Chianti Colli Senesi 2007, Casa alle Vacche, 13,5 gradi.

   
Lo posso dire? Certe volte preferisco un semplice Chianti (o uno delle sottozone di questa denominazione) a un Chianti Classico. Ecco, l’ho detto. E’ che il Classico spesso e volentieri mi sembra una dama in abiti da sera e talvolta, data l’occasione, si sta meglio con un paio di jeans e una maglietta. Poi, per indossare determinati vestiti, bisogna avere il fisico: non tutte sono modelle -e meno male- ma guai a fingersi tali.
Apro stasera e dopo tanto tempo questo Chianti Colli Senesi che viene da San Gimignano. Perché un’attesa così lunga per un vino che si considera spesso di pronto consumo? Perché preso in cantina giovanissimo, appena nato, l’avevo trovato immediatamente talmente buono che mi dispiaceva privarmene. Stasera però è una momento speciale: torno a casa e dei profumi e sapori di casa ho desiderio. A San Gimignano si va per la città turrita, per il pozzo di Piazza della Cisterna, per gli affreschi meravigliosi della Collegiata (le storie del Vecchio e del Nuovo Testamento) e per la Vernaccia, forse il re dei bianchi di Toscana. San Gimignano però è a tutto tondo un luogo vocato per il vino e tale primato andrebbe meglio riconosciuto. Ecco questo Chianti dei Colli Senesi, difatti, a dimostrarlo. Ricordo vagamente la via per Casa alle Vacche, la strada che saliva dalle parti di Pancole, zona privilegiata per la vite, fino alla sala di degustazione recente ma calda e tradizionale. Li’ assaggiai questo rosso e me ne stupii: un Chianti all’antica se vogliamo, col suo tradizionale assemblaggio di sangiovese, canaiolo e colorino, ma che svettava per tono vitale su altri più raffinati e ricercati assaggi di quei giorni. Scatto, energia, beva: per piacere non gli mancava  nulla ed il prezzo al pubblico , diciamolo, era convenientissimo: pochi euro, da contarsi su una mano. Una meraviglia.
Lo ritrovo ora vecchio di nove anni, mi arrovello ancora se lo debbo aprire, ma poi sì, me lo sono meritato. Lui, a svinare la bottiglia del tappo privata, mi risponde subito, generoso, amico, sorridente, senza indugi. Mi stupisce: malgrado la lunga clausura, nemmeno un filo di riduzione.  Piuttosto un gorgoglio nel calice che prelude a nuova vita, ad un’esplosione di aromi e sapori che mi coinvolge nel profondo perché mi va a braccetto col latte materno. Ancora rubino di media fittezza, con l’unghia che vira al granato, lascia sul bordo lacrime fitte, regolari, veloci , persistenti, consistenti come taffetà, decise come un bacio: un piacere per gli occhi.
Poi gli aromi, molto intensi e particolarissimi. Ti spiego: se pensi ai noti ed abituali descrittori, ti spiazzano; se quelli li dimentichi un attimo, trovi profumi di casa noti e domestici. Certo, odorando vi sentirai la frutta rossa ( susine , arance amare e, persino fragole e lampone), e perché no , i fiori: la viola, tipicamente. Poi però c’è il resto: la legna, la pelle , la carne, le spezie, il fungo;  ecco, all’olfatto  sembra di affettare una spalla di maiale toscana, un prosciutto, un capocollo e così via, perché ci senti forte anche il pepe, il cumino, la noce, la salvia, il rosmarino, il timo, e persino la ruta.
All’assaggio, è secco ma rotondo, un po’ dolce di frutto, con una fittezza in bocca rimarchevole e che non è mai statica: tutto muove il contrasto che riesce a crearsi tra acidità, spinta salina, anidride carbonica e alcool. Il tannino è ben presente, ma regolare, grintoso e abbondante, è maturo e non disturba.
L’acidità è superiore alla media, vicina ai punti alti della scala, è ficcante ma per così dire, liscia e c’è tantissima salinità che un poco la dissimula: giù, diciamolo, è salatissimo. Un dispiacere finirlo: ampio di corpo, carnoso e polposo, ma senza strafare; rugoso come una lingua di gatto, squillante come sorgente, profondo il giusto, felicemente caldo di alcol, ma sempre fresco e agile come un Chianti essenzialmente essere. Nel suo gusto c’è tantissima concentrazione, spintonando riempie la bocca di sensazioni magari indisciplinate, ma vivide, come una quota di carbonica che sulla lingua frizza e solletica; e poi il vino allunga sul palato con decisione, un ragazzo ardito con la bicicletta fra le fosse, non un campione in calzamaglia. Questo rosso è un archetipo della fanciullezza cresciuta a pane e vino: il mio Chianti. Goduto su coniglio e pasta e fagioli, è rimasto  ottimo con entrambi.

Chianti Colli Fiorentini 2008, Malenchini, 14 gradi.

