Bourgogne Rouge l’Hermitage 2013 Domaine de la Cadette, 12 gradi.

Era qualche mese che non bevevo Pinot Nero e mi mancava la sua fascinazione.

Da ancor più tempo occhieggiavo questa bottiglia, rimanenza del mio quinquennio in Inghilterra. Acquistata a Londra: per l’esattezza, al Whole Market di South Kensington.

Il 29 giugno scorso, malgrado il caldo affocante che opprimeva Milano, mi decisi ad aprirla, dopo averla opportunamente rinfrescata a 10-12 gradi; ché tanto a scaldarsi un poco, con quell’afa, bastava un attimo: il tempo di versare nel calice.

Non sono esperto di Borgogna: assaggi metodici e studi si allontanano negli anni, divenendo labili ricordi. Perciò, mentre il vino si distendeva nel bicchiere, mi informavo su che cosa stessi bevendo.

Scoprivo che questo Pinot Nero è di Vezelay, estremità settentrionale della Borgogna, nord est di Chablis. Un rosso da una terra di bianchi, che presumo assai fresca, come la zona classica dello Chablis; al punto che, malignamente, mi insospettii sulle effettive qualità di questo vino, temendo che fosse nato, sull’onda della crescente domanda mondiale di Pinot Nero borgognone, in un’area poco consona. Pare infatti che Vezelay venisse colpita pesantemente dalla fillossera e che i reimpianti siano solo recenti.

Il ricorso all’ uvaggio, anziché l’impiego in purezza di Pinot Nero, com’è abituale in molta parte della Borgogna, testimoniava forse questa difficoltà ambientale e accresceva il mio sospetto: qui, 80% di Pinot Nero e 20% di Cezar, varietà rustica che apporta grado alcolico, tannino e, pare, profumo.

Tuttavia l’assaggio fugava ogni dubbio, presentando un vino risolto, forse al suo apice: sua dote era la discrezione, unita a una spiccata caratteristica dissetante, caratteristica anche della fredda annata 2013, secondo l’autorevole commento di Armando Castagno.

Nel mio calice roteava rubino tendendo al granato, trasparente, luminoso, con gocciole molto lente e irregolari.

Il suo profumo era spiccato, fascinoso: fragolina di bosco, arancia, ciliegia, melograno; poi spezie: noce moscata e cannella, molto delicate, dolci e sfumate. Ascoltando attentamente, petali di rosa appassita e qualche nota idrocarburica, che preludevano a un commiato aromatico tra zenzero e rabarbaro.

Di corpo sottile, infiltrava il palato succoso e assai salino, con discreta avvolgenza. Un po’ timido sulle prime, sulla spinta di un’acidità notevole e di un tannino molto delicato, che aveva tracce di rusticità e tuttavia risultava in una ruvidezza tattile lieve e piacevole, accelerava notevolmente nel finale, sorprendendo per proporzione.

Col caldo di quella giornata sarebbe stato difficile godere un rosso più piacevole di questo, che gustatammo con piacere su fagioli bianchi di Sant’Agata dei Goti semplicemente bolliti con uno spicchio d’aglio e conditi con sale, pepe nero, olio della Fattoria Niccolini di Seggiano; accompagnati, a parte, da una caponatina dedicata di melanzane e zucchine.

Tuttavia lo ritengo flessibilissimo sulla tavola, eccellendo ad esempio con formaggi a crosta fiorita ed arrosti di carni bianche, perché con discrezione, appunto, è non chiede attenzione e tanto dona: una compagnia di piacevolezza domestica, semplice, affettuosa, pura.

Pinot Noir Dundee Hills, Oregon, 2013, Domaine Drouhin, 13,5 gradi.

