Scalpito 2011, Veneto IGT Rosso, Maeli, 14 gradi.

Allora: questo Scalpito. Il paragone equestre regge e sta nel suo dinamismo nervoso, tutto di forza, energia e ribellione. E poi:  l’IGT è o dovrebbe essere il vino di fantasia, quello che spezza le righe, quello che soddisfa i sogni di un vignaiolo al di là della tradizione. Ma se tu avessi viste quelle vigne al Pirio sempre battute dal vento, in un’aria  fresca e lontana dalle indaffarate pianure del nord-est, coi i vecchi tronchi contorti di barbera riscattati dall’abbandono e dai rovi, capiresti perché quello scalpito.  Ed infatti qui c’è quella barbera al 60%, poi cabernet sauvignon al 30% , 10% di carmenere. Il colore è un porpora fittissimo, impenetrabile, con gocciole sul calice irregolari, persistenti, veloci, persino untuose. Ha un profumo molto intenso, che esprime tantissima frutta rossa e nera: le prugne, i lamponi, i mirtilli eccetera, la solita litania dei descrittori: qui però il richiamo a quella frutta è così netto e materico da essere quasi impalpabile.  E poi  pelli,  tabacco, affumicatatura, tanta speziatura di pepe bianco e verde, noce moscata, chiodi di garofano e ginepro, con un tocco di acetaldeide bellissimo che rinfresca e dà carattere,  invitando a un sorso che svela in bocca una trama fitta e carnosa, polposa. Ecco l’acidità altissima della barbera che ne tende le trame e sferza piacevole, coniugandosi in modo naturale e armonioso con tannino abbondante, grintosissimo e mature, appena un po’ piacevolmente rustico: scrocchia persino. C’è tanto sapore in questo vino, salinità e un che di amaro e scomposto che piace per un finale lunghissimo. Insomma, colto ora in un momento di grazia, è un grande vino che piace e non compiace, che vince non per eleganza e finezza, ma per carattere: e il carattere non è mai volgare. Se tu avessi visto quelle vigne al Pirio sempre battute dal vento…Io vi andavo spesso e mi ricordo quella salita sterrata che si inerpica e s’apre la strada tra le vigne e i boschi e i vecchi casolari di pietra dalla caratteristica architettura locale. Si giungeva ad una cappellino bianca di una Madonna e di lassù, tra i fiori spontanei che trapuntavano l’erba coi loro colori, sembrava di dominare per intero il panorama del Colli Euganei, affascinanti e buffi coni tondi che sembrano sbucare da un lago primordiale, isolati come sono nella piatta pianura veneta. Assaggio questo vino e mi sfiora un po’ di tristezza, perché non ci sarà più: cambiati gli assetti aziendali, i frutti dei vecchi tronchi contorti di barbera non saranno più disponibili e nemmeno so se le vecchie piante vivano ancora. Un vino che scompare, durato si direbbe il tempo di una sola notte, come una falena; però bellissimo. So – e mi consola- che nella cantina giacciono ancora alcune -poche- bottiglie: le protegge gravida la terra.

Fiano di Avellino Colli di Lapio 2010, 13,5 gradi.

