Moscato d’Autunno Piemonte IGP 2010, Saracco, 5,5 gradi.

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Se ne può parlare, si può trovargli mille abbinamenti, ma inutile negarlo: al Moscato spumante o frizzante che fosse, rimane un posto d’onore durante le feste. Nè io mi sono esentato dal goderne in questo Natale. In realtà, se vado indietro nella memoria ai Natale di quando ero bambino, non ne ricordo uno che non fosse rallegrato, a fine pasto, da un Moscato astigiano o talvolta dell’Oltrepo’ (solo da adulto ho conosciuto quelli deliziosi e ricchi dei Colli Eugenei).
La sua leggerezza, il colore candido di fata eterea, la spuma che sembrava imbiancarlo come la neve le fronde dell’albero natalizio e la capanna del presepe, lo rendeva perfetto per l’occasione. Era ancora l’Italia che sentiva l’onda lunga del boom, che andava alla Fiera Campionaria orgogliosa dei suoi prodotti e delle sua produttività. Quel Moscato che ricordo, io forse, era quello delle grandi marche, quello dell’industria del vino e dei liquori di Asti, ma andava bene così allora: era la cristallizzazione liquida di una certa idea di benessere.
Poi, però, l’interesse per quel tipo di Moscato andò in me via via scemando e m’orientai verso altre scoperte. Magari era per la qualità stessa di quel vino , man mano che divenivo un bevitore più smaliziato: così pallido, quasi anemico; così dolce e prevedibilmente unidimensionale. Magari, invece, era solo un segno dei tempi: l’Italia del boom era davvero finita.
Ricordo però una sera d’autunno, molti anni addietro, una riunione di lavoro con gli allora massimi vertici aziendali, in un bellissimo albergo tra le colline del Monferrato, che non saprei più nominare, né ricordare: una cena buonissima, tipica, durante la quale ci servirono un eccellente Grignolino ed, a fine pasto, con una certa mia sorpresa un Moscato mosso. “Ma come”, pensai, “Natale non è alle porte”. Non ricordo con che cosa lo abbinarono, forse una torta di nocciole con la crema, ma quel Moscato mi parve scioccante: una simile esplosione di profumi, una tale complessità, quelle pienezza alla vista e al gusto in un Moscato io non l’avevo mai sentita. Mi feci portare la bottiglia dal sommelier: era il Moscato d’Autunno di Saracco. E quel vino eccellente cambiò dal giorno alla notte la mia percezione della tipologia, perché aveva messo un segno: ecco dove si poteva arrivare col Moscato. Scoprii poi tante altre piccole e pregevoli produzioni, la viticoltura quasi eroica sulle alture ripidissime e scoscese di Castiglione Tinella e Santo Stefano Belbo,  ma il Moscato d’autunno di Saracco rimase per me la pietra di paragone imprescindibile; e lo è tuttora, a distanza di anni e di tanti assaggi. Arrivai a conoscerlo, Paolo Saracco, a uno tra i primi mercati FIVI: un signore minuto, riservato e garbato, ma evidentemente energico e fiero del suo lavoro, con una passione particolare, personale, per il Pinot Nero, che difatti coltiva e produce. Mi si dice, anche, lui si stato  guida e stimolo per altri vignaioli della zona, per contrastare le logiche industriali e tornare a produrre un Moscato più autentico; lui, mi si dice, in una zona dove il diserbo chimico era e spesso è ancora la norma, il primo a muoversi verso un’agricoltura sostenibile; lui, raccogliendo negli anni  diversi appezzamenti di vigne, a formare un mosaico colorato che è composto di strati di sabbia, limo e calcare, tra i 250 e i 500 metri sul livello del mare, che sarebbe curioso poter un giorno assaggiare individualmente, per cru,
Mi incapricciai, un giorno, di scoprire  la tenuta del suo Moscato d’Autunno: di verificare come potesse evolvere, come il tempo, compiendo il suo giro, potesse mutarne l’aspetto, se l’esaltasse o gli potesse nuocere.
Cosi, ne tenni da parte una bottiglia dell’annata 2010, in una cantina discreta. Per queste feste, frugando tra i cartoni, l’ho trovata e mi sono deciso: sette anni potevan bastare per la mia prova.
E quindi, oggi, giorno di Natale, l’ho aperta a fine pasto per accompagnare un panettone artigianale. Ero fiducioso, perché negli anni ho imparato che un buon Moscato sa uscire vittorioso alla sfida del tempo; però questa non era una bottiglia affinata nella cantina del produttore e con tutte le cure del caso conservata, ma aveva trascorso, per così dire, la sua vita sugli scudi.
Cavatappi alla mano, il tappo si trancia, di netto a metà: un taglio precisissimo, da raggio laser. “Ahi, ahi”, penso. Con pazienza e cura estraggo il moncherino rimasto nel collo della bottiglia, poi  lo verso nei calici ed è come veder sorgere l’arcobaleno dopo la pioggia: la sua luce ed il profumo che si spande nella stanza illuminata dal camino acceso. Bellissimo nel suo color limone carico, con una mousse che già alla vista è finissima, delicata e cremosa. Nemmeno importa accostare il calice al naso, per goderne, tanto è intensa la sua aromaticità: irradia nell’aria fiori: mimose e sambuco;  agrumi canditi: cedro, chinotto, mandarino, arancia; mele: gialle e cotogne; zafferano, curcuma e zenzero; muschio e tanta botrite, così che ricorda un po’ i Riesling trockenbeerenauslese, i Sautern, i Cotes du Layon, ma con tanta più freschezza, con quella grazia leggera del barocchetto e del rococò piemontese, oppure di tanta architettura ottocentesca locale, quella della borghesia delle piccole cose che , viste con l’occhio d’oggi, sono di ottimo gusto. Assaggiandolo, è sorprendentemente pieno, ma rimane un vino di alata leggerezza: si  libra su un’acidità altissima ed una salinità superiore alla media e perciò, malgrado sia dolcissimo, spicca il volo: sorridendo ti porge il suo sapore concentratissimo e rispondente, svolgendolo sul palato melodioso una nota dopo l’altra, con gli agrumi e la mela cotogna in evidenza, e la crema pasticciera e la botrite nel retrolfatto, con un riverberare ulteriore moscato e fungino,  rimanendo lunghissimo a soddisfare e accompagnare un momento di gioia e piacere. Dopo sette anni, quindi, un vino ancora buonissimo, forse ancora più ricco e suadente, seducente come una dama ideale e senza tempo. Il mio abbinamento, oggi, è stato d’ordinanza, ma ad averne ancora lo proverei volentieri sui formaggi, magari erboranti e piccanti: un bel Gorgonzola di qualità; oppure, perché no, su qualche complessa preparazione orientale oppure, tratta, se hai voglia di sperimentare -amica, amico che mi leggi- da qualche ricettario del Trecento. Cin cin, amica o amico che mi leggi, e buon Natale. 