Nell’agosto del 2011 feci un lungo viaggio in auto negli Stati Uniti, da Denver a Seattle, attraversando Stati che fino ad allora erano per me solo suggestioni di romanzi o di film: Colorado, Wyoming, Utah, Idaho, Nevada, Oregon, Washington. Di tutti riportai un’immagine vivissima. Dell’Oregon, in particolare, ricordo le coste atlantiche, con le spiagge sabbiose e lunghissime, alternate a promotori rocciosi; e l’immediato entroterra così verde, per l’influsso umido e piovoso dell’Oceano Pacifico. Trattengo un’immagine in mente: l’interminabile nastro d’asfalto di una statale parallela alla costa, la pioggerella battente dal cielo grigi e a destra lo shop di una cantina tra le tante -indicate da cartelli turistici – che offrivano vini in degustazione e per l’acquisto; parecchie etichette, tutte discrete, da uve internazionali (ovviamente) e con un certo residuo zuccherino. Questo per dire che in Oregon il vino è quasi un’espressione del vivere quotidiano, tanto si è radicata, o comunque rappresenta una parte non trascurabile dell’economia agricola e del tessuto sociale: mutatis mutandis, l’accosterei al nostrano Friuli. Può sorprendere che addirittura uno storico produttore di Borgogna abbia ritenuto di trovare lì le condizioni ideali per produrre vini da pinot nero, varietà notoriamente difficile e riottosa, alla quale basta un breve deragliare da condizioni di maturazione ideali per precipitare da vette enologiche sublimi a risultati blandi, con sapori slavati , squilibri acido-tannici, eccessi alcolici. Eppure Robert Drouhin, dopo un lungo periodo di frequentazioni iniziate negli Anni Sessanta, decise di avviare un’azienda nel 1987, con la prima vendemmia nell’88. Non che fosse un pioniere, giacché alcuni produttori locali si erano distinti con i loro Pinot Nero dalla metà degli Anni ’70, tuttavia rilevò la compresenza di un’opportunità commerciale e produttiva con una vera vocazione territoriale. Infatti la Willamette Valley, prima AVA (American Viticultural Area) riconosciuta in Oregon, estendendosi parallelamente alla costa gode di un clima moderato, con inverni freschi e piovosi ed estati relativamente calde e secche, lunghe, con importanti sbalzi termici fra il giorno e la notte, e molte ore di luce. Vi sono inoltre numerosi corsi d’acqua e suoli particolari, vulcanici e sedimentari, ben drenanti. Il pinot nero , come altre varietà d’uva che amano il freddo, pare essersi ben acclimatato, esprimendo caratteristiche territoriali: affidandomi alla memoria di diversi assaggi di Pinot Nero locali, ormai lontani nel tempo, direi che i profumi intensamente fruttati e maturi sono tipici, così come una certa spinta alcolica ed una rotondità tannica gradevole. Insomma: i vini possono essere assai piacevoli, con un occhio all’immediata gradevolezza più che alla complessità; oppure rischiare derive giunoniche poco interessanti. Spesso, anche laddove il vino conservi un piacevole equilibrio, risalta il carattere americano, spingendo le leve della concentrazione, della pienezza di frutto, dell’impatto.

I Pinot Nero del Domaine Drouhin, fin dalla prima volta che li assaggiai a Londra, mi parvero una piacevole eccezione: French Soul, Oregon Soil, diceva l’etichetta e difatti mi attrassero per misura, rifinitura, capacità di dettaglio enologicamente più francesi che statunitensi: insomma, almeno per i vini del vertice aziendale, il paragone con un Borgogna non era azzardato.

Tra le bottiglie che riportai in Italia dall’Inghilterra c’era anche questa, il vino d’ingresso del Domaine Drouhin. È una buona occasione per rinfrescarmi la memoria e verificare se anch’esso riesca a riportarmi la magia di quel particolare terroir. Però, soprattutto, desidero godermelo a cena, che è il miglior banco d’assaggio.

Versandolo nel calice, non lascia dubbi sulla sua identità: è Pinot noir già alla vista, così trasparente, rubino; con riflessi granati e gocciole lente, rade, un po’ evanescenti. Il profumo, di intensità superiore alla media e tuttavia più timido di quanto mi attendessi, è quello caratteristico del Pinot Nero un po’ invecchiato di scuola classica francese, sfumato, persino un po’ ombroso in questo caso: forse è la marca della sua piovosa zona di provenienza, oppure sente l’età; tuttavia è ampio, mi rammenta la fragola, i frutti di bosco, le spezie (specie il pepe nero), ma risuona note verdi di vegetazione (latifoglie e ruta) ed humus.

