’Angelo aveva per l’epoca una cantina rispettabile, ordinata da mio padre con con quella cura puntigliosa che lo ha sempre contraddistinto: regione per regione, tipologia per tipologia. Nelle osterie italiane  fino a pochi anni prima, il vino arrivava sfuso in botti e barili, i veri ristoranti contandosi sulla punta delle dita anche nelle grandi città; e i primi vini in bottiglia che circolavano erano soprattutto francesi. Nei suoi ricordi -me ne parlava che ero ragazzino- emergeva un vino in particolare, vivido, lo  Chateauneuf du Pape, perché un avvocato distintissimo, non giovane, ben conosciuto essendo un habitué del desinare quotidiano a L’Angelo, ne ordinava sempre una bottiglia che impiegava anche per correggere la minestra in brodo, forse memore del “bevr’in vin” mantovano o ad esso uso. Quindi nella mia mente lo Chateauneuf si fissò come un rosso, sia per i miei primitivi assaggi che per l’immagine vaga di quell’avvocato di anni lontani e del suo brodo. Incredulo dunque appresi in seguito da mio padre dell’esistenza di uno Chateauneuf du Pape bianco, al punto di dubitare dei suoi ricordi, confermati poi dalle mie letture sui vini della valle del Rodano. Nacque allora la curiosità di assaggiarlo, a lungo insoddisfatta tuttavia, giacché non è così facile trovarlo in Italia. Approfittando di una vacanza estiva sulle Alpi Francesi mi imbatto in questa bottiglia di Chateauneuf bianco di Paul Jaboulet Aine e la porto in Italia a dispetto del prezzo sostenuto. Posso non aprirla con la mia famiglia e con mio padre? Così è: festeggiamo con lei la vita in un pranzo estivo, sotto i travi ombrosi della vecchia casa toscana dove vivono i miei fantasmi; e attraverso essa per me si apre un mondo, non solo perché quei ricordi rivissuti in terza persona attraverso la voce di mio padre prendono una vita, una tinta, un profumo e un sapore; ma per la qualità  e più ancora per l’identità di questo vino. Il colore – se tu potrai riguardarlo, amico o amica che mi leggi- lo troverai bellissimo: un paglierino pallido, quasi limone di media profondità, con inattesi, affascinanti riflessi dorati, e  lacrime fitte e molto lente sul bordo, che non riescono pienamente a scorrere il loro cammino sul cristallo, ma si disperdono; e penseresti pertanto a un vino magro, ma sarai in errore, perché c’è un’alta sostanza, qui. Già l’aroma spiazzerà codesto tuo pensiero: deciso, intenso, complesso, mediterraneo, con pesche e albicocche mature; poi, in una progressione arriveranno a rinfrescare la percezione olfattiva i fiori di zagara, di ginestra e di limone. Quindi, rotondo, l’arancio; ed ancora tornerà la frutta, in successione  riproponendo prima pesche e albicocche, poi -nuove- pere e mele gialle mature, quindi melone e ultima la frutta tropicale: il mango. Ha già raggiunto la capacità di stordirti di piacere, a questo punto. Se però gli resisti e la mente terrai sveglia, ancor più ti saprà blandire: subdola, ammaliante e tentatrice, lieve alle nari ti giungerà una speziatura dolce: vaniglia, cannella, appena un ‘idea di noce moscata; poi ancora caramella mou, arachidi e nocciole, appena un che di cocco. Se già barcolli, rapito, ecco ancora tocchi leggerissimi di solvente che rinfrescano,  poi una leggera aromaticità balsamica di macchia, che aggiunge un’altra dimensione ancora: un’idea di profondità che ravviva la ricchezza aromatica rendendola fatata. Ti ha già vinto, amico o amica che mi leggi; ma come un prestigiatore lascia le migliori magie alla fine, ecco che il sorso ti conquista indimenticabile e per sempre: opulento, ricco di sapore al punto di essere traboccante, richiamando ciò che ti ha già porto all’olfatto; ampio, carezzevole, morbido, di stoffa e di corpo: oleoso quasi quanto vaselina, con un’acidità presente ma non insistita – la diresti mezzana – e tuttavia in equilibrio perfetto malgrado l’alcolicità nominalmente non trascurabile, grazie anche ad una vivida corrente salina. Il risultato è un vino ricchissimo, ma scorrevole, passante, con una chiusura lunga e naturale su una quantità di aromi. Sorprende quanto sia mediterraneo questo frutto di Grenache Blanc e clairette: quasi lo diresti – lo vorresti- italiano più che francese. Certo sfugge del tutto al cliché oggi in voga del bianco verticale, minerale, acidissimo, fresco. Tu però non temerne la larghezza, godine invece la bellezza sontuosa, che t’avvolge e lentamente quasi ti intossica, perché il suo intento è amoroso: c’è purezza in lui. Non temere nemmeno il tempo, come lui non lo teme: 2011, sono già quattro anni. (Nota del 20 agosto 2015)

Bourgogne Les Avoines Pinot Blanc 2010, Domaine Jean Fournier, 14 gradi.

