Chambave Moscato Passito Prieure Valle d’Aosta DOC 2011, la Crotta di Vegneron, 13.5 gradi


La Valle d’Aosta ha per me un fascino tutto speciale: le prime gite da bambino con la mia famiglia e la scoperta di un mondo nuovo, di giganti di roccia, di muretti a secco che arrampicavano le montagne, i castelli, una cucina ricca, speziata, dai sapori tanto lontani da quella toscana per così dire “allargata” con cui sono cresciuto.
Poi, più’ adulto, per tanti anni con un grande amore che vi aveva la casa delle vacanze e la scoperta meravigliosa dei vini e di tante altre specialità locali, e luoghi e persone.
Eppure questo Passito di Chambave non l’ho mai assaggiato. Vino mitico, già celebre nel passato remoto e in quello più recente delle pionieristiche ricerche del grande Gino Veronelli, ricordo che quello de La Crotta di Vegneron sulle primissime guide che leggevo era uno dei pochi vini italiani a conquistare i massimi punteggi, e la voglia di gustarlo, raro com’era all’epoca, cresceva. Lo trovo ora in un Eataly di Milano -non un negozio di nicchia- e non so resistere; eppure…
Ha un colore oro antico, con bellissimi riflessi e lente lacrime che rimangono sul bordo del calice mentre lo accarezza morbidamente ruotando: una tinta così bella che ti vien fatto di pensare che quello bevessero i signori nel dirimpettaio castello di Fenis. Il suo aroma e’ così pronunciato che e’ già evidente estraendo il tappo: vien su così, come un melodia attraverso il collo della bottiglia. Sulle prime e’ molto bello e di meravigliosa complessità’: salvia, timo, ruta, medicinali, caramella Rossana, mandorla amara, melata di bosco, miele di mandarino, pesca sciroppata, alternando note calde ad altre più fresche e verdi e rocciose; tuttavia rimane alla lunga un po’statico, insistente su un che di arancia amara e nocciola sovra tostata. Comunque in bocca tanta acidità lo mantiene fresco e slanciato malgrado di consistenza quasi oleosa; dolce ma non stucchevole in questo, ed anzi assai salino; offre una piacevole sensazione di pienezza col suo corpo ben più che medio, e ha una persistenza in equilibrio tra note calde e fresche, con una esposizione varietale autentica e senza filtri, come uva spremuta. Eppure di nuovo quella sensazione di staticità, una mancanza di scatto che si traduce in uno sbuffo di alcool ed un retrogusto inaspettatamente amaro, quasi di caramello bruciato. E’ all’altezza di quella fama leggendaria? Forse no, ma il vino e’ cosa viva: sarà l’annata o la mano di chi lo ha prodotto o semplicemente una bottiglia sbagliata. Qui sta la gioia e il piacere: aspettare un’altra bottiglia, un altr’anno e un altro ancora e ancora, per cercare conferme o smentite. Intanto -amico, amica che mi leggi- prova anche tu questo pur ottimo vino e magari mi potrai smentire o scoprirai per me che il fallo era di quella sola bottiglia. Ma soprattutto godine e sbizzarrisciti a provarlo in tavola, abbinato anche alle pietanze salate , come fosse un beerenauslese tedesco. Su formaggi e paté vincerai facile, ma li’ non ti fermare. (30 luglio 2014).

Per saperne di più: http://www.lacrotta.it/it/vini.php

Orvieto Superiore DOC Calcaia, 2006, Barberani, 11 gradi.