Ha un corpo piuttosto importante, più di quanto normalmente si associa al varietale, ma l’ acidità è superiore alla media; mentre il tannino è maturo e fine, come ci si aspetta dal Pinot Nero, ma non finissimo. È saporito in bocca, con un accenno lievissimo di salinità, e molto lungo. Però risulta un po’ largo, si appoggia placido sull’alcol, si vorrebbe più nerbo. Perciò, fuori degustazione, ma consumato a cena, sta bene sul risotto alle quaglie, meno sulla quaglia arrosto, perché quella certa sua dolcezza confligge con l’amaro della carne.

Insomma: è un buon vino, onesto nel rispettare il varietale, nel riportare il territorio e riesce di una certa classe. Però resta a metà nel guado, senza compiere quel salto verso l’intimo piacere o la magia.

Magari è che l’ho servito troppo caldo: sui 14 gradi avrebbe certo figurato meglio. Oppure la bottiglia ha un po’ sofferto, oppure è il mio palato questa sera. Però il dubbio mi resta, che i migliori Pinot Nero del Domaine Drouhin siano su un altro livello.

Bandol 2008, Domaine de Terre Brune, 13 gradi.

Sole, vento, mare, libertà, vacanze, barche a vela, brindisi: queste le immagini che vien naturale associare ai rosati di Provenza, quasi spezzoni di un sogno o di una memoria che si inseguono vividi ma senza un ordine logico , senza rispettare alcuna linea temporale, come in una musica di Debussy.
Affascinate pensarli in questi termini – e goderli appunto come si suole giovani, l’estate, freschi e profumati su un’immancabile bouillabaisse o sulle moules marinière- ma si rimane un po’ sulla superficie del luogo comune.
Si può andare invece un po’ più a fondo ed osservare una realtà un po’ più sfaccettata e complessa, specialmente se si parla di Bandol. Questa città portuale è stata in secoli passati celebre forse quanto Bordeaux per i suoi vini, che naturalmente erano prodotti nelle terre all’interno per diversi chilometri, dalla vasta zona semicollinare che sta subito dietro alla costa, fino alle ripide colline che formano un anfiteatro perfettamente esposto al sole e al riflesso marino, riparando al contempo dai freddi venti del nord. È il regno della nera e tannica Mourvèdre, una tra le varietà col più lungo ciclo vegetativo, che esige luce e calore in abbondanza per una perfetta maturazione. Ed i rossi erano e sono vini longevi, naturale perciò aspettarsi anche dai rosati una certa longevità. Questo Bandol 2008 di Domaine de Terre Brune, Mourvèdre al 50% con Grenache e Cinsault  fornisce l’occasione di una verifica e il produttore sembra farvi affidamento, specificando in etichetta una possibilità di invecchiamento superiore ai dieci anni. L’acquistai appunto in Costa Azzurra molti anni addietro, rimandandone l’apertura non per sfida, ma comunque incoraggiato appunto dall’etichetta. E  rimosso il tappo ancora integro ed elastico, lo trovo color ramato; sul calice, più che gocciole, un velo che si ritira. È il profilo di un vino rosato con un’età, come si rivela anche all’olfatto, dove la filigrana non è quella fresca della gioventù, ma quella più morbida e segreta della maturità. L’intensità aromatica è notevole: ricorda arancia, limone e cedro canditi; c’è della fragola e in grande lontananza dell’amarena sotto spirito; tronchetto di liquerizia e noce moscata; un tocchi di maggiorana; caramello, forse lievissimo un sentire di pelle conciata e tabacco. All’assaggio è di classe: ha una consistenza setosa ed è molto armonico, rotondo nelle sue dimensioni: di corpo  medio, l’acidità è rilassata, ma il vino si mantiene intimamente fresco, perché l’alcol è molto bene integrato ed il vino è assai salino, continuando a sollecitare piacevolmente il palato per tutto il sorso, persistendo a lungo e con un ottimo bilanciamento delle sensazioni finali. Questo Bandol riverbera una bellezza appena un po’ sfiorita, ma alla quale il tempo ha aggiunto distinzione, persino un certo fascino. Ti prego, amico o amica che mi leggi, bevilo fresco sì, ma non troppo fresco: guai! Lo tenterei osando un poco su selvaggina da penna, ad esempio su una terrina di piccione. Ecco, il tempo. Forse è stata giusta la lunga attesa, se guardo alla storia di questo Domaine de Terre Brune, dal colore delle argille che coprono per un paio di metri gli strati di calcare. Georges Delille vi giunse nel 1963 e si innamorò di quegli ulivi secolari e di quelle vigne abbandonate; e dei campi ricchi di fiori e di una casa contadina né maestosa, né bella. Iniziò un lungo lavoro per recuperare le vigne, ricostruendo persino i terrazzamenti in pietra. Ci vollero almeno dieci anni per il vigneto, la nuova cantina nel 1975, le prime bottiglie commercializzate nel 1980. Ricorda, amico o amica che mi leggi: siamo a due passi dal mare della Costa Azzurra, avesse Georges Delille perseguita una speculazione edilizia, avrebbe guadagnato di più e con minor fatica: un bel resort di lusso, ad esempio. Il cemento è il grande nemico dei vigneti di Bandol come di tante altre vigne storiche: qui le villette a schiera per i turisti, altrove i capannoni che cingono i pampini d’assedio; oppure, triste, inesorabile, l’abbandono. Si potrebbe e si dovrebbe scrivere un libro sui vini da salvare. Questo Bandol di Domanine de Terre Brune, intanto, è un vino che resiste.

