Nettare degli dei Vinsanto del Chianti 2010, Az. Agr “Poggio al sole”di Brogioni, bottiglia 339, 15 gradi.

Questa è la storia di una bottiglia di Vinsanto davvero particolare. Te la racconterò -amico, amica che mi leggi- come a me l’han raccontata; e cercando di ricordarla bene, perché è stato un po’ di tempo fa: se c’è errore la colpa è solo mia e sarò qui per rettificare. Anzitutto devi sapere che quando capito a Lucca (sta a un tiro di schioppo dalla casa che era dei miei nonni), dopo essermi perso per ore e ore tra le vie bellissime del centro a rimirar scorci, mura, chiese, palazzi, le gambe a un certo punto mi portano immancabilmente davanti alla vetrina dell’Enoteca Vanni in Piazza San Salvatore: fan tutto da sole ed io resto li’ dubbioso se entrare, perché già so che ne uscirò con qualche nuova bottiglia, e ne ho ormai da parte più di quelle che potro’ ragionevolmente bere. Infine, con la scusa di un saluto, finisco ogni volta per varcar la soglia. Mi piace l’Enoteca Vanni, per quel suo aspetto démodé che in realtà è autenticamente storico: il soffitto alto, il gran banco sulla sinistra, le bottiglie ordinatamente esposte  nelle annose vetrine di legno scuro. Soprattutto però all’Enoteca Vanni capiscono di vino: etichette sempre meditate, scelte con cura, curiosità, molti assaggi e con il piacere della scoperta. Poi con Simone ci intendiamo: abbiamo gusti piuttosto vicini, amiamo entrambi il sangiovese classico ed una certa finezza nei vini, siano toscani, piemontesi o d’oltralpe.
Pochi giorni prima della scorsa Pasqua son capitato all’Enoteca Vanni, voila’: le solite amabili chiacchiere da appassionati, l’acquisto di “qualcosa di nuovo da assaggiare”, chiantigiano e ilcinese. Poi, mentre già stavo per pagare, chiedo a Simone se per caso avesse qualche vino dolce interessante, per chiudere in bellezza il pranzo festivo. Simone ci pensa un po’ su, dubbioso e non troppo convinto, poi d’improvviso si illumina e mi dice: “si, qualcosa ce l’ho per te, ma è l’ultima bottiglia, se ti fidi vado a prenderla in cantina”. Certo che mi fido! Dopo un attimo ricompare da sottoterra con una piccola bottiglia di Vinsanto dalla foggia  curiosa, con un’etichetta di un’artigianalita’ disarmante ed il tappo sigillato con la ceralacca.
“Un giorno entra un signore, saluta e dice che lui fa il Vinsanto più buono del mondo. Abbiamo sorriso scettici e lui ce lo ha fatto assaggiare. Abbiamo finito per comprare tutte le bottiglie che aveva con se’”. A quanto pare la famiglia di quel signore  possedeva molte vigne: non ricordo esattamente se mi dicessero che vende a terzi le uve rosse o che ha alienato quelle vigne, fatto sta che produce solo poco Vinsanto e per pura passione, perché credo nella vita abbia tutt’altra occupazione. Mi incuriosisce la storia bellissima e semplice, che pare uscita dalla penna di qualche novellista o dall’Italia che decenni fa ritrasse Soldati nel suo “Vino al vino”. Inoltre, quanti negozi sanno ancora oggi acquistare