Douro Reserva Vinhas Velhas Doc 2013, Quinta do Crasto, 14,5 gradi.

La parabola dei vini del Douro ha i tratti affascinanti di un’epopea, dove eventi storici, elementi leggendari, individualità avventurose e circostanze naturali uniche si intrecciano. Non è questa la sede per ricostruirla, se non per quei sommi capi che l’accomunano alla storia del brutto anatroccolo – onde si alimenta, in parte, la mia suggestione.

È noto che il serbatoio privilegiato e naturale di vino per l’assetato popolo britannico e per le sue colonie fosse la Francia, la regione di Bordeaux in particolar modo.

Ciononostante, una serie di embarghi, dovuti a guerre o dispute politiche, orientò l’attenzione dei mercanti britannici ad approvvigionarsi in Portogallo. Non che i vini locali risultassero particolarmente graditi, anzi: avevano fama di essere esageratamente acidi (presumibilmente quelli della regione del Minho), o estremamente tannici e “neri”; erano però a buon mercato. Le importazioni crebbero specie dopo l’embargo deciso dal Parlamento inglese nel 1679 per limitare gli introiti fiscali al proprio monarca Carlo II e ridurlo a miti consigli; e dopo il trattato di Metheun del 1703, ratificato per sviluppare gli interessi inglesi in Portogallo, che riduceva i dazi sui vini locali: all’epoca il prezzo medio di un gallone di vino portoghese era di 7 sterline, contro le 20 sterline del vino francese.

Torniamo tuttavia ai tannici e rozzi vini del Douro di quell’epoca. Non fu solo il regime fiscale favorevole a spingere le importazioni del vino portoghese in Inghilterra, fino ad un impressionante 66% contro un 4% dei vini francesi registrato nel 1717. Nel frattempo, infatti, si era diffusa la pratica di fortificare i vini del Douro durante la fermentazione con aguardiente (ovvero acquavite), rendendoli stabili e dolci a sufficienza per contrastare piacevolmente i potentissimi tannini: era nato il Porto, che avrebbe dominato incontrastato la scena enologica locale per almeno tre secoli.

Il Porto, per lo più e con debite eccezioni, è stato ed è vino di commerci, di grandi cantine, di raffinata arte di taglio e di affinamento, ponendo così in secondo piano il territorio d’origine, quella valle dove il Douro – che nasce in Spagna col nome di Duero- scorre portoghese per settanta tortuosi chilometri di curve e controcurve tra sponde ripidissime di granito e ardesia, aride, con estati afose, caldissime e inverni estremamente rigidi. Quelle rive inospitali sono state faticosamente scolpite con chilometri di stretti terrazzamenti, spesso scavati nella roccia viva, che hanno consentito la coltivazione della vite, del tutto non meccanizzata almeno fino agli Anni Settanta. Un paesaggio unico, estremo, che giustamente può definirsi eroico. Si aggiungano un repertorio ampeleografico di una trentina di uve locali e pratiche tradizionali come la vinificazione in ampie vasche di granito, i lagares, e la classificazione a Patrimonio dell’Unesco risulta coerente.

Pertanto, la possibilità di assaggiare un vino nativo, scevro da tagli, fortificazioni, e altre pratiche di cantina che ne offuscassero il racconto di terroir, è comprensibile desiderio, a costo di fronteggiare quelle rustiche densità e astringenze che infastidivano i conoscitori prima della nascita del Porto; rimasto tuttavia a lungo inappagato, almeno per un ampio pubblico.

La situazione principiò a mutare nel 1986, con l’ingresso del Portogallo nell’Unione Europea dopo la fine della dittatura militare. Stabilità politica e fondi europei permisero a molti piccoli produttori, precedentemente vincolati a cooperative che rifornivano le grandi firme del Porto (talune ormai marchi afferenti a multinazionali), di creare o sviluppare una propria produzione. Con l’eccezione del Barca Velha prodotto dalla famiglia portoghese Ferreira già dal 1952, quel periodo segnò l’origine dei moderni vini secchi del Douro.

Quinta do Crasto fu uno tra i pionieri . Tenuta antica, documentata fin dal 1615, appartenuta nei secoli ad un numero sorprendentemente piccolo di famiglie ed una tra le poche proprietà portoghesi a commerciare direttamente il proprio Porto (giacché il trade è stato notoriamente in mano inglese), ha costruito molta della sua fama recente proprio sui Douro DOC.

Il Douro Reserva Vinhas Velhas fu il primo Douro DOC prodotto da Quinta do Crasto e la sua carta d’identità è interessante: vale la pena, vista la lontananza e peculiarità di questo mondo enoico, per una volta sommariamente descriverla.

