Gaggiarone, Bonarda dell’Oltrepo’ Pavese Riserva 2005, Annibale Alziati, 14 gradi.

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Le vecchie osterie milanesi, quando ero bimbetto io, erano già una specie in via di estinzione: ne resistevano scampoli qui e là, sui Navigli, nelle periferie che ancora si confondevano coi campi, al Laghetto, in via Orti. Era una Milano più autentica ed umile, che l’autunno si prendeva per mantello un velo di nebbia fitto come la stoffa di un loden, che dal capo appunto del Laghetto non si vedeva il fondo, laddove si incrocia la via Francesco Sforza e la cerchia dei Navigli, poco dopo le fronde e la cancellata del giardino della Guastalla.
Erano, quelle osterie, come tante altre in tutt’Italia, rumorose, chiassose, polverose, coi tavoli di legno e le tovaglie a quadri; nella loro fase decadente, un po’ malinconiche e frequentate da personaggi  tristi e segnati dalla vita. Per allegrezza prima e per dolore poi, il gomito si alzava facile: Barbera, o più spesso Bonarda dell’Oltrepò Pavese era il combustibile: così frizzante e briosa, giovane e giustamente acida ma anche ricca e morbida al palato, consolatoria come le acque lombarde delle rogge, dei canali, dei laghi, pronte a dare la vita e la gioia, ma anche a raccogliere l’eterna requie, come nella storia della bella Gigogin e del suo innamorato che “veniva a piedi da Lodi a Milano”; diversa pertanto dal nervoso Lambruso, che essendo emiliano e battendogli in capo il sole della Bassa è sempre pronto a menar le mani. E difatti ancora oggi, quando viene qualche amico di fuori che vuol provare la cucina di Milano e lo porto ad assaggiare in qualche ricreata  trattoria di buon comando il riso al salto, la cotoletta, i mondeghili e l’ossobuco, mi piace ordinare la frizzante Bonarda (femmina, lei), che tutto lava e ben ci sta.
Tuttavia, il quadro abbozzato fin qui è anche parziale ed equivoco. Un passo indietro: si dice Bonarda, ma si parla dell’uva croatina, che è a bacca nera, ha una buccia importante ed una buona riserva di tannini. Essa entra come componente minoritaria, ma in dosi rilevanti, nel taglio di tanti vini del nord Piemonte, che sono fermissimi, secchi e da invecchiamento: quindi un’uva dalle grandi potenzialità,  solo parzialmente espresse nella versione oltrepadana amabile  e frizzantina, benché piacevolissima e golosa. E tuttavia qualche perplessità sull’effettivo valore di una croatina ferma secca può permanere, finché non se ne assaggia un altissimo esemplare. Qualche anno addietro andai a La Terra Trema, benemerita manifestazione che esiste e resiste dal 2003 e che si autodefinisce “Fiera Feroce”: vi si trovano vini che oggi si dice naturali, ma che più correttamente in tema con la manifestazione chiamerei: “consapevolmente contadini”. E lì conobbi questo Gaggiarone Riserva , acquistandone purtroppo un’unica bottiglia. Confesso che fui attratto anzitutto da quell’etichetta vecchio stile, un po’ medievaleggiante, un po’ naif ed un po’ vicina a certi disegni di Depero, o comunque al segno grafico di certi artisti degli Anni Trenta; che specificava orgogliosamente, con una dicitura alquanto desueta: “vino rosso amaro di Rovescala". Fu però poi il vino a sorprendermi, particolarissimo: quella croatina in purezza (o quasi: non sono sicuro, ma potrebbe esserci una piccola percentuale di uva rara) veniva da vecchie vigne di cinquanta, sessant’anni, appunto dal vigneto denominato Gaggiarone in quel di Rovescala, che della croatina pare sia la patria o comunque un luogo d’elezione: una sorta di Grand Cru dell’Oltrepo’, caratterizzato da forti pendenze e da un terreno con inserti di tufo e di gesso, coltivato senza concimazione e lasciato inerbire;  ed il vino, vinificato in francescana semplicità,  maturava tra vasche di cemento e bottiglia per 10 anni prima di essere messo in commercio; eppure era allora,  nel 2015, tutt’altro che pronto, col tannino che ancora scalpitava, ed io che vi vedevo però