e proporre così liberamente, fidandosi solo del loro gusto? E poi, questo Vinsanto viene da Colle Val d’Elsa, la città d’Arnolfo ma soprattutto luogo dove ho ricordi di bimbo di una Toscana ancestrale e profonda, quando l’antico non era riscoperto e assediato dal moderno, ma conviveva col quotidiano, quando le case coloniche erano cadenti, ma vi pigolavano ancora i pulcini e le galline beccavano sull’aia ghiozze, alla luce del sole che irradiava quelle colline che conservavano intatta la loro dimensione di silenzio e un po’ selvaggia (da quanti anni manco, quanti capannoni e strade d’asfalto avranno fatto…). Insomma non mi faccio pregare, acquisto la mia, la numero 339. Prometto a Simone di fargli sapere che cosa me ne pare e m’avvio a casa felice e curioso col mio bottino. Il pranzo Pasquale con la mia famiglia e’, al solito, nel solco detta tradizione, con la pasta asciutta e la cacciagione arrosto. Chi ha spazio poi per il dessert? Io per me apro piuttosto, impaziente,il mio Vinsanto artigiano, rimuovo la ceralacca rossa che copre il tappo, lo verso adagio e…Ambra. Luminosa, profonda, limpida: un archetipo. Bello indugiarvi lo sguardo, riposarvelo, in una memoria di antico: questione di stile. Potrebbe col tempo acquisire altra e maggiore profondità alla vista, addensarsi in un mistero; per ora è un lago che accoglie le lacrime fitte, morbide, quasi amante pietoso – quelle che scorrono sul calice. Ancora lo riguardo e  vi perdo  il mio naso: aroma intensissimo, ampio, potente, caldo e complesso, virando da un bouquet floreale alle delizie dei canditi, delle nocciole, del miele, del cioccolato, un una freschezza primaverile che poco a poco trascolora nella solarità  estiva. La vibrazione luminosa che irradia lascia già preludiare le componenti più scure che sanno di bosco e d’autunno: castagne, funghi, un fondo di timo, di foglia e corteccia di leccio. Infine l’inverno: solvente, l’ossidazione che si apre un varco nella materia e ciò che non distrugge sublima. Così puoi restare a vacillare li’ per ore il calice, rimandando la tua mente ai ricordi dell’anno che è stato e a quello che verrà. Ma la tua bocca vorrà il suo bacio. E sarà un bacio avvolgente, cremosissimo, quasi soffice, con una presenza materica che seduce e resta nella mente, perché non è statica: sarà un bacio dolcissimo, e’ vero, ma anche salato, alimentando un contrasto che allontana stucchevolezze da stenterelli. E sarà un bacio molto lungo, in continua tensione, per virtù e forza di un’acidità notevole, che appena si scorge a cercarla d’impegno, fusa com’è negli incanti di un residuo zuccherino altissimo. Ancora solo cartone d’artista, tuttavia, appena abbozzato: il tempo porterà l’amalgama finale al colore, le lumeggiature e le ombre velate, le prospettive aeree e le trasparenze, la complessità degli strati sovrapposti a creare profondità infinite e svelare dettagli minuti. Vagello di immaginarlo e riberne tra diec’anni, ma…peccato: era l’ultima bottiglia!