Viti vecchie di 70 anni, coltivate su 40 ettari di terrazze suddivise in 42 lotti, assommando fino a 30 diverse varietà di uve locali; tra le quali, presumo, abbiamo parte preminente il touriga national, il touriga francesa, il tinto cao, il tinta roriz, il tinta barroca, il tinta amarela, le più comuni e apprezzate.La produzione media è di 3000 litri per ettaro, per un numero di bottiglie che oscilla tra le 80.000 e le 90.000, secondo l’annata. I grappoli deraspati sono pigiati delicatamente e fermentati in vasche di acciaio inox a temperatura controllata. Viene aggiunta una quota di torchiato a fine fermentazione. L’affinamento avviene in barriques francesi per l’85%, americane per 15%, e il vino viene imbottigliato senza filtrazione.

Questi i dati analitici per l’annata 2013, imbottiglata nell’agosto 2015: acidità totale 4,9 g/l, pH 3,67, lo zucchero residuo 1,4 grammi per litro.

Venendo alla storia di questa specifica bottiglia, essa è parte del tesoretto di bottiglie internazionali che mi riportai dall’Inghilterra nel 2016, al termine dei 5 anni che vi trascorsi. Ricordo che l’avevo assaggiato in un negozio londinese, The Sampler a South Kensinghton (credo purtroppo abbia chiuso, ma resistono le sedi di Islington e Wimbledon). Lo trovai di carattere particolarissimo e mi ispiro subitaneamente simpatia ed il desiderio di riassaggiarlo calma.

Se l’ho aperto e riassaggiato solo nel giugno del 2021, evidentemente calma ne ho avuta assai – ma non è certo colpa di questo meraviglioso vino del Douro, che quella simpatia mi ha subito rinnovata.

Oggi è granato profondissimo dai bagliori rubino, impenetrabile, dovizioso di lente lacrime sul vetro del bicchiere.

Il profumo molto intenso subito evidenzia frutti di bosco neri e prugna scura, anche disidratata. Poi, di spezie un florilegio, dolci e piccanti, dal pepe verde alla curcuma, alla cannella: quasi fosse un curry dolce. Si adagia un istante su essenze di legni pregiati, rilanciando poi agrumi dolci: cedro e chinotto; con aldeidi che sollevano e rinfrescano un insieme altrimenti caldo e opulento. Si insinua infiltrante – filo rosso tra le diverse sensazioni- l’uva sultanina, disidratata in parte e in parte ancora croccante come frutto estremamente maturo: meglio, come i chicchi quando sono cotti nel forno, sulla schiacciata, e rimangono turgidi, densi di succo.

Soprattutto è la bocca, come si dice in gergo, la sua tessitura a renderlo amico e indimenticabile.

Vino di corpo e di estratto, molto morbido, carezzevole, finanche abboccato, è bastevolmente dinamico, grazie all’acidità media, ad un pizzico di salinità, e soprattutto al tannino caratteristico: terroso, rabbioso, granuloso, anche dopo 8 anni.

La sua lunghezza è notevole, note dolci al contrasto del tannino, soprattutto quella sensazione tattile e gustativa di uva arrostita che permane all’assaggio, percorrendo tutto il palato.

Decisamente ricorda un Porto Vintage, immaginandoselo secco, ed è un vinone, non c’è che dire, ma con una sua delicatezza, un suo dettaglio ed una naturalezza non artificiosa, sebbene sia curato e preciso. Così obliquo e caratteristico, penso, “o si ama o si odia”, specie oggi che la moda – dannosa come tutte le mode- imporrebbe vini leggerini, acidini, beverini. A mio avviso è proprio buono e l’ho goduto straordinariamente con una bistecca di podolica alla griglia con zucchine in padella.

E poi mi ha ricordato un vecchio film di Bud Spencer, “Lo chiamavano Bulldozer”, dove l’attore impersonava campione di football americano, improvvisamente ritiratosi nauseato dagli incontri truccati: ha lo stesso insieme di placida forza e delicatezza burbera di quel personaggio lì.

(Assaggio del 12 giugno 2021)

Rosso di Montalcino 2014, Salvioni – La Cerbaiola, 14 gradi.