 Boisson Rouge, vin de France, L. 010013, Domaine di Montrieux – Emile Heredia, 11 gradi.

Ci sono vini che restano istintivamente simpatici; almeno, a me capita. Mica detto che siano gradi vini e nemmeno inappuntabili: anzi, spesso hanno qualche difettuccio che li rende così umani. È che ogni volta li apri con un sorriso e li bevi gioiosamente, senza senso di colpa e pensieri, nè con la necessità di immedesimarti completamente in loro ovvero col bisogno di concentrarti su di essi come fossero una imponente sinfonia, un’articolata architettura, un pregnante dipinto. Così è stato con questo Boisson Rouge francese, uno spumeggiante Gamay che viene da una porzione relativamente oscura  della valle della Loira,   Coteaux de Vendomois, AOC di 142 ettari a nord di Tours (e quindi della più nota AOC Vouvray).  Sarà l’etichetta con quel disegno naïf che pare vergato dalla mano di un bambino, sarà per il tappo a corona color corallo (sì, amico o amico mia: come quello dell’acqua minerale), però mi mise allegria sin da quanto l’individuai sugli scaffali di un ampio negozio londinese. Ancor più me ne mette ora che lo verso nel calice: più che rosso lo direi color rosato buccia di cipolla molto carico e tuttavia trasparente, mentre produce un’abbondantissima schiuma appena rosata, come certe birre. La lascio dissolvere e lo trovo un po’ torbido, perché è un vino che fermenta in bottiglia e non viene sboccato (come per gli spumanti metodo classico, ad esempio), ma rimane a contatto con i lieviti che si dissolvono nel vino stesso. Una metodologia di produzione antica e diffusa che oggi viene evocativamente chiamata ancestrale, ma che era prassi contadina per avere un vino un po’ frizzante fino a pochi anni addietro, perfino in Toscana: bastava imbottigliare un vinello un po’ leggero ed aggiungere zucchero e qualche chicco di orzo e frumento ed il gioco era fatto (me lo raccontava il mio babbo riesumando ricordi di ragazzo e me lo confermò un anziano vignaiolo della Montecarlo lucchese).   L’osservo ancora: la sua spuma è cremosa con bolle fini, persistenti, un po’ tumultuose. Sul bordo forma gocciole irregolari, rade, lente, come a evidenziare uno spirito profondamente anarchico e un po’ pigro. Ha aromi di intensità media, giovanili, piuttosto puliti, che richiamano alla mente l’aria aperta ed i lunghi pomeriggi goduti sotto una frasca, magari giocando a briscola e tressette, nell’aria primaverile che sa di violette, di fragole, di tocchi di susine appena mature, sbuffi lievi di pellami e di terra lavorata, tanta grafite e pietre bagnate e assolate (è evidente il richiamo minerale in questo vino). È presente un accenno di spunto acetico -piaccia o non piaccia- da vino contadino; ma soprattutto è evidente l’odore del lievito: in una maniera però misurata, che non disturba. Più che assaggiarlo, viene proprio da berlo: sarà per un corpo che si può definire magro, ma è più appropriato  dir lieve,tutta la spinta e il vigore venendogli più dalla salinitá e dalle bolle di anidride carbonica che dall’acidità (la diresti medio-alta, certo non altissima per uno spumante: ma distribuita con naturalezza su tutto il palato) o dal tannino appena accennato. Però lo troverai croccante, tendenzialmente secco perché quel po’ di zucchero residuo non stucca e gli serve solo ad essere un po’ più avvolgente. I sapori che troverai in bocca sono di fragola, di susina nera fresca ancora un po’ acerba e dissetante, e di quel misto di erbe e spezie che si usa per stagionare gli affettati e per insaporire gli arrosti: ti resteranno lì in una persistenza sorprendentemente piuttosto lunga. Ricorda, se posso dire,  un Lambrusco di Sorbara, magari senza la finezza dei migliori: è senz’altro rustico, fatto con minimi interventi in vigna e cantina,  ma scorrevole e molto equilibrato in tutte le sue note, soprattutto per la tessitura sul palato più che per il ventaglio olfattivo. Io l’ho trovato ottimo su un tonno scottato, mi chiedo come stia con una pizza o con la zuppa di pesce le sere d’estate, perché è un vino da compagnia, da bersi gioioso in amicizia. Ecco, non per tutti gli amici però: chi ricerca la perfezione tecnica non l’amerà; chi ama invece l’equilibrio e una certa rilassata eleganza naturale, che indossa più volentieri un tweed campagnolo che un abito da cerimonia, questo Boisson Rouge farà per lui.  
Mi vengono da soggiungere due note a margine, magari poco poetiche, ma insomma dovute: che nella sua relativa rusticità lo si trovi a Londra in quello che è un grande supermercato di lusso accanto a vini in qualche modo più normali, ha due significati: che il pubblico di qua è di vedute piuttosto aperte e che i buyer non lo considerano così stravagante o peggio difettoso se lo offrono al pubblico più ampio e potenzialmente inesperto senza cautele o avvertenze. Prosit!