una promessa gloriosa. Aprendolo oggi, dopo ulteriore riposo, lo trovo rubino scuro di media profondità, persino torvo nella tinta che sfuma verso un riflesso granato, con gocciole lente, frastagliate, persistenti. Esprime un profumo molto intenso di frutta nera, con il mirtillo in evidenza, quindi prugne secche; si fa strada la frutta rossa, susine e fragole. Poi,  un complessissimo ventaglio di evocazioni e suggestioni, che si apre a coda di pavone: il ginepro, la liquirizia, la torba, la noce moscata, il chiodo di garofano, la menta, l’alloro, la canfora, le aldeidi, il tabacco sminuzzato, la polvere di caffè, la mandorla. Al sorso, è  potente, pieno, continuo, dall’attacco quasi morbido e dolce; dopo, si apre  disteso e subito piacevolmente ruvido, slanciandosi verso un finale lungo, fresco ed equilibrato, un po’ sovrastato dal tannino, ma in una maniera caratteristica, personale, che  gli dona quell’amaro promesso dall’etichetta;  un tannino che è molto abbondante e un po’ terroso, ma ben maturo, sposato a un’acidità media ed un gusto molto concentrato, sorretto da un’ossatura di richiami minerali, grafitici, soprattutto dopo 48 ore dall’apertura: se  dopo 24 ore si riscontra solo un po’ più di volatile, attendendo ancora ecco che il Gaggiarone Riserva si fa molto più armonico, il tannino comincia ad integrarsi morbidamente pur restando abbondante ed ecco la scia minerale e grafitica emergere e chiarificarsi. Un  vino brusco, asciutto, ma elegante e a suo modo accogliente; riflettendo in trasparenza quell’Oltrepò dei sogni, forse perduto, come lo descrisse Gianni Brera ne La Pacciada: abbondante e poetico. Un vino ampio, con una sua solennità terragna;  semplicemente eccezionale, da accettare com’è: caratteriale, ricco di chiaroscuri.
In omaggio alle tradizioni lombarde, l’ho accostato a risotto alla milanese ed a un biancostato bollito: lì, ha reso la tavola più luminosa. A sorpresa, però , è riuscito quasi eccellente anche su un pata negra di 36 mesi.
Mi piace chiudere, amica o amico che mi leggi, con l’omaggio a un maestro, e lasciarti la descrizione che Luigi Veronelli diede di una vecchia annata di Gaggiarone, tanto tempo addietro;  poche righe di una lingua antica, da rileggere commossi, perché in esse rivive la magia della terra, dell’aria e del sole, di quell’unica vigna. «Il colore rosso granato nutrito e pieno, brillante, il bouquet composto, ampio e compiaciuto (sentore di mandorla amara), il sapore asciutto, anche composto su bel fondo amarognolo, il nerbo e la stoffa consistenti, bene espressi, e il pieno carattere» (Luigi Veronelli, «Corriere della Sera», 10 ottobre 2003).

Barbacarlo 2011, Provincia di Pavia rosso IGT, Az. Agr. Barbacarlo, 14,5 gradi.

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Le parole, secondo certe tradizioni esoteriche, hanno una forza che prescinde dal loro significato, ma è contenuta nel suono stesso: il pronunciarle risuonerebbe nell’universo alterando la materia, ma pure evocando spiriti, entità, angeli e demoni. La magia: ne sono intrise le storie, le leggende, le fiabe. “Abracadabra”, “Apriti Sesamo”, “Pape Satan Aleppe” giù giù fino a un “Supercalifragilistichespiralidoso”: fonti diverse, ma in comune la caratteristica di essere parole scolpite, sonanti.
Tra i vini, il Barbacarlo è forse quello dal nome più sonante nel senso appunto esoterico: stento a paragonargliene altri. Potrebbe stare tranquillamente sulla tavola di qualche personaggio del Signore degli Anelli, magari muovendosi nella bottiglia e nel bicchiere animato da una vita propria, apportando consolazione, oblio, felicità; corroborante o lenitivo, persino filtro d’amore all’occorrenza.
E già mi accorgo di averne senza volere pennellato un ritratto, del Barbacarlo. La storia dice di un Carlo zio (“barba”, nella vecchia parlata dell’Oltrepo’ Pavese ), che aveva una vigna verticalissima e molto sassosa: in suo onore, si diede al vino dal quel Cru proveniente il nome curioso.