Le masche, vino da tavola bianco passito , Mazzoni, 15 gradi,

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Da Tiziano Mazzoni ero andato principalmente per due vini rossi: il Ghemme e la Vespolina.
Si parla ormai di anni tanti anni fa, perciò è inutile forse narrare della cantina di questo bravissimo vignaiolo artigiano, che era ricavata in una parte della cascina abitata: mica detto che ora non abbia altri spazi a disposizione,  più comodi e moderni – questo lo ignoro.
Fatto sta che durante la visita saltò fuori una bottiglia di questo vino dolce, che mi piacque assai e me lo portai a casa.
L’uva è la lirica Erbaluce, anche se in etichetta  la legge non vuole che la si nomini.
Non riporta l’annata, ma io so che l’acquistai nel 2011: sarà un vino di una, due, forse tre vendemmie prima.
Maledetto me: il tappo dovevo verificare! Che è in plastica, e non è stato amico, regalando al vino una evoluzione marcata e tuttavia suggestiva.
Ambrato, con lacrime untuose, ha una buona intensità al prurito ed al palato. Mielato, ricorda i profumi di nocciole, di castagne fresche, di frutta secca, di un qualche cosa di affumicato, ma per contrasto anche la frutta candita, la scorza d’arancia.  All’assaggio, che è dominato dalla frutta candita, c’è un contrasto ammiccante tra grassa dolcezza e scattante acidità. Scarta ancora nel finale che, cremoso, chiude lasciando un retrogusto lungo di bosco, di brace, di legna bruciata nel camino che consola nella notte scura.

Assaggio del 5 gennaio  2015

Cristino 2010 Aleatico Toscano, La Piana, 14,5.

