Gaggiarone, Bonarda dell’Oltrepo’ Pavese Riserva 2005, Annibale Alziati, 14 gradi.

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Le vecchie osterie milanesi, quando ero bimbetto io, erano già una specie in via di estinzione: ne resistevano scampoli qui e là, sui Navigli, nelle periferie che ancora si confondevano coi campi, al Laghetto, in via Orti. Era una Milano più autentica ed umile, che l’autunno si prendeva per mantello un velo di nebbia fitto come la stoffa di un loden, che dal capo appunto del Laghetto non si vedeva il fondo, laddove si incrocia la via Francesco Sforza e la cerchia dei Navigli, poco dopo le fronde e la cancellata del giardino della Guastalla.
Erano, quelle osterie, come tante altre in tutt’Italia, rumorose, chiassose, polverose, coi tavoli di legno e le tovaglie a quadri; nella loro fase decadente, un po’ malinconiche e frequentate da personaggi  tristi e segnati dalla vita. Per allegrezza prima e per dolore poi, il gomito si alzava facile: Barbera, o più spesso Bonarda dell’Oltrepò Pavese era il combustibile: così frizzante e briosa, giovane e giustamente acida ma anche ricca e morbida al palato, consolatoria come le acque lombarde delle rogge, dei canali, dei laghi, pronte a dare la vita e la gioia, ma anche a raccogliere l’eterna requie, come nella storia della bella Gigogin e del suo innamorato che “veniva a piedi da Lodi a Milano”; diversa pertanto dal nervoso Lambruso, che essendo emiliano e battendogli in capo il sole della Bassa è sempre pronto a menar le mani. E difatti ancora oggi, quando viene qualche amico di fuori che vuol provare la cucina di Milano e lo porto ad assaggiare in qualche ricreata  trattoria di buon comando il riso al salto, la cotoletta, i mondeghili e l’ossobuco, mi piace ordinare la frizzante Bonarda (femmina, lei), che tutto lava e ben ci sta.
Tuttavia, il quadro abbozzato fin qui è anche parziale ed equivoco. Un passo indietro: si dice Bonarda, ma si parla dell’uva croatina, che è a bacca nera, ha una buccia importante ed una buona riserva di tannini. Essa entra come componente minoritaria, ma in dosi rilevanti, nel taglio di tanti vini del nord Piemonte, che sono fermissimi, secchi e da invecchiamento: quindi un’uva dalle grandi potenzialità,  solo parzialmente espresse nella versione oltrepadana amabile  e frizzantina, benché piacevolissima e golosa. E tuttavia qualche perplessità sull’effettivo valore di una croatina ferma secca può permanere, finché non se ne assaggia un altissimo esemplare. Qualche anno addietro andai a La Terra Trema, benemerita manifestazione che esiste e resiste dal 2003 e che si autodefinisce “Fiera Feroce”: vi si trovano vini che oggi si dice naturali, ma che più correttamente in tema con la manifestazione chiamerei: “consapevolmente contadini”. E lì conobbi questo Gaggiarone Riserva , acquistandone purtroppo un’unica bottiglia. Confesso che fui attratto anzitutto da quell’etichetta vecchio stile, un po’ medievaleggiante, un po’ naif ed un po’ vicina a certi disegni di Depero, o comunque al segno grafico di certi artisti degli Anni Trenta; che specificava orgogliosamente, con una dicitura alquanto desueta: “vino rosso amaro di Rovescala". Fu però poi il vino a sorprendermi, particolarissimo: quella croatina in purezza (o quasi: non sono sicuro, ma