Ricordo bene una serata monzese di tanti anni fa, una di quelle notti brianzole dell’inverno cupe, buie, con la pioggia battente che si alterna alla bruma. Si tenevano – in un ristorante ormai scomparso- serate bellissime e conviviali sui vini delle regioni d’Italia ed io ero ancora ai primi passi o poco più. Fu quella sera per me la rivelazione dei bianchi campani: una lama di luce nelle nebbie del nord. Falanghina, Greco, Fiano: nomi non nuovi, ma mai sentiti prima così identitari. In precedenti assaggi , invece, quasi confusi fra loro, la loro identità levigata e per così dir compressa da pratiche enologiche che dovevano evidentemente soddisfare necessità di grandi numeri e di una rassicurante standardizzazione. Quella sera,però, la specificità di ogni vitigno emergeva invece chiara e nitida. Il Fiano in particolare mi colpì per la sua finezza, tanto che scherzando con gli amici da allora sostengo che una tra le migliori gioie della vita consista in “Fine Fiano a fiumi e valanghe di vongole”: Bacco mi perdoni per la sciocca allitterazione, ma garantisco che l’abbinamento funziona. Così comperai negli anni qualche bottiglia di quel Fiano meraviglioso, Colli di Lapio di Clelia Romano, ed una decisi di portarmela, immancabile compagna, nella mia esperienza inglese. L’ho  aperta quasi alla fine di quei cinque anni passati lassù, qualche mese addietro. Ben trattata non l’ho, spostandola da un appartamento all’altro, seppure con tutta la cura che mi era possibile: meritava forse di essere consumata prima, ma era una bottiglia privilegiata nel mio ricordo e mi spiaceva privarmene.
E dunque nel calice il Fiano mi è apparso trasparente  e brillante, di un color limone assai carico, con riflessi dorati e fittissime gocciole – non lacrime, perché questo è un vino che sorride e riluce  – frastagliate, lente e tuttavia non persistenti, perché formano un velo che si scioglie e ritira.
Appena versato è poco comunicativo e risentito al mio olfatto, ma poi si apre in un aroma deciso e molto intenso, che mi ricorda quasi un grande champagne millesimato invecchiato per certe intense note fungine. Al di sotto, fiori di tiglio e di sambuco, di timo e di borragine, e poi  la frutta: percocche e pesche mature, buccia di melone e maturi limoni di Amalfi, che brillano odorosi al sole su un tappeto mielato e di nocciole, consistente e morbido. All’assaggio, mi pare potentissimo: per il gran corpo , la struttura e la concentrazione dei sapori: un rosso vestito da bianco, usando una formula un po’ trita. Il suo gusto riprende fedele l’olfatto.  Ben secco – ciò mi piace – attacca deciso e prosegue con una discreta espansione, sorretto al centro boccata una spinta piuttosto salina e da una acidità alta all’italiana, ma in qualche modo diffusa sul palato.  Non manca un certo accenno di ruvidità rustica, che ne bilancia la perfetta esecuzione tecnica preservando un sentimento di benvenuta spontaneità. Con un sicurissimo senso di direzione si slancia verso un finale di buona lunghezza, segnato appena un poco dall’alcol, ma che si conclude su toni di fichi bianchi, quasi crema di nocciole, caramello, melassa: ha una certa morbidezza dunque, ma solo alla fine, quando ha preso confidenza e si lascia andare: prima è tutto determinazione e ambizione. In lui ritrovo il carattere del Fiano irpino, sua grandezza e certi suoi spigoli, e forse anche il carattere di un produttore che ha reso famoso il nome di Lapio, consacrando nei fatti quelle terre al rango di cru. Insomma, malgrado gli anni e la vita tormentata, il Fiano di questa bottiglia è ancora un bel bere, a dispetto di qualche ruga: in questa fase lo credo giusto su pesci di mare in preparazioni semplici, ma anche su primi bianchi di carne bianca. Ora che sono tornato a casa sarà interessante assaggiare quelle altre bottiglie, più fortunate, che hanno atteso silenziose in cantina il mio rientro: il nostro incontro sarà commosso, una rinnovata festa.

Chianti Colli Senesi 2007, Casa alle Vacche, 13,5 gradi.