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Diceva un’amica che di vino se ne intende, assaggiando insieme un certo suo Merlot spillato dalla vasca : “Questo è divertente”. Ora, come un vino possa essere divertente non è facile da spiegare; più che altro il bevitore accorto lo può forse intuire.  È un misto, a mio vedere, di calore e freschezza, di morbidezza e scatto, di dolce, salato ed amaro; sensazioni che non solo toccano corde lontane della sensibilità del palato, ma che si alternano secondo un ritmo giocoso e serrato ed un tono leggero e quotidiano, dove la profondità va cercata tra le righe.  Come dire (perdonami amico o amica che mi leggi se il paragone musicale a qualcuno poco pratico può sfuggire) che nel Barbiere di Siviglia di Rossini c’è più vero divertimento che nelle Nozze di Figaro di Mozart e che l’ascolto è autoesplicativo. Questo Chianti dei Colli Fiorentini 2008 di Malenchini mi è sempre parso il prototipo del vino divertente. L’ho assaggiato più volte nel corso degli anni: giovanissimo e scalpitante appena imbottigliato, riposato che esplodeva di un frutto pieno e centrato, ed ora maturo di otto anni, prossimo quasi a dirsi invecchiato. Fasi differenti, ma questa idea di divertimento mi si è sempre affacciata nella mente come la caratteristica distintiva del suo carattere. Stasera lo apro improvviso, per goderne nell’orto alle luci di un tiepido crepuscolo agostano con polpette al pomodoro. Cavo il suo bel tappo di sughero intero e lui è lì subito nel calice, già pronto e perfetto: non abbisogna di tempo per sgranchirsi dal sonno, a dispetto di tutte le mie convinzioni e le sane abitudini. Sfoggia uno stato di forma invidiabile, a partire dalla tinta che è ancora decisivamente rubina e di virare al granato non ne vuol sapere. Me ne piace soprattutto la trasparenza e la brillantezza, veramente classiche di un Chianti come dovrebbe essere, senza troppi maneggi di uve foreste o di pratiche concentranti in cantina. Mi piace guardarne le gocciole così viscose e fitte scendere adagio: l’amore passa anche per gli occhi. Il profumo ha ancora evidenti e in primo piano tutti i caratteri della giovinezza: i fiori (iris e viole) e soprattutto un frutto succoso e maturo: la ciliegia; ma sullo stesso palcoscenico, seconde voci di pari dignità, stanno dopo questi otto anni note terziarie di invecchiamento, che sanno di terra, di pelle, di macchia, di spezie dolci e più piccanti ( un alternarsi continuo di cannella e di pepe) , su uno sfondo ferroso e di ruggine che si fa dopo ore sempre più evidente, con tocchi di erbe aromatiche a rinfrescarlo ed ingentilirlo. Soprattutto, però, sono aromi vibranti che si rincorrono di continuo, con l’aria intorno e vaporosi, come un volo di rondini. Ti invita così al sorso, accogliente e guizzante: un sorridente peso medio più ricco di sapore rispetto a certi vinoni accigliati da concorso;  assai salino e di bella acidità, ficcante e ben distribuita più che abbondante, evidente perché senza sovrastrutture, che lo slancia e lo richiama di continuo nella gola; come pure il tannino è superiore alla media, un po’ terroso e irregolare ma  assai sciolto e di grana piuttosto sottile, che lascia un ricordo piacevolissimo di rugosità tattile. Si allunga e si espande sulla lingua e tra le gote, in un vai e vieni che muove tra secchezza e rotondità, con quel certo autentico gusto toscano per una rustica eleganza. La sua persistenza è quella che serve,  giusta per accompagnare la tavola: deglutito il vino, svanito persino il gusto, resta ancora un bilanciato ricordo acidulo, salino, amarognolo che richiama ancora un nuovo sorso: difatti è uno di quei vini che, inevitabile, finisce la bottiglia. Si dimentica persino un certo esubero alcolico: perché sta lì anch’esso in buon ordine ed è un tocco generoso che partecipa al gioco dei contrasti. Lo si vorrebbe sempre sulla tavola, con gli amici e quando si è da soli, perchè illumina sempre un poco la giornata: un raggio di sole tra le  nuvole. C’è in lui la forza della tradizione e del genius loci: quella rotondità fruttata dei Colli Fiorentini, quella leggerezza scherzosa, genuina e profumata che sa di burla, di novella, di stornello, di zingarata, che ha attraversato i secoli; quella dei Chianti di un tempo, che hanno dissetato le fauci di generazioni di braccianti, di artisti, di signori, e che oggi si stenta a trovare.  Sangiovese e canaiolo, invecchiati in botti grandi: la maniera antica. Non è che fossero poi davvero bischeri, una volta.

Schioppettino Colli Orientali del Friuli 2009, Iole Grillo, 12,5 gradi.