Ma la vigna, chi l’ha mai vista? Si dice appunto ripidissima, esposta a sud-ovest, dai terreni tufacei e  ghiaiosi. Se vai a Broni, in cantina, di essa ci son foto sbiadite e ingiallite, ectoplasmi in bianco e nero. In compenso, sassi grossi e tondi, pesanti, levigati come ossa fossili di mostri primordiali, scampate ad un cataclisma. Fuori, la facciata di una cascina da tempo inglobata nel borgo in piano, l’insegna dai caratteri fuori moda, a bandiera, che dondola al vento cigolando; piccole lampade al muro -di ferro anch’esse- accanto alla porta, ambrate, che ricordano quelle delle osterie di un tempo ed indicano la strada nelle nebbie padane. Dentro odor di vino, di legno vecchio, di fuoco, di annosi mobili,  di ricordi: appesi al muro antichissimi ritagli di giornale, etichette, immagini, volti di persone che non ci sono più. In fila, sulle mensole, bottiglie di annate venerande, indietro di 30, 40, 50 e più anni, nere e schierate immobili come le teste sull’Isola di Pasqua. Un tavolone di legno sul quale si allineano invece le annate più giovani, che potrai assaggiare: gioventù relativa, se si va indietro anche di dodici anni. Altri lì come te per acquisto, conoscenza o più ancora pellegrinaggio rituale, che ti offrono fette di bresaola e violino di capra artigiani, preparati da loro – come a un desco comune, sul cammino francigeno: con un sorriso di comunione. E c’e il vignaiolo, custode: un uomo anziano, con gli occhi vividi ma stanchi dietro gli occhiali spessi, come la sua voce ed il sorriso mesto. Veste velluto, fustagno, lana: indossa i colori della terra. Nella sala ampia si sta bene, c’è caldo, però ha una sciarpa al collo ed una coppola che mai si leva a coprigli il capo. Non parla molto: se sia assente o studi gli interlocutori bisogna indovinarlo. Vien da pensare: forse ha perso un po’ l’udito. Di quando in quando ripete, quasi recitasse una sua preghiera a fior di labbra: “il vino è il sale della terra”. Anche lui, nel suo nome una magia: Maga Lino; o forse Mago?
Il Barbacarlo è un vino fatto nello stesso modo, dalla stessa vigna, con le stesse varietà di uva, dalla stessa famiglia fin dalla metà del Secolo XIX: una data si menziona, 1886. Croatina, uva rara, vespolina (localmente ughetta), un tocco di barbera. Se ho ben capita la formula, trae dalla prima buona parte di gusto, struttura e corpo; dalla seconda colore profondo, morbidezza e zuccheri; dalla terza, tannino e speziatura; dalla quarta, un rinforzo di acidità. La chimica in vigna e in cantina è pressoché bandita. Pigiatura dei frutti e macerazioni in botti vecchie di rovere, svinatura dopo una settimana circa, poi travasi per decantarlo naturalmente e si imbottiglia tra Aprile e Maggio. Risultato: il Barbacarlo viene come vuol lui, sentendo l’annata; se va in bottiglia con ancora residuo zuccherino, come spesso capita, vi fermenta nuovamente, risultando più o meno mosso, più o meno secco, virando talvolta deciso sull’abboccato e sull’amabile. Anche il grado alcolico varia secondo ciò che la vendemmia ha portato: qui non si cercano aggiustamenti, o di inseguire uno standard. Al collo di ogni bottiglia si lega, però, un certificato con l’analisi chimico-fisica ed una sommaria descrizione organolettica. Su questo che ho tra le mani del Barbacarlo 2011,  leggo: “da considerarsi ampio-abboccato”. Il Barbacarlo 2011 si beve da solo, irresistibile: semplicemente, va giù. Rubino, tendente al purpureo, appena mosso: spumeggia ma in modo lieve. La profondità del suo colore varia per via della presenza del fondo: ci ricorda che non è stato filtrato. Anima rustica, dirai;  piuttosto carne, ti risponderò io, terra e materia. L’annusi: è assai intenso, complessissimo; un po’ ridotto sulle prime, direbbero “farmyard” gli inglesi, ed è ancora la terra che ritorna. Concedigli qualche momento dopo che ne hai estratto il tappo insolitamente largo ed elastico, da vino frizzante; dopo che l’avrai versato in un calice che consiglio ampio, ma senza eccessi, lascia che esali il suo incantesimo e si libri. Avrai poi frutta rossa e nera, matura e fresca e persino appassita: fosse possibile evocheresti un’uva sultanina, ma croccante. Sì: susine, more, mirtilli; ma oltre a queste note giovanili e fruttate, c’è un segreto di complessità inattese, quasi che la sua natura la svelasse poco a poco: bacche di ginepro si fondono col chinotto; le spezie al completo, dolci e piccanti: noce moscata, cannella, chiodi di garofano, ultimi lontani e tenui sbuffi di pepe; la buccia di pomodoro si mischia  alla scorza di arancia e la bilancia come in una magica dispensa; il rosmarino sta lieve ed olezza della roccia dura dove nasce. In bocca, lo sentirai, è ancora meglio: fresco, sostenuto, tutto vibrante. E’ mosso, ma dopo un po’ questa sensazione di anidride carbonica si perde e rimane un pizzicore, sgrassante. Ne sentirai il gran corpo, l’alta acidità, quel poco di residuo zuccherino che lo rende abboccato, la sua notevolissima lunghezza un po’ ammandorlata negli accordi finali. Soprattutto è gustosissimo, così salino da essere croccante, estremamente identitario: se ci pensi, questo vino mosso ha l’alcol ed il corpo di un Brunello! L’ho goduto su ossobuco e risotto giallo: non ho resistito, questa volta, alle gioie della tradizione.