potrebbe esserci una piccola percentuale di uva rara) veniva da vecchie vigne di cinquanta, sessant’anni, appunto dal vigneto denominato Gaggiarone in quel di Rovescala, che della croatina pare sia la patria o comunque un luogo d’elezione: una sorta di Grand Cru dell’Oltrepo’, caratterizzato da forti pendenze e da un terreno con inserti di tufo e di gesso, coltivato senza concimazione e lasciato inerbire;  ed il vino, vinificato in francescana semplicità,  maturava tra vasche di cemento e bottiglia per 10 anni prima di essere messo in commercio; eppure era allora,  nel 2015, tutt’altro che pronto, col tannino che ancora scalpitava, ed io che vi vedevo però una promessa gloriosa. Aprendolo oggi, dopo ulteriore riposo, lo trovo rubino scuro di media profondità, persino torvo nella tinta che sfuma verso un riflesso granato, con gocciole lente, frastagliate, persistenti. Esprime un profumo molto intenso di frutta nera, con il mirtillo in evidenza, quindi prugne secche; si fa strada la frutta rossa, susine e fragole. Poi,  un complessissimo ventaglio di evocazioni e suggestioni, che si apre a coda di pavone: il ginepro, la liquirizia, la torba, la noce moscata, il chiodo di garofano, la menta, l’alloro, la canfora, le aldeidi, il tabacco sminuzzato, la polvere di caffè, la mandorla. Al sorso, è  potente, pieno, continuo, dall’attacco quasi morbido e dolce; dopo, si apre  disteso e subito piacevolmente ruvido, slanciandosi verso un finale lungo, fresco ed equilibrato, un po’ sovrastato dal tannino, ma in una maniera caratteristica, personale, che  gli dona quell’amaro promesso dall’etichetta;  un tannino che è molto abbondante e un po’ terroso, ma ben maturo, sposato a un’acidità media ed un gusto molto concentrato, sorretto da un’ossatura di richiami minerali, grafitici, soprattutto dopo 48 ore dall’apertura: se  dopo 24 ore si riscontra solo un po’ più di volatile, attendendo ancora ecco che il Gaggiarone Riserva si fa molto più armonico, il tannino comincia ad integrarsi morbidamente pur restando abbondante ed ecco la scia minerale e grafitica emergere e chiarificarsi. Un  vino brusco, asciutto, ma elegante e a suo modo accogliente; riflettendo in trasparenza quell’Oltrepò dei sogni, forse perduto, come lo descrisse Gianni Brera ne La Pacciada: abbondante e poetico. Un vino ampio, con una sua solennità terragna;  semplicemente eccezionale, da accettare com’è: caratteriale, ricco di chiaroscuri.
In omaggio alle tradizioni lombarde, l’ho accostato a risotto alla milanese ed a un biancostato bollito: lì, ha reso la tavola più luminosa. A sorpresa, però , è riuscito quasi eccellente anche su un pata negra di 36 mesi.
Mi piace chiudere, amica o amico che mi leggi, con l’omaggio a un maestro, e lasciarti la descrizione che Luigi Veronelli diede di una vecchia annata di Gaggiarone, tanto tempo addietro;  poche righe di una lingua antica, da rileggere commossi, perché in esse rivive la magia della terra, dell’aria e del sole, di quell’unica vigna. «Il colore rosso granato nutrito e pieno, brillante, il bouquet composto, ampio e compiaciuto (sentore di mandorla amara), il sapore asciutto, anche composto su bel fondo amarognolo, il nerbo e la stoffa consistenti, bene espressi, e il pieno carattere» (Luigi Veronelli, «Corriere della Sera», 10 ottobre 2003).