Ogni volta che apro questo Schioppettino dell’Azienda Agricola Grillo Iole penso che è come sedersi sulla propria poltrona preferita o allungarsi dopo cena su un morbido divano: la stessa sensazione rilassante di conforto, di casto ma sensuale piacere. Ne avevo qualche bottiglia che ho centellinato come le pagine di un libro amato, che non si vuole veder finire: uno di quei racconti profondi, ma che sanno porsi con grazia e leggerezza, come un sorriso gentile quando ne hai bisogno.
Si dice che lo Schioppettino non sia in genere un vino longevo. Questo ha ormai quasi sette anni, cinque ne ha passati in un appartamento, steso ma in condizioni tutt’altro che ideali. Eppure quando levo il lungo turacciolo di sughero il vino è ancora tonico, fresco, appena smorzato nei suoi profumi più fruttati. Rubino scuro alla vista, ha nel suo colore le trasparenze dell’ombra; al bordo un cerchio granato ne segna l’età; gocciole lente sul calice rimandano a una presenza carezzevole. Il profumo, seppur mutato dalla gioventù, resta di intensità notevole, persino rara in tanti seppur celebrati rossi nostrani. Inoltre è tipico, personalissimo: frutti di bosco neri, mirtilli in particolare; nè manca, in second’ordine, qualche cenno di susine rosse; e toni freschi, vegetali; ma è soprattutto e di gran lunga la componente speziata a tenere il campo, così sfaccetta, complessa e insistita: la noce moscata, il chiodo di garofano, la cannella, il pepe bianco e verde;  aromi che sono lì materici e nitidi, ma in qualche modo sfumati, in perfetto equilibrio tra dolce e piccante, integrati da una componente fortemente balsamica, che è un tocco di legna odorosa, boschiva, al limitar dell’inverno, quando è umida e coperta di muschio. Essi si raccontano a mezza voce,  con avvolgenza consolatoria, un racconto davanti al camino col vento che sibila lassù nella canna fumaria. E poi al palato si offre con morbidezza scorrevole, senza asprezze o scalini, temprata da un’acidità ancora sufficiente da garantire allungo e freschezza, che si inserisce un un corpo medio dove il tannino è assai presente (è uva a buccia spessa lo schioppettino), ma di grana finissima, una polvere d’oro di particelle levigate. Si giova di un grado alcolico relativamente basso, inconsueto al giorno d’oggi ed è una boccata d’aria fresca.  Uno Schioppettino questo di Grillo giocato più sulla levità ed il garbo che sulla forza e la complessità, trovando una dimensione quotidiana e a misura d’uomo piuttosto che monumentale, ma non per questo meno elegante. Un’eleganza comunque distinta la sua: sempre perfetta, in ogni momento. Così pure a tavola non mancherà mai l’abbinamento e sarà un perfetto compagno per una chiacchierata o una solitaria meditazione. L’ho assai goduto su rustici fusilli al sugo di salsiccia, ma sarebbe stato ideale anche per un romantico tete-a-tete.  Eh, lo schioppettino! Non darà vini potenti e longevi come il nebbiolo o il sangiovese, ma non ho dubbi: per me è tra le grandi uve rosse italiane.

Refosco dal peduncolo rosso, Colli Orientali del Friuli, 2010, Livio Felluga, 13,5 gradi.

Livio Felluga è una firma che non ha bisogno di presentazioni: le sue etichette con la carta geografica sono conosciute in ogni dove, un simbolo del Friuli enologico. 800.000 bottiglie non sono uno scherzo, il rischio dell’omologazione o di una qualità approssimativa è sempre dietro l’angolo. Però nei miei saltuari assaggi mai una bottiglia che non fosse curata, precisa, impeccabile. Inoltre, pur con una dovuta attenzione ai mercati, i vini di Felluga mi hanno sempre riportato l’impressione di un chiaro carattere friulano, che generalizzando potrei descrivere come miscela di disciplina e di calore, di piacere di vivere e di diffidenza. Nè manca la valorizzazione delle singole zone e denominazioni (i Colli Orientali, Rosazzo, il Collio), nè l’attaccamento alle uve autoctone.  Ora, se il Friuli è considerato regione per eccellenza bianchista, a ben vedere fornisce alcuni vini rossi tra i più interessanti e particolari dell’intera Penisola, caratterizzati ed eleganti: Merlot, Cabernet, Schioppettino, Pignolo ed appunto Refosco dal peduncolo rosso.  Non posso dire di aver vera dimestichezza con quest’ultimo: assaggi qui e là negli anni, taluni dagli esiti piuttosto rustici (nei casi meno fortunati), altri persino intossicanti per la sontuosa ricchezza aromatica e tattile espressa dal vino nel calice: una eccezionale potenza vellutata. Questa varietà a maturazione tardiva, profondamente radicata del Nord-est, vanta una lunga serie di citazioni nei secoli che ne fanno presumere un motivato apprezzamento dalle classi nobiliari o agiate. Eppure nelle produzioni di massa puoi trovarlo grezzo, scialbo.  Perciò apro con curiosità la bottiglia di Felluga: per capire che cosa più originare quest’uva in mano ad un produttore di riferimento, che produca un vino comunque abbordabile per i più ed in quantità non confidenziali. Ed ho un’autentica sorpresa: perché questo Refosco dal colore rubino molto profondo e scuro, che lascia sul calice gocciole fittissime e lente, è un vino di gran classe, dal profumo molto intenso dove spiccano more e mirtilli, ma anche tanto pepe bianco e nero, e sentori affascinanti di foglie e terra bagnata, humus, noce moscata e cannella. Persino uno sbuffo piacevole di solvente. Viene affinato in legno, ma non è evidente: devi più che altro indovinarlo – amico o amica che mi leggi- da come lui sa articolarsi in una terza dimensione. Poi: fresco in bocca come un bacio, corposo ma tutt’altro che statico grazie ad una buona acidità, con una trama tannica solida, molto abbondante e grintosa, ma non oppressiva; anzi lo direi persino delicato, “passante”, per usare un termine desueto ma esplicativo.  Eppure mantiene una sua compattezza carezzevole e vellutata, dove l’alcol trova un’integrazione perfetta, da poterlo dimenticare. Al gusto, che è di media concentrazione, prevale l’alloro; ma nell’allungo, di bella progressione, la chiusura è su note di tè e di caffè. Più lo assaggio – ed anzi con gusto me lo godo- più ne cerco i rimandi con altri vini, quell’appiglio consolatore a ciò che è noto e che rassicura. Alla fine mi viene in mente Bordeaux: ma non un blando chiaretto, piuttosto uno Chateau Gran Cru Classé; questo Refosco tuttavia è più sciolto e originale, seppure con un corpo notevole. Inoltre il clima friulano, che è meno ballerino di quello del Medoc o della Rive Droite, offre migliori garanzie rispetto alla variabilità delle annate. Poi – ma sarà forse anche la mano di Felluga- questo vino è già godibile: relativamente presto rispetto ad un Bordeaux di valore, per il quale non bastano a volte dieci anni. Però il nome di Refosco risuona poco all’estero, persino sconosciuto a molti appassionati anche in un mercato ricco come quello inglese. Peccato: per una volta non vorrei tenermi un segreto.

