Prosecco Sui lieviti Treviso Doc Gregoletto, L 1 2025, 11,5 gradi .

Luigi Gregoletto era la storia vivente del prosecco. Se n’è andato all’inizio di questo 2021, a 93 anni. Dava l’idea di averli sempre portati con schiena dritta, saggezza, umiltà e signorilità estrema.

Lui non aveva nobili avi, ma secoli di famiglia contadina, mezzadri a Premaor di Miane.

Quando la FIVI lo premiò Vignaiolo dell’anno, nel 2016, pronunciò un breve discorso, del quale mi rimasero in mente due passaggi: “Nessuno è abbastanza povero da non aver niente da dare agli altri, né così ricco da non aver bisogno degli altri”; e: “Se la rispettate, la terra non vi renderà più ricchi, ma vi renderà più signori”. Dette da un uomo che aveva iniziato a vendemmiare bambino, spezzandosi la schiena nella vigna e piagandosi le mani al freddo, quelle parole hanno il peso di un monumento.

Desideravo tanto andare da lui in cantina, parlare con lui; e vedere quelle vigne spesso ripide, dure da lavorare, che solo la fatica dell’uomo può addomesticare nelle armonie di un grande Prosecco.

Assaggiando i suoi vini – mi assicurava il figlio pochi anni fa, era ancora lui a condurre le danze – si capiva quale espressività possa avere il Prosecco, pur mantenendo precisione, cura, equilibrio, tradizione. Credo amasse molto la tradizione autentica, non quella che, citando un grande musicista, è solo: “Il ricordo dell’ultima cattiva esecuzione”. Infatti era tra i pochi a produrre ancora un vino antico e senz’altro fuori moda: il Prosecco fermo, delicato e delizioso, al quale riservava cure particolari.

Trovo oggi per caso queste vecchie note dell’assaggio del suo Prosecco sui lieviti: riportarle qui, nella loro disordinata e spontanea naïveté, è il miglior omaggio che nel mio piccolo possa tributare ad un grande vignaiolo ed al suo vino imprescindibile.

” Tra paglierino e limone scarico, con riflessi finissimi.

Spuma del pari finissima, ordinata, delicata.

Sul calice poco più di un velo.

Profuma di campagna l’estate, di govoni di paglia secca al sole, e di erbe spontanee e fiori, anch’essi olezzanti su la zolla riarsa.

I cereali e il pane, i profumi buoni del cuore.

Poi le susine verdi, con la polpa gialla, le Claudia forse, e buccia di melone e mela cotogna.

Un ricordo d’incenso, come a benedire di sacralità la semplicità della natura e del cibo quotidiano.

Il sorso è un abbraccio cremoso, di mani e braccia un po’ ruvide, ma delicate: rinvigorisce il palato col filo argenteo di un tratto schiettamente salino; un’acidità alta, ma distribuita e smussata dalla tessitura liquida, lieve e rotonda insieme, che si apre misurata tra la lingua e la gota, allungandosi con proporzione perfetta ed un battito d’ali libero e aereo, senza peso. Corporeo sì, questo vino, ma della stessa sostanza degli angeli.

Bene ovunque, al meglio sui piatti della cucina popolare. “

Sottoriva Colfondo per tradizione, Glera colli Trevigiani, Malibràn, 11 gradi.

