Dolcetto d’Alba 2017 , Emilio Vada, 14 gradi.

“A Peveragno, ricordo, un pomeriggio di marzo, in un’osteria infima, vidi entrare un mendicante, un vecchio vagabondo di quelli che ormai non se ne vedono più: aveva a tracolla due o tre tascapani rigonfi, una gavetta, una padella, una mantellina grigioverde arrotolata. Sedette in un angolo, vicino alla porta vetrata. Tirò fuori un pezzo di pane, e ordinò, non senza una certa solennità, ” mezza stupa”. Non disse, naturalmente, la qualità. Non dire la qualità significa, in quei luoghi, dire Dolcetto (…)”

Vino al Vino, Mario Soldati, autunno 1968.

Il Dolcetto, si sa, non è per nulla dolce.

Anzi, riesce addirittura amaro per un’incomprensibile perdita di affezione, fotografata da numeri impietosi: in vent’anni gli ettari vitati sono scesi da 5.600 a 3.800, le bottiglie da 27 a 20 milioni.

C’è stato però un tempo nel quale era il vero traino della viticoltura langarola e cuneese, spuntando talvolta, persino, prezzi più alti del Nebbiolo e rallegrando, nel secondo dopoguerra, i pasti della borghesia lombarda e piemontese.

Il Dolcetto, per me, è casa, al pari del Chianti: quelli i tipi che ricorrevano più sovente sulla nostra tavola, quand’ero bambino. Ricordo ancora la cucina lunga e buia della vecchia casa nel centro di Milano, che lasciammo prima della mia terza elementare: la luce gialla della lampadina a incandescenza evidenziava il vapore che saliva dai piatti: la minestrina in brodo coi capelli d’angelo, il lesso, l’insalata di cicoria selvatica; al centro, la bottiglia di Dolcetto d’Alba della Cantina Sociale.

Si sa com’è il Dolcetto: un profumo nascosto, quasi malinconico“: scriveva ancora Soldati.

Negli anni il Dolcetto ha accompagnato, per me, momenti di amicizia, incontri romantici, istanti di solitudine: conversazioni, sguardi, silenzi. L’ho studiato, ho imparato a descriverlo in termini tecnici, a distinguerne la provenienza, a valutarne la qualità. In lui, felicemente, mi sono perso e l’ho amato: perché è un vino nudo, di memoria e di pensiero.

La vera nudità, quella dello spirito, spaventa; la memoria è un morbido guanciale, talvolta; più spesso, un grido d’accusa: “Un giovane dolcetto ha sempre, nella sua posatezza, qualcosa di vecchio”.

Il Dolcetto è uno specchio, senza infingimenti: è vino-vino, essenziale nella sua funzione: non permette ostentazioni, rifugge esoterismi. Perciò il Dolcetto – oltre le dinamiche commerciali – è fuori moda: per la sua onestà.

Guardando tuttavia in quello specchio, senza paure, si vedrà che il Dolcetto, declinato in tre DOCG e nove DOC, può stare nell’Olimpo dei vini con voce grande e originale, senza fare la voce grossa; e, soprattutto, regala gioie che hanno la bellezza della semplicità.

Se questa è la tesi, il Dolcetto d’Alba di Emilio Vada ne è la dimostrazione. Mi folgorò al primo assaggio, a un Mercato FIVI, qualche tempo fa. Che nasca da un vignaiolo vero, di giovane generazione, che ha convinto la sua famiglia a trattenere parte delle uve da decenni conferite, è forse consequenziale: un atto di coraggio e di onestà verso se stessi e le proprie capacità.

Si dice in Toscana: “Se un si va, un si vede“: Emilio Vada ha mostrato eccome la caratura del suo lavoro: Moscato, Barbera, Nebbiolo, Dolcetto, tutti buonissimi.

Quest’ultimo è coltivato tra Coazzolo e Mango, al confine tra Astigiano e Cuneese, tra Langhe e Monferrato, su suoli calcarei, franco-sabbiosi. La vinificazione segue un protocollo essenziale, tra acciaio e vetro: un vino sans signature, nel quale parla il territorio e l’artefice rimane dietro le quinte; testimoniano però la sua opera le rese di uva per ettaro: 50 quintali, contro i 90 ammessi dal disciplinare.

Qui con me, oggi, ho una bottiglia dell’annata 2017. Lo apro. Lo verso.