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Se mi passi una battuta – amica o amico che mi leggi – a Montalcino tutti dicono Brunello; e con ragione, perché il Brunello è la benzina di Montalcino. Io però ho una simpatia particolare per il Rosso: a una certa sua quotidianità unisce nei casi migliori una gioiosità di beva, un’eleganza lieve ed una profondità di sentimento meravigliose e individuali. Ed infatti dice qualcuno che sia una valida alternativa ai Borgogna: ferme restando le evidenti differenze, ci sono in effetti punti in comune di finezza e complessità. È vero tuttavia che la tipologia del Rosso di Montalcino ha una variabilità di esiti notevole, dovuta alla sua origine per dir così ibrida: c’è chi lo interpreta come un vino di seconda categoria dove far confluire le uve meno prestanti, chi come un Brunello meno invecchiato, chi ne adopera il nome per ricercare strade nuove e nuovi equilibri. Alcuni sono ambiziosi e puntualmente eccellenti. Capita poi che certi Rosso di Montalcino nascano per il declassamento di un Brunello non ritenuto all’altezza, a causa di un’annata difficile: sono dei fuori razza che possono riservare sorprese. Fatto sta che lo scorso anno, alla presentazione delle nuove annate di Montalcino, tra tutti i vini proprio un Rosso mi fece letteralmente frizzare le antenne: quello di Salvioni, che in genere non lo produce;  buonissimo, più di molti Brunello che erano sui banchi d’assaggio. Così buono che appena un amico, udito il mio entusiasmo, propose generosamente di cedermi un paio di bottiglie che con alcuni buoni uffici si era procurate, accettai immediatamente con una certa sfacciataggine: volevo proprio riassaggiarlo con calma e forse, ancor più, che me lo volevo godere.
Gli lasciai poche settimane di riposo e lo aprii per Pasqua, il 27 marzo.
Fu la conferma di quei frettolosi assaggi a Benvenuto Brunello: un gran vino, perchè ad una nobile austerità univa lo slancio giovanile, vesti adolescenti su un animo maturo. Il suo colore era rubino perfetto, trasparente, luminoso, appena aranciato sul bordo, con gocciole molto fitte e persistenti sulle pareti del calice. Il profumo intensissimo e molto complesso, giovanile ma con accordi di note terziarie: croccante, profondo, elegante. Ciliegia e marasca in primo piano,  realistiche e mature. Violette e rose. Balzava però subito evidente e distintivo il suo carattere ferroso e minerale. Più sfumati giungevano toni erbacei, da orto dei semplici,  di macchia e di bosco: salvia, rosmarino, origano, leccio e cipresso. Morbido si dipanava un fondale di pellami conciati di fresco, di tabacco, di cera e incenso.  Un tocco appena di solvente. Al sorso profondo, vellutato, lungo e succoso, fresco, gustosissimo, salino, ferroso, ematico, appena vagamente fungino. Corposo, scattante, atletico più che muscoloso, con un tannino abbondante, irruente, molto fine però, ed un’alta  acidità. Uno di quei vini che metti sulla punta del palato e dopo un po’ il sapore si allarga ed esplode con voce di tenore, come certi Nebbioli del nord del Piemonte. Molto puro, partiva netto sul palato e con un ritmo sicuro accelerava sul con un crescendo rossiniano, come fosse l’ouverture della Semiramide, verso un finale lunghissimo e ottimamente integrato,  con un tocco di liquerizia amara che aggiungeva tridimensionalità. Forse, a ben vedere, si sentiva appena un po’ il calore dell’alcol, ma gli dava una spallata di carattere piacevolmente maschio. Lo godemmo con gli arrosti: ottimo sul  fagiano, eccellente  sul cappone. Questo super Rosso si sarebbe tentati di chiamarlo piccolo Brunello – e nemmeno tanto piccolo, anzi- ma gli si farebbe un torto, perché ha un suo profilo personalissimo di forza e di grazia, una bevibilità golosa che non abbisogna di alcun invecchiamento ulteriore -benché non gli sia precluso- perché già si mostrava meraviglioso e sinuoso nel destreggiarsi tra giovanile freschezza e profondità adulta; né, credo, un anno gli abbia marcato grandi differenze.  Insomma, questo Rosso di Montalcino 2014 di Salvioni è una manifestazione evidente delle mille risorse e sfaccettature del Sangiovese di Montalcino. E chi li vede più Bordeaux e Borgogna di fronte a questo carattere, a questa identità?

Sant’Antimo Chardonnay DOC 2015, Enzo Tiezzi Podere Soccorso, 14 gradi.