Monthelie 1er Cru Le Duresses 2007, Coche-Bizuard, 13,5 gradi.

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Di sicuro peccherò sia di ignoranza che di arroganza, però quando vedo gli appassionati e taluni professionisti andare in visibilio per il Pinot Nero e per la Borgogna storco un po’ il naso, perché anche l’affidabilità e la costanza sono un valore. Mi spiego. Certamente il Pinot Nero dà vita in certe mani e più ancora in certe vigne a vini sublimi, ma si sa quanto questa varietà sia esigente e bizzosa e la realtà è che origina anche molti prodotti piuttosto scialbi; né il clima della regione francese aiuta in tutte le annate. Dunque a bere rossi borgognoni la delusione secondo me è sempre dietro l’angolo, soprattutto quando ci si orienti su prodotti di prezzo abbordabile, come questo Monthelie 1er Cru Le Duresses 2007 di Coche-Bizuard; ma il negozio dove l’ho reperito difficilmente tiene vini men che buoni e mi sono fidato.
Un po’ di anagrafica: Monthelie è un villaggio della Cote de Beaune, Le Duresses è forse il suo vigneto più prestigioso: poco più di sei ettari e mezzo, esposto ad est ed estremamente ripido.
Per fortuna si può andare oltre ai freddi dati e, mano alla bottiglia, cavarne il tappo. È maggiore il piacere puramente sensoriale o quello tutto intellettuale della scoperta? Di color granato assai trasparente, con riflessi rubini, forma gocciole rade e lente, un po’ evanescenti. Nasce vicino a Vougeot e ricorda un po’ i vini di Vougeot: all’olfatto risulta in divenire, è complesso ed intensità superiore alla media, piacevolissimo: di frutti di bosco selvatici rossi e neri, non però in quantità; e poi sopratutto sta un tappeto a fitta trama di spezie fini, tritate,dolci e piccanti: pepe bianco e nero, noce moscata, chiodi di garofano, cannella, zenzero e rafano. Ha una balsamicita’ segnata da glicine  e incenso, con un fondo appena mentolato; ed, ancora più lontano, tabacco giovane. Ciò che più intriga però è il richiamo alla polvere da sparo , ad una mineralità ferrosa ed ematica. Sul palato è fresco, apparentemente sottile, ma in realtà strutturato, con aciditá notevole (non saettante), un tannino ben presente e tuttavia proporzionato: di grana piuttosto fine inoltre, ma rustico e forse un po’ verde, più che setoso. Molto secco: e mi piace. Il sapore piacevolmente intenso, non prevaricante ma assai definito, quasi tutto giocato sulle note minerale ed estremamente salino. Acidità e profumo: sembra uno di quei vecchi vinelli di pianura che usavano una volta, che quando il contadino era coscienzioso e sapeva il suo mestiere arrivavano sulla tavola imbandita così invitanti, come una corona di fiori sul capo delle bimbe alla prima comunione. È un vino dalla vocina sottile che però arriva dappertutto, tipo quella di  Licia Albanese, per chi ha ricordi da melomane. Ed infatti è lungamente persistente: parecchie decine di secondi, e soprattutto si dissolve in equilibrio. Il suo alcol è giusto quel tanto che basta a scaldare un po’ un vino altrimenti quasi austero al sorso. Soprattutto l’ho trovato eccellente in tavola, accostandosi bene persino col mallegato con uvetta del salumificio Lenzi di Ponte Buggianese: abbinamento sempre ostico per la complessità e la consistenza di questo antico insaccato. Rispolverando un po’ i miei ricordi del liceo – amico o amica che mi leggi- direi che sta come Ettore ad Achille, perché gli manca quella sontuosità setosa e carezzevole dei grandi Pinot Nero, quel fascino ricercato e stordente che distingue una femme fatale da una bella contadina, chi è baciato dagli dei da un comune mortale; ma io spesso a scuola parteggiavo per Ettore.

Margaux 2006, Chateau Tayac, 13 gradi.