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Il profumo ed il sapore di quell’Aleatico dolce, che si produce nelle isole dell’Arcipelago Toscano, è uno tra i ricordi più cari della mia infanzia. Andavamo d’agosto all’Isola d’Elba affittando una vecchia casa contadina nella piana di Lacona, tra orti, ulivi, vigne, canneti, fichi d’India, pinete, tutt’intorno presenti in una commistione bizzarra e selvaggia. I pomeriggi, dopo pranzo e prima di tornare al mare, erano interminabili: si giocava a macchinine o a palla o a nascondino nello spiazzo sul fianco della casa, che regalava qualche quadrato d’ombra sotto il sole abbacinante che faceva strizzare gli occhi. In quella calura pomeridiana intensa e grave, da un vecchio portone di legno che dava sulla cantina esalava l’odore del vino, di quell’Aleatico che i padroni di casa ogni anno ci donavano: forte, dolce, ossidato, assolato anch’esso; e lo si paragonava assaggiandolo a quello dell’anno precedente, se fosse migliore o peggiore. Era rozzo forse, ma poetico.
Oltre che nei miei ricordi lontani, l’Aleatico elbano di può trovare menzionato in parecchi testi andando assai indietro nel tempo: una riconosciuta gloria locale vecchia forse  di qualche secolo; ma in realtà si produceva in tutto l’Arcipelago, prima che con la fine della civiltà contadina tante vigne venissero abbandonate.
Questo Aleatico viene da Capraia e se ne è fatto un gran parlare negli ultimi anni: il primo vino di quell’isola prodotto professionalmente con continuità ed etichettato, ma soprattutto un vino buonissimo e prodotto con naturale semplicità in un luogo dove vento, cielo e mare sono ancora più padroni della terra di quanto non sia l’uomo. Durante una fiera ne assaggiai diverse annate, ognuna diversa dall’altra, tutte affascinanti.
Certo, è molto diverso da quegli Aleatico ossidati e contadini della mia infanzia, lo si vede fin dal colore; e se mi resta un po’ di malinconia, per una buona parte è legata al rimpianto di un tempo che non tornerà più. Questo, pur con qualche anno sulle spalle, è rosso rubino trasparente, quasi amaranto: lascia sul calice lacrime lente, frastagliate come scogli,se mi passi la retorica, amica o amico che mi leggi.
Ha un aroma molto intenso dove c’è frutta in abbondanza: ciliegie, arance rosse, lamponi e more selvatiche di rovo, fico, la polpa di cocomero maturo; ma è sfumata da note più tridimensionali e balsamiche di eucalipto, di timo, di macchia, di origano, di rosmarino selvatico. La sorpresa però è alla bocca:  dolce, ma non dolcissimo, anzi, nettamente salato, nel suo gusto molto intenso che alle sensazioni del palato aggiunge netti ricordi iodati e marini. Possiede un dinamismo interno, un vai e vieni sul palato, che va oltre la percezione di acidità medio-alta, che non è frenato dall’alcol perfetto, in quanto suggerisce consolazione e non calore; piuttosto, è rimarcato da un tannino appena accennato, quanto basta perché segni la battuta.  Succosissimo, salatissimo, buono, fresco come la sera sul mare; e quella è proprio la condizione ideale per godere del suo dolce sapido piacere .

Assaggio del 4 aprile 2015

Lancerio 2006 Lazio Rosso, Andrea Occhipinti, 15 gradi.