   
Lo posso dire? Certe volte preferisco un semplice Chianti (o uno delle sottozone di questa denominazione) a un Chianti Classico. Ecco, l’ho detto. E’ che il Classico spesso e volentieri mi sembra una dama in abiti da sera e talvolta, data l’occasione, si sta meglio con un paio di jeans e una maglietta. Poi, per indossare determinati vestiti, bisogna avere il fisico: non tutte sono modelle -e meno male- ma guai a fingersi tali.
Apro stasera e dopo tanto tempo questo Chianti Colli Senesi che viene da San Gimignano. Perché un’attesa così lunga per un vino che si considera spesso di pronto consumo? Perché preso in cantina giovanissimo, appena nato, l’avevo trovato immediatamente talmente buono che mi dispiaceva privarmene. Stasera però è una momento speciale: torno a casa e dei profumi e sapori di casa ho desiderio. A San Gimignano si va per la città turrita, per il pozzo di Piazza della Cisterna, per gli affreschi meravigliosi della Collegiata (le storie del Vecchio e del Nuovo Testamento) e per la Vernaccia, forse il re dei bianchi di Toscana. San Gimignano però è a tutto tondo un luogo vocato per il vino e tale primato andrebbe meglio riconosciuto. Ecco questo Chianti dei Colli Senesi, difatti, a dimostrarlo. Ricordo vagamente la via per Casa alle Vacche, la strada che saliva dalle parti di Pancole, zona privilegiata per la vite, fino alla sala di degustazione recente ma calda e tradizionale. Li’ assaggiai questo rosso e me ne stupii: un Chianti all’antica se vogliamo, col suo tradizionale assemblaggio di sangiovese, canaiolo e colorino, ma che svettava per tono vitale su altri più raffinati e ricercati assaggi di quei giorni. Scatto, energia, beva: per piacere non gli mancava  nulla ed il prezzo al pubblico , diciamolo, era convenientissimo: pochi euro, da contarsi su una mano. Una meraviglia.
Lo ritrovo ora vecchio di nove anni, mi arrovello ancora se lo debbo aprire, ma poi sì, me lo sono meritato. Lui, a svinare la bottiglia del tappo privata, mi risponde subito, generoso, amico, sorridente, senza indugi. Mi stupisce: malgrado la lunga clausura, nemmeno un filo di riduzione.  Piuttosto un gorgoglio nel calice che prelude a nuova vita, ad un’esplosione di aromi e sapori che mi coinvolge nel profondo perché mi va a braccetto col latte materno. Ancora rubino di media fittezza, con l’unghia che vira al granato, lascia sul bordo lacrime fitte, regolari, veloci , persistenti, consistenti come taffetà, decise come un bacio: un piacere per gli occhi.
Poi gli aromi, molto intensi e particolarissimi. Ti spiego: se pensi ai noti ed abituali descrittori, ti spiazzano; se quelli li dimentichi un attimo, trovi profumi di casa noti e domestici. Certo, odorando vi sentirai la frutta rossa ( susine , arance amare e, persino fragole e lampone), e perché no , i fiori: la viola, tipicamente. Poi però c’è il resto: la legna, la pelle , la carne, le spezie, il fungo;  ecco, all’olfatto  sembra di affettare una spalla di maiale toscana, un prosciutto, un capocollo e così via, perché ci senti forte anche il pepe, il cumino, la noce, la salvia, il rosmarino, il timo, e persino la ruta.
All’assaggio, è secco ma rotondo, un po’ dolce di frutto, con una fittezza in bocca rimarchevole e che non è mai statica: tutto muove il contrasto che riesce a crearsi tra acidità, spinta salina, anidride carbonica e alcool. Il tannino è ben presente, ma regolare, grintoso e abbondante, è maturo e non disturba.
L’acidità è superiore alla media, vicina ai punti alti della scala, è ficcante ma per così dire, liscia e c’è tantissima salinità che un poco la dissimula: giù, diciamolo, è salatissimo. Un dispiacere finirlo: ampio di corpo, carnoso e polposo, ma senza strafare; rugoso come una lingua di gatto, squillante come sorgente, profondo il giusto, felicemente caldo di alcol, ma sempre fresco e agile come un Chianti essenzialmente essere. Nel suo gusto c’è tantissima concentrazione, spintonando riempie la bocca di sensazioni magari indisciplinate, ma vivide, come una quota di carbonica che sulla lingua frizza e solletica; e poi il vino allunga sul palato con decisione, un ragazzo ardito con la bicicletta fra le fosse, non un campione in calzamaglia. Questo rosso è un archetipo della fanciullezza cresciuta a pane e vino: il mio Chianti. Goduto su coniglio e pasta e fagioli, è rimasto  ottimo con entrambi.

Chianti Colli Fiorentini 2008, Malenchini, 14 gradi.

