Curtefranca Rosso 2010, Lantieri de Paratico, 12,5 gradi.

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Perché la Franciacorta sia così sottovalutata sui vini rossi, produzione storica anteriore ai metodo classico, è qualcosa che stento a capire senza inquadrarla in dinamiche strettamente commerciali e comunicative. Si noti che la produzione di vini fermi e rossi in particolare è di tradizione antica, mentre la via spumantistica ha storia relativamente breve, le prime prove risalenti agli Anni Sessanta del secolo  scorso; vedi, amica o amico che mi leggi, lo storico “I vini d’Italia” che Luigi Veronelli diede alle stampe nel 1961 per i tipi di Canesi: di spumante nemmeno l’ombra ed al contrario si cita il vino da pasto e “se ben vinificato, vino fine da pasto” , per altro con base ampeleografica assai diversa dall’attuale ed acidità totali stupefacenti agli occhi nostri contemporanei. Io inoltre ricordo che bambino nel ristorante di famiglia i Franciacorta erano bianchi e rossi (correvano i primi Anni Ottanta), mentre  i metodo classico della denominazione bresciana comparvero solo in seguito, credo a seguito della rinomanza dovuta a un pranzo di stato durante il quale bottiglie di Bellavista o Ca’ del bosco vennero servite alla Regina Elisabetta d’Inghilterra.
Fatto sta che spesso quando stappo un rosso di Franciacorta, giovane o invecchiato, sono belle sorprese.
Ad esempio questo Curtefranca Rosso di Lantieri de Paratico,così composto: Cabernet Sauvignon 40%, Cabernet Franc 25%, Merlot 20%,  Nebbiolo 10%, Barbera 5%; è un gioiellino, sorprendente lieve e giovanile, dinamico e complesso. Eccezionalmente bello e luminoso nella sua veste color rubino trasparente, che tende al granato. Lascia sul calice lacrime irregolari, evidenti e sostanziose, mentre si muove flessuoso e leggero. Vi trovo un profumo freschissimo e di grande intensità e purezza, nitidissimo e gentile. Floreale ed erbaceo, anzitutto: si sentono le uve bordolesi, la speziatura del Cabernet Franc, con un certo che di pepe verde e un tocco mentolato. Emergono però poi netti i vitigni piemontesi, nebbiolo e Barbera: la rosa, la liquirizia, un certo pepe nero, il rosmarino. Un po’ di frutta rossa a polpa gialla: pesche noci estremamente mature, che fanno da fondale alle rose, ma anche amarena, lampone, persino fragola.  Al di sotto mirtilli, more. Un cenno appena si insinua come di tabacco biondo ed un altro ematico, una spolverata di grafite, di polvere di caffè e cacao amaro. Una nota affumicata, tostata, che deriva dal legno di affinamento, in effetti c’è, ma minima: si sente più nel calice vuoto.  Di corpo medio, all’attacco sul palato è lieve e carezzevole, vellutato, ma poi si allarga in un centro bocca ampio, gustoso, succoso, pieno di polpa,  che schiocca un bacio ed avvolge, ma che non sta fermo e prosegue il suo cammino allungandosi come un’ombra della sera armonico, asciutto, salino,  appena un po’ ammandorlato, con una persistenza discreta – non epocale – ma irradiante e pura, che si giova del misurato contenuto di alcol. Possiede tannino in media quantità, fine ma non privo di grinta; acidità assai spiccata, brillante per come mi pare integrata, invitantissima. Lo immagino ottimo su paste al ragù, lasagne, cannelloni, magari su carne bianca arrosto e da osare sulla tinca ripiena, alla maniera di Clusane. Questo vino aggraziato e robusto, gentile ed energico, quotidiano e signorile, amichevole più che amante, s’appaia bene a certa pittura lombarda, dolce e materica, come quella di Savoldo, di Moretto, o degli Induno, con quell’eleganza del caso anche un po’ ruvida. E mi par bello che in una zona sotto i riflettori come la Franciacorta ci siano ancora vini da scoprire; di più, cantine da scoprire: perché a dispetto della sua storia Lantieri de Paratico non è esattamente sulla bocca di tutti, ma io non ho mai assaggiato una loro bottiglia che fosse men che precisa, equilibrata, elegante.