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Quando apro un rosso di Bordeaux la curiosità è sempre forte. Non c’è nulla da fare: a lungo i vermigli di quella zona della Francia che si affaccia sull’Atlantico sono stati una archetipo per i consumatori di mezzo mondo e, da un certo momento in poi, soprattutto della nobiltà e di una certa borghesia, talvolta anche molto piccola, se gli studentelli della Boheme pucciniana, al freddo della loro soffitta, esultano a  una bottiglia di generico Bordeaux come al massimo lusso natalizio. Sia prova il fatto che Bordeaux, scritto con la minuscola, è diventato il sinonimo di una certa sfumatura di colore. E poi: l’infinita declinazione territoriale, aziendale e stilistica, coi comuni aldilà ed al di qua della Garonna e della Gironda, le classificazioni degli Chateau, i possibili uvaggi, come variazioni continue di uno stesso tema sortite dalla mano di un superbo contrappuntista. Tutto questo ha un fascino, non si può negare. Certo: ci sono gli Chateau Premier Cru, con bottiglie inaccessibili e superbe; ma anche un tessuto di produttori più semplici, simpatici, che producono vini da gustare sulla tavola,  più che da esibire, come questo Chateau Tayac. Se vedi lo chateau capisci: poco più che una casetta ed un vecchio capannone, fine dello sfarzo. Una gestione familiare, una conduzione corretta e senza grilli, con le fermentazioni in vasche di calcestruzzo e acciaio, l’affinamento ancora nel cemento e in barrique nuove, al 30%. Cabernet Sauvignon al 50%, Merlot al 40%, 10 % di Petit Verdot. Sulle 100.000 bottiglie. Rispecchia lo stereotipo di Margaux, che vuole i vini di questo comune dotati di profumo, grazia e setosa tessitura. Tende già – al doppiare la boa dei dieci anni- la tinta all’amaranto, sebbene ancora i riflessi siano rubini, di discreta profondità. Lascia sul bordo lacrime molto lente, quasi restie a formarsi e poco incise. Ha un profumo intenso, pieno e complesso, sebbene non nitidissimo: come quando con le vecchie reflex non ti riusciva perfetta la messa a fuoco. Così distinguerai al naso la frutta nera e quella rossa, un po’ di mirtillo e di mora e di susina, ma senza troppa evidenza. Avrai, come ti aspetti da un Bordeaux, un tocco di vaniglia, di cera d’api, di tabacco, ma la nota dominante qui sta tra la grafite e la polvere pirica: tutto sfumato però, e se da un lato sfugge, dall’altro non è banale, restando in un educato riserbo. Non conosce mollezze o suggestioni esotiche: malgrado gli anni, mantiene note di vigore giovanile. Anche alla bocca è fresco ed offre un sorso quadrato: ampio, ma non largo; lungo, ma moderato, con la chiusura piacevolmente insistita su quelle note di frutta nera e più ancora di grafite che sono un po’ la sua firma; lasciando un bel ricordo di tannino piuttosto presente ma aggraziato e di un’acidità sicura che gli dona un buon passo, più svelto che in altri conterranei. Come con altri Rossi di Bordeaux mi viene sempre fatto di pensare ad una bella prosa di quelle ampie, cadenzate, chiare, con le giuste pause: ideali per spiegare un concetto, un fatto storico; con qualche ben dosato scarto, anche un bel racconto magari in costume, perché  no. La poesia invece, con le sue accensioni, gli sbalzi, le rarefazioni, la trovo altrove: ma oltre al genio devo accettar sregolatezza. Non è bada, amico o amica che mi leggi, un valore legato al costo della bottiglia di per sé, quanto allo stile; ed, al solito, intendila al netto delle dovute eccezioni. Però questo Chateau Tayac è un vino di rispetto e autentico: vedilo infatti come abbisogna di ore ed areazione per esprimere se stesso e come cambia in positivo se gli dai un po’ di tempo per schiarirsi la voce. Godine rigorosamente al pasto, lì ti sarà compagno; e  gradito, io credo, sulle carni d’agnello. 