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Enzo Tiezzi – amico, amica che mi leggi forse già lo sai- è un signore gentile e di lunga esperienza che come pochi altri può parlar d’amore col sangiovese e con le terre di Montalcino, palmo a palmo. Penso sempre che bisognerebbe raccogliere la sua conoscenza e i suoi ricordi in un libro: ci ispirerebbero a guardare avanti e ad andare lontano. Basterebbe pensare al lavoro svolto per recuperare l’antico Podere Soccorso e ai vini che vi produce per capire quanto la sua opera sia meritoria.
Pertanto, quando ho saputo che produceva anche un bianco da uve Chardonnay – credo da un terreno sul versante nord di Montalcino- ho provato un misto di curiosità e di sconcerto: ma come, l’uva bianca borgognona a Montalcino?
Capita – lo dico per onestà – che ne riceva da lui una bottiglia, omaggio delicato e gentile che ne accompagna altre di suo Brunello che avevo richiesto per me e per amici. Capisco allora dalle parole che mi invia, che lui a quel vino tiene parecchio: “Il Bianco è un po’ particolare; fermentato per alcuni giorni sulle bucce;  3 mesi in barriques; e dopo un po’ di acciaio messo in bottiglia senza filtrare e essenza chiarifica. È un mio sfizio”. Difficile resistere a lungo: lo apro alla prima occasione, passata qualche settimana, nella pace della mia vecchia casa, sotto la  penombra dei miei travi, nel caldo estivo; e lo trovo  giallo limone carico, viscoso di gocciole irregolari e lente, “dalle gambe lunghe” . Assai petillant sulle prime: ti ricorda quanto è giovane e che è un imbottigliamento recente. Ha un profumo intensissimo, aderente al varietale dello Chardonnay, ma declinato con il calore e la ricchezza di un clima mediterraneo.  Gli aromi sono sfaccettati, ma precisi e decisi, anche se trascolorano con naturalezza l’uno nell’altro, in un accordo pieno che si espande luminoso tra i gradi della scala: la frutta, le spezie, i fiori; unendo, a dispetto della giovane età maturità e freschezza in modo mirabile ed entusiasmante.  Se lo ascolti, vi trovi susine verdi: le Claudia mature; e pesche mature: le percocche. Poi gli agrumi: buccia di limone, spremuta di arance, succo di pompelmo. Non mancano tocchi tropicali: i frutti della passione, gli  alchicingi, il melone, la banana. Profumi piccanti e dolci: il pepe bianco e la vaniglia; ariosi e segreti: i fiori di limone, di pesco, di albicocco accanto al tabacco biondo. Per finire, un po’ di aldeidi, che sono per me come un dettaglio sexy in una donna: può essere più o meno bella, ma senza non sarà sexy.   All’assaggio, il corpo è assai pieno ma molto dinamico, fresco e reattivo. C’è una sensazione di mela gialla al gusto, ma soprattuto è salino, sospinto da un’acidità ben superiore alla media, accolta tuttavia e nascosta dall’intensità ampia del vino, che si distende ed espande sul palato con una progressione trionfale, di proporzioni wagneriane, risultando sferico, profondo, lunghissimo in una persistenza di minuti, con un alcol indubbiamente presente, ma piacevole perché partecipa ad un gioco di chiaroscuro donatelliano. Rimango incerto se definirlo un grande Chardonnay intimamente toscano o un grande bianco toscano vestito alla francese, però poco importa:  ciò che conta è la mano felicissima di Enzo Tiezzi e la potenza di un territorio. Sottovoce aggiungo che è un bianco forse come vorrei farlo io, se producessi vino. L’abbiamo gustato, con intimo piacere, sul vitello tonnato.

Prosecco Extra Dry Treviso DOC, Salatin, L 146.14, 11 gradi.


Stasera a tavola ho voluto fare l’arcitaliano, o meglio, l’arcitaliano all’estero, combinando in cucina trenette Voiello, ricotta salata, pomodori ciliegini, basilico tritato, olio extravergine di Poggibonsi (Ormanni, fattoria benemerita) secondo una filosofia che se da un lato e’ quella dei nonni ( ho usato ciò che avevo in casa), dall’altra sta a metà con quel certo fusion che i cuochi alla Jamie Oliver spacciano per autenticamente nostrale. Allora la dico tutta: i pomodori erano del Kent ed anche il basilico era inglesissimo (e, l’ammetto, profumatissimo). Per concludere l’opera ho messo in tavola una bottiglia di Prosecco comprato da Majestic: non sono mai stato tanto vicino ad un luogo comune. Il Prosecco sta conoscendo una splendida primavera di vendite, in UK, in USA, in ogni dove. E questo di Salatin? Bene, e’ migliore di tanti che ho assaggiato e che si trovano correntemente sia in Italia che fuori, malgrado lo produca una azienda che sento nominare solo oggi per la prima volta. Bianco carta, con una spuma cremosissima, profumi delicati ma puliti di uva bianca, limone, fiori di sambuca, melone, pesca, tocchi appena di salvia e basilico, e’ il ritratto di ciò che un buon prosecco – non uno eccezionale – dovrebbe garantire. Si aggiunga una bocca piacevolissima, di discreta persistenza ma soprattutto di trama morbida, rara, carezzevole e bellissima: l’acidità e’ rinfrescante e abbondante, ma tutt’altro che aggressiva anche se ti fa salivare per parecchi minuti, perché il residuo zuccherino l’avvolge di una benvenuta morbidezza, che sa stare sul filo come un’equilibrista senza cadere e sa non esser, mai, stucchevole; l’aiuta una spinta salina che ti stuzzica i lati e il lato inferiore della lingua…ma può essere diversamente, se il produttore si chiama Salatin?
Ecco che allora, a te che mi leggi, lo consiglio certo per l’aperitivo, o per un antipasto o un primo di pesce; ma, perché no, sulle verdurine fritte croccanti, o su salumi non troppo stagionati e un po’ grassini; meglio se codeste vivande le godrai su una spiaggia, alla luce della luna o di una pallida candela o dell’ultimo tramonto, con gli amici o con una donna con la quale non devi curarti di insistere, ma solo di amarla.

