Coteaux du Layon 1968, Moulin Touchais, 13,5 gradi.

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Esistono – o piuttosto resistono – alcuni produttori di vini  che rilasciano le loro bottiglie dopo periodi di affinamento molto più lunghi della media: lustri o decine di anni. Non mi riferisco ai vini da meditazione o fortificati: Sherry, Madeira, Marsala, Porto…quelli fanno classe a loro; intendo vini bianchi o rosati o rossi, fermi, da consumarsi al pasto, che recano sovente in etichetta denominazioni storiche, per le quali però la maggior parte dei produttori ha scelto vie più  moderne e veloci.
Nomi noti agli appassionati: nella Rioja spagnola, Lopez de Heredia; in Valtellina, Ar.pe.pe; in Portogallo, in Barraida, Buçaco; in Piemonte, a Gattinara, Nervi; e via altri, ma poche manciate. Tra costoro, nella valle della Loira, in Francia, Moulin Touchais. Produttori questi che mi hanno sempre affascinato  per lo  stile di vinificazione mantenuto tradizionalissimo, se non per certi aspetti cristallizzato in un’altra era; ma soprattutto per la caparbietà testarda di non mutare il significato – lasciami amico, amica che mi leggi, usare un parolone: filosofico- di una bottiglia.
Oggi, si dice, non ha senso invecchiare un vino dieci anni: il consumatore acquista la sua bevanda e vuol subito aprirla e goderne; il più possibile uguale a se stessa, ripetibile; ciò che le moderne tecniche di vigna e cantina permettono e che perciò è tenuto in maggior pregio.
Un tempo il pregio stava nei vini magari ostici in gioventù, che bisognava aspettare prima che fossero in condizione, ma che sfidavano i decenni: era la longevità in se stessa un valore.
Credo che la chiave di questo mutamento stia innanzitutto nella memoria e in come essa si sia evoluta nella società moderna:  oggi abbiamo la fotografia, la televisione, la radio, internet, gli mp3, ogni sorta di strumento per registrare noi stessi, le nostre immagini, le voci, le parole ed anche le emozioni: difatti, per massima ironia, in un lampo ci dimentichiamo tutto e anche se il supporto del ricordo è lì a portata di mano, forse l’esiguo istante di un click, raramente ci volgiamo indietro: ci crogioliamo un eterno presente e, d’altra parte, “il futuro è una palla di cannone accesa/e noi lo stiamo quasi raggiungendo” (F. De Gregori).
Un tempo, invece, il ricordo era documentato sì, ma nelle pagine gialle di lontani polverosi archivi, che sbiadivano e si sfaldavano. Restava piuttosto affidato alle voci che si radunavano nelle notti lunghe, buie e fredde accanto a un camino, al racconto orale che diveniva come un’evocazione di spiriti, di giovinezze perdute, di tanti che morivano nel loro primo fiorire, decimati da una guerra o dalla febbre spagnola: il crudel morbo, si diceva .
Ecco allora che la bottiglia di vino di dieci, di quindici, di vent’anni, ancora vivida e buona , era un fluido dai risvolti sacrali che rimaneva giovane in un mondo di persone che invecchiavano e sparivano in fretta;  era un ponte nel tempo, una cartolina dal passato: le mani di tuo nonno che lega i pampini, la voce di tuo padre la sera di Natale, il primo bacio dato “sotto il noce, quel pomeriggio d’estate che non muoveva foglia tra il finire delle cicale, sarà stato il ‘47”, ed il vino recava con sé tutti i profumi e i suoni di quel giorno.