Fior d’Arancio colli Euganei DOCG 2014, Maeli, 6 gradi.

Se hai sfogliato i quotidiani e certi periodici, avrai magari letto di questa azienda e di questo vino, perché è stato premiato a sorpresa ( insieme al suo fratello dell’annata 2013) in rilevantissimi concorsi internazionali. La notizia è passata con un certo rilievo, credo anche per radio e persino in televisione. “Come? Un moscato spumante in vetta alle classifiche mondiali, e non uno dell’Astigiano!”.
I verdetti dei concorsi, si sà, non sono il Vangelo, ma aiutano senz’altro ad accendere le luci della ribalta: nulla di male e tutto di bene.
Ma se tu – amico, amica che mi leggi – vuoi capire questo vino e questa azienda, devi andar lassù sul Monte Pirio tra quelle vigne ripide: fatti raccontare la storia dalla voce del vento che sempre le batte, tendi l’orecchio al frusciare dei pampini ed al respiro della zolla. Lassù tra quelle marne che si sfaldano, tra le trachiti che emergono come vene dalla pelle di un gigante. Lassù, dove la pianura industriosa si domina dall’alto, così lontana e muta nella distanza che la potresti anche dimenticare, e con essa tutti gli affanni e le pene: persino gli splendori rinascimentali di Villa Vescovi appaiono remoti ed il collegamento visivo rimanda solo ad una fuga dagli sfarzi di una corte verso le semplici gioie di un’arcadia perduta. Lascia che quel luogo non isolato ma solitario ti parli la storia di vigne vecchie abbandonate, che nei rovi avevano perduta la loro strada e cullavano l’attesa di una rinascita; del loro recupero faticoso, come di un mosaico a tasselli che andava ricomposto in una visione unitaria, tali e tante erano le varietà e le parcellizzazioni; degli esperimenti sofferti, per capire che cosa il territorio potesse dare; delle acrobazie per vinificare in spazi non propri; della mancanza di fondi e di visioni condivise; di tanto lavoro umile, sordo e testardo, con le degustazioni che si alternavano -absit injuria verbis- alla pulizia dei servizi; di momenti tutt’altro che patinati, prima del riconoscimento e di una certa stabilità societaria. Non ti nascondo: l’amicizia mi lega a chi conduce l’azienda, persona gentile; e questo Fior d’Arancio e’ anzitutto la storia del suo innamoramento per quelle vigne.
Percio’ con gioia sempre nuova apro questo vino, perché è vino della gioia: quella ingenua, infantile, che si provava a Natale all’apertura dei regali, quando il valore materiale non aveva alcuna importanza. Eccolo qui, paglierino chiaro chiaro con riflessi dorati, colle bolle delicate, fini e continue, con gli aromi intensi e iridescenti, accattivanti nella combinazione di freschezza e ricchezza. Salvia, frutta fresca a polpa bianca, fiori d’arancio (ma dai! per una volta, nella tipicità, l’origine dei nomi e’ chiara), ginestre, un nota generale muschiata molto lieve che trascolora e dopo poco ricorda maggiormente l’erba selvatica. Ancora più appagante in bocca, dove entra ricco, persino voluminoso per la tipologia – anzi, declinando meglio: corposo, morbido, carezzevole ma stuzzicante. Decisamente dolce, soprattutto però -ed ė ciò che più conta- al centro bocca ė molto salato, giocando su questo contrasto il suo contrappunto interno. Il sapore è concentrato ma arioso, un’acidità continua lo sostiene vivido e molto lungo al sorso, ma senza puntature. Forse non è sontuoso come il 2013 (meraviglioso, oggi), ma ha forza abbastanza per longevità e abbinamenti arditi, risultando magari perfino un poco più flessibile del precedente perché meno protagonista: sarà un peccato -amico, amica che mi leggi- se vorrai limitarlo al dessert. Potrai stapparlo oggi anche per brindare a questa bella storia italica, frutto di caparbietà e di fortuna, ma non parliamo di lieto fine: se conosci il vino, sai quante perle di sudore e di pianto stanno dietro ogni sua goccia; ed ogni vendemmia ė un giro di ruota.