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Diceva un’amica che di vino se ne intende, assaggiando insieme un certo suo Merlot spillato dalla vasca : “Questo è divertente”. Ora, come un vino possa essere divertente non è facile da spiegare; più che altro il bevitore accorto lo può forse intuire.  È un misto, a mio vedere, di calore e freschezza, di morbidezza e scatto, di dolce, salato ed amaro; sensazioni che non solo toccano corde lontane della sensibilità del palato, ma che si alternano secondo un ritmo giocoso e serrato ed un tono leggero e quotidiano, dove la profondità va cercata tra le righe.  Come dire (perdonami amico o amica che mi leggi se il paragone musicale a qualcuno poco pratico può sfuggire) che nel Barbiere di Siviglia di Rossini c’è più vero divertimento che nelle Nozze di Figaro di Mozart e che l’ascolto è autoesplicativo. Questo Chianti dei Colli Fiorentini 2008 di Malenchini mi è sempre parso il prototipo del vino divertente. L’ho assaggiato più volte nel corso degli anni: giovanissimo e scalpitante appena imbottigliato, riposato che esplodeva di un frutto pieno e centrato, ed ora maturo di otto anni, prossimo quasi a dirsi invecchiato. Fasi differenti, ma questa idea di divertimento mi si è sempre affacciata nella mente come la caratteristica distintiva del suo carattere. Stasera lo apro improvviso, per goderne nell’orto alle luci di un tiepido crepuscolo agostano con polpette al pomodoro. Cavo il suo bel tappo di sughero intero e lui è lì subito nel calice, già pronto e perfetto: non abbisogna di tempo per sgranchirsi dal sonno, a dispetto di tutte le mie convinzioni e le sane abitudini. Sfoggia uno stato di forma invidiabile, a partire dalla tinta che è ancora decisivamente rubina e di virare al granato non ne vuol sapere. Me ne piace soprattutto la trasparenza e la brillantezza, veramente classiche di un Chianti come dovrebbe essere, senza troppi maneggi di uve foreste o di pratiche concentranti in cantina. Mi piace guardarne le gocciole così viscose e fitte scendere adagio: l’amore passa anche per gli occhi. Il profumo ha ancora evidenti e in primo piano tutti i caratteri della giovinezza: i fiori (iris e viole) e soprattutto un frutto succoso e maturo: la ciliegia; ma sullo stesso palcoscenico, seconde voci di pari dignità, stanno dopo questi otto anni note terziarie di invecchiamento, che sanno di terra, di pelle, di macchia, di spezie dolci e più piccanti ( un alternarsi continuo di cannella e di pepe) , su uno sfondo ferroso e di ruggine che si fa dopo ore sempre più evidente, con tocchi di erbe aromatiche a rinfrescarlo ed ingentilirlo. Soprattutto, però, sono aromi vibranti che si rincorrono di continuo, con l’aria intorno e vaporosi, come un volo di rondini. Ti invita così al sorso, accogliente e guizzante: un sorridente peso medio più ricco di sapore rispetto a certi vinoni accigliati da concorso;  assai salino e di bella acidità, ficcante e ben distribuita più che abbondante, evidente perché senza sovrastrutture, che lo slancia e lo richiama di continuo nella gola; come pure il tannino è superiore alla media, un po’ terroso e irregolare ma  assai sciolto e di grana piuttosto sottile, che lascia un ricordo piacevolissimo di rugosità tattile. Si allunga e si espande sulla lingua e tra le gote, in un vai e vieni che muove tra secchezza e rotondità, con quel certo autentico gusto toscano per una rustica eleganza. La sua persistenza è quella che serve,  giusta per accompagnare la tavola: deglutito il vino, svanito persino il gusto, resta ancora un bilanciato ricordo acidulo, salino, amarognolo che richiama ancora un nuovo sorso: difatti è uno di quei vini che, inevitabile, finisce la bottiglia. Si dimentica persino un certo esubero alcolico: perché sta lì anch’esso in buon ordine ed è un tocco generoso che partecipa al gioco dei contrasti. Lo si vorrebbe sempre sulla tavola, con gli amici e quando si è da soli, perchè illumina sempre un poco la giornata: un raggio di sole tra le  nuvole. C’è in lui la forza della tradizione e del genius loci: quella rotondità fruttata dei Colli Fiorentini, quella leggerezza scherzosa, genuina e profumata che sa di burla, di novella, di stornello, di zingarata, che ha attraversato i secoli; quella dei Chianti di un tempo, che hanno dissetato le fauci di generazioni di braccianti, di artisti, di signori, e che oggi si stenta a trovare.  Sangiovese e canaiolo, invecchiati in botti grandi: la maniera antica. Non è che fossero poi davvero bischeri, una volta.