Questo Coteau du Layon del 1968, chissà in quell’anno di turbamenti quanti primi baci avrà visto nelle sue vigne, ed anche di più: diceva Veronelli che se due giovani avessero fatto l’amore in un vigneto, il vino quell’anno sarebbe stato più buono. Moulin Touchais non rilascia un vino prima di dieci anni dalla vendemmia – in media 40.000 bottiglie l’anno – e si favoleggia di decine di annate conservate nei 15 chilometri di gallerie a Douè-la-Fontaine, a partire dalla metà del XIX secolo. L’azienda si chiama in realtà Vignobles Touchais produce soprattutto basi per vini spumanti, ma Moulin Touchais è il vino storico, un bianco da uve chenin blanc in purezza, abboccato: in media 80 grammi per litro di zucchero residuo, quando parecchi passiti stanno intorno tra i 100 e i 150 grammi per litro, o anche oltre. Vino che nasce per durare nel tempo: il 20% dell’uva raccolta è presto, per garantire il sostegno acido necessario all’invecchiamento; il restante con una vendemmia tardiva , quando le uve sono surmature, ma di solito non colpite dalla muffa nobile, contrariamente a quanto spesso si ricerca in zona.
Non nascondo che aprirlo è di per se un’emozione: non mi capita spesso di aprire un vino che potrebbe essermi ampiamente fratello maggiore.
Il tappo di sughero è ben conservato: dopo 20-25 anni le bottiglie vengono aperte in cantina, colmate e ritappate dal produttore.
Lo verso. Ha colore oro profondo, tendente all’ambra, bellissimo. Forma sul calice gocciole frastagliate e fitte, ma assai evanescenti. Lo odoro. Sulle prime ha un aroma un po’ chiuso, poi diviene intenso: non intensissimo, però molto complesso e autunnale sebbene vi balugini ancora il ricordo della frutta come lame di luce. Ha note di marmellata di arancia, di caramello e di creme caramel, di lanolina, di olio di lino, di semi di sesamo, di mandorle, nocciole e arachidi, di foglie secche , di terra bagnata. Profondissimo, affumicato e speziato: la cannella e la noce moscata, i chiodi di garofano. Lo assaggio: con stupore, data l’età venerabile, lo trovo quasi nervoso: ha corpo, ma senza strafare, più struttura che estratto, più direzione che accondiscendenza. E difatti è acidissimo, snello, si allunga deciso e scattante sul palato verso un finale lunghissimo in cui ritornano le note affumicate e speziata già trovate all’ olfatto. Il gusto, di grande intensità, presenta sfaccettature incredibili: questo Moulin Touchais, quasi avesse assorbito elementi direttamente dalle radici della pianta e scarnificandosi nei decenni li avesse portati ad un’ossuta evidenza, presenta un substrato minerale, metallico, ricco di polvere pirica,  sul  quale emergono, o piuttosto si aggrappano, sensazioni di fegato, di formaggio caprino, di crema catalana, di lieviti e di muschio.
È un vino che spiazza questo Moulin Touchais e disorienta persino nell’abbinamento: ho giocato con lui, provandovi tipologie diverse di dolci, di paté, di formaggi, senza mai però arrivare a quell’ideale relativo che soddisfa. Da meditazione piuttosto, verrebbe da dire: sì, però gli manca una frazione di complessità, di profondità per svolgere quel ruolo. Forse più da conversazione, immaginandosi al bordo di un fiume o del mare, seduti sulle rocce, solo due o tre persone:  come si vedono conversare le figure mute di santi nei quadri medievali.

 Boisson Rouge, vin de France, L. 010013, Domaine di Montrieux – Emile Heredia, 11 gradi.