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Avrò senz’altro molti difetti come assaggiatore di vini, ma non mi lascio condizionare dalle mode: che io legga in etichetta Riesling o Pinot Nero, Borgogna o Etna, poco mi importa; anzi: piuttosto sono a volte sospettoso e restio, di fronte alla moda divento più severo e incontentabile. Semmai ad abbagliarmi può essere la simpatia verso una denominazione, una varietà d’uva o un produttore. Bene: questo Borgogna lo apro praticamente alla cieca, non conoscendo affatto il produttore -nemmeno di fama- né avendo particolare amore  per il Pinot Bianco. Lo compro incuriosito però dal varietale,  in Borgogna tutt’altro che frequente: i vini bianchi lassù sono solitamente l’Aligotè e lo soprattutto Chardonnay che è sovrano,  l’uva pinot bianco non sapevo nemmeno fosse consentita. Allora: sono curioso, mi piace l’etichetta, mi rassicurano le indicazioni che è un vino di vignaiolo e che la coltivazione è in conversione all’agricoltura biologica certificata. L’acquisto con un discreto sconto: 11,67 sterline invece che 17,95. Bene. Arriva il momento, messolo in fresco, di aprirlo; e levata la capsula in tutto tradizionale, mi trovo di fronte a un tappo di vetro: non sta a me dire se sia una soluzione valida per sigillare il vino, ma chi lo usa – per esperienza di consumo- è un produttore ambizioso. Più che estrarlo, quel tappo, debbo farlo saltare, con una leggera pressione sul suo bordo. Verso. Bella l’apparenza, come tante: un luminoso giallo limone di media profondità, cristallino; ma oggidì, chi non sa dare al vino un bel colore? Sul bordo lacrime fitte appena accennate, più che altro un velo che tende a dissolversi. Poi però lo avvicinò al naso e… che aroma! Avvolgente e fresco a un tempo, ricco di frutta e di spezie; più ancora: originale e identitario, quasi diresti – a tuo rischio- inconfondibile. Necessita magari di un po’ di tempo – poco- per bene ossigenarsi e non vuole essere servito troppo fresco, ma poi, Santo Cielo, qual profumo, quale voce! Certo, la frutta, ma non prosaicamente riprodotta, anzi: per dirla col Beethoven della Sinfonia Pastorale, “più espressione di sentimenti, che pittura”: solo applicando questa premessa potrai evocare senza apparire ridicolo limoni, cedri,albicocche, pesche, manghi, kiwi, banane; chi più ne ha, più ne metta. Sulle stesse frequenze, come un’intuizione: timo e rosmarino essiccati, noce moscata e pepe bianco, la vaniglia che sulle prime insiste e poi si frantuma e disperde in una dissolvenza armoniosa; sentori minerali di pietra focaia e fumè che ritornano con l’insistenza di un comando giusto ma imperioso. La stessa sicurezza, non ambigua ma flessibile, la ritrovi sul palato: corposo e persino oleoso, ma sottratto ad ogni eccesso di ampiezze o dolcezze concilianti o mollezze da un’ imperiosa freschezza che gli deriva da una aciditá più che decisa, ma perfettamente integrata nel corpo del vino; che però risulta pieno e leggero a un tempo. Avvolgente e secco all’attacco, si allunga sulla tua lingua salino ed intenso, quasi balsamico; fungino ( ti rammenta prezioso il tartufo bianco) come un grande e vecchio Champagne vintage, e ricco di anice che ricorda momenti di festa, l’innocenza di una sagra paesana; lunghissimo e pieno nel finale come un accordo orchestrale, che ricapitola ogni aroma, ogni sentore, ogni gusto, persino ogni ricordo che ti ha riportato alla mente. Non è però ingombrante: dei suoi 14 gradi alcolici, più che dimenticarti in fretta, non hai nemmeno consapevolezza: ti resta appena nel finale un certo calore che si mischia alla dominante freschezza; non solo benvenuto contrasto: soprattuto è consolante e piacevole. Gustato su un formaggio bianco di capra a crosta fiorita e su un salmone bollito, ti chiedi su quanti altri piatti ne potresti godere: gli oseresti persino, quale compagno, il complessissimo, difficile e antico mallegato toscano: così, per gusto della sfida. Soprattutto però la domanda cruciale sarà: un vino che porteresti a cena con amici o sull’isola deserta? La risposta può essere assai pericolosa, perché saresti tentato di dire: “ entrambe”.  