Rosso di Montalcino 2010, Jacopo Biondi Santi, 13 gradi.


E’ un momento difficile, perché mi stanno tutti con il fiato sul collo al lavoro; e stasera l’Italia e’ anche uscita malamente dai Mondiali: mi interessa poco, ma almeno per l’orgoglio patrio. Uff! Però ho qui una bottiglia di Rosso di Montalcino 2010 di Biondi Santi, che ho comprato appena quindi giorni fa all’aeroporto di Fiumicino; ed una zuppa di fagioli dell’occhio solo da scaldare; e allora via, stasera ci vuole! E’ la prima bottiglia che apro della tenuta Greppo dove in etichetta, invece che Franco, trovo scritto Jacopo; il tappo invece riporta ancora, a chiare lettere, Franco. In questa apparente dicotomia sta tutta la storia di questo Rosso 2010 straordinario, in un passaggio di mano che bisogna dire epocale, cui tanti guardano con preoccupazione e speranza: sarà dissolta la tradizione più vera e integerrima dei vini di Montalcino? Inutile cercare risposte in una bottiglia, godiamola piuttosto per quello che è: la figlia di un millesimo che, per quel poco che ho potuto assaggiare, a Montalcino -come altrove in Toscana- ha dello strepitoso. Io non ho che da levare il sughero qui, e subito dimentico per un breve istante ogni mia pena e vengo portato, come dissolto della materia, in una realtà altra, in un campo assolato tra la primavera e l’estate, o piuttosto in una stagione irreale e beata che entrambe le compendia; perché già dal collo della bottiglia il suo aroma mi assale, quasi violento nel suo appassionato palesarsi: eccolo, il grande Sangiovese! No, non aspetterò questa volta di concederle ore di riposo per averla mia, voglio possederla ora, qui, nel momento. Ed allora, oltre alla pura bellezza del suo rubino perfetto, trasparente e luminoso, che tratteggia lacrime fitte sul calice, veloci, persistenti, e’ il suo aroma intensissimo ad aprire dopo tanto tempo il cuore su un ricordo vivido delle nostre campagne, dei nostri cieli, dei nostri soli, variando mutevole di minuto in minuto, come le candide nuvole: tutto un fiorir di rose e di viole, di glicini e di gelsomini, di bossi e rosmarini, un maturar di ciliegie dolci, di ribes e di lamponi, di cocomeri succosi, un olezzar di salvia e timo, un chiaroscurare appena di tronchetto grezzo di liquirizia, di noce moscata e di cannella, così sussurrate che diresti venire da una finestra dimenticata aperta per caso nella calma del meriggio, e che dia da un’annosa dispensa sul giardino; quindi, coi minuti, note ancor più profonde -iodate, minerali- come voce di torrente che scorre lontano, quasi impercettibile, nel buio di una forra. Poi, all’assaggio, un sorriso benigno, a un tempo saggio e giovanile, succoso, che non ricordavi nel Rosso di Biondi Santi, ma che è lì, con la pienezza fruttata di una dolcezza quasi materica e vera che per un attimo ti fa pesare ed indagare col palato se il residuo zuccherino non sia più alto della norma; manno’, e’ solo la sua intensità così concreta e vera che tanto vividamente rimanda al frutto. Il resto e’ tutto un contrappuntare di pieni e di vuoti: la fusione miracolosa di corposita’ e leggerezza, di delicatezza ed energia, di sottigliezza e concentrazione, componendo un quadro dove i tannini di grana finissima, impalpabile – una cipria -ed un’acidità decisa fanno da cornice per delineare una struttura di beva tesa, energica, scorrevole, pura; nitida nell’attacco e forse appena un po’ più contratta ed amaricante su un finale che ha tuttavia una risonanza intensa, lunghissima, risentendo forse appena della sua giovinezza estrema per riuscire a dispiegarsi naturalmente; ma questo vino e’ come un’orchestra di giovani solisti, che suonano con fuoco in un vibrato stretto, essenziale, e poco importa se l’inesperienza ingenera qualche asperità: perché c’è la vita dentro. Guardo l’etichetta antica e bella, vi trovo scritto cubitale “Prodotto in Italia”: malgrado tutto, penso, se c’è una storia c’è anche una speranza; e brindo a Samuele, il figlio di mio nipote, nato ieri mattina: un’alba che sorge. Io ne ho goduto sui fagioli, ma come sarebbe stato bello aver qui, magari, anche un profumato formaggio Marzolino delle Crete!