Schegge di Vinitaly

Io che non ci volevo andare: “No, quest’anno no, tutta quella bolgia”. Io che poi mi son pentito di essere rimasto solo un giorno tanto mi sono divertito, tanti gli assaggi interessanti. E che me ne son andato col dispiacere di non essere stato abbastanza con gli amici che stanno “”dietro i banchetti” e  di non averne salutati tanti; col rimpianto di non aver assaggiato tanti interessanti e grandi vini.

Intanto però:

L’equilibrio e la purezza del Bianco Infinito di Maeli, che continuerò a sognare a lungo con un sushi. E poi la freschezza appena speziata del Rosso Infinito 2011; la cremosa ricchezza del Moscato Fior d’Arancio 2013, così dolcemente sensuale, così salino. Brava Elisa Dilavanzo!  

Le bolle fini e delicate del Moscato Fior d’Arancio 2013 di Ca’ Bianca, così vicino, così diverso, stilizzato nell’’eleganza fresca e nervosa delle mele.

Il Moscato Fior d’Arancio Passito di Gambalonga: ecco la gioia ambrata di zuccheri e sale, di avvolgenza alcolica ed acidita’ ficcante, ma più ancora la profondità dell’ossidazione, che non ti butta il frutto passito sul muso, no, ma ha le tante gradazioni sottili che solo il tempo regala, quasi fosse un Palo Cortado di Jerez ma moderatamente dolce, voce quasi delicata e segreta della viola da gamba. 

I Prosecco di diletto e ricerca di Desiderio e Gianluca Bisol: il Metodo Classico loro, che cerca strade trasversali, tensioni nuove, piacere e pensiero. Poi il sorriso del Cartizze.

Vedi di contro, l’intensita’ sontuosa, avvolgente e pura, patrizia e dogale del Prosecco di Valdobbiadene Extradry de Il Follo. Ricchezza inaudita, sensualità tizianesca nell’estasi dell’espressione dei toni del bianco. Li’ forse l’estremo charmat. 

La Valpolicella di Corte Archi, dagli aromi precisi e puliti, anno dopo anno toccando a ritroso dal 2014, fino alla vetta dell’ Amarone Riserva: dove opulenza e freschezza trovano un loro equilibrio tenero e delicato, come i petali di viole che accarezza il vento.

Venissa 2011, dal colore dell’oro. Per me, oro da re. Acqua e cielo di laguna nel suo sorso. Non re, allora, ma lo sguardo del doge che si perde sulle acque della sera.

Eppoi si va in Toscana. 

Ecco la Rufina verde, ecco il Chianti Rufina scintillante de I Veroni e il Chianti Rufina Riserva nobilmente elegante e comunicativo; ma poi solo silenzio di fronte al Vinsanto 2006: ecco l’oro antico, la storia, la dolcezza, le battaglie (l’arme e gli amori), condensati in un ambrato liquore già parte di me e del mio desio: così dolce, così salino, così consolante e cosi’ teso, acidita’ corda di violino, balestra tesa per scoccare. Ecco il Vinsanto, come io l’aspetto. 

La sorpresa di Bagno a Ripoli: i vini di Fattoria le Sorgenti. Perfino un Malbec riescono a far sentire toscano. Perfino il taglio bordolese poco invidia a quelli di zone più famose, anche non italiane, vincendo per eleganza; seppur, bada, non disdegna un mediterraneo abbraccio. Perfino con un Metodo Classico da uve Chardonnay stupiscono, che dopo più di 30 mesi sui lieviti e’ cosi’ piacevolmente in equilibrio tra frutto mediterraneo, gessosita’, e le note dell’’autolisi, che vorresti aver subito con lui tutta la varietà dell’antipasto toscano, i salumi e i crostini. Batte pero’ il cuore per il Chianti dei Colli Fiorentini Respiro, così giovanile, fruttato, pieno, sapido, sbarazzino, passante. Un bel Sangiovese, da bersi a garganella, da farsi scaldare il cuore mentre rinfresca la gola, da farsi regalare la gioia. Vadano altri a Beaune, io sto a Bagno a Ripoli. Specie se poi c’e’ anche il Gaiaccia, più complesso, con un 2009 in equilibrio ed il 2008 di struttura ed evoluzione, più scuro d’aroma, più serrato di struttura, quasi guardasse amoroso alle Langhe. 

Poi ancora e per sempre Montalcino. La gioia di farla conoscere agli amici Veneti, sotto il mio punto di vista parziale e innamorato. La gioia di condividere la voce del Sangiovese. 

I vini di Luciano Ciolfi, Sanlorenzo, che dirne ancora? La delicatezza del Rosso 2013, l’armonia del Brunello 2009, la potenza del Brunello 2010 che ancora morde il freno cavallo bizzoso di razza, la controllata evoluzione e il mistero della 2003, col fungo, il bosco, la macchia, lo splendore autunnale in evidenza. Vini di classe, ma veri. Vini del caldo abbraccio. Vini della sera, con quelle vigne alte e volte a sud ovest a far l’amore con la luce del tramonto – e devo capire se ciò non dia al sangiovese una sua specifica dimensione. Ne avrei approfittato del suo nuovo coravin per godermi tutte le annate, ma mi vergognavo e più ho vergogna ora di essermi vergognato. 