Ci sono vini che restano istintivamente simpatici; almeno, a me capita. Mica detto che siano gradi vini e nemmeno inappuntabili: anzi, spesso hanno qualche difettuccio che li rende così umani. È che ogni volta li apri con un sorriso e li bevi gioiosamente, senza senso di colpa e pensieri, nè con la necessità di immedesimarti completamente in loro ovvero col bisogno di concentrarti su di essi come fossero una imponente sinfonia, un’articolata architettura, un pregnante dipinto. Così è stato con questo Boisson Rouge francese, uno spumeggiante Gamay che viene da una porzione relativamente oscura  della valle della Loira,   Coteaux de Vendomois, AOC di 142 ettari a nord di Tours (e quindi della più nota AOC Vouvray).  Sarà l’etichetta con quel disegno naïf che pare vergato dalla mano di un bambino, sarà per il tappo a corona color corallo (sì, amico o amico mia: come quello dell’acqua minerale), però mi mise allegria sin da quanto l’individuai sugli scaffali di un ampio negozio londinese. Ancor più me ne mette ora che lo verso nel calice: più che rosso lo direi color rosato buccia di cipolla molto carico e tuttavia trasparente, mentre produce un’abbondantissima schiuma appena rosata, come certe birre. La lascio dissolvere e lo trovo un po’ torbido, perché è un vino che fermenta in bottiglia e non viene sboccato (come per gli spumanti metodo classico, ad esempio), ma rimane a contatto con i lieviti che si dissolvono nel vino stesso. Una metodologia di produzione antica e diffusa che oggi viene evocativamente chiamata ancestrale, ma che era prassi contadina per avere un vino un po’ frizzante fino a pochi anni addietro, perfino in Toscana: bastava imbottigliare un vinello un po’ leggero ed aggiungere zucchero e qualche chicco di orzo e frumento ed il gioco era fatto (me lo raccontava il mio babbo riesumando ricordi di ragazzo e me lo confermò un anziano vignaiolo della Montecarlo lucchese).   L’osservo ancora: la sua spuma è cremosa con bolle fini, persistenti, un po’ tumultuose. Sul bordo forma gocciole irregolari, rade, lente, come a evidenziare uno spirito profondamente anarchico e un po’ pigro. Ha aromi di intensità media, giovanili, piuttosto puliti, che richiamano alla mente l’aria aperta ed i lunghi pomeriggi goduti sotto una frasca, magari giocando a briscola e tressette, nell’aria primaverile che sa di violette, di fragole, di tocchi di susine appena mature, sbuffi lievi di pellami e di terra lavorata, tanta grafite e pietre bagnate e assolate (è evidente il richiamo minerale in questo vino). È presente un accenno di spunto acetico -piaccia o non piaccia- da vino contadino; ma soprattutto è evidente l’odore del lievito: in una maniera però misurata, che non disturba. Più che assaggiarlo, viene proprio da berlo: sarà per un corpo che si può definire magro, ma è più appropriato  dir lieve,tutta la spinta e il vigore venendogli più dalla salinitá e dalle bolle di anidride carbonica che dall’acidità (la diresti medio-alta, certo non altissima per uno spumante: ma distribuita con naturalezza su tutto il palato) o dal tannino appena accennato. Però lo troverai croccante, tendenzialmente secco perché quel po’ di zucchero residuo non stucca e gli serve solo ad essere un po’ più avvolgente. I sapori che troverai in bocca sono di fragola, di susina nera fresca ancora un po’ acerba e dissetante, e di quel misto di erbe e spezie che si usa per stagionare gli affettati e per insaporire gli arrosti: ti resteranno lì in una persistenza sorprendentemente piuttosto lunga. Ricorda, se posso dire,  un Lambrusco di Sorbara, magari senza la finezza dei migliori: è senz’altro rustico, fatto con minimi interventi in vigna e cantina,  ma scorrevole e molto equilibrato in tutte le sue note, soprattutto per la tessitura sul palato più che per il ventaglio olfattivo. Io l’ho trovato ottimo su un tonno scottato, mi chiedo come stia con una pizza o con la zuppa di pesce le sere d’estate, perché è un vino da compagnia, da bersi gioioso in amicizia. Ecco, non per tutti gli amici però: chi ricerca la perfezione tecnica non l’amerà; chi ama invece l’equilibrio e una certa rilassata eleganza naturale, che indossa più volentieri un tweed campagnolo che un abito da cerimonia, questo Boisson Rouge farà per lui.  
Mi vengono da soggiungere due note a margine, magari poco poetiche, ma insomma dovute: che nella sua relativa rusticità lo si trovi a Londra in quello che è un grande supermercato di lusso accanto a vini in qualche modo più normali, ha due significati: che il pubblico di qua è di vedute piuttosto aperte e che i buyer non lo considerano così stravagante o peggio difettoso se lo offrono al pubblico più ampio e potenzialmente inesperto senza cautele o avvertenze. Prosit!