Fior d’Arancio colli Euganei DOCG 2014, Maeli, 6 gradi.

Se hai sfogliato i quotidiani e certi periodici, avrai magari letto di questa azienda e di questo vino, perché è stato premiato a sorpresa ( insieme al suo fratello dell’annata 2013) in rilevantissimi concorsi internazionali. La notizia è passata con un certo rilievo, credo anche per radio e persino in televisione. “Come? Un moscato spumante in vetta alle classifiche mondiali, e non uno dell’Astigiano!”.
I verdetti dei concorsi, si sà, non sono il Vangelo, ma aiutano senz’altro ad accendere le luci della ribalta: nulla di male e tutto di bene.
Ma se tu – amico, amica che mi leggi – vuoi capire questo vino e questa azienda, devi andar lassù sul Monte Pirio tra quelle vigne ripide: fatti raccontare la storia dalla voce del vento che sempre le batte, tendi l’orecchio al frusciare dei pampini ed al respiro della zolla. Lassù tra quelle marne che si sfaldano, tra le trachiti che emergono come vene dalla pelle di un gigante. Lassù, dove la pianura industriosa si domina dall’alto, così lontana e muta nella distanza che la potresti anche dimenticare, e con essa tutti gli affanni e le pene: persino gli splendori rinascimentali di Villa Vescovi appaiono remoti ed il collegamento visivo rimanda solo ad una fuga dagli sfarzi di una corte verso le semplici gioie di un’arcadia perduta. Lascia che quel luogo non isolato ma solitario ti parli la storia di vigne vecchie abbandonate, che nei rovi avevano perduta la loro strada e cullavano l’attesa di una rinascita; del loro recupero faticoso, come di un mosaico a tasselli che andava ricomposto in una visione unitaria, tali e tante erano le varietà e le parcellizzazioni; degli esperimenti sofferti, per capire che cosa il territorio potesse dare; delle acrobazie per vinificare in spazi non propri; della mancanza di fondi e di visioni condivise; di tanto lavoro umile, sordo e testardo, con le degustazioni che si alternavano -absit injuria verbis- alla pulizia dei servizi; di momenti tutt’altro che patinati, prima del riconoscimento e di una certa stabilità societaria. Non ti nascondo: l’amicizia mi lega a chi conduce l’azienda, persona gentile; e questo Fior d’Arancio e’ anzitutto la storia del suo innamoramento per quelle vigne.
Percio’ con gioia sempre nuova apro questo vino, perché è vino della gioia: quella ingenua, infantile, che si provava a Natale all’apertura dei regali, quando il valore materiale non aveva alcuna importanza. Eccolo qui, paglierino chiaro chiaro con riflessi dorati, colle bolle delicate, fini e continue, con gli aromi intensi e iridescenti, accattivanti nella combinazione di freschezza e ricchezza. Salvia, frutta fresca a polpa bianca, fiori d’arancio (ma dai! per una volta, nella tipicità, l’origine dei nomi e’ chiara), ginestre, un nota generale muschiata molto lieve che trascolora e dopo poco ricorda maggiormente l’erba selvatica. Ancora più appagante in bocca, dove entra ricco, persino voluminoso per la tipologia – anzi, declinando meglio: corposo, morbido, carezzevole ma stuzzicante. Decisamente dolce, soprattutto però -ed ė ciò che più conta- al centro bocca ė molto salato, giocando su questo contrasto il suo contrappunto interno. Il sapore è concentrato ma arioso, un’acidità continua lo sostiene vivido e molto lungo al sorso, ma senza puntature. Forse non è sontuoso come il 2013 (meraviglioso, oggi), ma ha forza abbastanza per longevità e abbinamenti arditi, risultando magari perfino un poco più flessibile del precedente perché meno protagonista: sarà un peccato -amico, amica che mi leggi- se vorrai limitarlo al dessert. Potrai stapparlo oggi anche per brindare a questa bella storia italica, frutto di caparbietà e di fortuna, ma non parliamo di lieto fine: se conosci il vino, sai quante perle di sudore e di pianto stanno dietro ogni sua goccia; ed ogni vendemmia ė un giro di ruota.

Late Bottled Vintage Port 2008, W. & J. Graham’s, 2008, 20 gradi.