Saint-Estèphe 2012, Chateau Ormes de Pez. 13 gradi

Parlare dei vini di Bordeaux è come entrare nel mondo dell’alta aristocrazia: ci sono gli Chateau fissati dalla classificazione del 1855, praticamente immutabile, i 58 che producevano vini rossi e i 21 che producevano vini bianchi, il circolo chiuso della nobiltà. Bordeaux ha avuto però anche i suoi rivoluzionari: quegli Chateau che nel 1932, dopo 77 anni di immobilismo, si dichiararono Crus Bourgeois per elevarsi dalla massa dei non classificati: la rivincita della la plebe. In realtà la storia non è così lineare e a raccontarla tutta sarebbe più lunga e complessa della trama di un Grand Operà in 5 atti, tali e tanti i ribaltamenti e le vicissitudini. Quando la classificazione dei Cru Bourgeois venne rinnovata nel 2003, nove di essi vennero classificati come Exceptionnel: tra questi, c’era Chateau Ormes des Pez; e il fatto rimane, benché poi la lista sia stata annullata a suon di battaglie legali. Caso vuole ch’io ne trovi ed acquisti una bottiglia di 2012 a prezzo assai ridotto, a causa dell’etichetta rovinata. Si dice che i vini di Chateau Ormes des Pez diano il loro meglio dopo 6 o 7 anni dalla vendemmia, ma per una volta non so resistere, tanta è la curiosità di incontrarlo: ed in parte è un peccato, davvero l’ho aperto troppo presto. Al di là della sua tinta rubino profonda e giovanile, con intensità olfattiva dispiega la complessità dei profumi tipici dei vini del Medoc: frutta nera (mirtillo e more), poi un tocco di quella rossa (lamponi,susine e fragole), ricordi vegetali di foglia di cavolo, tanta grafite e cera d’api, la vaniglia e le note affumicate: legno, tabacco e pelle, ma lontani, non troppo marcati (vengono impiegate barrique in buona parte usate per il suo affinamento). Al palato è più incisivo che delicato: concentrato, rimane tuttavia fresco in maniera sorprendente, grazie ad un’acidità marcata benché nascosta da tanto estratto, bilanciando un tannino abbondantissimo che ne segna l’attacco. Prosegue salmastro al centro bocca, per finire su una persistenza lunga e ben bilanciata, senza eccessi alcolici,  che riespone i toni fruttati e affumicati.  È che Chateau Ormes des Pez ha caratteristiche peculiari e facilmente riconoscibili: in lui parla il territorio di Saint- Esthepe, che si trova più a nord di Margoux e Saint-Julien e rispetto ad essi ha un clima più freddo ed un suolo più ricco d’argilla, portando a privilegiare quote non marginali di Merlot nel taglio e originando vini potenti ma abbordabili, seppur con tannini cocciuti e terrosi. Il vino di Chateau Ormes des Pez ne risulta elegante come può esserlo un gentiluomo di campagna: più cordiale che suadente col suo tannino rustico, a un tempo orgoglioso e domestico; indubbiamente nordico ma non algido, perché terragno. Ecco, la terra: quella che conta più di qualunque classificazione, l’imprescindibile costante dove l’uomo deve affondare le sue mani. Gastronomico e flessibile negli abbinamenti, sarà su una tavola imbandita che ne apprezzerai la sua robusta prosa, preferendola ad altezze verticali di poesia.

Chateau Tour de Capet 2011, Saint-Emilion Grand Cru, 13 gradi.

Da che parte si comincia a parlare di Bordeaux? Dalle grandi uve delle sue vigne? Dalla varietà dei suoli e dei microclimi? Dalle differenze -marcatissime- tra i vini della Riva Destra e della Riva Sinistra? O dai grandi nomi ricercatissimi, che strappano prezzi da capogiro? Stando alla zona di Saint-Emilion, dove la vite si coltiva da epoca romana, quelli altisonanti di Chateau Angelus, Chateau Ausone, Chateau Cheval Blanc, e via via, una serie lunghissima. Oppure si può restare coi piedi per terra e annotare che la realtà si fonda su un tessuto di produttori meno celebrati, talvolta di piccole dimensioni, e che non mancano nemmeno le cooperative. Non ti annoierò -amico, amica che mi leggi – con numeri e statistiche; tanto vino tuttavia, che se non ha l’opulenza e la concentrazione dei massimi, ha in tanti casi una benvenuta misura di buonsenso borghese. Prendi questo Tour de Capet: non cerca di strafare e nemmeno di stupire, in un senso o nell’altro; ma non è un male. Ha un bel colore rubino medio, con riflessi ancora purpurei al centro ma già un po’ granati sull’unghia, e lascia sul bordo del bicchiere archetti fitti e veloci. Una certa intensita’ di profumi ti rammenta in trasparenza la sua origine: merlot  per quattro quinti e cabernet franc per il restante, frutta rossa da una parte e toni più vegetali dall’altra: susine e alloro. Un tocco di vaniglia, anche troppo insistito, e voila’. Al palato ha tannino: fine, in discreta quantità; l’ acidita’ -buona- lo raffresca. Il corpo, la trama: sono medi, resta ben sorvegliato per non offendere, serra il palato ma senza stringere: lo riempie, ma non lo sorprende. Sa esattamente quale sia il suo ambito, quale il confine a lui riservato, quale il limite di rifinitura oltre il quale non gli è dato di andare – ed al di qua  del quale non gli è dato di stare. Ecco la sua inclinazione: il ruolo sulla tavola, dove restare compagno affidabile e discreto che non dispiace a nessuno, solido e certo giorno dopo giorno, pasto dopo pasto. Più che una poesia, una prosa scorrevole e tranquilla, senza scarti e sorprese e invenzioni immaginifiche. Perciò, se vuoi avere il suo meglio, eleggilo alla tua mensa con le vivande classiche della cucina borghese e ne avrai un matrimonio di conforto. Per me l’abbinamento perfetto – la rara reciproca esaltazione di cibo e di vino- e’ stato con la borghesissima e lombarda frittura piccata, com’essa si ritrova in un vecchio testo – questo si’ veramente scoppiettante: La Pacciada.