Per saperne di più: http://www.biondisanti.it

Colli Euganei Merlot DOC 2008, Urbano Salvan, 13,5 gradi.

L’intenditore chic – e chiunque abbia visto Sideways – non ama il merlot. Io, che pure non l’ho mai amato, nemmeno miscelato in uvaggio insieme ad altre uve, ho cominciato invece a guardarlo con la tenerezza che si riserva al brutto anatroccolo. Perché, diciamocelo: se certi vini da merlot in Italia sono nati per moda, con l’intento di stupire, larghi e piacioni  per strappare prezzi stratosferici – talvolta immotivati – tanti altri invece raccontano storie più antiche, dignitosamene contadine o distaccatamente nobiliari. Perché il merlot è uva generosa, che docile si adatta a terreni infelici e climi freddi; e facilmente si vinifica, dando un vino piacevole, corposo ed avvolgente al palato. Così, dopo che la fillossera distrusse le vigne tra Ottocento e  Novecento, tanti lo piantarono -nel nostro Nordest soprattutto-a sostituire vecchie varietà, per riavere in fretta il vino; e generazioni ne bevvero, ristorandosi dalle fatiche agrarie, dal lavoro delle fabbriche, dalle miserie quotidiane. E’ sciocco ignorare tutto questo e  far di tutta l’erba un fascio. Questo Merlot Riserva dei Colli Euganei dell’Azienda Salvan mi racconta quella storia, con orgoglio e dignità, fin dal colore; dove il rubino di media concentrazione si tinge appena di granato ai bordi: una veste demodé, a rimarcare un lungo affinamento in botte grande; pratica ormai desueta, ma che fece grande la nostra enologia. Appena aperto, ci restituisce sentori da vino di vecchia concezione: riduzioni ne velano l’aroma, una volatile insistente ci punge, un diffuso odore di quel che gli inglesi chiamano elegantemente “farmyard"lo appesantisce. Ma e’ solo l’inganno di una timidezza antica, di una donna che vuol essere svelata nel buio e col tempo. Riposa dunque bottiglia una giornata intera, il foro ben coperto da una garza; finché torno da te e finalmente ti trovo: finalmente calda, finalmente pulita al mio naso; dove ora son le prugne mature, le bacche di mirtillo, le more selvatiche, i lamponi, il ribes, in un bella intensità misurata, riservata, non diretta, ma saggiamente celata. Più sotto, note verdi di sedano, foglie di tabacco e torba, lievi ricordi di pelle e di affumicatura; ritorna quel "farmyard”, ma ora è solo un ricordo lontano, intrigante, di un’aia nel silenzio del crepuscolo, all’ultimo stridere delle rondini.  In bocca il suo corpo è medio, ma flessuoso; largo più che dritto e lungo; sornione più che impetuoso o autoritario. Eppure intenso è il suo sapore,  importante il suo tannino, vivida la sua acidità; e persiste sul palato. Un po’ scomposto ed arruffato, come un gatto che si gode il sole accoccolato su un davanzale, roteando la coda, guardandoti fisso, sfinge rustica ed elegante; che, lo sai, alla bisogna non manca di graffiare. Sui piatti più sapidi  della tradizione contadina, come pollami nobili lungamente cotti allo spiedo, sugosi, odorosi di legna. Io, per brevità, l’ho gustato sulle chiocciole col sugo di salsiccia ed un mio sentimento di casa.

Per saperne di più: http://www.salvan.it/italian/index.php

Orvieto Superiore DOC Calcaia, 2006, Barberani, 11 gradi.