Nel mio vetro, rubino purpureo trasparente: bellissimo, luminoso; su di esso, gocciole molto fitte, regolari, lente.

Il profumo è intensissimo: molto complesso, giovanile con un principio di evoluzione, suggerisce polpa e materia.

È una fantasmagoria vegetale ed arborea, un sogno di mezz’estate aperto da un trionfo di frutta: nettissimo il gelso nero, poi fragolina, susina polposa, duroni sotto spirito, melone, cocomero; quindi, come una girandola scoppiettante, erbe aromatiche, spezie, balsami: alloro, rosmarino, prezzemolo, basilico, curcuma, zafferano, corteccia d’eucalipto, fieno. Con le ore, chiudono il corteo, eleganti e riflessive, rosa, viola, liquirizia.

Vino pastoso, di giusto corpo, molto saporito, esemplare per fittezza e finezza di trama.

Abbondantemente tannico e sapido, moderato in acidità, risolve la sua grande tensione interna in un equilibrio stabile per l’intera arcata del sorso, fin nel notevole allungo, obliando il grado alcolico.

Questo stupefacente Dolcetto, tra i più buoni da me assaggiati, possiede una dote rara e senza tempo: il senso della misura.

Gustato con piacere su hamburger di Casa Serra, lo immagino delizioso su taglierini al ragù di carne.

(30 maggio 2020)

Dolcetto d’Alba 2006 e Barbera d’Alba superiore 2004, di Flavio Roddolo

Sentii parlare la prima volta di Flavio Roddolo da quell’Enrico Rovera che è stato il mio primo maestro nel mondo dei vini.

Lo considerava il vero prototipo del contadino di Langa.

Quando gli chiedevo dei vini langaroli autentici, mi citava anche altri produttori artigianali -che stimava sommamente, beninteso – ritenendoli, però, intellettuali prestati alle vigne.

Flavio Roddolo era invece l’uomo pragmatico del lavoro manuale e – soprattutto – del silenzio: “Vai da lui”, raccontava divertito l’Enrico, “e subito ti porta sul retro della cantina per mostrarti le vigne. “Lì c’è il nebbiolo” e seguono 30 secondi di silenzio, “lì il dolcetto”, altri 30 secondi di silenzio, “là la Barbera”, ancora un lungo silenzio.”. Roddolo era uno schivo, che non si vedeva nè alle fiere, nè alle premiazioni dei vini.

Ce lo decantò al punto che con Roberto, il mio compagno di scorribande enologiche, decidemmo di andare a visitarlo. Enrico, quando lo seppe, ci raccomandò il Dolcetto: straordinario. Era una dozzina d’anni fa.

Partimmo un sabato invernale, credo: ricordo gli alberi spogli di foglie, il freddo per le vie di Diano d’Alba, dove ci fermammo in trattoria, rimasugli di neve vecchia qua e là.

Direzione Monforte d’Alba, dove non eravamo mai stati. Vi arrivammo da Barolo e superandola verso Roddino, con le colline che diventavano via via più selvagge, mi sembrava di varcare il confine di un mondo remotissimo. Più ancora quando iniziammo, con l’auto che arrancava, la ripida salita che portava alla cantina: un tortuoso serpente nel fitto degli alberi.

Cantina, o piuttosto, visibilmente, casa-cantina, come molte si trovano nelle Langhe: una struttura annosa, di pietra, sobria, con una certa imponenza.

Quando Flavio Roddolo ci aprì la porta, pensai che assomigliava in fondo alla sua casa: un uomo massiccio, ma con una certa grazia impacciata di modi, forse timido, che vestiva una sorta di tuta da lavoro, quasi da operaio. Il viso, incorniciato da barba e baffi grigi, sembrava un’effige risorgimentale.

Si scusò perché era raffreddato: febbricitante nei giorni precedenti, aveva voluto ugualmente accoglierci: una cortesia verso ospiti sconosciuti, che mi intenerì.

Ci fece accomodare. Attraversammo la casa scendendo in cantina. Era scavata nella roccia friabile localmente chiamata tufo (ma credo sia marna), vi si accatastavano ordinatamente innumerevoli barrique. Mi stupii di trovarle da un produttore così tradizionalista e gliene chiesi conto. Ricevetti una candida spiegazione: lavorando da solo, con pochi ettari, gli erano più pratiche da gestire rispetto alle botti grandi; e comunque erano tutti legni molto vecchi, che nulla rilasciavano al vino.