Del Viterbese ed in particolare della zona del lago di Bolsena ho ricordi vaghi e sfumati, legati ad una trasferta di lavoro lontana nel tempo. Eppure, il verde di quei campi non l’ ho mai scordato: brillante, se ce n’è uno. Ed anche la luminosità di quel cielo , che credo restituisse e  condividesse la luce riflessa delle acque del lago, in un magico gioco di specchi. Potremmo parlare del terreno vulcanico -amica o amico che mi leggi- e sappiamo quanto quei particolari suoli giovino alle viti e al vino. Però sono qui che ti scrivo lontano da casa e non ho con me i miei libri sui quali fare affidamento: non ti saprei narrare che pochi luoghi comuni e notizie frammentarie. Si dice – a ragione – che per descrivere un vino in profondità bisogna conoscere il territorio di persona e palmo a palmo: “ Passeggiare le vigne”, diceva il grande Luigi Veronelli. Eppure, di fronte ad un vino come questo si può provare una narrazione diversa, un po’ per sottrazione ed un po’ per comparazione, usando la memoria come fonte di ogni pennellata di colore che esso evoca, accostandolo a ricordi e sensazioni di un passato che si è depositato nell’anima;  perché tale è la sua forza evocativa: di una potenza quasi dionisiaca ed infera che affascina, sconcerta e smaga.
Aleatico l’uva del Lancerio: uva oscura, si dice portata dai greci in Toscana in epoche remotissime e di lì propagata. Forse, invece, origniaria proprio della Toscana, se la greca liatiko non ha legame di DNA alcuno, mentre sembra acclarato ne abbia col sangiovese; ed ancora più oscura se sembra accertata la parentela di tipo genitore-figlio o figlio-genitore col moscato bianco; che non stupisce solo se pensiamo al rilevantissimo corredo aromatico dell’aleatico. Gradoli, da dove questo Lancerio viene, possiede una lunga tradizione nel vinificare l’aleatico dolce, passito e un po’ ossidativo. Andrea Occhipinti, però , ha sviluppato un intero progetto agricolo ed aziendale attorno all’Aleatico, declinandolo in tutti i modi possibili, dal rosato al rosso secco. Tutti vini interessanti i suoi, naturali e buoni; buonissimo qualcuno. Il Lancerio, però, è storia a sè, riprendendo il vecchio concetto del dolce Aleatico di Gradoli e sviluppandolo alle estreme conseguenze: perché, sebbene si possa ricondurre forse ad un modello di Aleatico antico e diffuso in area tirrenica, che si sposava con l’ossigeno nelle vecchie botti (e che ricordo in lontanissimi ed omeopatici assaggi all’Isola d’Elba dai contadini quando ero bambino), una complessità così , governata sul filo di un’evoluzione spinta, io in un’Aleatico non l’avevo mai sentita e se per trovare un paragone debbo scomodare i massimi vini dolci ossidativi mondiali: i Madeira Malmsey  lungamente invecchiati, i Marsala “storici”, i massimi e rari Vinsanto toscani, e  i più grandi Pedro Ximenes, ai quali, soprattutto, forse il Lancerio più s’appaia. Infatti alla vista tutto in lui esprime una peculiare fittezza vellutata, antica, evoluta, autunnale: è color mogano trasparente, bellissimo e affascinante; viscoso, con gocce molto fitte, irregolari, lente, estremamente persistenti. Il suoi profumi sono assai intensi e molto complessi, di una qualità che supera la semplice evoluzione, si potrebbe dire, perché esprimono un senso di deliberata meditazione, uno scavo quasi nelle viscere dei composti aromatici, una trasformazione interna che li ha resi vecchissimi e eternamente giovani a un tempo, come lo sono certi artisti che paiono senza età quando le mani e gli occhi parlano dell’arte loro.  Quasi in ordine sparso, cioccolato amaro, crema di nocciole, bacche di vaniglia, cacao in polvere,  farina di castagne, uva sultanina, un po’ di prugna secca, cera, incenso, noce moscata, cannella, rosmarino, ricordi lontani di scorza di chinotto e di arancia caramellate, solvente, spunti balsamici di eucalipto; tutti in una successione continua, in un continuo cangiare armonico e calmo, ponderato, che ha la stessa gravità della musica di J.S.Bach. Ad assaggiarlo, è dolcissimo,  però insieme dona altre sensazioni: è quasi piccante, un po’ salato, minerale, in un gioco di rimandi e tensioni interne. Il suo corpo non è più che medio, tuttavia possiede una grande concentrazione di gusto ed anche franchezza, perché richiama perfettamente le sensazioni provate all’olfatto, e soprattutto una naturalezza del sorso estrema, quasi questo Lancerio fosse un elemento sgorgato così, dalla pianta della vite stessa, e la mano dell’uomo non fosse intervenuta. Malgrado la dolcezza imponente, riesce anche incredibilmente croccante e succulento, con un’acidità stupefacente, altissima, ed un finale lungo e pulitissimo, in equilibrio perfetto tra la freschezza e il calore alcolico, tanto che i suoi 15 gradi non si notano affatto: anzi, risulta dissetante e per nulla pesante.  Lo riassaggio e chiudo gli occhi: noci verdi nel bosco, il cielo stellato sotto gli oleandri, la macchia di rosmarino selvatico e timo:  questa è magia. Un vino evocativo e straordinario, uno tra i massimi vini dolci che ho avuto la ventura di assaggiare. E, per una volta, un vino da godere da solo o con chi si ama, per ritrovare la pace del cuore: di questo e non di altri abbinamenti abbisogna.