In Italia non abbiamo grande dimestichezza col Porto:c’è chi lo usa per cucinare pietanze creative o un po’ démodé (sorte questa che lo accomuna ad altri vini fortificati quali il Madeira o il Marsala), e c’è chi ne gode a fine pasto, ma costoro son pochi e i più lo fanno ben di rado. Pensare che in altri Paesi, e’ un culto o un’abitudine: in Francia – e dico Francia!- e’ uno degli aperitivi per eccellenza e se ne consuma in quantità’.
Eppure e’ un vino affascinante e con una storia da raccontare; anzi, un’epopea fatta di coltivazioni della vite eroiche, su terrazze monumentali e ripidissime, di vinificazioni laboriose, di mercanti spregiudicati e audaci. In più e’ declinato in così tanti stili di produzione che si può sempre trovare quello affine al proprio gusto o adatto all’occasione. A me piace molto il Late Bottled Vintage. Qualcuno l’ha definito: “Il Porto dell’uomo contemporaneo” ed in effetti e’ un’invenzione relativamente moderna. Di che si tratta? In sostanza e’ un compromesso tra lo stile più semplice e fruttato (il Ruby), quello più sottile e delicato (il Tawny) e quello più potente, complesso e da invecchiamento (il Vintage). Deve il suo nome curioso ad un fatto tecnico: se il Vintage viene imbottigliato di solito entro un paio d’anni, senza filtrazione (e avrà poi magari bisogno di maturare in bottiglia vent’anni prima di venire servito decantandolo dai depositi), l’LBV (vuoi farti bello? Usa questo acronimo) viene tenuto in vasche da decine di migliaia di litri per sei anni, quindi filtrato e decantato, pronto da bersi, senza ulteriori attese e decanter; e, ciò che non guasta, ad un quarto del prezzo, a compensazione della minore concentrazione. Questo di Graham’s, marchio di punta tra i tanti posseduti dalla famiglia Symington, e’ proprio buono, nel suo color rubino così ricco, profondo e luminoso, che pare raccolga in se tutto il sole che bacia le rive del fiume Douro. Intriga e ammalia col suo aroma ben intenso giovanile di frutta matura (di mirtilli, di more, di prugne e ciliegie nere, di uvetta sultanina) e di mele cotte, unita in equilibrio mirabile ad una speziatura delicata di noce moscata e cannella, e ad aromi più profondi di ombra, di notte, di autunno: il sottobosco, la pelle stagionata; ed un mentolato che sa di guazza delle sere al declinar dell’estate. La malia del suo aroma diventa amorosa carezza e passione al palato, dove un corpo imponente e robusto riesce ad avvolgere delicatamente il tuo gusto, replicando con esattezza i profumi, ma declinati in una carnalità femminile ampia e morbida, intensamente dolce ma non stucchevole, dove i tannini fini e maturi hanno lo schiocco di un bacio, l’acidità sostiene con giustezza la tensione senza aggressività alcuna e persinol’alcool, non trascurabile davvero, procura solo una benvenuta sensazione di calore, come l’amore alla fiamma del camino, senza debordare, terminando in una ricordanza appagante, piacevolmente lunga. Amico, amica che mi leggi, lascia che lui ti prenda per mano: al fine pasto, con un budino a cioccolato, o una mousse, o un gelato; o meglio ancora perché ti sia compagno in solitaria per un godimento serale, che se tu avessi il vizio del fumo sarebbe un sigaro, non una sigaretta; o, se invece sarai in vena di sperimentare, provalo sui formaggi: con un Parmigiano Reggiano maturo, o uno Stilton, come usano gli inglesi, per gusti magari a te nuovi e un po’ spiazzanti, ma in grado di solleticare la curiosità ed accendere la fantasia. Certo con lui entrerai nel mondo del Porto attraversando l’arcata maggiore.

Chambave Moscato Passito Prieure Valle d’Aosta DOC 2011, la Crotta di Vegneron, 13.5 gradi


