Morellino di Scansano Vignabenefizio 2006, Vignaioli del Morellino di Scansano, 13 gradi

.
Non si ha sempre la voglia e la pazienza di tenere dieci anni un Morellino di Scansano in cantina: vino che è buono giovane -anzi, che  è goloso e va giù bene anche un po’ fresco l’estate- fatalmente si consuma in fretta. Questa bottiglia invece ha atteso a lungo prima di essere aperta, un po’ per casualità, un po’ perché è dell’annata 2006, in genere ritenuta una ottima in Toscana;  un po’ perché è una selezione -non so quanto effettivamente rappresentativa- di una sola vigna. Quando mi decido ad aprirlo, per una subitanea ispirazione e per il tenore alcolico giusto, che lo rende adatto ad una sera d’estate, lo trovo granato trasparente, ancora tonico al colore e di aspetto quasi più giovanile del previsto. Lascia sul calice lacrime irregolari, fitte e lente. Senza nemmeno tanta attesa dall’apertura, ha un profumo notevolissimo, molto intenso, di grande  complessità, piuttosto evoluto ma non del tutto: lo dominano i profumi di sigaro toscano , di fungo, di foglie secche, di grani di caffè, di cioccolato.Alla sua nascita ci fu, a mio avviso, un uso non timido della barrique, ma accurato e piacevole.  Sotto quella superficie, un insieme di frutti di bosco rossi e neri, di ciliegie mature, di amarene, di susine nere maturissime, sulla soglia della disidratazione. In mezzo, quasi galleggiassero nell’acqua a media profondità, ancora cenni floreali puri, come di rosa e viola, un’idea di succo di arancia rossa, e poi note balsamiche e vegetali e iodate, creando un effetto complessivo di macchia marina, al quale si somma persino il cappero verde e un alone profumato come di miele di corbezzolo. Il contrasto con la bocca è sorprendente, perché è ancora freschissima, reattiva, giovanile, con un’acidità altissima ed un tannino potentissimo e maestoso, ma regolare, di grana media, ed una buonissima salinità.   Stimolano il palato queste sue durezze, perché il sorso ha una tessitura dolce e carezzevole, e tuttavia misurata nei toni alcolici o zuccherini. Spinge lungo ed intenso sul finale, che allappa e fa salivare, e un poco scalda, e a lungo riverbera i sapori : una persistenza di minuti interi. Quasi – sottolineo il quasi – si pone a mezza via del calore aromatico dei vini di Montalcino e la freschezza gustativa di quelli chiantigiani, ma unendo una facilità di beva, una rotondità di sorso leggiadra che per me è la firma del Morellino di Scansano. Interessante e curioso questo vino, che a berlo, maschio com’è all’olfatto, ti trasporta immediato nella Maremma dei butteri e delle veglie al fuoco nei poderi, però poi ti seduce in bocca con la dolcezza di una fanciulla e con la forza del cavallo che indomito si slancia sulla sabbia mentre il vento gli muove la criniera. Lo credo eccellente a tutto pasto sulle vivande toscane più saporite e rustiche.

Lugana I Frati 2010, Ca’ dei Frati, 13 gradi.

Portai questo Lugana con me in Inghilterra quattro anni fa, in quel che è stato per me scoperta, nuova vita, ma soprattuto esilio. Mi piacque allora che mi seguisse tra le nebbie del nord come ricordo di quel Lago di Garda così azzurro e solare e della bella Sirmione, che è così dolce sulle coste maestose del suo promontorio. Quante gite negli anni laggiù, con mamma e babbo, e poi amici ed amori. Recita la retroetichetta della pesantissima bottiglia di vetro nero: “raggiunge il suo ottimo gustativo tra il terzo ed il quinto anno dalla vendemmia”: sono stato quindi fedele all’indicazione del produttore, se ne ho ritardato fino ad ora l’apertura. Forse: in verità l’ho conservato in luogo sicuramente non adeguato e ne sono consapevole. Forza sù: lo apro, estraggo il lungo tappo di sughero intero, molto serio. Vedi? Eccolo dorato pieno, ossia di profondità mediana tra trasparenza e concentrazione, ma più vivido che pallido. Dispiega subito una grande pienezza aromatica da vino evoluto, con le note candite evidenti di frutta caramellata, e quelle di frutta secca. Similmente alla bocca: ricco di sapore concentrato e di residuo zuccherino, al punto che sospetto rasenti il massimo di 12 grammi per litro consentiti da questa DOCG che in materia  è particolarmente generosa. Ricorda quasi un bianco Pinot Gris alsaziano. Vino flessibile e passante sul palato, l’acidità  non basta però a bilanciarlo e mi resta dolce e pesante, al punto quasi di stuccare. Rimango insomma interdetto: ha tante caratteristiche che sulla carta amo (quelle note aromatiche complesse che solo la patina del tempo dona, la pienezza del corpo, l’intensità del gusto, la tessitura fitta ed elastica, la più che discreta persistenza, la tinta calda che tenta lo sguardo, la stessa abboccatura che di solito risulta così gastronomica e benvenuta negli abbinamenti), però nel complesso non mi convince.  Versa e riversa, sorso dopo sorso, il dubbio mi rimane. Diamine: è sconfortante, come uscire a cena con una bella donna dagli occhi splenditi, i capelli lucenti, il fisico sensuale e trovarsi e dire: “non scatta nulla, non so se mi interessa”.  Però ho imparato che col vino è come con l’amore: a volte ci vuol tempo, non bisogna giudicare d’acchito. Allora ne lascio un po’ da parte, una quantità bastevole l’indomani per goderne e non solo per un assaggio degustativo. Ecco che il tempo compie la sua opera ed il vino recupera il suo respiro, il passo lento e affaticato trova uno slancio nuovo all’aria che invade la bottiglia aperta. Gli aromi conquistano definizione: i fiori sono di nuovo sbocciati ed hanno petali di giglio bianco freschi e carnosi; sugli strati di frutta caramellata si sono ora posati limoni maturi e cedri aperti in due, odorosi; la frutta secca si ritira discreta  e si ammanta di una polvere di spezie dolci, dove la cannella si allea allo zafferano, per un profilo al mio naso più dinamico e vivace. Persino il residuo zuccherino cede il passo ad un’energia ritrovata: una corrente acida che sa spingere i motori ad un regime allegro è lì quasi per magia, come se un circuito elettrico a massa fosse stato d’un tratto ristabilito. Ora sì che ci siamo ed onore si rende al Turbiana o Trebbiano di Lugana – e su un antipasto all’Italiana o sui sapori complessi  di un pesce di lago o di acqua dolce, anche tu amico o amica che mi leggi potresti goderne trovandone una bottiglia gemella, prestando cura che la temperatura di servizio ne esalti gli equilibri: sia fresco infatti e per nulla freddo. lo lo so che non è vero, ho imparato che a quel tempo i vini eran diversi: ma mi piace tuttavia pensare che il poeta Catullo, tornando finalmente a casa nella sua Sirmione dopo un lunghissimo viaggio dalla lontana Bitinia, brindasse con un Lugana come questo al suo ritrovato tetto e che il vino gli stimolasse le risa, a lui e ai famigli: risa su risa, fino a inondare l’enorme casa dalle infinite arcate. Un Lugana come questo: vecchio del tempo dovuto al viaggio, degli anni rubati alla vita.