Coteaux du Layon 1968, Moulin Touchais, 13,5 gradi.

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Esistono – o piuttosto resistono – alcuni produttori di vini  che rilasciano le loro bottiglie dopo periodi di affinamento molto più lunghi della media: lustri o decine di anni. Non mi riferisco ai vini da meditazione o fortificati: Sherry, Madeira, Marsala, Porto…quelli fanno classe a loro; intendo vini bianchi o rosati o rossi, fermi, da consumarsi al pasto, che recano sovente in etichetta denominazioni storiche, per le quali però la maggior parte dei produttori ha scelto vie più  moderne e veloci.
Nomi noti agli appassionati: nella Rioja spagnola, Lopez de Heredia; in Valtellina, Ar.pe.pe; in Portogallo, in Barraida, Buçaco; in Piemonte, a Gattinara, Nervi; e via altri, ma poche manciate. Tra costoro, nella valle della Loira, in Francia, Moulin Touchais. Produttori questi che mi hanno sempre affascinato  per lo  stile di vinificazione mantenuto tradizionalissimo, se non per certi aspetti cristallizzato in un’altra era; ma soprattutto per la caparbietà testarda di non mutare il significato – lasciami amico, amica che mi leggi, usare un parolone: filosofico- di una bottiglia.
Oggi, si dice, non ha senso invecchiare un vino dieci anni: il consumatore acquista la sua bevanda e vuol subito aprirla e goderne; il più possibile uguale a se stessa, ripetibile; ciò che le moderne tecniche di vigna e cantina permettono e che perciò è tenuto in maggior pregio.
Un tempo il pregio stava nei vini magari ostici in gioventù, che bisognava aspettare prima che fossero in condizione, ma che sfidavano i decenni: era la longevità in se stessa un valore.
Credo che la chiave di questo mutamento stia innanzitutto nella memoria e in come essa si sia evoluta nella società moderna:  oggi abbiamo la fotografia, la televisione, la radio, internet, gli mp3, ogni sorta di strumento per registrare noi stessi, le nostre immagini, le voci, le parole ed anche le emozioni: difatti, per massima ironia, in un lampo ci dimentichiamo tutto e anche se il supporto del ricordo è lì a portata di mano, forse l’esiguo istante di un click, raramente ci volgiamo indietro: ci crogioliamo un eterno presente e, d’altra parte, “il futuro è una palla di cannone accesa/e noi lo stiamo quasi raggiungendo” (F. De Gregori).
Un tempo, invece, il ricordo era documentato sì, ma nelle pagine gialle di lontani polverosi archivi, che sbiadivano e si sfaldavano. Restava piuttosto affidato alle voci che si radunavano nelle notti lunghe, buie e fredde accanto a un camino, al racconto orale che diveniva come un’evocazione di spiriti, di giovinezze perdute, di tanti che morivano nel loro primo fiorire, decimati da una guerra o dalla febbre spagnola: il crudel morbo, si diceva .
Ecco allora che la bottiglia di vino di dieci, di quindici, di vent’anni, ancora vivida e buona , era un fluido dai risvolti sacrali che rimaneva giovane in un mondo di persone che invecchiavano e sparivano in fretta;  era un ponte nel tempo, una cartolina dal passato: le mani di tuo nonno che lega i pampini, la voce di tuo padre la sera di Natale, il primo bacio dato “sotto il noce, quel pomeriggio d’estate che non muoveva foglia tra il finire delle cicale, sarà stato il ‘47”, ed il vino recava con sé tutti i profumi e i suoni di quel giorno.