Tiezzi: il sorriso e  l’eleganza e la discrezione . Così i vini, cosi la famiglia. La cordialità del Brunello Poggio Cerrino, che già si apre alle complessità evolutive conservando freschezza slancio immediatezza. Poi il Brunello Vigna Soccorso 2010 e si fa il salto in un iperuranio universo parallelo di sole e di luce purissima. Le sabbie di quella vigna benedette dal Cielo per tanta forza e grazia e armonia. Vini del mezzogiorno, dello zenith, della bellezza piena. 

Il Brunello de La Lecciaia, cosi’ ammattonato, trasparente, vecchio stile, etereo perfino, ma con una verità lampante: la stessa dei volti di Cimabue, immortali e immoti sui fondi oro dugenteschi. Ha un po’ il sapore delle fiabe raccontate a te bambino al crepitare del fuoco, che rimangono indelebili nella mente con la forza del simbolo e dell’archetipo. 

La scoperta dei vini di Stella di Campalto – meglio, la conferma di una fama meritata. Il Brunello 2005 (si’, 2005) oggi armonioso e perfetto, persino ancora giovane, complesso e impalpabile, tutto in levare, giovanile, quasi ancora del tutto rubino, e pensi sia una vetta estrema di Sangiovese. La materia rarefatta e impalpabile, come i canti che salgono da Sant’Antimo: forse questa la verità  dei vini di Castelnuovo dell’Abate se la ritrovi nei confinanti filari di Poggio  di Sotto? 

E Federica, Tommaso, Olimpia, Manuela, Paolo, Gianpaolo, Chiara, Raffaella, Paola, Alberto, Olalla, Dino, Sergio…e tanti altri che ora scordo? 

Il tempo e’ amico e giova al vino – noi non siamo vino. 

Chianti Colli Senesi 2005, Pacina, 13 gradi.


Per alcuni anni, prima che partissi per l’Inghilterra, andare a Pacina a prendere il vino e’ stata per me una tappa obbligata, quasi un rituale che scandiva i miei viaggi quando giungevo dalle parti dell’uscita Bettolle-Valdichiana, perché risalivo o scendevo lo Stivale, oppure perché avevo faccende da sbrigare in Umbria. Prima o dopo l’orario d’ufficio lasciavo l’autostrada, infilavo la quattro corsie per Siena, e come uscivo per Castelnuovo Berardenga il paesaggio cambiava: quello mio interiore, perché al profilarsi delle colline morbide, delle massicce zolle lavorate, mi sentivo trapassare nella calma di un ambiente quasi arcano, rarefatto, dove il tempo era un concetto relativo, a un tempo fluido e immoto, dove l’apparire di un contadino con la vanga poteva destare una sorpresa come fosse l’esalarsi di uno spirito dalla terra stessa, e restava addosso quel senso di dubbio se si trattasse di realtà o immaginazione.
Pochi i chilometri, breve l’attraversamento di borgate dai mattoni antichi, di finestre chiuse e segrete anche quando spalancate, di misteriosi silenzi, indistinguibili nel rinserrarsi di una corte o nell’aprirsi sul più solenne e vasto dei paesaggi: la sequenza immota dei colli delle Crete Senesi. Poi, ancora, un bivio e una strada bianca in leggera discesa, bordeggiata di campi e di ulivi, da percorrersi adagio: imparai negli anni a percorrerla sempre più lentamente, giù, fino al cancello della casa di Giovanna e Stefano. Casa, si badi, non azienda: perché qui l’atto agricolo e’ una scelta di vita, nella rinuncia ai veleni, nella coltura non intensiva, nella biodiversità, atto d’amore verso i propri figli e la terra. Casa, si badi, non villa, seppur della villa avrebbe le dimensioni e la maestà: perché qui nella terra si affondano le mani, nell’aria si vive l’autunno, l’estate, l’inverno, la primavera. Oggi Giovanna e Stefano sono famosi, anche grazie ad un recente film di Nossiter che li ha messi in luce con altri celebri vignaioli cosiddetti “naturali”; allora lo erano meno, ma io ricordo l’amabilità e la familiarità della loro accoglienza, che non penso sia mutata.
Questo Chianti Colli Senesi 2005 e’ la prima annata che comprai da loro, una mattina presto, col cielo grigio e freddo. Stefano mi mostro’ i campi e l’antichissima cantina ipogea, prodigo di spiegazioni a me curioso che allora cominciavo ad appassionarmi pericolosamente al vino. Lo ricordo com’era allora, questo rosso: affascinante ma difficile, angoloso ma sincero, potente ma scattante; vino decisamente non per tutti, certo lontanissimo rispetto a certi Chianti scialbi o viceversa grassamente caricaturali che con troppa facilità si trovavano allora e che con eccessiva frequenza qua e la’ spuntano ancora. Lo apro dopo un lungo riposo nel mio buio e umido sottoscala toscano, curioso della sua evoluzione. Ed ecco che ho immediato il manifestarsi di un evento meraviglioso, l’epifania di un trasfigurarsi quasi della materia grezza in altra più nobile; o piuttosto l’elevarsi ad una dimensione spirituale nuova. Perché al levar del lungo tappo, subito una vibrazione aromatica pervade l’aria, non ha bisogno di respirare per mostrare evidente un nuovo assetto aromatico; se gli lascerò del tempo sarà per assestare la sua bocca, ancora percussiva, come d’un uomo che dopo un lungo silenzio d’eremitaggio, trovate grandi cose da dire, abbia foga di rivelarle tutte in un appassionato spasimo. Attendi ancora dodici ore, coperto da una garza, distenditi, schiarisciti la voce. Solo in seguito, nel calice, rosso rubino scuro, espressivo, cupo come nube gravida di temporale, ma ancora trasparente, signorile, espressivo, appena velato perché non filtrato, impercettibilmente granato sull’unghia, formando lacrime lentissime, fitte, quasi immobili, rilascia un aroma molto intenso, pronunciato, lento anch’esso e segreto, una sinfonia inesorabile e grave di impressionante complessità. Se hai note ancora fresche di fiori e frutta nera e rossa (ciliegie,amarene, prugne, mirtilli, more di rovo) queste sono avvolte e circonfuse come di accenti arcani, come una nebbia avvolge gli oggetti la notte: e sono il ginepro, il tabacco, l’alloro, lo zenzero, il rabarbaro, l’incenso, la terra bagnata, l’asfalto, il catrame, la torba, le pelli ed i legni antichi; ma sono come trame che formano un velo spesso e prezioso, che avvolge e esalta segreti più preziosi e non detti. Non ti sottrarre, amico, amica che mi leggi, al sorso: avrai in te allora il suo corpo profondo, diritto ma ampio, nervoso in centro come lama sottile, ma rilassato ai fianchi e tuttavia in modo conciso e disciplinato; ne avrai la bocca felicemente piena ma pulita e appagata dalla sua alta acidità’, dal suo essere secco, lunghissimo, complesso, capace di affondare nella carne del tuo palato e penetrarti dentro ma con il piacere di una carezza circonfusa, con l’invito a scoprire meandri gustativi e infinite consistenze, sorretto da un tannino abbondantissimo, granitico, terroso, ma tuttavia per nulla sgradevole, anzi, piacevolmente ruvido come una pietra sbozzata o la corteccia di un albero sul quale sia bello posare la mano e lentamente lasciarla scorrere; e gli assicura anni di vita davanti. C’è qualcosa di commovente in lui che non si può dire con le parole, qualcosa di profondo e sacrale in un senso misterioso, primigenio e arcaico, che verrebbe da dire etrusco: perché il materiale si fonde con lo spirituale, in un continuo che annulla i rispettivi limiti, dove la vita e la morte non sono eventi separati, ma due facce di un eterno fluire che non conosce cesure.
Mi invita a tornare indietro sui miei passi, a ripercorrere ancora la strada che porta a Pacina, o in un qualche altrove. La sua storia, oggi, con un piccione ripieno e la mia famiglia intorno. (14 luglio 2014)