Chassagne Montrachet 1er Cru “Morgeot” 2008, Gagnard Delagrange, 13 gradi.


Si può essere snob su tante cose, ma non sui bianchi di Borgogna: la fusione di forza, finezza, complessità, grazia, facilità e piacevolezza che lo Chardonnay vi sa esprimere ha davvero pochi uguali (si può dire – senza lesa maestà- che i rossi locali hanno più concorrenza?). Si prenda questo bel vino di Gagnard Delagrange (un vero e proprio clan: Gagnard e’ in Borgogna cognome frequente come Conterno o Mascarello nelle Langhe). Viene dal comune più meridionale della Cote de Beaune, dalla vigna Morgeot, quasi più famosa per i rossi che per i bianchi: anzi, solo dopo gli attacchi mortali della fillossera si è cominciato a impiantarvi in quantità uve bianche e più che altro perché lo chiedeva il mercato. Bene: in quel suo ancor giovanile color limone piuttosto tenue, dove ancora trovi accenti verdolini di giovinezza e che ondeggia magro nel tuo calice senza lasciare archetti, trovi una straordinaria energia: tensione e struttura per una beva indiavolata, che quasi nemmeno sospetteresti in uno Chardonnay di 6 anni. Certo, immergendovi il naso nei suoi aromi e’ tutto al posto giusto: non prevaricano, ma son ben presenti, alternando agrumi maturi ma freschi (i limoni, mi ricordo, di Amalfi: enormi, golosi al solo vedersi, con le foglie appuntite, così aromatiche), le susine verdi, tocchi di pesca e di frutta tropicale, accennati appena con grazia infinita (ecco la banana, l’ananasso, il mango); e, com’è tradizione, il vino passa legno piccolo e malolattica, ma le note che ne derivano, di vaniglia e di burro, le troverai solo con la ricerca, ben integrate, nascoste, per lasciar parlare l’uva nella sua splendida nudità, nel declinarsi un poco alla nocciola segnando il principio di un virtuoso invecchiamento. Ed ecco che allora sul palato li ritroverai codesti aromi, ma sarà il suo sorso a conquistarti per l’alta acidità ficcante, per una salinità che parla di terra, quasi a formare la struttura di un vino rosso, per un’intensità concentrata e decisa nel suo essere non muscolare, ma nervosa, per una persistenza, questa si’, lunga e che non si spenge, ma giocata su toni dolci, come a ravvivare un amoroso ricordo. L’ho goduto su un morbido risotto bianco ravvivato da un tocco sottile di maggiorana, ma più ancora su un piatto di delicatezza francescana: patate, carote e cipolla bollite, condite con l’olio extravergine di Poggio Antico, Montalcino. Puoi berlo ora, amico, amica mia; ma se mi dai retta tienine da conto per qualche anno: ha il tempo dalla sua.