Finalmente giungemmo al portone che dava sul retro. Roddolo l’aprì e dal buio ventre della collina ci trovammo nell’aria fredda su un breve impiantito che dominava dall’alto l’intero bricco, ornato dal fusto spoglio ed enorme di una vite vecchissima, che risaliva gigante le mura della cantina. Pendevano stalattiti di ghiaccio.

La luce era quasi abbagliante, bianca, riflessa di neve, irradiata dai velami di nebbia e di nuvole basse; risalivano ripidissimi i filari vitati, digradanti dalla cima di Bricco Appiani. Lungo di essi scorreva indugiando, infine perdendosi lo sguardo, in un silenzio arcano. Il flebile soffio del vento ed i nostri respiri gli unici suoni. Poi cominciò Roddolo: “Questa è la vigna. Lì c’è il nebbiolo…”, la scena che ci aveva raccontato l’Enrico.

Andammo poi in una sala con un gran tavolone e innumerevoli bottiglie, un po’ chiuse un po’ aperte, e cominciamo ad assaggiare i vini: Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Barolo, Cabernet Sauvignon in purezza; eccellenti: dotati tutti di un grande sussurrato vigore, di una naturalezza confidenziale.

Non ricordo granché della conversazione, ma il tono sì: semplice, domestico, familiare, sussurrato anch’esso. Nè cambiò quando giunse inatteso il giornalista Gigi Garanzini, col quale il vignaiolo aveva evidente confidenza. Roddolo avrebbe potuto guardare noi due, appassionati principianti, dall’alto al basso, lui celebre nella nicchia dei produttori artigiani, apprezzato da firme come Gianni Mura e Andrea Scanzi, e invece era alla mano; avrebbe potuto atteggiarsi da artista iconoclasta, con quel Cabernet che faceva lui, invece diceva solo che nella sua terra gli era sembrato potesse venire bene; poteva proporsi custode integrale della tradizione, invece si serviva spensieratamente delle barrique.

Pensai che quel vignaiolo, da qualcuno descritto come scorbutico, da altri come sempliciotto, era in realtà un uomo acuto che aveva fatto una scelta precisa: nato in quella casa-cantina sulla cima del Bricco Appiani, si era volutamente posto un limite, confinandosi lassù in quella casa, conficcando lui stesso radici nella sua terra, diventando confidente e custode di quel piccolo appartato lembo di mondo, elemento naturale anch’esso, fratello di sangue e destino della vecchia vite che stava sul retro.

Quel limite gli permetteva di ascoltare il silenzio. Nel silenzio c’erano le voci del vento e delle sue viti, che lui intrecciava come un antico polifonista per ricavarne vini.

Sono trascorsi troppi anni: dovremo tornare presto da Roddolo, Roberto e io, appena sarà possibile. Noi avremo qualche capello grigio in capo, che allora non c’era. Lui, forse, qualche ruga in più, ma sarà saldo e vigoroso come quella vecchia vite buona e gigante, sul retro della cantina.

Intanto ce lo ricordano i suo vini: saldi come eroi, hanno il caldo abbraccio degli amici.

Dolcetto d’Alba 2006, 13,5 gradi.

Dolcetto di 14 anni (si dice che i Dolcetto andrebbero consumati nei primi 2-3 anni: questo ha un’età venerabile anche per tipologie più ambiziose).

Non filtrato. Non stabilizzato, se non dal tempo.

Granato profondo, lascia sul vetro gocciole fitte e veloci, di media persistenza.

Ha profumo molto intenso, principalmente di sangue, ferro, ghisa, poi origano, rosmarino, frutta rossa, noce moscata. Cenni farmyard. Ancora in sviluppo. Affascinante.

Soprattutto, però, è vino di bocca.

Naturalezza, anzitutto.

Vivo, virile, elegante, è secco, di corpo medio. Ha avvolgenza glicerica, polpa, sapidità..

L’acidità è giusta da Dolcetto, cioè di medio vigore, ma il vino è ben dritto malgrado gli anni: si sostiene su sapidità vivida e tannino eccellente per presenza, definizione, pastosità e grana.

La trama è ancora fitta e continua fino all’equilibratissimo finale: molto lungo, felicemente amaro e ammandorlato, con la grinta tannica che preme sul palato anteriore: stimolo piacevolissimo, d’altri tempi.