Candia dei Colli Apuani amabile 2007, Roberto Castagnini, 12,5 gradi


Venendo dal nord, dopo le curve e i boschi della Cisa, giungere in quell’estremo raccordarsi di Liguria e Toscana e’ l’emozione di un’apertura verso il sole, verso l’aria nuova del mare: li’ l’Italia si stacca dal continente Europa per proiettarsi penisola nel Mediterraneo. Da un lato, l’abbraccio dei golfi di La Spezia e di Lerici e le scogliere scoscese delle Cinque Terre, dall’altro le cave di marmo delle vette Apuane, scenario irreale che controcanta la lunga distesa di rena delle spiagge versiliesi. Vi nasce un vino poco conosciuto, in quantità minute, proprio dove le Alpi diventano colli, mantenendo però pendenze tali da richiedere terrazzi e la fatica del lavoro manuale: e’ il Candia. Quello amabile, ad esempio questo di Castagnini, forse è’ il più originale nel suo essere desueto. Lo trovo giallo limone, con riflessi di cristallo e solari, ambrati, caratteristici si dice e non dovuti -in questo caso-all’età’. Disegna archetti radi e lenti, regalando profumi intensi mela matura e pera e cotognata, di ananas, di erbe e fiori selvatici e ginestre, e di macchia e di zagara, e di corbezzolo. Vi trovi il calore del miele di acacia, l’aroma della paglia nei campi agostani, ma anche la freschezza della roccia, del cristallo, del marmo diresti, a voler esser banale: eppure e’ così, anche la pietra ha un odore, che nasce dalla microflora che su essa cresce caratteristica. Ottanta per cento di Vermentino, 20 per cento albarola e trebbiano, regala un sorso dolce amaro e un po’ salato, con acidità contenuta, di una certa persistenza ed alcol ben dissimulato, per un gusto un po’ antico magari, di un tempo che fu, ma che non si dimentica. Quasi un vino timido, sulle punte, lo diresti ancora indeciso se appartenere più al sud o al nord ed ha una sua delicatezza estrema, un silenzio interiore ed una grazia da ali di farfalla: quasi un coro a bocca chiusa, sul far del tramonto. Vorrei riassaggiarlo più giovane, perché, si dice, e’ vino da beva immediata. Cercalo anche tu, amico, amica mia: se non ami i vini dolci in specie, perché il Candia amabile e’ altra cosa. Te lo potrei consigliare con certezza per fine pasto su crostate di frutta, su un castagnaccio, sulla frutta stessa, o per il tuo piacere fuori pasto; ma ti spingo anche ad osare e giocare con lui all’aperitivo e al pasto per provare gusti e accostamenti inconsueti: sarà con un crostino al lardo o con una vivanda orientale che riuscirà a conquistarti?