Chateauneuf du Pape Domaine de terre Jeune, 2011, Paul Jaboulet Aine, 14,5 gradi.

“Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando

pur come quella cui vento affatica…” .

Chateauneuf du Pape: difficile un nome sia più evocativo. Sarà anche poca cosa oggi il castello,  poca cosa il paese in sé, eppure l’emozione vibra innanzi a quelle vigne sotto il sole del sud della Francia, coi sassi tondi che assorbono e rilasciano calore ( le “gallettes”)  e a quelle viti ad alberello spesso vecchissime, così contorte e nere sul fondo abbagliato del suolo da ricordare le anime dei dannati nel XXVI Canto dell’Inferno dantesco.  Tuttavia per me lo Chteauneuf du Pape ha un’altra eco altrettanto leggendaria, ma assai più domestica. Mio padre arrivò a Milano dalla Toscana nel 1950, che aveva quindici anni.  Fece tutta la gavetta della ristorazione, quella vecchio stile, severa: cominciavi lavando i piatti in cucina, poi alla lunga passavi in sala a servire prima gli operai, poi gli impiegati; con un calcio negli stinchi se sbagliavi qualche cosa nel servizio: nessuna dimensione patinata. Mi racconta ricordi lontani di contadini presi in piazza al paese, strappati – ma non di controvoglia- alla terra; di camerate dove dormire ammassati tra un turno massacrante e l’altro, pagati una miseria: i toscani di allora in peggior arnese che gli albanesi e i rumeni di oggi: è storia. La Milano del ‘50: la Lambretta, De Gasperi al Governo, il Giubileo, Toscanini tornato dall’America che dirigeva il Requiem di Verdi alla Scala ricostruita da appena quattro anni e le case intorno ancora piagate dalla guerra: ferite insanate e polverose macerie. Poi, con irruenza irresistibile, venne il boom. Mio padre aveva conquistato un ruolo di fiducia presso una proprietà che conduceva diversi ristoranti: quello di punta si chiamava L’Angelo ( o Ristorante dell’Angelo, non saprei) e stava dalle parti di via Larga. Era considerato un piccolo salotto della Milano spensierata e alla moda dei primi Anni Sessanta: quella di Gaber,  di Mina, che erano clienti. Venne dopo la contestazione studentesca del’68; poi la strage alla Banca dell’Agricoltura lì a due passi, in Piazza Fontana. Ovviamente L’Angelo aveva per l’epoca una cantina rispettabile, ordinata da mio padre con con quella cura puntigliosa che lo ha sempre contraddistinto: regione per regione, tipologia per tipologia. Nelle osterie italiane  fino a pochi anni prima, il vino arrivava sfuso in botti e barili, i veri ristoranti contandosi sulla punta delle dita anche nelle grandi città; e i primi vini in bottiglia che circolavano erano soprattutto francesi. Nei suoi ricordi -me ne parlava che ero ragazzino- emergeva un vino in particolare, vivido, lo  Chateauneuf du Pape, perché un avvocato distintissimo, non giovane, ben conosciuto essendo un habitué del desinare quotidiano a L’Angelo, ne ordinava sempre una bottiglia che impiegava anche per correggere la minestra in brodo, forse memore del “bevr’in vin” mantovano o ad esso uso. Quindi nella mia mente lo Chateauneuf si fissò come un rosso, sia per i miei primitivi assaggi che per l’immagine vaga di quell’avvocato di anni lontani e del suo brodo. Incredulo dunque appresi in seguito da mio padre dell’esistenza di uno Chateauneuf du Pape bianco, al punto di dubitare dei suoi ricordi, confermati poi dalle mie letture sui vini della valle del Rodano. Nacque