Schioppettino Colli Orientali del Friuli 2009, Iole Grillo, 12,5 gradi.

Ogni volta che apro questo Schioppettino dell’Azienda Agricola Grillo Iole penso che è come sedersi sulla propria poltrona preferita o allungarsi dopo cena su un morbido divano: la stessa sensazione rilassante di conforto, di casto ma sensuale piacere. Ne avevo qualche bottiglia che ho centellinato come le pagine di un libro amato, che non si vuole veder finire: uno di quei racconti profondi, ma che sanno porsi con grazia e leggerezza, come un sorriso gentile quando ne hai bisogno.
Si dice che lo Schioppettino non sia in genere un vino longevo. Questo ha ormai quasi sette anni, cinque ne ha passati in un appartamento, steso ma in condizioni tutt’altro che ideali. Eppure quando levo il lungo turacciolo di sughero il vino è ancora tonico, fresco, appena smorzato nei suoi profumi più fruttati. Rubino scuro alla vista, ha nel suo colore le trasparenze dell’ombra; al bordo un cerchio granato ne segna l’età; gocciole lente sul calice rimandano a una presenza carezzevole. Il profumo, seppur mutato dalla gioventù, resta di intensità notevole, persino rara in tanti seppur celebrati rossi nostrani. Inoltre è tipico, personalissimo: frutti di bosco neri, mirtilli in particolare; nè manca, in second’ordine, qualche cenno di susine rosse; e toni freschi, vegetali; ma è soprattutto e di gran lunga la componente speziata a tenere il campo, così sfaccetta, complessa e insistita: la noce moscata, il chiodo di garofano, la cannella, il pepe bianco e verde;  aromi che sono lì materici e nitidi, ma in qualche modo sfumati, in perfetto equilibrio tra dolce e piccante, integrati da una componente fortemente balsamica, che è un tocco di legna odorosa, boschiva, al limitar dell’inverno, quando è umida e coperta di muschio. Essi si raccontano a mezza voce,  con avvolgenza consolatoria, un racconto davanti al camino col vento che sibila lassù nella canna fumaria. E poi al palato si offre con morbidezza scorrevole, senza asprezze o scalini, temprata da un’acidità ancora sufficiente da garantire allungo e freschezza, che si inserisce un un corpo medio dove il tannino è assai presente (è uva a buccia spessa lo schioppettino), ma di grana finissima, una polvere d’oro di particelle levigate. Si giova di un grado alcolico relativamente basso, inconsueto al giorno d’oggi ed è una boccata d’aria fresca.  Uno Schioppettino questo di Grillo giocato più sulla levità ed il garbo che sulla forza e la complessità, trovando una dimensione quotidiana e a misura d’uomo piuttosto che monumentale, ma non per questo meno elegante. Un’eleganza comunque distinta la sua: sempre perfetta, in ogni momento. Così pure a tavola non mancherà mai l’abbinamento e sarà un perfetto compagno per una chiacchierata o una solitaria meditazione. L’ho assai goduto su rustici fusilli al sugo di salsiccia, ma sarebbe stato ideale anche per un romantico tete-a-tete.  Eh, lo schioppettino! Non darà vini potenti e longevi come il nebbiolo o il sangiovese, ma non ho dubbi: per me è tra le grandi uve rosse italiane.

Refosco dal peduncolo rosso, Colli Orientali del Friuli, 2010, Livio Felluga, 13,5 gradi.