Per saperne di più: http://www.eurobacco.eu/Castagnini_Roberto/castagnini_roberto.htm

Rosso Fenice Colli Euganei DOC 2009, Tenuta San Basilio, 14,5 gradi .


Ti puoi perdere nella sua tinta quasi purpurea, scura come sangue di bue, pressocche’ impenetrabile: tinta di ricchezza opulenta, senza compromessi, senza incertezze. Puoi deliziarti l’olfatto con pienezza e decisione di aromi, classici di pregevole blend di uve bordolesi: frutti di bosco neri, speziatura fine, liquerizia amara in scaglie fini, tabacco di sigaro cubano, preziosi legni e incensi. Ti puoi appagare il palato col suo sorso pieno, tornito, sensuale, morbido, di stoffa tannica fitta e fine, acido quel tanto che basta per un’ultimo, rinfrescante sorso, prima di una lunghissima scia di sapore. Cosi’ muscoloso, cosi’ ben vestito di uno smoking sartoriale, ne mette certo in fila tanti, anche venissero da Pomerol. Lussuosissimo e intrigante, e’ vino di altissimo rispetto, in abito da sera; pero’, ti interroghi se oltre l’eleganza di tutta quella massa, oltre il piacere sibaritico che procura, davvero si accordi alla mensa con vera distinzione o piuttosto non raccolga su di se’ i riflettori come una diva smagliante sulla Croisette; e se il territorio meraviglioso dei Colli Euganei, cosi’ vocato e potente, che qui esibisce tutta la sua forza battendo deciso un pugno sul tavolo a sparigliare le carte dei valori acquisiti, non parlerebbe più libero in una lingua meno internazionale – seppure così glamour. Cerca, trova la tua risposta con le annate più recenti: il Rosso Fenice lo ritroverai li’ più gentile, più garbato, più fresco, raccolto in una dimensione nuova e purificata, che maggiormente porta la marca di un luogo e di una storia, regalandoci una visione piu’ vera, sfumata ed autenticamente veneta di quell’angolo di paradiso che sono i Colli.

Assaggio e note del 4/1/2012, integrate e riviste l’8/4/2014.
Per saperne di più: http://www.tenutasanbasilio.it/index.html.

Bianco Veneto IGT Cocài 2010, Vignale di Cecilia

6/7/2013 Lo posso dire? Questo Cocài mi ha proprio spiazzato. Ma come? Mi coltivi l’uva friulano sui veneti Colli Euganei? Non proprio una scelta banale, segno che questa azienda di ispirazione naturale sa andare contro corrente. E il tappo, poi: tecnologico e colorato, siliconico e multistrato, un pezzo di design che guardo ammitato e stupito. Ma poi il vino: e qui lo sconcerto, perché lo verso e mi suona, muto, sordo, scomposto…e quasi provo la delusione. Ma il vino, amico, amica mia, lo sai bene: è un animale bizzarro, imprevedibile, vuole i suoi tempi e i suoi spazi. Ed allora l’attento paziente, perché pure un certo non so ché di vivo e vitale traspariva dal principio. Ed eccolo infatti, pimpante e vero, dopo 24, 36 ore. Ma devi tu soffocarlo col tappo di plastica, un vino così? Dagli il tappo di sugero naturale, lascia che respiri, come un cavallo in corsa dilatando le narici, scuotendo nel vento la criniera! Per incontrarlo poi finalmente nel suo paglierino, che non nega qualche riflesso drato, quasi antico diremmo, o -meglio ancora -artigiano. Ed all’olfatto ti si svela finalmente, non intenso, non definito, ma complesso: certo, limoni e pompelmi ben maturi, e chinotti; certo pere e mele gialle, di varietà dimenticate; e pesche e albicocche; ma più erbe e fiori, soprattutto le ginestre, la salvia, la paglia, le violette perfino, in un concentrato di campagna che pare di stare d’estate al bordo dei campi, in un meriggare caldo e assorto, con l’acqua che scorre pigra nei fossi, al canto insistito delle raganelle. In bocca questo conferma: il sorso pieno senza artefazioni, senza note intrusive , di legni, solo il frutto evoluto e trasmutato dell’uva; caldo seppur d’acidità vivo, con le note  di fibra e di buccia in evidenza, salino, con una mineralità accennata di pietre grezze che gli dona una rustica distinzione. Perché questo è, malgrado tutto, un bianco profondamente contadino; pare quasi la versione moderna e ripulita, di quel si vendeva giallo e odoroso nelle fattorie, travasato al momento nelle damigiane. E rimane lungo sul palato in una chiusa che possiede quasi un ricordo di resina, fissandosì cosiì in un’immagina arcaica e bucolica. Certo, va sul pesce saporito di tradizione veneta; ma non disdegnare di goderne, se l’estate è dalla tua, fresco non troppo su pietanze semplici di terra.

per saperne di più: http://www.vignaledicecilia.it/