allora la curiosità di assaggiarlo, a lungo insoddisfatta tuttavia, giacché non è così facile trovarlo in Italia. Approfittando di una vacanza estiva sulle Alpi Francesi mi imbatto in questa bottiglia di Chateauneuf bianco di Paul Jaboulet Aine e la porto in Italia a dispetto del prezzo sostenuto. Posso non aprirla con la mia famiglia e con mio padre? Così è: festeggiamo con lei la vita in un pranzo estivo, sotto i travi ombrosi della vecchia casa toscana dove vivono i miei fantasmi; e attraverso essa per me si apre un mondo, non solo perché quei ricordi rivissuti in terza persona attraverso la voce di mio padre prendono una vita, una tinta, un profumo e un sapore; ma per la qualità  e più ancora per l’identità di questo vino. Il colore – se tu potrai riguardarlo, amico o amica che mi leggi- lo troverai bellissimo: un paglierino pallido, quasi limone di media profondità, con inattesi, affascinanti riflessi dorati, e  lacrime fitte e molto lente sul bordo, che non riescono pienamente a scorrere il loro cammino sul cristallo, ma si disperdono; e penseresti pertanto a un vino magro, ma sarai in errore, perché c’è un’alta sostanza, qui. Già l’aroma spiazzerà codesto tuo pensiero: deciso, intenso, complesso, mediterraneo, con pesche e albicocche mature; poi, in una progressione arriveranno a rinfrescare la percezione olfattiva i fiori di zagara, di ginestra e di limone. Quindi, rotondo, l’arancio; ed ancora tornerà la frutta, in successione  riproponendo prima pesche e albicocche, poi -nuove- pere e mele gialle mature, quindi melone e ultima la frutta tropicale: il mango. Ha già raggiunto la capacità di stordirti di piacere, a questo punto. Se però gli resisti e la mente terrai sveglia, ancor più ti saprà blandire: subdola, ammaliante e tentatrice, lieve alle nari ti giungerà una speziatura dolce: vaniglia, cannella, appena un ‘idea di noce moscata; poi ancora caramella mou, arachidi e nocciole, appena un che di cocco. Se già barcolli, rapito, ecco ancora tocchi leggerissimi di solvente che rinfrescano,  poi una leggera aromaticità balsamica di macchia, che aggiunge un’altra dimensione ancora: un’idea di profondità che ravviva la ricchezza aromatica rendendola fatata. Ti ha già vinto, amico o amica che mi leggi; ma come un prestigiatore lascia le migliori magie alla fine, ecco che il sorso ti conquista indimenticabile e per sempre: opulento, ricco di sapore al punto di essere traboccante, richiamando ciò che ti ha già porto all’olfatto; ampio, carezzevole, morbido, di stoffa e di corpo: oleoso quasi quanto vaselina, con un’acidità presente ma non insistita – la diresti mezzana – e tuttavia in equilibrio perfetto malgrado l’alcolicità nominalmente non trascurabile, grazie anche ad una vivida corrente salina. Il risultato è un vino ricchissimo, ma scorrevole, passante, con una chiusura lunga e naturale su una quantità di aromi. Sorprende quanto sia mediterraneo questo frutto di Grenache Blanc e clairette: quasi lo diresti – lo vorresti- italiano più che francese. Certo sfugge del tutto al cliché oggi in voga del bianco verticale, minerale, acidissimo, fresco. Tu però non temerne la larghezza, godine invece la bellezza sontuosa, che t’avvolge e lentamente quasi ti intossica, perché il suo intento è amoroso: c’è purezza in lui. Non temere nemmeno il tempo, come lui non lo teme: 2011, sono già quattro anni. (Nota del 20 agosto 2015)