Maggiorina 2013, vino rosso, Le Piane, 12,5 gradi.


“A mille ce n’è, nel mio cuore di fiabe da narrar…”: cominciavano così quand’ero bimbo – con un coro accompagnato dal suono sfumato dei corni – le Fiabe Sonore Fabbri. Avevo imparato a mettere il 45 giri sul giradischi, a sollevare con la manina il braccio ed a posarlo sul primo solco delicatamente, perché la puntina non si danneggiasse. Un breve sfrigolio per la carica elettrostatica del vinile e la magia cominciava, in un attimo la penombra del grande appartamento che abitavamo allora nel centro vecchio di Milano si popolava di personaggi immaginifici e mi sentivo portato via in una dimensione meravigliosa, come varcando la soglia di uno specchio o volando su una nuvola. Anche Boca potrebbe raccontare una favola: coi colori del suo vino, con le sue colline, coi suoi boschi, con i suoi personaggi; e parole dove l’accento lombardo cede il passo al piemontese, in queste terre novaresi dove il confine si spostò più volte. Colline un tempo ricche di viti, una distesa ad ornare i pendii in orditi regolari, geometrici, bellissimi, come le trame di un tessuto nato da mani amorose ed esperte, ideato nell’estasi da un sommo stilista. Tessuto, si’: e proprio l’industria tessile fu poi la rovina della viticoltura di queste colline, strappando le braccia alla fatica della terra certo, forse anche alla miseria materiale – non so dire – offrendo in cambio un mondo nuovo: ma lo abbiamo poi visto quel mondo nuovo, com’e’. Non dirmi – amico, amica che mi leggi – “passatista!”: so del buono e del cattivo nel progresso, non discuto; ma la caduta di tradizioni millenarie non è fonte di romantico rimpianto, piuttosto perdita di un equilibrio che generazioni avevano impiegato a costruire: dell’uomo con l’uomo, dell’uomo con la Terra, della Terra con il Cielo. Allora, vedi, se le viti qui si piantavano per allevarle a maggiorina, un motivo c’era: con le piante che a gruppi di quattro da un punto centrale venivano fatte crescere verso gli angoli di un quadrato col supporto di pali inclinati verso l’interno, quasi fossero alberelli o cespugli in equilibrio a formare una tettoia di verzura, ecco che l’uve restavano protette dalle grandinate frequenti in zona, ma bene esposte all’aria ed al sole; così era almeno fino dal Milleseicento. E si dice che laggiù, se vai per boschi, trovi ancora nel folto sulla terra le basi che formavano la maggiorina, come fossero belle addormentate nella foresta incantata: la’ dove era riso e canto alla vendemmia, ora la natura vela nell’ombra il ricordo. I signori di Le Piane ancora conservano qualche vigna a maggiorina, di qui il nome di questo rosso: un po’ il loro vino da tutti i giorni, quello per darsi un confortino, fatto con un po’ di nebbiolo, di croatina, di vespolina, di uva rara e di altre che ancora abbellano le vecchie vigne. Eppure, come lo trovo scontroso questo vino, lui che in fiera mi aveva sorriso cosi’ pimpante e leggero. L’aduggia forse il lungo viaggio? O quel brutto tappo in truciolato l’ha mortificato, depresso, turbato, indebolito? Digrigna i denti con un tannino slegato, seppur i profumi siano li’: e’ viso di bimba dal broncio testardo. Io però lo aspetto: passa un giorno, due, tre…ma come, non era un vino quotidiano, da bersi presto? Quattro, forse cinque, chissà, ho perso il conto! Ma lo riconosco infine, con la sua tinta rubina trasparente, perfino scintillante, minime e lente le lacrime sul calice. Profumo finalmente disteso e ritrovato: di muschio e di bosco, di colline l’autunno, di una magrezza che rifugge il compiacimento del crepuscolare. Poi more e fragoline di bosco, già zuccherate e servite con quel poco di succo di limone, primaverili ed invitanti. Infine una speziatura che sussurra “son la vespolina” e che parla di ricette di casa semplici e vere, trovate e perdute, perdute e trovate: pepe bianco e cannella. Ecco la bimba col broncio adagio si fa donna, secondo i suoi tempi, uno sguardo fuggevole che quasi ti fulmina, ma è solo un momento: altro tempo, altra maturazione per essere un Boca, con la DOC. Freschezza al palato, questo è; e pulizia succosa, di acidità che solletica con forza, di una linea minerale ovvero sottilmente salina che si disegna sul palato, piccola forse, ma che testarda perdura: sembra che scappa via e poi indietro ritorna. È un vino un po’ all’antica questo qui: prima lo devi guardare, poi odorare, infine gustare con un piccolo sorso, come tu prendessi l’Ostia in chiesa; non te ne riempire la bocca, non ti travolgerà di corpo e di alcol, ma tenuto li’ sulla punta della lingua ecco che diffonderà l’intensità del suo sapore, come un primo bacio timido adolescenziale, trasmutando l’aroma, arricchendolo di bacche di ginepro. E pazienza se il suo tannino, pur fine, resta un poco verde immaturo. Perché, come si diceva nelle Fiabe Fabbri, per sognare “…basta un po’ di fantasia e di bontà’”.