La Valle d’Aosta ha per me un fascino tutto speciale: le prime gite da bambino con la mia famiglia e la scoperta di un mondo nuovo, di giganti di roccia, di muretti a secco che arrampicavano le montagne, i castelli, una cucina ricca, speziata, dai sapori tanto lontani da quella toscana per così dire “allargata” con cui sono cresciuto.
Poi, più’ adulto, per tanti anni con un grande amore che vi aveva la casa delle vacanze e la scoperta meravigliosa dei vini e di tante altre specialità locali, e luoghi e persone.
Eppure questo Passito di Chambave non l’ho mai assaggiato. Vino mitico, già celebre nel passato remoto e in quello più recente delle pionieristiche ricerche del grande Gino Veronelli, ricordo che quello de La Crotta di Vegneron sulle primissime guide che leggevo era uno dei pochi vini italiani a conquistare i massimi punteggi, e la voglia di gustarlo, raro com’era all’epoca, cresceva. Lo trovo ora in un Eataly di Milano -non un negozio di nicchia- e non so resistere; eppure…
Ha un colore oro antico, con bellissimi riflessi e lente lacrime che rimangono sul bordo del calice mentre lo accarezza morbidamente ruotando: una tinta così bella che ti vien fatto di pensare che quello bevessero i signori nel dirimpettaio castello di Fenis. Il suo aroma e’ così pronunciato che e’ già evidente estraendo il tappo: vien su così, come un melodia attraverso il collo della bottiglia. Sulle prime e’ molto bello e di meravigliosa complessità’: salvia, timo, ruta, medicinali, caramella Rossana, mandorla amara, melata di bosco, miele di mandarino, pesca sciroppata, alternando note calde ad altre più fresche e verdi e rocciose; tuttavia rimane alla lunga un po’statico, insistente su un che di arancia amara e nocciola sovra tostata. Comunque in bocca tanta acidità lo mantiene fresco e slanciato malgrado di consistenza quasi oleosa; dolce ma non stucchevole in questo, ed anzi assai salino; offre una piacevole sensazione di pienezza col suo corpo ben più che medio, e ha una persistenza in equilibrio tra note calde e fresche, con una esposizione varietale autentica e senza filtri, come uva spremuta. Eppure di nuovo quella sensazione di staticità, una mancanza di scatto che si traduce in uno sbuffo di alcool ed un retrogusto inaspettatamente amaro, quasi di caramello bruciato. E’ all’altezza di quella fama leggendaria? Forse no, ma il vino e’ cosa viva: sarà l’annata o la mano di chi lo ha prodotto o semplicemente una bottiglia sbagliata. Qui sta la gioia e il piacere: aspettare un’altra bottiglia, un altr’anno e un altro ancora e ancora, per cercare conferme o smentite. Intanto -amico, amica che mi leggi- prova anche tu questo pur ottimo vino e magari mi potrai smentire o scoprirai per me che il fallo era di quella sola bottiglia. Ma soprattutto godine e sbizzarrisciti a provarlo in tavola, abbinato anche alle pietanze salate , come fosse un beerenauslese tedesco. Su formaggi e paté vincerai facile, ma li’ non ti fermare. (30 luglio 2014).

Per saperne di più: http://www.lacrotta.it/it/vini.php

Orvieto Superiore DOC Calcaia, 2006, Barberani, 11 gradi.

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Sta Orvieto li’ arroccata sulla sua rupe, maestosa come un tempio tibetano se la vedi dal basso, misteriosa come una rovina azteca se ne respiri le vie, le pietre ruvide, i pertugi. Qui gia’ gli Etruschi creavano vino: testimoni ne son antri ed anfratti sotterranei,che la fatica di mani pazienti ha scavato per secoli  nel tufo, a crear grotte che per incanto davvero competono con la natura. Il bianco di Orvieto: secco o amabile, ma pur sempre dritto, deciso, longevo; almeno, cosi’ dovrebbe essere. Da qualche anno ambiziosi vignaioli han tentato strade nuove, sfruttando le nebbie del vicino lago di Corbara ed il sole, gia’ mediterraneo, che sa baciare con voluttuoso amore i colli dell’Umbria; vie nuove per la zona, vie dolci, vie di alata divina poesia. Barberani -storica cantina – e il suo Calcaia. Qui si piegano il territorio e le uve nostre alle nordiche usanze dei vini dove una muffa -la botrytis cinerea, propizie certe condizioni climatiche, appunto- sugge acqua dai grappoli, concentrando aromi e sostanze ed altre donandone, in un processo simbiotico, che l’uomo, con la sua intelligenza e la sua manualita’, ha imparato a dominare. Il liquido che ne conseque e che ho nel mio calice e’ dorato, limpido, luminioso, di grado alcolico si’ leggero, ma avvolgente, oleoso, ungendo con decisione voluttuosa i bordi del mio calice. Sprigiona un aroma intenso, che colpisce al cuore: cedro e limone canditi, albicocche e pesche, miele di agrumi e di  millefiori, solvente, petrolio, croccante alle mandorle, foglie di abete e di ginepro a rinfrescarlo. Ricorda un francese vin dolce di Sautern, ma e’ la bocca a far la differenza. Il vino d’Oltralpe -vera delizia, se di quel giusto- si gode di rigore ben fresco; questo d’Orvieto, nella mia sera estiva, sta a temperatura ambiente, ma al palato non ne cale: perche’ resta continuo, armonioso, senza cedimento alcuno; ricco ed avvolgente si’, ma con freschezza, slancio, intensita’ amorosa, contrasto chiaroscurale tra attacco morbido e dolce, svolgimento lungo avvolgente, brioso, diritto, guizzante perfino, ed un finale acido, salino, che invoglia ammaliante ad un altro sorso, e poi un altro, senza mai alcun accenno di stanchezza. Con un’intensita’ che conforta e innamora, sorso dopo sorso: senza esotismi; ma nostrale, vera, che canta la storia e la novella di un tempo che fu. Gli dei greci sull’Olimpo bevevano ambrosia; bevevano questo vino gli dei etruschi? Domanda oziosa: godiamo insieme a chi si ama il piacere di quest’attimo del 2006 concentrato, liquefatto in una bottiglia da 500 millilitri. Sui tradizionali dolci del centro Italia, o da meditazione: se avrai li’ piccoli bocconi o scaglie di pregiati pecorini, i pensieri fluiranno ancor piu’ perfetti.