Bourgogne Les Avoines Pinot Blanc 2010, Domaine Jean Fournier, 14 gradi.

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Avrò senz’altro molti difetti come assaggiatore di vini, ma non mi lascio condizionare dalle mode: che io legga in etichetta Riesling o Pinot Nero, Borgogna o Etna, poco mi importa; anzi: piuttosto sono a volte sospettoso e restio, di fronte alla moda divento più severo e incontentabile. Semmai ad abbagliarmi può essere la simpatia verso una denominazione, una varietà d’uva o un produttore. Bene: questo Borgogna lo apro praticamente alla cieca, non conoscendo affatto il produttore -nemmeno di fama- né avendo particolare amore  per il Pinot Bianco. Lo compro incuriosito però dal varietale,  in Borgogna tutt’altro che frequente: i vini bianchi lassù sono solitamente l’Aligotè e lo soprattutto Chardonnay che è sovrano,  l’uva pinot bianco non sapevo nemmeno fosse consentita. Allora: sono curioso, mi piace l’etichetta, mi rassicurano le indicazioni che è un vino di vignaiolo e che la coltivazione è in conversione all’agricoltura biologica certificata. L’acquisto con un discreto sconto: 11,67 sterline invece che 17,95. Bene. Arriva il momento, messolo in fresco, di aprirlo; e levata la capsula in tutto tradizionale, mi trovo di fronte a un tappo di vetro: non sta a me dire se sia una soluzione valida per sigillare il vino, ma chi lo usa – per esperienza di consumo- è un produttore ambizioso. Più che estrarlo, quel tappo, debbo farlo saltare, con una leggera pressione sul suo bordo. Verso. Bella l’apparenza, come tante: un luminoso giallo limone di media profondità, cristallino; ma oggidì, chi non sa dare al vino un bel colore? Sul bordo lacrime fitte appena accennate, più che altro un velo che tende a dissolversi. Poi però lo avvicinò al naso e… che aroma! Avvolgente e fresco a un tempo, ricco di frutta e di spezie; più ancora: originale e identitario, quasi diresti – a tuo rischio- inconfondibile. Necessita magari di un po’ di tempo – poco- per bene ossigenarsi e non vuole essere servito troppo fresco, ma poi, Santo Cielo, qual profumo, quale voce! Certo, la frutta, ma non prosaicamente riprodotta, anzi: per dirla col Beethoven della Sinfonia Pastorale, “più espressione di sentimenti, che pittura”: solo applicando questa premessa potrai evocare senza apparire ridicolo limoni, cedri,albicocche, pesche, manghi, kiwi, banane; chi più ne ha, più ne metta. Sulle stesse frequenze, come un’intuizione: timo e rosmarino essiccati, noce moscata e pepe bianco, la vaniglia che sulle prime insiste e poi si frantuma e disperde in una dissolvenza armoniosa; sentori minerali di pietra focaia e fumè che ritornano con l’insistenza di un comando giusto ma imperioso. La stessa sicurezza, non ambigua ma flessibile, la ritrovi sul palato: corposo e persino oleoso, ma sottratto ad ogni eccesso di ampiezze o dolcezze concilianti o mollezze da un’ imperiosa freschezza che gli deriva da una aciditá più che decisa, ma perfettamente integrata nel corpo del vino; che però risulta pieno e leggero a un tempo. Avvolgente e secco all’attacco, si allunga sulla tua lingua salino ed intenso, quasi balsamico; fungino ( ti rammenta prezioso il tartufo bianco) come un grande e vecchio Champagne vintage, e ricco di anice che ricorda momenti di festa, l’innocenza di una sagra paesana; lunghissimo e pieno nel finale come un accordo orchestrale, che ricapitola ogni aroma, ogni sentore, ogni gusto, persino ogni ricordo che ti ha riportato alla mente. Non è però ingombrante: dei suoi 14 gradi alcolici, più che dimenticarti in fretta, non hai nemmeno consapevolezza: ti resta appena nel finale un certo calore che si mischia alla dominante freschezza; non solo benvenuto contrasto: soprattuto è consolante e piacevole. Gustato su un formaggio bianco di capra a crosta fiorita e su un salmone bollito, ti chiedi su quanti altri piatti ne potresti godere: gli oseresti persino, quale compagno, il complessissimo, difficile e antico mallegato toscano: così, per gusto della sfida. Soprattutto però la domanda cruciale sarà: un vino che porteresti a cena con amici o sull’isola deserta? La risposta può essere assai pericolosa, perché saresti tentato di dire: “ entrambe”.  