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Sta Orvieto li’ arroccata sulla sua rupe, maestosa come un tempio tibetano se la vedi dal basso, misteriosa come una rovina azteca se ne respiri le vie, le pietre ruvide, i pertugi. Qui gia’ gli Etruschi creavano vino: testimoni ne son antri ed anfratti sotterranei,che la fatica di mani pazienti ha scavato per secoli  nel tufo, a crear grotte che per incanto davvero competono con la natura. Il bianco di Orvieto: secco o amabile, ma pur sempre dritto, deciso, longevo; almeno, cosi’ dovrebbe essere. Da qualche anno ambiziosi vignaioli han tentato strade nuove, sfruttando le nebbie del vicino lago di Corbara ed il sole, gia’ mediterraneo, che sa baciare con voluttuoso amore i colli dell’Umbria; vie nuove per la zona, vie dolci, vie di alata divina poesia. Barberani -storica cantina – e il suo Calcaia. Qui si piegano il territorio e le uve nostre alle nordiche usanze dei vini dove una muffa -la botrytis cinerea, propizie certe condizioni climatiche, appunto- sugge acqua dai grappoli, concentrando aromi e sostanze ed altre donandone, in un processo simbiotico, che l’uomo, con la sua intelligenza e la sua manualita’, ha imparato a dominare. Il liquido che ne conseque e che ho nel mio calice e’ dorato, limpido, luminioso, di grado alcolico si’ leggero, ma avvolgente, oleoso, ungendo con decisione voluttuosa i bordi del mio calice. Sprigiona un aroma intenso, che colpisce al cuore: cedro e limone canditi, albicocche e pesche, miele di agrumi e di  millefiori, solvente, petrolio, croccante alle mandorle, foglie di abete e di ginepro a rinfrescarlo. Ricorda un francese vin dolce di Sautern, ma e’ la bocca a far la differenza. Il vino d’Oltralpe -vera delizia, se di quel giusto- si gode di rigore ben fresco; questo d’Orvieto, nella mia sera estiva, sta a temperatura ambiente, ma al palato non ne cale: perche’ resta continuo, armonioso, senza cedimento alcuno; ricco ed avvolgente si’, ma con freschezza, slancio, intensita’ amorosa, contrasto chiaroscurale tra attacco morbido e dolce, svolgimento lungo avvolgente, brioso, diritto, guizzante perfino, ed un finale acido, salino, che invoglia ammaliante ad un altro sorso, e poi un altro, senza mai alcun accenno di stanchezza. Con un’intensita’ che conforta e innamora, sorso dopo sorso: senza esotismi; ma nostrale, vera, che canta la storia e la novella di un tempo che fu. Gli dei greci sull’Olimpo bevevano ambrosia; bevevano questo vino gli dei etruschi? Domanda oziosa: godiamo insieme a chi si ama il piacere di quest’attimo del 2006 concentrato, liquefatto in una bottiglia da 500 millilitri. Sui tradizionali dolci del centro Italia, o da meditazione: se avrai li’ piccoli bocconi o scaglie di pregiati pecorini, i pensieri fluiranno ancor piu’ perfetti.

Per saperne di più: http://www.barberani.com/

Rosso Zen Colli Euganei Rosso Doc 2012, If Zen, 14°

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Vai in un museo, amico, amica mia, dove siano i dipinti dell’arte veneta: è facile trovarli, da Milano a Venezia a Firenze a Roma, perché era una delle nostre grandi scuole. Ne vedrai, se mi ascolti, la grazia così dolcemente sensuale, tanto diversa da quella finemente intellettuale dei grandi toscani. Prendi poi l’auto, percorri la riviera del Brenta, dove siedono ancora le ville palladiane dell’aristocrazia, l’imponenza sfumata dalle nebbie che ne diluiscono i contorni, in una dimensione sognate e sospesa. Vai sui Colli Eugani, dove Petrarca trovò l’ultima dimora: lo immaginiamo comporre i suoi canti nella pace e nel silenzio, confondendo in un’immagine sovrapposta -lui eterno peregrino- le memorie della bella avignonese, delle chiare acque del Sorga e dei colli che l’Arno coronano, con il paesaggio a cui si affacciava dalle bifore della sua dimora, sussulto mediterraneo nella pianura nordica. Per una volta, quella dimensione di grazia sospesa, cortese, colta e semplice a un tempo, la ritrovo in un rosso euganeo. Che fortunatamente sfugge a un modello potente e dimostrativo, per cercare una misura diversa, una vibrazione più autentica e rispettosa. Ed allora il calice accoglie questo liquido di giovanile color rubino, di aroma intenso e pulito, che riassaggio in un arco di 36 ore, in cui cambia e oscilla, trovando nuovi equilibri e rimettendoli ciclicamente in discussione. Ricco di frutta rossa fresca (ciliegie, amarene, fragole, lamponi) e mirtilli, possiede anche altre note, antiche e moderne, non comuni, invitanti: rose, rabarbaro, cola, caramello, cannella. Di tannino nidito ma definito e di grana sottile, appena un po’ verde ma che piacevolmente rinfresca il quadro con un broncio adolescenziale; di acidità vivida, ma non aggressiva; di corpo non smilzo, ma gentile, aggraziato, come la parola sulla bocca di una dama in un olio del Veronese; scorre in bocca delicato come un petalo di fiore, senza invadere il palato, senza percuoterlo, con un amabile sorriso, come una promessa. Se non si tende saettando a mo’ di lancia, se non ha lo slancio di un condottiero che si allunga nella corsa, pure segue signorile sulla lingua una sua danza, composta di passi segnati. Pazienza se appena si sente un po’ l’alcool: a seconda della fase, dell’equilibrio del momento, sarà più o meno evidente, ma mai fastidioso. Qui amico, amica diletta, c’è rispetto e c’è materia; e finalmente, come luce, la voce autentica di un territorio, che forte e chiaro parla pur attraverso gli ubiqui merlot e cabernet, malgrado l’incongrua etichetta.