Terre di Franciacorta Rosso 2001, Bersi Serlini, 13 gradi.

Se dici Franciacorta dici spumante metodo classico. Oggi. ‘Antanni fa avresti detto magari vini rossi. Prendi Bersi Serlini di Provaglio d’Iseo,  attiva dal 1886:  il rosso lo fa  ancora, se tu guardi sul sito però è nella categoria “piccole produzioni”, la scena restando tutta ai vini con le bolle. Se consulto “I vini d’ Italia” di Veronelli, edito da Canesi sul finire del 1961, gli spumanti nemmeno compaiono, ma si parla di vini da pasto e “fini da pasto” (definizione bellissima e desueta) a base di barbera, berzamino (e quest’uva, che cos’è?), sangiovese e vernaccia bianca: uvaggi, come usava per lo più nella nostra bella (ex?) Italia. Ho qui con me un Bersi Serlini del 2001, allora ufficialmente Terre di Franciacorta, non ancora Curtefranca come da nuova denominazione. Le sue uve: Cabernet e Merlot fino ad un 90% del totale, un saldo di Nebbiolo e Barbera, fino a un 10% ciascuno, secondo l’annata; diverso quindi dal tipo citato nel venerando (e venerabile) volume veronelliano. Pero’ quell’essere “sapido, generalmente con accentuato retrogusto amarognolo” tutto lo riconosco in questo vino vecchio di 14 anni, granato di media profondità nel mio calice, con archetti radi, irregolari e veloci a scorrere sul vetro. Veduta personale e lombarda dell’uvaggio bordolese, più dinamica, piu’ scattante e alla mano. È tuttavia emozione quella che ti sale al naso, quando il fruttato ed erbaceo giovanile gioca ora con trame più dense di foglie e sottobosco d’autunno, perfin della torba del vicino lago Sebino, con quella nota sottilmente idrocarburica ed empireumatica che avvolge di profondità e mistero la frutta nera dei mirtilli e ginepri, delle prugne secche, della buccia di fichi neri, appuntita da tocchi di nespole e erbe: la selvaggia amata cicoria di campo. Si’, i sentori del legno: vaniglia e fume’ ma leggerissimi, piacevoli come il tepore e il crepitare di un camino,  Eccolo in bocca: pieno, non imponente, ancora con quella acidita’ un po’ ammandorlata che lo spinge, fine ma non domo di tannino, soprattutto sapido e succoso, intenso, lontano anni luce da certi anemici Bordeaux ( e per prova provata ve ne sono!), perfetto nel suo tenore alcolico, che scalda solo quel che serve e si vuole da un rosso, infine discretamente lungo. Appena un po’ rustica e ruvida la sua trama, lana grezza più che seta e velluto, ma quella bella, fatta all’uncinetto per te dalla nonna. Cenni al gusto, aggiuntivi, quasi di pasta di pane e lievito. Veriddio che più che Bordeaux io penso al Chianti: altra terra per lo più d’uvaggio, altro vino di scatto e tenuta. Però, e’ come paragonar Leonardo ai leonardeschi: di la’ la complessa dimensione intellettuale, di qua una concretezza terragna e padana, alla maniera del Luini, del Moroni: vere entrambe di una verità diversa. Vino da bere e da godere questo, non da osannare: è difatti l’ho goduto, su conchiglie artigiane ed un mio sugo rosso odoroso coi porcini secchi. La mia chiosa: questo rosso con garbo e fermezza sussurra che la Franciacorta non è sol terra di metodo classico, ma a tutto campo, su quelle fatate colline, e’ terra da vini. Vini forti e rotondi, di dolcezza e pienezza lombarde: felicita’. Poi: ci siamo davvero accorti che la Lombardia, tra Franciacorta, Valtellina, Garda, Oltrepo’ e’ terra di grandi vini, tra le prime d’Italia, che non cede il passo a Veneto, Sicilia, Piemonte  e Toscana, per fattura, gusto e personalità? Eppure vedi -amico, amica che mi leggi- dove il lombardo e’ caduto in fallo: quella grandezza non l’ha saputa abbastanza promuovere e raccontare.