Muscadet Sevre et Maine sur lie, La grande Cuvee,  Domaine Gadais, 12 gradi.

Il Muscadet! Quando si parla di crudita’ di pesce e di ostriche in particolare, il suo nome salta sempre fuori. Sarà che nascendo intorno a Nantes, nel primo entroterra della costa atlantica alla foce della Loira, l’abbinamento è venuto naturale. Oppure, come spesso accade, è stata l’alimentazione locale a selezionarne e fissarne nel tempo  lo stile e le caratteristiche. Però com’è difficile trovarne di veramente buoni, anche a cercare tra quelli di Sevre et Maine (sottozona di produzione particolarmente vocata) e tra quelli “sur lie”, cioè tenuti ad affinarsi per mesi non filtrati sui propri lieviti, per ottenere un gusto più ricco, più morbido ed insieme più fresco, grazie all’effetto delle mannoproteine ; e infatti spesso non manca nei Muscadet sur lie qualche traccia di anidride carbonica finemente disciolta: minutissime bollicine, che titillano piacevolmente il palato e preservano il vino dall’ossidazione e quindi dall’invecchiamento.
Ecco che finalmente ne ho trovato uno eccellente, questo di Domaine Gadais. Che sia buono lo sa bene anche chi lo produce, perché scrive orgogliosamente sul proprio sito aziendale di produrre: “ i migliori Muscadet Sevre et Maine”, forse esagerando con spirito guascone.
Però, quando lo bevi, come dargli tutti i torti? Soprattutto, come fare a resistergli? Perché fin dal color limone pallido, con riflessi verdini, che forma un velo minimo sul calice e si ritira regolare, è un’immagine di freschezza e gioventù, con un aroma intenso,  ben più della media dei Muscadet, ma senza esagerare inopportunamente, col rischio magari di coprire le vivande delicate. Il suo ruolo è di accompagnare, non di far la primadonna, e lui lo sa. Se vi accosti il naso, troverai profumo di limoni, pesche bianche, di crosta di pane, nitidissimi e cristallini, a compensare la complessità che è contenuta, ancora per non prevaricare. Ma portalo alla bocca e sul palato lo troverai croccantissimo, stuzzicante: ha corpo leggero, certo, ma non acquoso, anzi appena rotondo e quasi cremoso, ricco di tensione interna e al gusto ha un che di piacevolmente fume’. Ti farà parecchio salivare e ne godrai desiderandone ancora e ancora: e’ grazie della sua acidità? Certo è alta, ma invero non altissima se badi bene; piuttosto è quel suo essere salino, quel pungolanti a centro bocca che quando hai sete, come dicevano i miei vecchi, “ti gratta dove hai rosa”. Quale sia la sua virtù te lo rammenta nel finale, dove persiste più la sensazione tattile di freschezza che il gusto. Un grande vino estivo, che sta bene con tutte le pietanze di mare e persino come aperitivo. L’ho trovato ad un prezzo assai conveniente nella catena inglese Marks&Spencer: se in questi giorni visiti la Gran Bretagna -amico, amica che mi leggi- non fartelo scappare. L’autunno è già arrivato? Ma con questo Muscadet è estate tutto l’anno!