Questo Coteau du Layon del 1968, chissà in quell’anno di turbamenti quanti primi baci avrà visto nelle sue vigne, ed anche di più: diceva Veronelli che se due giovani avessero fatto l’amore in un vigneto, il vino quell’anno sarebbe stato più buono. Moulin Touchais non rilascia un vino prima di dieci anni dalla vendemmia – in media 40.000 bottiglie l’anno – e si favoleggia di decine di annate conservate nei 15 chilometri di gallerie a Douè-la-Fontaine, a partire dalla metà del XIX secolo. L’azienda si chiama in realtà Vignobles Touchais produce soprattutto basi per vini spumanti, ma Moulin Touchais è il vino storico, un bianco da uve chenin blanc in purezza, abboccato: in media 80 grammi per litro di zucchero residuo, quando parecchi passiti stanno intorno tra i 100 e i 150 grammi per litro, o anche oltre. Vino che nasce per durare nel tempo: il 20% dell’uva raccolta è presto, per garantire il sostegno acido necessario all’invecchiamento; il restante con una vendemmia tardiva , quando le uve sono surmature, ma di solito non colpite dalla muffa nobile, contrariamente a quanto spesso si ricerca in zona.
Non nascondo che aprirlo è di per se un’emozione: non mi capita spesso di aprire un vino che potrebbe essermi ampiamente fratello maggiore.
Il tappo di sughero è ben conservato: dopo 20-25 anni le bottiglie vengono aperte in cantina, colmate e ritappate dal produttore.
Lo verso. Ha colore oro profondo, tendente all’ambra, bellissimo. Forma sul calice gocciole frastagliate e fitte, ma assai evanescenti. Lo odoro. Sulle prime ha un aroma un po’ chiuso, poi diviene intenso: non intensissimo, però molto complesso e autunnale sebbene vi balugini ancora il ricordo della frutta come lame di luce. Ha note di marmellata di arancia, di caramello e di creme caramel, di lanolina, di olio di lino, di semi di sesamo, di mandorle, nocciole e arachidi, di foglie secche , di terra bagnata. Profondissimo, affumicato e speziato: la cannella e la noce moscata, i chiodi di garofano. Lo assaggio: con stupore, data l’età venerabile, lo trovo quasi nervoso: ha corpo, ma senza strafare, più struttura che estratto, più direzione che accondiscendenza. E difatti è acidissimo, snello, si allunga deciso e scattante sul palato verso un finale lunghissimo in cui ritornano le note affumicate e speziata già trovate all’ olfatto. Il gusto, di grande intensità, presenta sfaccettature incredibili: questo Moulin Touchais, quasi avesse assorbito elementi direttamente dalle radici della pianta e scarnificandosi nei decenni li avesse portati ad un’ossuta evidenza, presenta un substrato minerale, metallico, ricco di polvere pirica,  sul  quale emergono, o piuttosto si aggrappano, sensazioni di fegato, di formaggio caprino, di crema catalana, di lieviti e di muschio.
È un vino che spiazza questo Moulin Touchais e disorienta persino nell’abbinamento: ho giocato con lui, provandovi tipologie diverse di dolci, di paté, di formaggi, senza mai però arrivare a quell’ideale relativo che soddisfa. Da meditazione piuttosto, verrebbe da dire: sì, però gli manca una frazione di complessità, di profondità per svolgere quel ruolo. Forse più da conversazione, immaginandosi al bordo di un fiume o del mare, seduti sulle rocce, solo due o tre persone:  come si vedono conversare le figure mute di santi nei quadri medievali.