La prima volta che assaggiai i vini di Malibràn ero alla Raw Wine Fair di Londra con un gruppetto dei miei compagni di corso del WSET; saranno passati tre o quattro anni ormai.
Mi ero preso con gusto l’incarico di far assaggiare loro qualche buon vino italiano, che fosse soprattutto diverso e più autentico rispetto a quelli un po’ stereotipati che ci facevano assaggiare allora (eravamo al terzo livello, io credo): ci tenevo che il mio Paese facesse bella figura e sapevo di poterli stupire.
Mi attirava l’idea che conoscessero qualche spumante rifermentato in bottiglia e col fondo, cioè ancora con i lieviti e le fecce fini all’interno (sur lie come si dice talvolta), riproponendo così le antiche usanze popolari, quando il vino era spesso prodotto per autoconsumo e non esisteva l’autoclave: persino nella mia Valdinievole i contadini sigillavano le bottiglie dopo aver aggiunto un po’ di zucchero e qualche chicco d’orzo o di grano nel bianco da trebbiano locale per averlo frizzante; figuriamoci nelle terre del Lambrusco e del Prosecco.  Questo stile, che si trovava allora nella capitale britannica con difficoltà,  avevo incominciato ad apprezzarlo qualche anno prima di lasciare l’Italia per il Regno Unito, ma con riserva: questi spumanti col fondo erano pieni di carattere ed entusiasmanti nei casi migliori; ma rustici e talvolta sciancrati tra acidità citrine e un odor di lieviti – non profumo- che ne copriva parecchio l’identità varietale. Vidi il banchetto di questo produttore  di Prosecco che non avevo mai sentito e mi attrasse per il nome, che mi ricordava quello di Maria Malibràn, la leggendaria cantante lirica della prima metà dell’Ottocento.  Ricordo che i miei amici gustando i loro vini rimasero di sasso e strabuzzarono gli occhi, mentre io sorridevo sotto i baffi divertito e sornione. E però ero anch’io  stupito dalla qualità dei vini di Malibràn: la complessità e la piacevolezza che avevo nel calice superavano quella di parecchi metodo classico dal prezzo 5 o 6 volte superiore assaggiati quel giorno, Champagne inclusi.
Io non avevo allora una gran familiarità col Prosecco e non ne ho molta ora, ma insomma, almeno qualche punto fermo nella testa me lo sono messo e qualche assaggio istruttivo c’è stato. Bene, ora che ritrovo i vini di Malibràn al Mercato della Fivi e li riassaggio, mi riconfermo dell’idea di eccellenza che me ne ero fatta: tutti molto, molto buoni.
Piglio questo Glera dei Colli Trevigiani proprio perché mi sembra esemplare di come dovrebbe essere un sur lie e mi permetto di tradurlo in Prosecco, e che Prosecco; sebbene non sia particolarmente rappresentativo della sua tipologia, così secco e deciso nell’acidità. Bada però, amica o amico che mi leggi: ho sentito spumanti sur lie con acidità così selvatiche da essere sul filo dell’imbevibilità, mentre qui tutto si ricompone in una misura piacevole e appropriata. Considerazioni simili circa la presenza del fondo: le note di lievito sono ben percettibili, ma pulite, perfettamente calibrate e con un tocco di distinzione: aggiungono complessità sapida e saporita, ma l’eleganza è preservata. Infatti, a versarlo, è piuttosto simile ad un convenzionale Prosecco: è di un bel limone tendente al verdino, pressoché limpido sulle prime, poi via via più torbido, fino a velarsi un po’. Non forma gocciole.  Più frizzante che spumante, verrebbe da dire, con bolle finissime, verticali e disciolte, delicate, solo un velo in dispersione, una spuma che per delicatezza non sfigura di fronte ad un ambizioso metodo classico. Similmente  i profumi, che sono precisi, curati, di media intensità, richiamando i fiori di ginestra e di mimosa, e la frutta: la pesca, il melone, l’albicocca e il limone.  Ad essi si sommano i ricordi di lievito, le note affumicate, lattee, di crosta di pane, cerealicole (orzo, specialmente), qualche traccia di salvia, di alloro; infine una mineralità solare e salina. Già lo dicevo: relativamente secco al sorso, energico, cremoso, di corpo medio, conferma sul palato quella salinità già percepita nelle nari, ed è il suo bello: permane lungamente come una scia, accompagnando il vino nella sua corsa  verso il finale, molto lungo. Il suo gusto è un accordo perfetto con l’olfatto: ritornano i lieviti, la frutta, i fiori. Pur mantenendo una dimensione di rotonda piacevolezza, con quell’acidità che pulisce e rinfresca risulta saldo, reattivo e guizzante e chiama con decisione la tavola ed un sorso dietro l’altro: non è un vino che lasci volentieri nel bicchiere mentre sei preso da una chiacchiera distratta e nemmeno l’useresti per un cocktail,  perché ha una ricchezza armonica che lo accosta a metodi classici senza perdere il carattere di Prosecco, instaurando con te un dialogo attivo. Magari non è per tutte le bocche, ma se tu vuoi un vino di carattere, eccolo. Potrai anche giocarci un po’ col suo fondo, decidendo se lasciarti andare al godimento dei suoi più torbidi versanti o preferire, come me stasera, di mantenerlo sul limpido per apprezzare la parte più pura degli aromi. Da averne sempre in casa, di spumanti così. L’ho trovato eccellente su un sushi.