Come una prosa bella e vibrante.

Compagno meraviglioso della tavola, pienamente goduto con salsicce stagionate di Sergio Falaschi, fette di scamone ai ferri, formaggio pecorino.

Barbera d’Alba superiore 2004, 14,5 gradi.

Colore granato tendente al rubino profondo,con lacrime fitte e irregolari. Appare molto più giovane dei suoi sedici anni.

Profumo molto intenso, in divenire, tutto chiaroscuri e prospettive: la delicatezza della rosa, la maturità della fragola e della prugna, la purezza delle erbe amate di montagna, i toni umbratili del tartufo, la sottigliezza degli inchiostri e delle aldeidi.

Sorso molto naturale, polposo, continuo, fluido, lungo, con succo e sale; di corpo notevole, ma fresco per aciditá vividissima, vibrante, perfettamente integrata. Per essere un Barbera ha tannino particolarmente abbondante, ma pastoso.

Nel retrogusto: frutti di bosco.

Vino disarmante: pare sospeso nel tempo e fattosi da sé, senza mano umana né a ingentilirlo, né a complicarlo.

Con amore sulle costine di suino grigio semibrado della Macelleria Falaschi di San Miniato, al forno.

Dolcetto d’Alba Castello 2002, Terre del Barolo, 12,5 gradi.

Strana la storia del dolcetto: uva (e conseguentemente vino) radicata da secoli, a lungo diffusissima in buona parte del nord Italia con epicentri in Piemonte ed in Ligura, subì una primo drastico ridimensionamento all’epoca della fillossera, quando per i reimpianti le fu preferita la barbera, più rustica e resistente; poi, negli ultimi due decenni, un altro drammatico calo di popolarità; e sciocco, perché  questa volta dovuto  alla moda e ad una certa ignoranza del consumatore (eh sì, cara amica o amico che mi leggi). E dire che c’è stato un tempo quando il vino Dolcetto si vendeva a prezzo più alto del Nebbiolo! In realtà il Dolcetto avrebbe tutte le caratteristiche per piacere al bevitore contemporaneo: autoctono e ricco di storia, profumi evidenti e piacevoli, un buon corpo e lievità tuttavia, tannicità incisiva e acidità controllata. Longevità non tanta, si dice: vino da bersi nel giro di pochi anni. Dalla mia cantina, invece , spunta una bottiglia della quale già qualche anno fa ne avevo aperto una gemella che mi aveva stupefatto. Un Dolcetto, bada bene, del 2002: annata fredda e piovosa. Vero è che l’uva dolcetto, a differenza di quella nebbiolo, è piuttosto precoce e abbisogna di assai meno di sole, ma insomma: il 2002 fu estremamente difficile e questo vino ha quindici anni sulle spalle. Ne cavo il tappo di sughero intero, perfettamente conservato, lo verso nel calice e subito è chiaro che questo Dolcetto non solo è evoluto splendidamente, ma che è un vino di grandissima stoffa. Granato profondo alla vista, con trasparenze, traccia sul calice gocciole molto lente, fitte, regolari, a due velocità:  che formano cioè una doppia corona. Già a una dozzina di minuti dall’apertura esprime profumi nitidi e ariosi: in là con l’evoluzione, ma ancora freschi ed in perfetto bilanciamento tra primari e terziari. Ancora chiari, seppur sfumati, i rimandi ai piccoli frutti di bosco neri: mora e più ancora mirtillo direi; ma c’è pure una lumeggiatura rossa, di lampone e di ribes. Ad essi si fonde, inestricabile, una speziatura insieme delicata e pungente di pepe bianco , verde e di Sichuan, di noce moscata e di cannella: poi erbe officinali, che -mea culpa- oltre alla ruta fatico o non so distinguere; quindi liquerizia in tronchetto e rose tra loro intimamente legati; una nota di mandorle pelate, un po’ verdi, fors’anche di nocciole fresche;  qualcosa del profumo di un prato dopo che passa la pioggia e l’aria è fresca e le zolle la respirano. Forse, anche, un ricordo di polvere pirica e di legno bagnato.  C’è un senso come di rugiada e di sottile malinconia in questo profumo molto intenso ed ancora pulsante, di una gioventù – sembra assurdo- timida e disegnata ad acquerello.  Al sorso, la rispondenza è perfetta: quel quadro tracciato dal profumo che osservavamo ammaliati, ora -amica o amico che mi leggi- ci saltiamo dentro, come in un vecchio film di Walt Disney: lo penetriamo pienamente, lo viviamo nei suoi segreti. Questo vino è accogliente, ha un corpo di media proporzione, quasi tendente al leggero in certe aree della bocca, che però  avvolge carezzevole il palato. Onesto e sincero, non ti blandisce: ogni suo gesto è semplicità. Nitido e preciso, ma naturale, sciolto nella sua articolazione; subito fresco, continuo nella sua progressione, vibrante di un vibrato stretto, anodino, verso un finale sonante, ma senza trionfalismi: tutto gusto, equilibrio, elegante moderazione. Tannino ancora potente, di grana media ma molto regolare; acidità assai alta e ed, anzi,  eccezionalmente alta per un Dolcetto; alcol moderato e assai bene integrato, del quale il vino si giova. La rivincita del brutto anatroccolo: il Dolcetto non di moda, la cantina sociale che non gode di chiara fama se non per l’affidabilità, l’annata sfortunata e piovosa. Ma che vino! Eccellente su gnocchi al sugo di carne;  da sogno, immagino, sul manzo bollito. E che identità: un prodigio di armonia, ma soprattutto riconosci che è Dolcetto nella sua espressione più classica e nobile. È che Castello, da dove provengono le uve di questo vino, è un vero Cru, che sta sotto il Castello di Grinazane ed era di Camillo Benso, Conte di Cavour, che -cito Alessandro Masnaghetti: “ a metà dell’800 aprì nuovi e più moderni orizzonti alla produzione del Barolo”. Il Dolcetto conta solo il 7% di questo mezzo ettaro di vigna posto tra i 220 e i 260 metri sul livello del mare e ben esposto a sud, sud ovest e sud est. Ecco che la storia dei luoghi ha un peso e una sua ragione: va conosciuta e valorizzata; se la disprezzi e la umili, allora son tragedie.