Per saperne di più: http://www.barberani.com/

Maeli Moscato Fior d’Arancio Colli Euganei 2011 If Zen

Quante bollicine nella nostra Italia dei mille e mille campanili! Secche o dolci, da metodo classico, o martinotti, o ancestrale, e’ la varieta’  a vincere: quella dei territori e delle uve che i nostri suoli, le nostre mani  e l’aria allevano pazienti e fanno sbocciare in un frutto succoso. Il solo errore da evitare e’ confinarle alle feste; perche’ rinunciare ad un piacere quotidiano? Ecco, si prenda il Moscato spumante: c’e’ quello astigiano, il piu’ noto; c’e’ quello glorioso e trascurato di Montalcino (l’affettuoso Moscadello…) ; e poi c’e’ il Fior d’Arancio , da quell’angolo di Paradiso che sono i Colli Euganei, la gemma forse piu’ trascurata del Nordest. Ciascuno diverso, specifico, originale. Questo di If Zen -cristallino al colore, prezioso come una gemma orientale, affascinante come un vetro di Murano- conquista per gli aromi nitidi, decisi, fruttati, perfino sorprendentemente balsamici con note fresche di salvia, conquistando per freschezza; e poi morbidamente, intensamente, come un abbraccio amoroso, aperte note burrose, con una solennita’ che stupisce per un semplice metodo charmat. E passi se il perlage potrebbe essere ancora più fine; perche’ qui hai slancio e corpo, eleganza e socievolezza, naso e bocca ferme e flessibili, versatili: non confinarlo a panettoni e pandori. Sperimenta. Provalo con le cucine orientali, tanto di moda, aprendo la porta al sushi. Bada sol che non siano troppo piccanti da coprilrlo: il mio calice si è esaltato con gli involtini primavera. Osalo pure nel contrasto dolce salato su affettati nobili. Con 6 soli gradi alcolici, non porre limite alla tua fantasia e al tuo gusto quotidiano.

Vinsanto dell’Empolese Tegrino 2002, Cantine Leonardo.

 Devo confessare che non avevo un alto ricordo di questo vino: la bottiglia gemella bevuta nel 2007 l’avevo trovata scialba, arrotondata all’eccesso, innocua e insapore nel suo rassicurante color giallino da passito qualsiasi; troppo slavata e accomodata per essere un Vinsanto. Ho aperto quindi questo Tegrino quasi per liberarmene, e invece è stata una rivelazione: nel mio calice si è materializzato un liquido ambrato, scuro, ossidato, denso, ricco di glicole, dai profumi esplosivi, che mi hanno rapito per decine di minuti: noci, prugne secche, miele, melone, solvente. Una fiaba incantatrice. Del pari il sorso, che si è offerto saldo, continuo, dolce e acido e sapido, in equilibrio carezzevole e perfetto. Tanto ha potuto l’attesa, tanto l’opera del tempo, lungo quel meraviglioso imprevedibile crepuscolo che è l’affinamento in bottiglia, nel buio ventre di una cantina, silenzioso ed umido come un utero materno. In un soliloquio perfetto, uno dei miei migliori vini, essenza distillata di un vero Vinsanto dell’Empolese.