Champagne Nectar Imperial Demi-Sec n.m. Moet & Chandon, 12 gradi.

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Ecco lo Champagne del vero snob! In un’epoca che la moda vuole spumanti secchi, extra brut, pas dosé, pas operé, e di piccoli produttori artigiani, ecco qui il vino spumeggiante di un colosso produttivo da dieci e più milioni di bottiglie dalla qualità implacabilmente costante, declinato nella versione demi-sec, con un residuo zuccherino di 45 grammi per litro: ovvero abboccato, usando un termine bellissimo e desueto che si ritrova ( o ritrovava?) per i Lambrusco, gli Orvieto, i Frascati, i Bonarda dell’Oltrepo’. D’altra parte lo Champagne della Russia degli Zar e degli eccessi del Moulin Rouge era ben più dolce di quello che siamo soliti consumare oggi: demi-sec, appunto, o addirittura sec – più dolce ancora. Non dobbiamo dimenticare: fino a 60, 70 anni fa’ una caramella era un lusso,  il gusto dolce raro e particolarmente apprezzato. Inoltre: a berlo fuori pasto, con una soubrette, dopo una lauta cena ( di quelle ottocentesche! Per dirla con Carlo Collodi, l’autore di Pinocchio: “Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa”), ci stava bene un bel vino dolce o con tendenza dolce. Non si trova però facilmente oggi lo Champagne demi-sec: questa bottiglia l’ho trovata in offerta in un supermercato Sainsbury’s e giusto perché si era sotto Natale. Eccolo qui Pinot Nero dal 40% al 50%, Pinot Meunier dal 30% al 40%, un po’ di Chardonnay ( dal 10% al 20%). Un bel color limone, bolle molto fini ma decise, abbondanti e persistenti (direbbero i colti: una spuma cremosa), aroma molto intenso, maturo, di frutta tropicale e candita (ananas e mango), susine verdi, albicocche, vaniglia, un’idea appena di pompelmo a rinfrescare il tutto. Voluminoso in bocca, cremoso e oleoso, non stucca malgrado la dolcezza, perché si mantiene fresco: ha un’acidità altissima e le note ossidative sono ridotte al minimo, giusto una sfumatura per dare profondità. Certo: hai  gli aromi dei lieviti, ma non troppo insistiti. Finale sul palato lungo, a ben vedere un po’ troppo insistito sulla dolcezza, con un ricordo un tantino didascalico e sentimentale di zucchero filato da lunapark o da sabato all’uscita dalla scuola. Pazienza, perché è ora che comincia il gioco, che è quello dell’abbinamento. Provalo – amico, amica che mi leggi- sulle cucine orientali: certe vivande della tradizione thailandese, ad esempio. Se vuoi essere davvero contro corrente però, accostalo a qualcosa di ancora più esotico: certi piatti locali della nostra tradizione, e con essi ti potrai io credo sbizzarrire. Dal piacentino: pancetta arrotolata, pisarei e fasö, torta bortellina. Dal milanese: il riso al salto, la cotoletta con l’osso cotta nel burro, i nervetti. I piatti sapidi della cucina romana: cacio e pepe, pasta alla gricia, l’amatriciana, oserei persino i rigatoni alla paiata e la coda alla vaccinara. (Se ne trovo qualche altra bottiglia giuro che questi abbinamenti li provo tutti). Altrimenti – è di rigore- con una ballerina di can-can.