Dolcetto d’Alba 2006, Giuseppe Rinaldi, 13 gradi.

La prima volta che andai alla cantina di Giuseppe Rinaldi (o come lo chiamano tanti, forse tutti, Beppe), era il Novembre del 2008; era già freddo da battere le mani, e pioveva. Fu quella anche la prima volta che andai nelle Lange, che mi si conficcarono nel cuore lasciando una ferita aperta, una voglia di conoscerne ancora che ogni giorno di lontananza rende più sanguinante. Da allora per me i vini di Rinaldi rappresentano l’archetipo delle Langhe, direi perfino del Piemonte. Il loro stile, tradizionale fin dalle etichette; la vecchia cantina; la storia familiare (sesta generazione ormai); la dimensione orgogliosamente artigianale per una scelta anzitutto etica, che limita le dimensioni aziendali a quel che si può far da soli. In definitiva: una cocciutaggine caparbia, ma visionaria e di ampio respiro. E poi, gli odori dei tini e della terra, l’accoglienza riservata e calda a un tempo, le parole pesate e pensate: caratteristiche di tutti i membri della famiglia e non solo, mi si passi il termine, del patriarca. E quelle botti allineate nei segreti di una sotterranea penombra, ed intorno le colline e le vigne, le storie della terra e delle sue genti, coi castelli che vegliano verticali. Da Rinaldi molti vanno per il Barolo – o, spiace dirlo, per vantarsi di essere stati a prendere il Barolo da Rinaldi. Io ci vado certo per il Barolo, ma anche per tutti quei vini meravigliosi che produce e che son detti minori: Nebbiolo D’Alba, Barbera D’Alba, Freisa, il Rosae (da uva a Ruche’) ed il Dolcetto D’Alba, forse quello che loro stessi considerano di meno pretese. Perché’ il Dolcetto e’ per tradizione il vino di tutti i giorni, quello che accompagna sorridente e discreto anche una merenda; trasversale, perché stava tanto sulla mensa contadina che su quella borghese, per una certa sua delicatezza rispetto alla più rustica Barbera; anche umile, perché si adattava alle esposizioni meno soleggiate, la’ dov’è il nebbiolo stentava e quindi non si piantava (ed i verbi si declinano qui all’imperfetto, perché oggi il denaro guida le mani di tanti a piantar Nebbiolo anche sui clivi meno adatti), ma richiedendo quelle cure e quel tempo che la civiltà contadina sapeva riservare a ciò che era veramente prezioso: a quel l’essenziale ben visibile agli occhi.
Si diceva e si dice il Dolcetto vino da consumare nell’anno o nei due anni; certamente non da invecchiamento: anche lì’ stava o sarebbe stata la differenza col nebbiolo.
Ora, Rinaldi fa il vino grosso modo come cent’anni fa; lui dice “come mio nonno”; e dunque difficile pensare che il suo Dolcetto si giovi di quei ritrovati dell’enologia contemporanea atti a preservare a lungo qualunque vino; ed anche il tappo e’ il tradizionale sughero, coi suoi ben noti pregi e difetti. Però, quel che apro e verso nel mio calice, senza scaraffarlo, senza granché attenderlo, e’ un 2006: otto anni. E l’ho di fronte a me, rosso rubino profondo, già tendente al granato. Un poco lo devo attendere, nel suo risveglio dal sonno annoso, ma poi libera con l’aerazione un aroma molto intenso di frutta rossa, giovanile, vario, come da una cesta appena raccolta e rientrata in una sala appartate e buia: prugne, pesche, fragola, lampone, arancia sanguinella; e poi nera: mora, mirtillo. E pero’ a dargli spirito raffinato, prezioso, il ricordo di una dimensione di terre lontane, orientali, mai viste, solo sognate,ingenue come i romanzi di Salgari: il pepe. Poi i ricordi del bosco, delle cime segrete delle colline battute dai venti: foglie gialle quasi tabacco, bacche di ginepro, alloro, salvia, laddove la macchia sfuma nel modesto orto. Bellissimo. Ne apprezzi al sorso il tannino di grana fine ma di qualità piacevolmente terrosa, l’acidità medio alta e vivida, sorprendente per l’uva che lo fa nascere ed ancor più in relazione all’annata. La sua chiusa e lunga, ma giusta, misurata, per non sovrastare le vivande sulla tavola. E la parte col fondo, perché il vino non è filtrato, quella che si dava un tempo all’ospite, e’ la più ricca e più buona. Ecco che cosi’ commoventemente integro restituisce l’immagine del Piemonte che ho nel cuore: quella delle vecchie insegne coi caratteri ottocenteschi, quella di un saper fare discreto ed orgoglioso nelle piccole cose, delle tradizioni difese con la tenacia rabbiosa.