Bonnezaux 2012 Chateau La Variere, J. Beaujeau,11 gradi

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Si parla talvolta dei vini della Valle della Loira, generalizzando: risulta comodo riferirsi ad un distretto vinicolo caratterizzato dallo svolgersi di un lungo fiume. Il concetto tuttavia rimane un’entità astratta, tanti sono i diversi territori che il fiume incontra e percorre nel suo lungo cammino, quattrocento e passa chilometri da Puilly giù giù scorrendo verso l’occaso fino a Nantes e l’Altantico. Terreni, esposizioni, microclimi, uve: tutti questi aspetti combinati dalla mano dell’uomo secondo la propria tradizione e il sentimento germogliano vini tra loro diversissimi: bianchi, rossi, rosati, fermi e mossi, secchi e dolci. Eppure un filo conduttore tra loro si più trovare e lo chiamerei eleganza: lo descriveresti magari impiegando – amico, amica che mi leggi-  parametri organolettici quali l’acidità o il corpo, ma ne mancheresti l’essenza, che forse è nella trasparenza dei cieli, dove i nembi si raccolgono come riccioli di serafini; forse nel loro dialogo muto con le onde del fiume; forse in un’intima matrice culturale, la stessa che ha dato vita a decine di castelli che paiono più di cristallo che di pietra, con le loro torri snelle, svettanti, appuntite; la stessa che accolse Leonardo da Vinci quasi reietto in patria e qui accolto con onori da sovrano e amore filiale da Francesco I Re di Francia. Chissà quali erano allora i vini sulle mense notabili e se assomigliavano a questo Bonnezeaux? L’antica gloria dei vini dell’Anjou, ed in particolare da quelli della Coteaux du Layon, sta proprio in quelli dolci da uva chenin blanc, secoli addietro ancor più apprezzati di quanto non lo siano oggi. Bonnezeaux è una appellatiòn piccolissima,  solo 90 ettari, praticamente un “cru”: per darti un’idea, amico o amica che mi leggi, una piccola DOC italiana come la lucchese Montecarlo conta circa 300 ettari. Però in quell’angoletto di Francia esistono condizioni speciali: terreni fortemente pendenti e rivolti a sud, con notevoli escursioni termiche e suoli superficiali di arenarie, scisti, quarzi. La Loira è lontana, il suo influsso nullo o marginale; in compenso c’è il fiume Layon che forma un’ampia ansa e l’autunno fa risalire nebbie mattutine. Ne risultano uve capaci di potenti maturazioni in un clima che permette l’appassimento sulla pianta e spesso la formazione della muffa nobile: quella Botrytis Cinerea che dona ai vini aromi tanto ricercati e particolari, alte concentrazioni zuccherine e tessiture oleose, vellutate. Mi chiederai: “è vera gloria quella di quei pochi ettari? ” . Per apprezzare il valore del territorio intorno a Bonnezaux mi c’è voluto l’incontro fortuito con questa bottiglia in un supermercato sulle Alpi Francesi: perché un 2012, ad ascoltare un decano tra gli assaggiatori britannici, Hugh Johnson, sarebbe da evitare a tutti i costi, stante la cattiva annata. Sia pure: se questo esprime Bonnezaux in un millesimo sfortunato, allora ne capisco la fama. Perché è difficile resistergli anche solo sostenedo lo sguardo di fronte a quel color d’ambra con splendidi riflessi, mentre viscoso forma un velo uniforme che si ritira lentamente, accennando lacrime sul calice. Avvicinalo a te, di profumo ti avvolge, intenso, combinando la freschezza dello Chenin Blanc con gli aromi tipici della muffa nobile ed un principio di quelli dell’invecchiamento: avrai allora la marmellata di albicocche, la pesca sciroppata, ma anche il bergamotto e il chinotto, la buccia d’arancia caramellata, la crema ed il caramello stesso. Soprattutto, sorprendente, una quantità incredibile di zafferano, piacevolissimo, ricco e un po’ pungente. In bocca è forse ancora più espressivo: molto dolce, certo, ma insieme è caldo, vellutato e scattante. Poi, sul finire, abbandona la scena con grazia, quasi svanisse con un eco, come quei grandi attori che pur lasciato il palcoscenico sembrano ancora farne vibrare le assi della loro presenza. Potresti forse volerlo più complesso ed intenso, ma lì è la misura, io credo, tra la grande e la piccola annata. Trova il suo posto in tavola, come d’uso e tradizione, con il foie gras, i formaggi erborinati e lo tenterei pure su una crostata d’albicocche, purché ricca e burrosa. Tuttavia per me è stato compagno prezioso di brindisi al sole, nell’aria fresca di verdi prati montani: la sua perfezione è quella. Oppure per una meditazione più intima, le sere d’estate.

Vinsanto del Chianti classico 1997 Castell’in villa, bottiglia 941, 14 gradi.