Montecarlo Bianco DOC, 2009, Az. Agr. Enzo Carmignani, 13°

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Lo chiamavano una volta lo Chablis d’Italia il Bianco di Montecarlo; e se bevi -amico, amica mia- questo dell’azienda Enzo Carmignani, capisci perche’. Certo, non e’ piu’ quel prodotto di aziende dai nomi ormai caduti nell’oblio, servito perfino  alle nozze degli ultimi Savoia a testimoniare l’eccellenza italica e concepito per la massima qualita’, con la piu’ diletta cura, pazientemente affinato tre anni nelle botti grandi ed un anno in vetro (parla se puoi e se vuoi capire coi vecchi contadini: sentirai quante storie meravigliose ti sanno narrare, che oggi possono solo popolare come spettri notturni i miseri ruderi di antiche cantine, sopraffatte dall’eterno mutare). Eppure in questo hai comunque un colore bellissimo di limone carico, maturo, grondante di aroma; e del pari lo trovi alla bocca, citrino e balsamico, di misurata e nobile intensita’, che accompagna la tavola accordandosi al cibo, senza sopraffarlo. La bocca e’ di medio corpo; di stoffa armonica, flessibile, saporita; di acidita’ sorprendentemente  vibrante ma delicata, cordiale, inconsueta per i bianchi del nostro Centro, che si distende lunga e sottile, penetrando ogni angolo, bagnadolo ed asciugandolo, come l’onda marina le spiaggie della Versilia.  In Borgogna, per quel celebrato bianco, solo chardonnay; qui si usano il trebbiano, il pinot bianco, la roussanne, il semillon…va bene cosi’: terreni e climi differenti, chiedono soluzioni diverse per un risultato che non e’ uguale: il vino si somiglia, e nel somigliarsi vive uno scatto in avanti. Non grida, ma sussurra; non si agita, ma cammina dritto su una strada di piacere sottile, discreto e garbato, sorridente acrobata del gusto, figlio di una piccola cantina artigiana, di commovente orgogliosa semplicita’.

Montecucco Rosso Riserva 2009 Colle Massari

C’è una strada che taglia la bassa Toscana dal mare a Montalcino, tra paesaggi assolati, biondi di fieno tagliato; si ergono poggi isolati; su tutti veglia il Monte Amiata. Nei pressi di qualche eucalipto, il cartello: Collemassari. Tenuta dai numeri importanti, di ambiziosa proprietà svizzera…Eppure: c’è di più in questo vino di corpo (sangiovese con un po’ di ciliegiolo e cabernet), così rubino, gagliardamente sano. Qualcosa che va oltre gli aromi (non invadenti, ma complessi, di frutta rossa, pesca, tabacco, menta, cannella, che devi seguire e scoprire con curiosa dedizione, e che evolvono in intriganti note scure col tempo); oltre il puro dato del perfetto equilibrio acido-salino; oltre la classe di una bocca salda, ben ferma,polputa, senza sbavature: questo, malgrado tutto,  è un vino profondamente contadino. Ha quella naturalezza giovanile, quel discendere in gola senza sforzo, quell’accostarsi con agio al cibo più umile e a quello più complesso, con arguzia sorridente, confortando, come faceva una volta il vino quotidiano, in modo diretto, senza pensieri aggiunti. Ci saranno vini più austeri e più eleganti, ma la solare gioiosa pienezza di questo -un sorriso per l’anima- altrove la cerchi invano, e non te la dimentichi.