Puligny Montrachet Premier Cru Les Folatieres 2008, Jean Luis Chavy, 13,5 gradi.

Che la Borgogna sia patria di grandi bianchi è cosa nota e risaputa: vaddasé che vivrai l’apertura di ogni bottiglia come un’epifania, specie se si tratta di un Premier Cru. Les Folatieres, in quel di  Puligny-Montrachet: poco meno di 18 ettari nella capitale mondiale del vino bianco, se ce n’è una. Qui – ça va sans dire- lo Chardonnay “dominat et imperat”: vitigno internazionale per eccellenza, è l’autoctono di casa, fin dal tempo dei Romani; lo immagini -nello spasmo dell’attesa- il modello perfetto, quasi un David liquido anziché marmoreo. E cavato il  tappo (lunghissimo sughero compatto, e tanto di cappello ai francesi che nella confezione ci san proprio fare), al solo accostar del naso alla bottiglia non puoi che lasciarti scappare un’esclamazione di gioia e piacere, tanto è ampio e complesso l’aroma che ti invade le nari e la mente di soddisfazione. Se lo versi, suvvia: non si resta insensibili a quel paglierino non troppo carico, ma con sfumature da dar quasi sull’oro; però -aspetta- si ferma, di un sol passo, appen prima. Puoi tu resistere ad odorarlo, adorarlo ancora, e piuttosto vibrarlo nel calice, per vederne gli archetti? Fitti sì, ma evanescenti, da vino più magro e scattante che altro.  Sia: non si può attender oltre a tuffarvi il naso, abbandonandosi al piacere, che si fa più intenso con i minuti e con l’ossigeno, in un romantico abbandono. Epperò, qui si istilla il dubbio, se appena un poco di spirito critico sai mantenere. Perché, vedi, senza tanto intorno girarci, è il legno che domina: vaniglia e cocco, dolcissime e meravigliose, ma che si sovrappongono senza ancor trovare vera integrazione ad agrumi freschi e possenti (limone e cedro su tutti, sfumando appena nel chinotto); a frutta tropicale (ananas, sì; banana anche, ma in forma di glorioso, goloso gelato); a orlature di sambuca biancospino; a un certo piccantino di peperoni verdi, più deciso al salir della temperatura; ed, appena, a un che di latteo: burro fresco e più ancora yoghurt. In bocca apre corposo, quasi carnoso, con suplesse nobiliare; continua salato, chiamando altra beva; poi chiude piccante ed altamente acido, solleticando il palato, quasi scherzosamente ribelle, a ribadire la sua originalità; con intensità vibrante di gusto, lunga; ed un retronasale di perfetta rispondenza con le sensazioni precedenti, non fosse per un nonsoché aggiuntivo di candito, che ha il sapore di un ultimo, compiacente regalo; ma senza alcuna pesantezza, stupendo alla luce dei suoi 5 anni. Vino omogeneo, quello no; non è nella rotonda armonia che hai da coglierne il privilegio; anzi, pare a tratti vino a due marce, come certi scattanti ciclomotori Garelli d’antan, con i quali ronzavamo le campagne; caldo e fresco insieme, giovine e vecchio. Eppure, non ne puoi negare il fascino: che nasce dai contrasti, da un’opposizione di forze, da un incrociarsi di linee sghembe in un’unica via di fuga, nella tensione di un equilibrio non mai risolta, ma capace di una sua compiutezza statica; quasi fosse una cattedrale gotica, vivida opponendo vetro e roccia, verticali pinnacoli e le spinte possenti degli archi rampanti. E col tempo, è sicuro, sapranno le pietre assestarsi. Abbinamenti: una trota di fiume cotta nel burro; ed in genere preparazioni dove siano attori il burro stesso e le uova. Poi- perché no? – una cotoletta di pollo e finanche  un cordon bleu. Io, amante del rischio, me ne serbo qualche sorso su una fette sottili come ostia di porchetta cotta a legna.