Livio Felluga è una firma che non ha bisogno di presentazioni: le sue etichette con la carta geografica sono conosciute in ogni dove, un simbolo del Friuli enologico. 800.000 bottiglie non sono uno scherzo, il rischio dell’omologazione o di una qualità approssimativa è sempre dietro l’angolo. Però nei miei saltuari assaggi mai una bottiglia che non fosse curata, precisa, impeccabile. Inoltre, pur con una dovuta attenzione ai mercati, i vini di Felluga mi hanno sempre riportato l’impressione di un chiaro carattere friulano, che generalizzando potrei descrivere come miscela di disciplina e di calore, di piacere di vivere e di diffidenza. Nè manca la valorizzazione delle singole zone e denominazioni (i Colli Orientali, Rosazzo, il Collio), nè l’attaccamento alle uve autoctone.  Ora, se il Friuli è considerato regione per eccellenza bianchista, a ben vedere fornisce alcuni vini rossi tra i più interessanti e particolari dell’intera Penisola, caratterizzati ed eleganti: Merlot, Cabernet, Schioppettino, Pignolo ed appunto Refosco dal peduncolo rosso.  Non posso dire di aver vera dimestichezza con quest’ultimo: assaggi qui e là negli anni, taluni dagli esiti piuttosto rustici (nei casi meno fortunati), altri persino intossicanti per la sontuosa ricchezza aromatica e tattile espressa dal vino nel calice: una eccezionale potenza vellutata. Questa varietà a maturazione tardiva, profondamente radicata del Nord-est, vanta una lunga serie di citazioni nei secoli che ne fanno presumere un motivato apprezzamento dalle classi nobiliari o agiate. Eppure nelle produzioni di massa puoi trovarlo grezzo, scialbo.  Perciò apro con curiosità la bottiglia di Felluga: per capire che cosa più originare quest’uva in mano ad un produttore di riferimento, che produca un vino comunque abbordabile per i più ed in quantità non confidenziali. Ed ho un’autentica sorpresa: perché questo Refosco dal colore rubino molto profondo e scuro, che lascia sul calice gocciole fittissime e lente, è un vino di gran classe, dal profumo molto intenso dove spiccano more e mirtilli, ma anche tanto pepe bianco e nero, e sentori affascinanti di foglie e terra bagnata, humus, noce moscata e cannella. Persino uno sbuffo piacevole di solvente. Viene affinato in legno, ma non è evidente: devi più che altro indovinarlo – amico o amica che mi leggi- da come lui sa articolarsi in una terza dimensione. Poi: fresco in bocca come un bacio, corposo ma tutt’altro che statico grazie ad una buona acidità, con una trama tannica solida, molto abbondante e grintosa, ma non oppressiva; anzi lo direi persino delicato, “passante”, per usare un termine desueto ma esplicativo.  Eppure mantiene una sua compattezza carezzevole e vellutata, dove l’alcol trova un’integrazione perfetta, da poterlo dimenticare. Al gusto, che è di media concentrazione, prevale l’alloro; ma nell’allungo, di bella progressione, la chiusura è su note di tè e di caffè. Più lo assaggio – ed anzi con gusto me lo godo- più ne cerco i rimandi con altri vini, quell’appiglio consolatore a ciò che è noto e che rassicura. Alla fine mi viene in mente Bordeaux: ma non un blando chiaretto, piuttosto uno Chateau Gran Cru Classé; questo Refosco tuttavia è più sciolto e originale, seppure con un corpo notevole. Inoltre il clima friulano, che è meno ballerino di quello del Medoc o della Rive Droite, offre migliori garanzie rispetto alla variabilità delle annate. Poi – ma sarà forse anche la mano di Felluga- questo vino è già godibile: relativamente presto rispetto ad un Bordeaux di valore, per il quale non bastano a volte dieci anni. Però il nome di Refosco risuona poco all’estero, persino sconosciuto a molti appassionati anche in un mercato ricco come quello inglese. Peccato: per una volta non vorrei tenermi un segreto.

Fior d’Arancio colli Euganei DOCG 2014, Maeli, 6 gradi.