Gutturnio Superiore 2011, Il Negrese, 14 gradi.

L’inverno: il cielo grigio, la pioggia fitta. Milano bagna i suoi muri di una tristezza che ancor più stride con la frenesia delle strade e dei volti. Allora la fuga verso luoghi che amo, quel Piacentino agricolo e verde li’ a un tiro di schioppo, ma remoto, appartato; ora come molte volte in passato, quand’ero bambino ed era gita prediletta della domenica: i castelli, i borghi, le corti rustiche, il silenzio dei campi, immensità immobile rotta solo dallo sbatter d’ali dei corvi. Risalire oggi la Val Tidone, che è divisa tra Emilia e Lombardia, significa dimenticare i capannoni, lasciarsi alle spalle l’autostrade e il moderno per ritrovare un tempo diverso, più lento, dove a segnare lo scorrere del tempo può essere il campanaccio di una mucca pezzata: e’ il ritmo di un mondo ancora prettamente contadino, autentico, generoso e timido insieme. Se hai freddo e sei affamato, può magari capitarti la sorte di un tavolo silenzioso nella penombra, alla fiamma calda e scoppiettante di un camino: una sosta d’altri tempi. Ordina allora un Gutturnio, che e’ il rosso storico di queste zone, mosso o fermo: ti scalderà il cuore, con il suo essere a un tempo serio e giocoso, austero e accogliente, col suo saper sussurrare storie segrete e scintillare ugualmente di risa. Viene da uva barbera, che gli da’ forza, acidità e struttura, e da croatina, che gli dona profumo, garbo, arrendevolezza. Ce ne sono alcuni rustici e imprecisi, ma io ho avuto con me questo de il Negrese, piccola cantina artigiana di Ziano Piacentino, ed è tutta un’altra musica, fin dalla lucentezza pulita del suo colore giovanile, rubino fitto con riflessi purpurei: lascia depositi importanti nella bottiglia, ma il vino nel calice e’ assolutamente terso. Sul vetro gli archetti scorrono ravvicinati e lenti, già facendo pregustare le delizie di un morbido abbraccio. L’aroma nitido ha una fragranza calda e intensa di frutta a bacca nera e sotto spirito: more, mirtillo, ribes nero, rinfrescata e speziata da rimandi a foglie d’alloro e di corbezzolo. Non aggredisce, ma blandisce suadente, con un gioco di ombre segrete: frutto da cogliere si’, ma non in vista: devi ricercarlo fra la macchia. In bocca si offre con ampiezza rilassata, tannino fine seppure in po’ verde, innervata da un’alta acidità, che la sostiene e l’allunga in persistenza sul palato, tingendo di freschezza l’equilibrio e facendo scordare in suoi 14 gradi alcolici, per una trama di gran corpo ma che risulta amichevole, perché sulla lingua ti sollucchera e si svolge rifinita, alternando delicatezza e nerbo, cesello d’argentiere e trina di tessitrice. E se vi trovi un tratto più scabroso e risentito, stai e riguarda le colline d’intorno dove nasce: e’ lo stesso disegno malinconico. Godine sulla saporita cucina locale, con le paste ripiene dalla sfoglia fine come velo; sugli arrosti e sugli umidi.

Per saperne di più: http://www.agriturismoilnegrese.it