Dogliani San Luigi 2011, Pecchenino, 13,5 gradi.


Se dici Dogliani, dici dolcetto: tale e tanta e’ l’identificazione di questo angolo di Piemonte con quell’uva che vittoriosamente, qualche anno addietro, si è ottenuto di levarla dal nome della denominazione per una DOCG col solo luogo di provenienza. Siamo ancora in Langa, via, ma per una volta non è il nebbiolo a farla da padrone: questione di clima, di esposizione, di terreni, perché il dolcetto – più umile, verrebbe da dire – si adatta meglio anche al ricever meno luce. Curioso: lo stesso avviene sulla tavola, perché col nebbiolo nascono i Barolo, i Barbaresco, i vini delle feste; col dolcetto, invece, vini se vogliamo più da tutti i giorni. Ma altro che storie! Questo San Luigi di Pecchenino, averne, perché è proprio un regalo del cielo se puoi trovartelo a tavola tutti i giorni! Gira il mondo – amico, amica che mi leggi – ed assaggia in ogni dove: ma questa bellezza, dove la trovi? Per conto mio, per lui baratterei tante riserve e tanti altisonanti cru. C’è infatti in quel liquido rosso rubino, dagli archetti lenti, irregolari e fitti, una sincerità ed una semplicità quasi naïf che ti pare di leggervi il candore delle storie dei Fioretti di San Francesco. Come si può non gioire del suo profumo intenso, nitido, fresco e gioviale? Vi avrai fiori ( rose e viole e lavanda), fragole e lamponi, ma senza la banalità di una costruzione rileccata: sotto troverai, naturali e saldi, a creare uno spessore prospettico quasi fossero un digradare di nebbie in lontananza, il cuoio bagnato, la liquerizia, un tocco di cannella, un poco di polvere da sparo ed erbe aromatiche. Bevilo, gioiscine: lo scoprirai, come si diceva un tempo, passante; morbido, fruttato si’, ma con un che di minerale in lui, di teso, come in un energico sorriso; vi troverai un tannino maturo, presente ma con grande delicatezza, ed una acidità giusta, sulla soglia della piacevolezza; e tanta salinità piuttosto, che ti spingerà traditrice a berne a secchi, persistendo a lungo, in maniera inversamente proporzionale al suo peso: perché se è saporitissimo e carnoso, sa anche essere leggero e beverino. Ottenere questo risultato in un’annata – si dice- caldissima come la 2011, tanto di cappello! Sarà che in vigna e in cantina qui dai Pecchenino si usano solo un po’ di rame e zolfo, come facevano i nostri nonni, e si lascia inerbire la terra, perché trovi da sola il suo giusto equilibrio? E’ questo il vino per una chiacchiera tra amici, volta allo scherzare, al godere e festeggiare la vita, senza cupe meditazioni; o con una donna, se di quelle giuste, capaci di amare la materia e di badare all’essenza delle cose; vino che con pochi altri mi porterei su un’isola deserta, per ricordare i momenti felici ed avere compagnia nell’immensa solitudine. Dice l’etichetta di abbinarlo con"antipasti, pasta, carni bianche e rosse e formaggi freschi"; sottoscrivo ed aggiungo: bevilo preferibilmente un po’ fresco, intorno ai 16 gradi, se non 15 addirittura. Oggi, solo e lontano da casa, l’ho gustato con uno zampetto di maiale preparato secondo una ricetta di fine Ottocento: semplicemente bollito con una cipolla e due chiodi di garofano.