 
Monumentale.
È la prima parola che mi viene in mente appena apro questo straordinario Vinsanto, ancor prima di versarlo nel calice, semplicemente avvicinando al naso – non accostando – il collo aperto della bottiglia.
La giornata trascorsa nel Chianti, da nord a sud: curva dopo curva, aprendo lo sguardo ai paesaggi amati, familiari e sempre nuovi, ai filari di vigne e gli ulivi che si incastonano tra i sassi e il bosco, suggestivi al sole di un inizio novembre inaspettatamente caldo: l’estate di San Martino.
Poggibonsi, Ormanni, Castellina,  Radda, Caparsa, Lucarelli, Volpaia, Vistarenni, Gaiole, Brolio: nomi familiari, sonanti, ciascuno un’evocazione di fantasmi che sono sogni e storie. Ciascun luogo una terra: galestro, macigno, argilla, arenaria, sabbia, tufo. Ogni sosta un paesaggio che è un quadro incantato, sfumato nel controluce o coi pampini direttamente illuminati e lucenti come foglie d’oro. A Villa a Sesta, una vigna gialla e rossa come una stoffa orientale si contorna del verde degli ulivi ed un cielo azzurro cobalto, così uniformemente terso come no ho visti solo in Grecia quando le Cicladi o il Dodecanneso sono spazzati dal Meltemi. Poco dopo, la svolta a destra; la strada che si allunga sul crinale tra un ampio anfiteatro di vigne a dritta e balze più scoscese a mancina. A valle le colline digradano verticali, poi le forme si fanno più morbide e accomodanti, fino a formare una piccola piana improvvisa. Lì, solitario si leva il monte di Castell’in Villa. È quasi un cono scuro ricoperto di vegetazione, con una fila di cipressi che si inerpica da nord avvolgendosi ad esso come una spirale, così che pare di vedere il Purgatorio dantesco. In cima, le strutture antiche e pietrose di Castell’in Villa: un po’ borgo, un po’ fattoria, un po’ fortezza, un po’ villa: difficile definirle. La moderna terrazza sul tetto della cantina lascia scorrere lo sguardo fino a Siena, che appare lontana, nel sole del meriggio, puro segno di torri contro un cielo d’oro; ma non ne altera il fascino, non ne svela il segreto, se dalle finestre, stesi, vedi i grappoli d’uva bianca ad appassire per diventare, a distanza di anni, Vinsanto. Annata in vendita: 1997, vino antico di diciotto anni. Antico, sì: o piuttosto dovremmo dire fuori dal tempo, tanto appare fissato nella perfezione della bellezza. Sono lì per esso, per il ricordo lontano di un altro indimenticabile Vinsanto di Castell’in Villa, un 1995. Nè so attendere un altro giorno, aspettando che si riposi dal viaggio: tornato a casa, lo debbo aprire.
Aromi potenti, dicevo, anche semplicemente levando il tappo, al punto che quasi ti fermeresti lì, immobile con la bottiglia in mano, esitando, quasi tu avessi risvegliato la Bella Addormentata e tu ne fossi ammaliato, intimidito e non volessi disturbarla oltre. Ma poi ti fai coraggio, vince piuttosto la curiosità di goderne in tutto il suo splendore. Allora lo versi, lo vedi scorrere nel calice formando uno zampillo prima e poi un picciol lago color ambra luminoso, dai mille riflessi, trasparente eppure profondissimo, che quasi trasluce nell’oro antico, quella tinta calda che solo i secoli donano ai monili  preziosi. Rotei il calice per goderne la danza, che sarà lenta, sensuale ma leggera: è molto viscoso, ma pur scorrevole e forma gocce lentissime continue sul cristallo. Con una forza che ammalia e stordisce, ti avvolgono profumi di miele di castagna, di muschio, di legna bagnata, di foglie bagnate, e altri mille di ginestre, di girasoli, di arance, di acacia, la melata d di bosco. Cotognata, caramello, cioccolato bianco nero e al latte, noci nocciole e mandorle sgusciate ( ma non pelate), alloro, abete, un po’ di melassa e liquerizia , canditi e spezie da panforte,  miele di rosmarino, la segretezza della macchia; così, casualmente, quasi trascolorano naturalmente l’uno nell’altro come tra loro le stagioni, come le spighe verdi che diventano oro, come le foglie ingialliscono, cadono e ritornano vive a primavera sui rami. Anche le aldeidi, perché no? Una nota acetica e di solvente che insinua una nota graffiante, sottilissimamente erotica. Sontuoso al sorso, molto dolce per lo zucchero residuo è dolcissimo per la trama, avvolgente, di stoffa morbida e carezzevole, vellutata; allo stesso tempo però fresco e salino, con una acidità altissima e vivida, che sparisce per virtù illusionistica come di un gioco di specchi, tanto è perfettamente integrata e bilanciata. Corposo, saporitissimo e continuo mentre irrora il palato, non conosce soste né cesure, è tutto un naturale flautato fluire, allungandosi in una persistenza ammandorlata e persino un po’ balsamica, dolcemente risonante anche a distanza di minuti. Monumentale, si diceva; eppure, sorprendentemente, soprattutto sussurrato. Un vino da meditazione, evocando per una volta a proposito l’antica definizione veronelliana: perché basta a se stesso, difficile essendo accostare tanta perfezione; perché qui siamo di fronte al senso che diventa forma pura: geometria, suono, luce. Come nella tappa ultima del viaggio dell’Alighieri.