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Sta Orvieto li’ arroccata sulla sua rupe, maestosa come un tempio tibetano se la vedi dal basso, misteriosa come una rovina azteca se ne respiri le vie, le pietre ruvide, i pertugi. Qui gia’ gli Etruschi creavano vino: testimoni ne son antri ed anfratti sotterranei,che la fatica di mani pazienti ha scavato per secoli  nel tufo, a crear grotte che per incanto davvero competono con la natura. Il bianco di Orvieto: secco o amabile, ma pur sempre dritto, deciso, longevo; almeno, cosi’ dovrebbe essere. Da qualche anno ambiziosi vignaioli han tentato strade nuove, sfruttando le nebbie del vicino lago di Corbara ed il sole, gia’ mediterraneo, che sa baciare con voluttuoso amore i colli dell’Umbria; vie nuove per la zona, vie dolci, vie di alata divina poesia. Barberani -storica cantina – e il suo Calcaia. Qui si piegano il territorio e le uve nostre alle nordiche usanze dei vini dove una muffa -la botrytis cinerea, propizie certe condizioni climatiche, appunto- sugge acqua dai grappoli, concentrando aromi e sostanze ed altre donandone, in un processo simbiotico, che l’uomo, con la sua intelligenza e la sua manualita’, ha imparato a dominare. Il liquido che ne conseque e che ho nel mio calice e’ dorato, limpido, luminioso, di grado alcolico si’ leggero, ma avvolgente, oleoso, ungendo con decisione voluttuosa i bordi del mio calice. Sprigiona un aroma intenso, che colpisce al cuore: cedro e limone canditi, albicocche e pesche, miele di agrumi e di  millefiori, solvente, petrolio, croccante alle mandorle, foglie di abete e di ginepro a rinfrescarlo. Ricorda un francese vin dolce di Sautern, ma e’ la bocca a far la differenza. Il vino d’Oltralpe -vera delizia, se di quel giusto- si gode di rigore ben fresco; questo d’Orvieto, nella mia sera estiva, sta a temperatura ambiente, ma al palato non ne cale: perche’ resta continuo, armonioso, senza cedimento alcuno; ricco ed avvolgente si’, ma con freschezza, slancio, intensita’ amorosa, contrasto chiaroscurale tra attacco morbido e dolce, svolgimento lungo avvolgente, brioso, diritto, guizzante perfino, ed un finale acido, salino, che invoglia ammaliante ad un altro sorso, e poi un altro, senza mai alcun accenno di stanchezza. Con un’intensita’ che conforta e innamora, sorso dopo sorso: senza esotismi; ma nostrale, vera, che canta la storia e la novella di un tempo che fu. Gli dei greci sull’Olimpo bevevano ambrosia; bevevano questo vino gli dei etruschi? Domanda oziosa: godiamo insieme a chi si ama il piacere di quest’attimo del 2006 concentrato, liquefatto in una bottiglia da 500 millilitri. Sui tradizionali dolci del centro Italia, o da meditazione: se avrai li’ piccoli bocconi o scaglie di pregiati pecorini, i pensieri fluiranno ancor piu’ perfetti.

Per saperne di più: http://www.barberani.com/

Maeli Moscato Fior d’Arancio Colli Euganei 2011 If Zen

Quante bollicine nella nostra Italia dei mille e mille campanili! Secche o dolci, da metodo classico, o martinotti, o ancestrale, e’ la varieta’  a vincere: quella dei territori e delle uve che i nostri suoli, le nostre mani  e l’aria allevano pazienti e fanno sbocciare in un frutto succoso. Il solo errore da evitare e’ confinarle alle feste; perche’ rinunciare ad un piacere quotidiano? Ecco, si prenda il Moscato spumante: c’e’ quello astigiano, il piu’ noto; c’e’ quello glorioso e trascurato di Montalcino (l’affettuoso Moscadello…) ; e poi c’e’ il Fior d’Arancio , da quell’angolo di Paradiso che sono i Colli Euganei, la gemma forse piu’ trascurata del Nordest. Ciascuno diverso, specifico, originale. Questo di If Zen -cristallino al colore, prezioso come una gemma orientale, affascinante come un vetro di Murano- conquista per gli aromi nitidi, decisi, fruttati, perfino sorprendentemente balsamici con note fresche di salvia, conquistando per freschezza; e poi morbidamente, intensamente, come un abbraccio amoroso, aperte note burrose, con una solennita’ che stupisce per un semplice metodo charmat. E passi se il perlage potrebbe essere ancora più fine; perche’ qui hai slancio e corpo, eleganza e socievolezza, naso e bocca ferme e flessibili, versatili: non confinarlo a panettoni e pandori. Sperimenta. Provalo con le cucine orientali, tanto di moda, aprendo la porta al sushi. Bada sol che non siano troppo piccanti da coprilrlo: il mio calice si è esaltato con gli involtini primavera. Osalo pure nel contrasto dolce salato su affettati nobili. Con 6 soli gradi alcolici, non porre limite alla tua fantasia e al tuo gusto quotidiano.

Vinsanto dell’Empolese Tegrino 2002, Cantine Leonardo.

 Devo confessare che non avevo un alto ricordo di questo vino: la bottiglia gemella bevuta nel 2007 l’avevo trovata scialba, arrotondata all’eccesso, innocua e insapore nel suo rassicurante color giallino da passito qualsiasi; troppo slavata e accomodata per essere un Vinsanto. Ho aperto quindi questo Tegrino quasi per liberarmene, e invece è stata una rivelazione: nel mio calice si è materializzato un liquido ambrato, scuro, ossidato, denso, ricco di glicole, dai profumi esplosivi, che mi hanno rapito per decine di minuti: noci, prugne secche, miele, melone, solvente. Una fiaba incantatrice. Del pari il sorso, che si è offerto saldo, continuo, dolce e acido e sapido, in equilibrio carezzevole e perfetto. Tanto ha potuto l’attesa, tanto l’opera del tempo, lungo quel meraviglioso imprevedibile crepuscolo che è l’affinamento in bottiglia, nel buio ventre di una cantina, silenzioso ed umido come un utero materno. In un soliloquio perfetto, uno dei miei migliori vini, essenza distillata di un vero Vinsanto dell’Empolese.