Per saperne di più: http://pecchenino.it/it/index.php.

Musaico Colline Del Genovesato Rosso IGT 2008, Bisson, 14 gradi.

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02/07/2013 Quando pensi al Levante ligure -dì il vero!- pensi ai vini bianchi: quella costa incantata, che da Genova scende a Portofino, per aprirsi ai golfi del Tigullio prima e di La Spezia poi, sembra fatta apposta per maritarsi col mare; e che la terra debba generare, proseguendo la magia, bianchi freschi e succosi, ad esaltare nell’unione perfetta il pesce. Ma tu, l’hai mai visto l’interno, con le valli ombrose e selvatiche, strette fra crinali di roccia? Quella terra  generava le milizie che scendevano a mare, sulle galee in tempo di lotta, sui pescherecci in tempo di pace. Lì si raccontano altre storie liguri: l’agricoltura, l’allevamento, la pastorizia, le cacce. Si dice pure di andate e ritorni: e perché sennò qui l’uva dolcetto la chiamerebbero i vecchi, in forma dialettale, Munferrà, se non a rimarcarne un’origine oltre confine, di là delle creste selvose, dei valichi impervi? E sia. Questo Musaico di Bisson: 70% dolcetto, 30% barbera: uvaggio di tradizione. 14 i gradi. 2008 l’annata. L’apro temendolo passato (ohimé l’odioso tappo siliconico) ed invece mi sorprendo. Mi lascio, anzi, felicemente sorprendere. Rubino medio il suo colore, ma già il bordo sfuma in un riflesso granato. Lo verso ed una scorrevolezza liquida, morbidamente, sorveglitamente sensuale, pervade il calice, liberando -immediato- un aroma intenso.Certo: mirtillo, lampone, mora; ma soprattutto è il rovo che emerge, le sue foglie, il suo legno, riarsi dal sole e dalla salsedine che al crepuscolo risale dal mare e si deposita sulle macchie: sui lentischi, sui ginepri, sui corbezzoli, sugli aghi dei pini e sulle loro cortecce, creando un manto notturno odoroso, il respiro lontano e potente del mare. In bocca è saporito, nervoso per l’articolazione sul palato e l’acidità che pulisce; profondo e scattante. Sopratutto e’ salino, pretendendo di continuo la beva,perché con arguzia sarcastica il palato ti solletica; ed alla beva allegro ti trascina. E’ rustico, col suo tannino terroso; eppure elegante per la sua giusta lungezza, il calibrato corpo, l’assenza totale di ogni infingimento. Propriamente ligure in questo: spiccio, quasi scontroso, eppur caldo, eppure pulsante di Mediterranea luce. Godilo con le carni e con formaggi stagionati; oppure -ascoltami- a mio rischio l’oserei perfino su certi tranci di tonno, su certe zuppette saporite di pesce; ma attento: vuol che i cibi siano  come lui, autentici e veri. In questo, spietato, non perdona.

per saperne di più: http://www.bissonvini.it/