Margaux 2006, Chateau Tayac, 13 gradi.

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Quando apro un rosso di Bordeaux la curiosità è sempre forte. Non c’è nulla da fare: a lungo i vermigli di quella zona della Francia che si affaccia sull’Atlantico sono stati una archetipo per i consumatori di mezzo mondo e, da un certo momento in poi, soprattutto della nobiltà e di una certa borghesia, talvolta anche molto piccola, se gli studentelli della Boheme pucciniana, al freddo della loro soffitta, esultano a  una bottiglia di generico Bordeaux come al massimo lusso natalizio. Sia prova il fatto che Bordeaux, scritto con la minuscola, è diventato il sinonimo di una certa sfumatura di colore. E poi: l’infinita declinazione territoriale, aziendale e stilistica, coi comuni aldilà ed al di qua della Garonna e della Gironda, le classificazioni degli Chateau, i possibili uvaggi, come variazioni continue di uno stesso tema sortite dalla mano di un superbo contrappuntista. Tutto questo ha un fascino, non si può negare. Certo: ci sono gli Chateau Premier Cru, con bottiglie inaccessibili e superbe; ma anche un tessuto di produttori più semplici, simpatici, che producono vini da gustare sulla tavola,  più che da esibire, come questo Chateau Tayac. Se vedi lo chateau capisci: poco più che una casetta ed un vecchio capannone, fine dello sfarzo. Una gestione familiare, una conduzione corretta e senza grilli, con le fermentazioni in vasche di calcestruzzo e acciaio, l’affinamento ancora nel cemento e in barrique nuove, al 30%. Cabernet Sauvignon al 50%, Merlot al 40%, 10 % di Petit Verdot. Sulle 100.000 bottiglie. Rispecchia lo stereotipo di Margaux, che vuole i vini di questo comune dotati di profumo, grazia e setosa tessitura. Tende già – al doppiare la boa dei dieci anni- la tinta all’amaranto, sebbene ancora i riflessi siano rubini, di discreta profondità. Lascia sul bordo lacrime molto lente, quasi restie a formarsi e poco incise. Ha un profumo intenso, pieno e complesso, sebbene non nitidissimo: come quando con le vecchie reflex non ti riusciva perfetta la messa a fuoco. Così distinguerai al naso la frutta nera e quella rossa, un po’ di mirtillo e di mora e di susina, ma senza troppa evidenza. Avrai, come ti aspetti da un Bordeaux, un tocco di vaniglia, di cera d’api, di tabacco, ma la nota dominante qui sta tra la grafite e la polvere pirica: tutto sfumato però, e se da un lato sfugge, dall’altro non è banale, restando in un educato riserbo. Non conosce mollezze o suggestioni esotiche: malgrado gli anni, mantiene note di vigore giovanile. Anche alla bocca è fresco ed offre un sorso quadrato: ampio, ma non largo; lungo, ma moderato, con la chiusura piacevolmente insistita su quelle note di frutta nera e più ancora di grafite che sono un po’ la sua firma; lasciando un bel ricordo di tannino piuttosto presente ma aggraziato e di un’acidità sicura che gli dona un buon passo, più svelto che in altri conterranei. Come con altri Rossi di Bordeaux mi viene sempre fatto di pensare ad una bella prosa di quelle ampie, cadenzate, chiare, con le giuste pause: ideali per spiegare un concetto, un fatto storico; con qualche ben dosato scarto, anche un bel racconto magari in costume, perché  no. La poesia invece, con le sue accensioni, gli sbalzi, le rarefazioni, la trovo altrove: ma oltre al genio devo accettar sregolatezza. Non è bada, amico o amica che mi leggi, un valore legato al costo della bottiglia di per sé, quanto allo stile; ed, al solito, intendila al netto delle dovute eccezioni. Però questo Chateau Tayac è un vino di rispetto e autentico: vedilo infatti come abbisogna di ore ed areazione per esprimere se stesso e come cambia in positivo se gli dai un po’ di tempo per schiarirsi la voce. Godine rigorosamente al pasto, lì ti sarà compagno; e  gradito, io credo, sulle carni d’agnello.