Barbera d’Alba Vin del Ross 2003, Bussia Soprana, 14.5 gradi

image

Si declina per lo più al maschile, il vino: il Donnas, il Barbaresco, il Gattinara, Il Frascati, il Savuto, il Faro; lo Schioppettino, l’Alicante, l’Ortrugo. Pochissime e discutibili le eccezioni, e infatti si dovrebbe dire il Barbera; ma a me non riesce, specie dopo averlo assaggiato: una volta, tanti anni fa. La Barbera e’ femmina, non v’è dubbio; e non solo per il suo grappolo generoso, felliniano, né per la vigoria produttiva che la battezza fattrice e nutrice: e’ per il suo intimo essere più ancora che per il suo sapore,  per gli attributi che l’uomo nella sua storia, volente o nolente, le ha consegnato: materna a volte e a volte puttana, amica o amante secondo la bisogna, consolasse le fatiche o obliasse un perduto amore, accompagnasse una partita a carte sui tavoli di formica del bar o specchiasse gli occhi di una donna nel buio, al fiammeggiare di un camino. Perché la Barbera e’ mobile: sa vestire panni contadini e metropolitani, sa essere ragazzina e gran dama. Come fai a non dirla donna, con quel suo capriccioso mutare tra Asti, Langa, Oltrepo’ -sol per dire alcuni luoghi- sempre diversa e sempre lei? Come fai con quel gusto diretto e ammaliante, fruttato magari, ma sempre imprevedibile, con quel sorso apparentemente conciliante ma che sa subito sferzare? Questa di Bussia Soprana, non v’è dubbio, è una gran dama, che viene dalle nobili e forti terre di Monforte: tutta ne porta la nobiltà di Langa. Può tuttavia resistere la donna alle insidie del tempo o sarà mortificata dalle rughe la sua bellezza femminea? Può lo splendore delle forme enologiche resistere all’ invecchiamento, all’ossidazione, al semplice scorrere del tempo? Non ha  la Barbera particolare fama di longevità e la 2003 si ricorda come annata di caldo torrido, che nelle vie di Milano facevan ribollire l’asfalto persino la notte, che nelle aule universitarie obbligavano a tenere i finestroni aperti, e ciò malgrado si grondava di sudore. Pertanto il dubbio mi sovviene, di averla attesa fin troppo a lungo questa Barbera.  Ogni timore si fuga immediato all’estrazione del sughero, giacché ancora rubino molto fitto ma non impenetrabile, minimamente granato sul bordo, ella si offre alla vista. Dispiega a volo d’ali un aroma intensissimo, fragrante e caldo,profondo e freschissimo per lo sviluppo di aldeidi: fragole e ciliegie mature; tante spezie dolci e salate: noce moscata, chiodo di garofano, pepe, curry dolce, vaniglia, incenso, che contrastano con la dolcezza della frutta; tocchi discreti di pelle e tabacco; toni umbratili di un sottobosco si’, ma aperto,soleggiato, ricco di erbe selvatiche: finocchio selvatico e menta selvatica, anche alloro, corbezzolo. Vi senti persino emergere alfine il rabarbaro. Alla bocca  attacca dolce, corposa, perfino carnosa come una Venere piena e sensuale (lasciva ad un appassionato morbido forte abbraccio); decisa, sontuosa, con una ruvidità appena accennata e piacevole perché contrasta con la ricchezza di spezie orientali, così avvolgente di sapori e di morbida trama che non si sente quasi nemmeno l’alcol. Ha ancora alta e dalla sua l’ acidità ed ha molto lunga la persistenza, ma è anche parecchio salina;  ha tannino di media presenza ma assai maturo e grintoso; e perciò si dispiega  ritmatissima al palato, scattante, persino piacevolmente nervosa. Un grandissimo vino questa Barbera, che ha trovato il piacere perfetto su costine di agnello impanato e con le olive nere al forno.