Se hai sfogliato i quotidiani e certi periodici, avrai magari letto di questa azienda e di questo vino, perché è stato premiato a sorpresa ( insieme al suo fratello dell’annata 2013) in rilevantissimi concorsi internazionali. La notizia è passata con un certo rilievo, credo anche per radio e persino in televisione. “Come? Un moscato spumante in vetta alle classifiche mondiali, e non uno dell’Astigiano!”.
I verdetti dei concorsi, si sà, non sono il Vangelo, ma aiutano senz’altro ad accendere le luci della ribalta: nulla di male e tutto di bene.
Ma se tu – amico, amica che mi leggi – vuoi capire questo vino e questa azienda, devi andar lassù sul Monte Pirio tra quelle vigne ripide: fatti raccontare la storia dalla voce del vento che sempre le batte, tendi l’orecchio al frusciare dei pampini ed al respiro della zolla. Lassù tra quelle marne che si sfaldano, tra le trachiti che emergono come vene dalla pelle di un gigante. Lassù, dove la pianura industriosa si domina dall’alto, così lontana e muta nella distanza che la potresti anche dimenticare, e con essa tutti gli affanni e le pene: persino gli splendori rinascimentali di Villa Vescovi appaiono remoti ed il collegamento visivo rimanda solo ad una fuga dagli sfarzi di una corte verso le semplici gioie di un’arcadia perduta. Lascia che quel luogo non isolato ma solitario ti parli la storia di vigne vecchie abbandonate, che nei rovi avevano perduta la loro strada e cullavano l’attesa di una rinascita; del loro recupero faticoso, come di un mosaico a tasselli che andava ricomposto in una visione unitaria, tali e tante erano le varietà e le parcellizzazioni; degli esperimenti sofferti, per capire che cosa il territorio potesse dare; delle acrobazie per vinificare in spazi non propri; della mancanza di fondi e di visioni condivise; di tanto lavoro umile, sordo e testardo, con le degustazioni che si alternavano -absit injuria verbis- alla pulizia dei servizi; di momenti tutt’altro che patinati, prima del riconoscimento e di una certa stabilità societaria. Non ti nascondo: l’amicizia mi lega a chi conduce l’azienda, persona gentile; e questo Fior d’Arancio e’ anzitutto la storia del suo innamoramento per quelle vigne.
Percio’ con gioia sempre nuova apro questo vino, perché è vino della gioia: quella ingenua, infantile, che si provava a Natale all’apertura dei regali, quando il valore materiale non aveva alcuna importanza. Eccolo qui, paglierino chiaro chiaro con riflessi dorati, colle bolle delicate, fini e continue, con gli aromi intensi e iridescenti, accattivanti nella combinazione di freschezza e ricchezza. Salvia, frutta fresca a polpa bianca, fiori d’arancio (ma dai! per una volta, nella tipicità, l’origine dei nomi e’ chiara), ginestre, un nota generale muschiata molto lieve che trascolora e dopo poco ricorda maggiormente l’erba selvatica. Ancora più appagante in bocca, dove entra ricco, persino voluminoso per la tipologia – anzi, declinando meglio: corposo, morbido, carezzevole ma stuzzicante. Decisamente dolce, soprattutto però -ed ė ciò che più conta- al centro bocca ė molto salato, giocando su questo contrasto il suo contrappunto interno. Il sapore è concentrato ma arioso, un’acidità continua lo sostiene vivido e molto lungo al sorso, ma senza puntature. Forse non è sontuoso come il 2013 (meraviglioso, oggi), ma ha forza abbastanza per longevità e abbinamenti arditi, risultando magari perfino un poco più flessibile del precedente perché meno protagonista: sarà un peccato -amico, amica che mi leggi- se vorrai limitarlo al dessert. Potrai stapparlo oggi anche per brindare a questa bella storia italica, frutto di caparbietà e di fortuna, ma non parliamo di lieto fine: se conosci il vino, sai quante perle di sudore e di pianto stanno dietro ogni sua goccia; ed ogni vendemmia ė un giro di ruota.